Le sceneggiate fanno bene alla boxe? È come dire: il porno fa bene al cinema…

L’esibizione di Floyd Mayweather jr con Logan Paul è stata comprata da un milione di persone al prezzo di 49.99 dollari. Una fantastica operazione commerciale.
Lo show messo in piedi da Mike Tyson e Roy Jones jr ha convinto 1,4 milioni di spettatori a pagare 49.99 dollari.
Sono numeri che raramente la pay per view offre.
Da qui è nata la favoletta “se ne parla, fa bene alla boxe”.
Mi sono chiesto quanto potesse essere vero.
Se il volume di affari prodotto dovesse essere l’unico parametro da tenere in considerazione, estendendo il concetto potrei dire che l’industria del porno fa bene al cinema. È un mercato che annualmente genera nel mondo un volume di affari di 100 miliardi di dollari, ha fidelizzato un pubblico al 60% sotto i 24 anni e quindi con larghe prospettive di sviluppo nel tempo.
C’è qualcuno che sia davvero convinto che il porno faccia bene all’industria cinematografica? È questo il futuro del cinema?
Chi è pronto ad accettare la trasformazione della realtà sportiva in uno spettacolo in cui i protagonisti interpretino la parte del pugile, si prepari ad accettare la trasformazione della boxe in una sceneggiata totalmente priva della componente agonistica. Futuro che potrebbe non essere poi così improbabile. Del resto, se chi ha rispetto per memoria, passione ed etica viene etichettato come nostalgico, non mi sembra che lo scenario sia poi tanto lontano nel tempo.
Lennox Lewis ed Evander Holyfield sono in fila per il ritorno sul ring di Mike Tyson, previsto per il prossimo settembre. Quel giorno Iron Mike avrà 55 anni, Lewis 56 e Holyfield sarà molto vicino ai 59…
Basta che se ne parli”.
Contenti voi…

L’influenza dei social media sul futuro della boxe. Il pericolo che si trasformi in un videogioco

Esiste un solo bene, la conoscenza,
e un solo male, l’ignoranza.
(Socrate)

Lo sport si sta trasformando in un gigantesco videogame.
Recenti sondaggi dicono che i giovani preferiscono gli eSport (i videogiochi a livello competitivo) allo sport reale. Aggiungono, i sondaggi, che si è notevolmente ridotto lo spazio di tempo in cui la fascia di età tra i 13 e 24 anni è disposta a concentrarsi su un unico evento. Preferiscono una selezione ridotta di momenti chiave, all’intero svolgersi dell’avvenimento. Quindici minuti al massimo, non di più.
Racconta un giovane tecnico di Football Americano che quando tiene le riunioni tecniche è costretto a fare una pausa ogni mezz’ora, per consentire ai giocatori di controllare messaggi/sms e varie sui loro cellulari.
Il mondo cambia, lo sport si adatta. La boxe non sfugge alla regola.
Oggi non si chiede più di scatenare la passione, ma la capacità di generare emozioni forti, direi esasperate. Preferibilmente concentrare in uno spazio temporale ristretto.
L’evento deve essere sempre e comunque eccezionale.
La proposta commerciale, continuare a parlare di sport senza affiancare la parola spettacolo vorrebbe dire rimanere ancorati a un passato che non esiste più, deve essere esaltante.
Viviamo nell’era dei social media. Si sono sostituiti ai tradizionali produttori di cultura (4,2 miliardi di persone nel mondo ne sono fruitori). Libri, cinema e tv hanno ceduto il passo a Facebook, YouTube, Instagram, Twitter, Tik Tok e via cliccando. In alcuni casi i social hanno preso il posto della famiglia o della scuola. Sono loro i dispensatori di emozioni. Ed è a queste realtà che lo sport si deve aggrappare se vuole recuperare terreno tra i giovani.
La realtà esiste nella mente umana e non altrove, diceva George Orwell.
Ognuno inventa la sua, quella in cui gli piacerebbe vivere. Non si cura di ciò che gli occhi vedono, o le orecchie sentono. È convinto che il mondo sia come appare nella sua testa, perché è l’unico in cui è disposto a vivere. I fatti sono elementi che intralciano la realtà immaginaria. Non sono difficili da interpretare, ma sono impossibili da accettare. Meglio creare un contesto adatto al proprio io e muoversi all’interno di questo.
Nel mondo è calato l’interesse verso lo sport, è diminuito il numero dei tifosi. La nicchia del popolo della boxe non se ne è accorta.
Eppure i numeri dovrebbero avere aperto gli occhi anche ai meno propensi alle novità. Il pugilato che conta è solo quello a pagamento, a grandissimi livelli quello in pay per view. E dice che, esclusi quattro eventi (tutti legati a Floyd Mayweather), negli ultimi venti anni nessuno è riuscito a superare la quota di due milioni di contatti. Ci si rivolge dunque a un pubblico ristretto, disposto a spendere da 50 a 100 dollari per vedere un combattimento (il pacchetto che si compra offre l’intero programma della serata, ma chi paga è quasi sempre interessato all’incontro principale e poco più).
Promozione dell’avvenimento, lancio pubblicitario, scelta dei protagonisti. I pugili di richiamo non devono solo essere bravi. Terence Crawford vende decisamente poco, il doppio confronto Kovalev vs Ward qualche anno fa ha deluso tutti, in tempi recenti nessuno ha portato montagne di denaro all’organizzazione e ai pugili.
I protagonisti devono essere bravi, devono dividere, affascinare i tifosi spinti da sentimenti contrastanti. Odio o amore, sono gli elementi che gli interpreti devono essere in grado di generare. Devono vendere un prodotto, suscitando emozioni nel cuore di chi deve comprare.
Difficile trovare queste combinazioni nel pugilato contemporaneo, forse solo Canelo Alvarez, pesi massimi a parte, ci riesce. Ecco perché si tirano fuori dal passato vecchi, nel senso pieno del termine, campioni. Mike Tyson in esibizione con Roy Jones jr ha venduto 1,4 milioni di contatti in pay per view a 50 dollari per gli Stati Uniti (in Italia il prezzo era 9.99 euro, i dati sull’audience non sono stati resi pubblici). Visto il successo, si sono presentati all’incasso Evander Holyfield, Julio Cesar Chavez, Oscar De La Hoya, Erik Morales e altri ancora. Dovremmo vederli, prossimamente, sui ring americani.
Non siamo più in grado di creare miti, li prendiamo belli e fatti dal passato.
Ora siamo tutti in attesa di Tyson Fury vs Anthony Joshua che, dicono, potrebbe portare un movimento di denaro vicino a 220 milioni di sterline.
E questa è la cima della montagna. Sotto c’è il resto dell’universo boxe.
Borse infinitamente più basse per chi non è nella Top 10 dell’interesse mondiale.
Cifre tra 20.000/30.000 dollari per gli sfidanti nelle categorie più piccole; 50.000/100.000 per quelle che smuovono maggiore movimento di denaro; 100.000/200.000 per i campioni delle più pesanti, 30.000/50.000 per quelle meno.
Questo è il pugilato di oggi. Ha bisogno di spettacolarizzare, più di altri sport, l’evento. Ha necessità di campioni che eccitino lo spettatore, producano in lui la voglia di applaudirlo o la speranza di vederlo sconfitto. Servono protagonisti che sappiano recitare sul ring e fuori dal ring. Lo show si nutre di questo e chiede molto ai suoi attori.
Ho sempre più la sensazione che la boxe si sia già trasformata in un eSport. Un gioco in cui siano sempre gli stessi a muovere i comandi e si sia allargata a dismisura la forbice dei compensi tra creatori dell’evento e protagonisti dello stesso. Alla passione e alla realtà dei livelli tecnici è lasciato uno spazio minimo.
Si sta velocemente correndo verso un pugilato fatto di competitività estrema, soluzioni veloci, grande enfasi prima, durante e dopo il combattimento.
La mia speranza è che qualcosa dei vecchi valori rimanga. È una speranza che trova conforto nella stessa essenza di questo sport. Il pugilato è fatto da uomini (e donne) per uomini (e donne). Deve dare emozioni, creare un collegamento tra chi è sul ring e chi siede in platea o davanti a una tv. È uno sport che ha alla base sacrifici, sofferenza fisica e morale, dolore, rispetto. E tutto questo non puoi trovarlo in un videogioco. Se così non fosse, dovremmo ammettere di esserci trasformati in un mondo di robot.
Per salvarci da questa catastrofe dobbiamo recuperare la dignità del pensiero. Ritrovare quella voglia di studiare, di informarci, di conoscere. Rispolverare la curiosità, il bisogno di sapere. L’ignoranza è il grande nemico. Perché se ignori in quale mondo tu stia vivendo, non ne vedrai mai le storture. Esaltarsi per niente, non distinguere il diamante dall’imitazione, vivere in una realtà che non esiste, non aiuta a uscire fuori dalla zona pericolosa. Ci impedisce di vedere la luce della realtà. Inventarcene una solo nostra non è la soluzione.
Un mio amico dice che la speranza di una vittoria della conoscenza sulla gestione dello spettacolo appartiene a un vecchio modo di pensare. Aggiunge che una mutazione antropologica ha modificato i parametri. Oggi l’unica salvezza passa attraverso il recupero delle emozioni. Che può essere indotto o casuale, ma che in ogni caso (su questo siamo quasi d’accordo) può essere prodotto solo dai social. I cellulari, gli iPad, i computer sono gli attuali mezzi di propagazione della realtà. In alcuni casi si confondono con essa, al punto che solo quello che appare sui social attraverso il cellulare o l’iPad si pensa sia reale.
Non sono un nostalgico che crede solo nel passato. Ma è innegabile che alla mia età io possa trovare qualche difficoltà ad accettare questa mutazione. Ho difficoltà per quel che riguarda la navigazione nella realtà, ma anche per quel che concerne la concezione dello sport, il pugilato nello specifico. I campioni che hanno suscitato in me tante emozioni oggi sono difficili da trovare. E allora dico, avanti con tecnologia, nuove tecniche di management, rinnovo della gestione dell’atleta e del personaggio. Ma proviamo a non perdere di vista l’essenza della disciplina.
La tecnologia ha riportato sul set James Dean, morto più di sessant’anni fa. Ma quell’ologramma, se mai lo vedrò, genererà in me solo tristezza, non certo emozione. Non mi piace l’idea che tecnologia e nuove tecniche di mercato trasformino anche il pugilato in una realtà virtuale, più di quello che oggi è, fino a farlo diventare un eSport.
Ma credo proprio che sia una battaglia contro i mulini a vento.

Premio Bancarella Sport, possono partecipare solo i chiaroveggenti…

Le magie del Premio Bancarella Sport.
Il 23 maggio 2016 pubblicavo quanto segue.
Il Premio Bancarella Sport (gestito da Fondazione Città del Libro, Unione Librai Pontremolesi e Unione Librai delle Bancarelle) è da tempo il più prestigioso per il mondo dell’editoria sportiva. Ha una lunga tradizione di importanti vincitori e di opere letterararie di grande spessore. Noto per la sua importanza e per la procedura cristallina delle scelte, quest’anno è inaspettatamente scivolato su una buccia di banana. Ma la cosa più grave è che non ha alcuna intenzione di porre rimedio ai propri errori.
L’11 aprile scorso si è riunita la commissione giudicante, successivamente è stato emesso questo comunicato.
“La commissione di scelta, presieduta da Paolo Francia e composta da autorevoli personaggi dello sport e della cultura, Paolo Liguori, Claudio Mele, Antonio Barillà, Giacomo Santini, Daniele Redaelli, Ignazio Landi, Giuseppe Benelli, Angelo Panassi e il segretario del Premio Giorgio Cristallini, al termine di un’ampia e approfondita discussione sui volumi in concorso, inviati dalle diverse Case Editrici Italiane, hanno proclamato i vincitori del 53° Premio Selezione Bancarella Sport 2016, i seguenti libri…”
Ora il regolamento del Premio dice che la commissione giudicante è composta da:
Art. 5
1. ll Presidente della Commissione, designato dalla Fondazione Città del Libro
2. Tre rappresentanti rappresentanti della Fondazione Città del Libro
3. Il segretario del Premio Bancarella Sport
4. I rappresentanti delle testate giornalistiche sportive nazionali (Gazzetta dello Sport, Corriere dello Sport – Stadio, Tuttosport, Rai–Tv, Mediaset, Sky Sport)
5. Un rappresentante del Coni
6. Il presidente dell’Unione Stampa Sportiva Italiana
7. Due rappresentanti del Panathlon International.
Un totale di quindici, compreso il presidente.
Non coinvolgendo nel discorso i sei vincitori che meritano il massimo della stima, resta da capire come e perché i giurati non fossero nel numero previsto. La risposta è inquietante: perché gran parte degli assenti non è mai stata convocata. È stata una votazione a sorpresa, carbonara, imprevista. Chiamatela come volete, sicuramente non è stata una votazione regolare. Nessuno però risponde alle due domande fondamentali.
1. Perché non sono mai stati convocati alcuni membri della giuria?
2. Perché non si invalida una votazione in cui si riscontra una così palese irregolarità?
Sono trascorsi cInque anni e ancora non si hanno risposte chiarificatrici.


Con il passare del tempo, le cose sono addirittura peggiorate.
Il 22 marzo scorso è stato pubblicato il bando di concorso per l’edizione 2021.
Il tempo massimo per presentare le opere (come da regolamento) scadeva il 15 marzo.


Solo i chiaroveggenti professionisti possono dunque partecipare al Premio.
I comuni mortali, è meglio che se ne facciano una ragione, sono esclusi.

Una frase di Hearns scatena i no vax. La moglie di Hagler: “Stupidi commenti”…

Un post di Thomas Hearns, sul suo profilo Instagram, ha scatenato una campagna dei no vax americani. L’ex rivale di Marvin Hagler aveva detto che il Meraviglioso era fortemente sofferente dopo avere fatto il vaccino anti Covid-19.
C’è chi è arrivato a scrivere “Il vaccino ha ucciso Hagler!”
Kay G. Hagler, la moglie del campione, che aveva annunciato (sulla pagina Facebook del Fan Club di Marvelous) la morte per cause naturali del marito non facendo alcun riferimento al vaccino, ieri ha postato di nuovo scagliandosi contro il popolo dei no vax.
Sono l’unica persona ad essergli stata vicina fino all’ultimo minuto, e sono l’unica persona che sa come siano realmente andate le cose, Nemmeno la sua famiglia conosce tutti i dettagli. NON accetto di leggere qualche stupido commento di chi non sa cosa sia veramente accaduto. Di sicuro non è stato il vaccino che ha causato la sua morte. Il mio bambino se ne è andato in pace con il solito sorriso e ora non è il momento di dire sciocchezze”.
Lo stesso Hearns è successivamente intervenuto definendo “oltraggioso” il comportamento di chi ha fatto campagna contro il vaccino utilizzando il nome di un fuoriclasse, di un campione, di un fenomeno.
Dal 14 dicembre 2020 all’8 marzo 2021 oltre 92 milioni di americani si sono sottoposti alla vaccinazione anti Covid-19. Le persone che sono morte in un arco temporale successivo alla vaccinazione sono state 1.637 (meno dello 0,002 %). Nessuna correlazione è stata stabilita tra vaccino e decessi.
In un recente sondaggio è stato chiesto agli americani: “Lei si vaccinerà?”.
Il 47% degli elettori di Donald Trump alle ultime presidenziali ha risposto: “Mai”.
Stessa risposta da parte del 6% degli elettori di Joe Biden.
Per Marvin Hagler non ci sarà nè funerale, nè celebrazione in chiesa.
Odiava i funerali, preferiva essere ricordato con un sorriso. Accendete una candela per lui” ha concluso Kay G. Hagler, la vedova di Marvin.

Tarapia tapioco! Prematurata la supercazzola o scherziamo?

I quarti attaccano i quinti, il problema arriva però quando uno di loro lo fa calciando con il piede non suo. A quel punto pensi che l’arbitro fischi e chiami la polizia, ma dura un attimo. Un altro calciatore usa il piede educato, l’arbitro apprezza. Il bomber tocca per il centrocampista che viene a rimorchio.
Accade di tutto.
Body check dopo una corsa coast to coast, gol.
Niente clean sheet, è bastato un tap in.
E pensare che quello ha tirato con il piede sordo.
Il coach in panchina si allinea con l’estasi, l’altro loda la pulizia dell’assistenza.
E dire che qualcuno pensa ancora alle seconde palle, mentre il bomber segna una doppietta personale. Un gol è suo, l’altro pure, ça va sans dire.
L’esterno a sostegno attacca la profondità, ma viene tamponato nel traffico. Nessuno si chiede il perché non aprano lo svincolo, tacciono perché sanno che il poverino non ha due piedi. Quello insiste e calcia un cross panoramico, ma all’improvviso scopre di avere i piedi invertiti. Pazzesco! Ne viene fuori una giocata meno bella di quanto sia difficile che poi lui ha fatto facile.
Il treno armeno smorza con grande confidenza, la palla va a morire da sola. Tranquilla.
Il bomber si mette in proprio, alza il baricentro, tocca coi tempi giusti, calcia ogni pallone con il contagiri. Ne conta fino a cento prima di scontrarsi con il difensore al limite del controfallo.
Il difendente ha il piede debole e accompagna la palla all’uscita. Questione di educazione. Meglio mettersi in proprio.
Ripartenza e pallone sanguinoso, una giocata piaciuta sul protagonismo. Lui lo fa spesso e la squadra trova sicurezza nel vivere l’area di rigore.
E via così.
Il falso nueve insegue la manita, gli avversari cercano la remuntada. Mucchio selvaggio. Il bimbo viene dalla cantera, palla in buca.
Eccezionale!
Ma che gol ha fatto il falso nueve?
A me lo chiedi? Io, al massimo, posso mettere una seconda palla in touche.
Uno spettatore urla, ha scoperto di non avere più un piede.
In campo, il bomber ha appena segnato con un arto non suo. E non ha alcuna intenzione di restituirlo.
Seguono per i non udenti, scandite sillaba per sillaba, le infinite generalità del marcatore.

P.S. Il titolo è preso da una frase di Amici miei, pronunciata dal conte Mascetti, interpretato dal grande Ugo Tognazzi.

Loro hanno deciso. I più deboli devono rassegnarsi a non essere curati…

Settimo titolo nella homepage del sito del Corriere della Sera di ieri, 11 gennaio 2021.

Testo.
Quando la scarsità rende le risorse insufficienti rispetto alle necessità, i principi di etica possono consentire di allocare risorse scarse in modo da fornire trattamenti necessari preferenzialmente a quei pazienti che hanno maggiori probabilità di trarne beneficio” (testo elaborato dal dipartimento Prevenzione del ministero della Salute che sarà sottoposto all’esame delle Regioni).
Un salto indietro di cent’anni.
C’è scarsità di posti in terapia intensiva e difficoltà nel reperimento di posti letto in ospedale. Scarsità di personale medico e paramedico. Ma questi sono gli effetti, le cause e i colpevoli vanno cercati tra chi negli ultimi venticinque anni ha fatto tagli per trentacinque miliardi di euro alla Sanità. Chi ha provocato la riduzione del personale paramedico fino a 11.000 unità, fino a 8.000 tra i medici . Chi ha inventato l’accorpamento degli ospedali, favorito il dirottamento del pubblico verso il privato.
Adesso, non contenta di avere minato alla base gli elementi che avrebbero potuto salvaguardare la sanità pubblica, la classe politica italiana si lancia nell’ennesima follia. Si rischia la crisi, si corre il pericolo di nuove elezioni. Uno stallo che produrrebbe mesi di vuoto assoluto e il crollo definitivo dell’economia. Viviamo in un Paese che pensa che la democrazia sia la possibilità di fare ciascuno quello che vuole, ignorando gli altri, la collettività. Avendo come riferimento solo sè stessi.
I più deboli, come sempre, sono a rischio.
Sono deboli e quindi non vanno aiutati, sono anzi inevitabilmente condannati a soccombere.
Dove eravate voi grandi pensatori che oggi decidete in questo modo sul nostro futuro, che ora ci buttate giù dai letti, dove eravate quando accadeva lo sfascio della Sanità pubblica?
Aveva ragione Fëdor Dostoevskij.
“La gente spesso parla di crudeltà bestiale dell’uomo, ma questo è terribilmente ingiusto e offensivo per le bestie: un animale non potrebbe mai essere crudele quanto un uomo, crudele in maniera così artistica e creativa”.

Sabato Nunn torna sul ring, a 57 anni, per un match di kickboxing…

Su boxrec.com, il più importante sito di statistiche/informazioni che il pugilato abbia nel mondo, accanto al suo nome c’è scritto pro kickboxer. Poco più in là debut.
Sabato, sul ring di Davenport (Iowa), la sua città, Michael Nunn tornerà sul ring.
A 57 anni, si cimenterà in uno sport che non ha mai praticato.
Il suo avversario si chiama Pat Miletich, è una ex gloria delle arti marziali, campione dell’UFC.
Ha 52 anni e non combatte dal 2008.
Nunn è fermo dal 2002, l’anno in cui è finito in prigione per acquisto e spaccio di droga.

Una farsa, con l’aggravante che si svolgerà davanti a un pubblico pagante: 50 dollari i posti più economici, 150 il bordo ring, 24.95 la pay per view.
Sembra possa esserci una folla che andrà da 3000 a 7000 spettatori alla Mississippi Valley Fairgrounds. Nessuna misurazione della febbre prevista all’ingresso nell’arena, niente mascherine obbligatorie (in ogni caso saranno messe in vendita al prezzo di un dollaro l’una…), mancato rispetto della distanza sociale. Con i problemi che gli Stati Uniti hanno con la pandemia da Covid-19 non è una bella prospettiva.
Due componenti della Commissione Pugilistica dell’Iowa hanno detto di essere pronti alle dimissioni se l’evento dovesse avere luogo. Non sembra che questa minaccia abbia preoccupato gli organizzatori.
Nove match di pugilato e tre di kickboxing in programma.
L’incontro principale sarà quello tra due leggende locali e mondiali come Nunn e Miletich.
Una versa sciagura. Spero che qualcuno li fermi.

È il 6 agosto del 2002.
Due uomini sono seduti attorno al tavolino di un bar all’interno di un albergo a Davenport, Iowa.
Primo uomo: “Allora?
Secondo uomo: “La prendo”.
Il primo uomo mette sul tavolo un pacchetto. Dentro c’è un chilo di cocaina, valore commerciale 24.000 dollari.
Il secondo uomo mette sul tavolo 200 dollari.
Uno scambio vantaggioso, decisamente incomprensibile.
Almeno fino a quando il primo uomo non tira fuori dalla giacca un tesserino.
Sono un agente federale sotto copertura. Sei in arresto con l’accusa di acquisto e spaccio di droga”.
Il secondo uomo ammette la prima colpa, nega l’altra.

Il processo si svolge a fine gennaio 2004.
Numerosi testimoni confermano la tesi della procura: il secondo uomo non solo comprava droga da molto tempo, ma a partire dal 1993 la spacciava. E durante le contrattazioni per la vendita della cocaina era stato visto più volte usare una pistola.
Lui si difende accusando.
Molti dei testimoni sono carcerati che direbbero qualsiasi cosa per avere in cambio una riduzione della pena. Voi ragazzi non avete dimostrato niente. Dove sono le sue prove, signor procuratore?
Il giudice William Gritzener lo riconosce colpevole di acquisto e spaccio di droga, con l’aggravante dell’uso delle armi.
La condanna è a 24 anni e due mesi di reclusione.
Fine pena 2028.
Il primo uomo viene portato nell’Istituto Correzionale di Oxford, un carcere di media sicurezza nel Wisconsin.
La pena è stata ridotta per buona condotta.
Michael Nunn è uscito di prigione l’8 agosto dello scorso anno.

Ai tempi d’oro era soprannominato Second To, che con l’aggiunta del cognome si trasformava in Second To Nunn, un gioco di parole che pronunciato nella lingua inglese si trasformava in: secondo a nessuno.
Il 17 aprile scorso ha compiuto 57 anni.
In carriera ha guadagnato oltre sei milioni di dollari
È stato campione del mondo dei medi Ibf e dei supermedi Wba. Ha chiuso l’attività con un record di 58-4, 38 ko.
Il 25 marzo dell’89 ha battuto per ko dopo 1:28 del primo round Sumbu Kalambay sul ring dell’Hilton Hotel di Las Vegas. Quel knock out è stato considerato il migliore dell’anno da Ring Magazine. In carriera ha guadagnato oltre sei milioni di dollari.

Ora si lancia in una imbarazzante avventura, con l’aggravante del pericolo di contagio in piena pandemia.
In molti rischiano di farsi male davvero.
Ci sono ancora quattro giorni per evitare che il triste e pericoloso spettacolo vada in scena.

 

 

AIBA e WBA unite per il bene dei pugili. Ma fateci il piacere…

L’AIBA ha mandato un comunicato
alla stampa specializzata

I presidenti di AIBA e WBA hanno espresso il desiderio di avvicinare le organizzazioni agli interessi degli atleti.
Il presidente ad interim dell’International Boxing Association Dr. Mohamed Moustahsane e il presidente della World Boxing Association Gilberto Mendoza sono desiderosi di costruire forti relazioni tra le organizzazioni per il miglioramento delle condizioni dei pugili.
WBA e AIBA desiderano lavorare su tre temi: sviluppo, competizione ed etica.
Il Dr. Moustahsane è stato invitato come ospite alla cerimonia di apertura ufficiale della 99a Convention della World Boxing Association. I due presidenti sono rimasti in contatto per qualche tempo, discutendo delle possibilità di cooperazione.
“Dal 2015 abbiamo fatto molti incontri. Ora è il momento di costruire qualcosa di eccezionale per lo sport e per i nostri atleti” ha affermato il dott. Moustahsane.
Il presidente della WBA ha dichiarato che “lavoreremo sodo per elevare la qualità della boxe al livello di appartenenza”.
Entrambi hanno espresso il desiderio di creare una task force per il lavoro congiunto. “È un piacere costruire una nuova relazione”, ha osservato Mendoza.
“Dobbiamo assicurarci che i nostri pugili siano i vincitori di questo lavoro di collaborazione”, ha concluso il dott. Moustahsane.

Mohamed Moustahsane è stato nominato presidente ad interim dell’AIBA il 24 marzo 2019.
Il 6 agosto dello stesso anno si è dimesso.
Il 31 agosto, in occasione del Congresso Straordinario, ha ritirato le dimissioni e ha annunciato di voler chiudere l’anno di mandato in attesa dell’elezione del nuovo presidente. Il suo mandato scadeva il 24 marzo 2020, ma essendo saltato (causa pandemia) il Congresso Elettivo, il tutto è stato rinviato a nuova data.
Lo scorso anno la Commissione di Inchiesta del CIO ha rilevato come l’AIBA abbia ricevuto accuse coerenti con l’esperienza relativa ai sorteggi, alle decisioni arbitrali e ai giudizi che hanno causato da tempo una preoccupazione costante per gli atleti.
Una commissione AIBA, presieduta da Tom Virgets, ha indagato sulle accuse di corruzione tra alti funzionari, giudici e arbitri. Tutti i 36 arbitri e giudici di Rio sono stati sospesi durante le indagini. Questa inchiesta ha riportato prove di una cattiva cultura interna guidata dal potere, dalla paura e dalla mancanza di trasparenza.

Durante le Olimpiadi di Rio 2016, il presidente della Commissione sorteggi era Mohamad Moustahsane
“. (articolo 3.2.4 del rapporto della Commissione Inchiesta del CIO).

E ancora: “Il comitato investigativo speciale dell’AIBA ha stabilito che la manipolazione del sorteggio degli arbitri e dei giudici durante i Giochi Olimpici di Rio 2016 sia stata il risultato degli interventi di diversi attori nell’ambito della responsabilità principale del signor Karim Bouzidi, uno dei quali è il presidente della Commissione sorteggi: il signor Mohamad Moustahsane successivamente nominato Presidente ad interim“. (articolo 3.3 del rapporto della Commissione di Inchiesta del CIO).
Adesso Moustahsane associa l’AIBA (federazione mondiale sotto sospensione almeno sino ad agosto 2021 o, nel caso di mancato cambiamento totale del Comitato Esecutivo, fino a dopo Parigi 2024) alla World Boxing Association.
L’associazione governata negli ultimi 38 anni dalla famiglia Mendoza, la WBA dalla classifiche improbabili, dei pugili deceduti che continuavano a essere presenti nelle graduatorie, dei 42 campioni in 17 categorie, delle tasse pesanti, del caos tra i pesi massimi.

L’AIBA, sospesa dal Comitato Olimpico Internazionale, ed estromessa dai Giochi di Tokyo, per conflitti di interesse, situazione finanziaria debitoria, insufficiente gestione del settore arbitri/giudici, assenza di processi di governo chiari, si unisce alla WBA (colpevole di quanto scritto poche righe sopra) per “costruire qualcosa di eccezionale per lo sport e per i nostri atleti” (Moustahsane), “lavorare sodo per elevare la qualità della boxe al livello di appartenenza” (Mendoza).

Potete ingannare tutti per qualche tempo, o alcuni per tutto il tempo, ma non potete prendere per i fondelli tutti per tutto il tempo. (Abraham Lincoln)

 

 

I GORDINI presentato nella sua terra. In Romagna (Lugo e Cotignola)

Doppio appuntamento in Romagna per la presentazione del libro
I GORDINI
una fameja ad fénómen
Un padre e un figlio romagnoli.
Vite difese con coraggio, in guerra o sul lettino di un ospedale.
Meo è il figlio. Pugile grazie a un prete che legge il futuro, lascia per un terribile male. Oggi è un maestro di boxe che spiega la vita tirando cazzotti. Pronto a dare tutto sé stesso, pur di far diventare adulti i ragazzi che si affidano a lui. Un po’ filosofo, un po’ visionario. Studia le parole, le sue e quelle degli altri. Se gli piacciono, le scrive su grandi fogli che affigge alle pareti della Casa di Carta, la palestra al civico 88 della via Chiavica Romea.

Michele era il papà. Lo chiamavano Bucaza, forava sempre quando era in testa e così non vinceva mai. Sei Giri d’Italia e tre Tour de France. Un’avventura cominciata dopo aver speso tutti i risparmi per comprare una Romagna: bicicletta di seconda mano con le ruote di ferro e i copertoni con camere d’aria separate. Una sera del ’21, al Caffè Centrale di Cotignola, la sfida che gli avrebbe cambiato la vita. “Sono più veloce di quel cavallo di razza!“. Un km con partenza da fermo sul Canale Naviglio. Lui primo, il cavallo dietro.
Loro sono I Gordini, una fameja ad fénómen. Una famiglia di fenomeni.

Giovedì 2 luglio all’Hotel Ala d’Oro di Lugo di Romagna, ore 18:00, il primo incontro.
Ci saranno Meo Gordini, gli autori Flavio Dell’Amore (giornalista e scrittore) e Dario Torromeo (firma storica del Corriere dello Sport-Stadio e scrittore). Ospite d’onore Francesco Damiani, argento ai Mondiali e all’Olimpiade di Los Angeles ’84 tra i dilettanti, campione del mondo dei professionisti nei pesi massimi.
La manifestazione è patrocinata dal Comune di Lugo in collaborazione con la Boxe Lugo.

Il giorno dopo, venerdì 3 luglio, ci spostiamo di qualche chilometro.
L’evento è…
Con Meo
maestro di pugni
e di carezze
Avrà inizio alle ore 21:00 presso il Parco Rita Atria, in via Borsellino a Cotignola.
Qui proseguirà il racconto di una fameja ad fénómen.
Michele, mitico ciclista di sei Giri d’Italia e tre Tour de France, era l’idolo di casa. Meo, il figlio, prima pugile e poi maestro che insegna a vivere con i pugni e le carezze, è uomo di grande popolarità da queste parti.
Assieme a lui, ancora una volta gli autori Dell’Amore e Torromeo.
Come ricorda l’associaizione Primola, che assieme al Comune di Cotignola organizza la serata, per esserci bisognerà prenotare. Sono le regole del protocollo COVID.
Chi fosse interessato, dovrà scrivere una email all’indirizzo info@primolacotignola.it.

I GORDINI, una fameja ad fénómen, di Flavio Dell’Amore e Dario Torromeo. Edizioni Slam/Absolutely Free libri. 248 pagine, 15 euro.

Il calcio può permettersi di non rispettare le regole. E gli altri sport? Fermi

Guardando le prime partite di calcio in tv, dopo lo stop per la pandemia, ho scoperto che i calciatori possono tranquillamente violare norme che gli altri sportivi e i normali cittadini sono obbligati a rispettare.

Possono:
scambiarsi le magliette sudate a fine partita;
bere in due o tre dalla stessa bottiglietta d’acqua;
sputare anche senza rispettare la distanza sociale;
abbracciarsi dopo un gol, fino a creare simpatiche ammucchiate.

L’inizio gara è l’unico momento in cui il protocollo COVID viene rispettato.
Entrano prima gli arbitri.
Poi la squadra ospite.
Poi la squadra di casa.
Per evitare contagi, per impedire contatti. Dicono.

Ma quando l’arbitro fischia l’inizio del gioco, come direbbe Il Gladiatore, si scatena l’inferno. Tutto è concesso, tutto è permesso. Esattamente come nei giorni in cui di questo maledetto coronavirus non conoscevamo l’esistenza.

Negli occhi resta solo la comica, volgare ipocrisia dei saluti con i gomiti.
Almeno questa potevano risparmiarcela.

Leggo sull’ANSA: “Niente ripresa del calcetto e altri sport da contatto a livello amatoriale o di società sportive dilettantistiche. È questo, secondo quanto si apprende, il parere espresso dal Comitato tecnico scientifico (Cts). Relativamente alla possibile ripresa degli sport di contatto il Cts conferma che, “in considerazione dell’attuale situazione epidemiologica nazionale, con il rischio di ripresa della trasmissione virale in cluster determinati da aggregazioni come negli sport da contatto, debbano essere rispettate le prescrizioni del distanziamento e della protezione individuale“.

Non sono un virologo, né tantomeno uno scienziato. Quelli del Comitato tecnico scientifico per me esprimono verità assolute. Non ho sufficienti nozioni specifiche per permettermi di contestarli.

Loro dicono che con il rischio di ripresa della trasmissione virale in cluster determinati da aggregazioni come negli sport da contatto, debbano essere rispettate le prescrizioni del distanziamento e della protezione individuale.
E io ci credo.
Poi però mi ricordo quello che ci hanno ripetuto fino allo sfinimento, e mi viene un dubbio.
Ci hanno raccontato che ogni decisione sarebbe stata presa avendo bene in mente una priorità: LA SALUTE.
Ma la salute degli atleti nel calcio non è salvaguardata.
Ci sono più occasioni di contagio nei 90 minuti di una partita che in settimane di vita sociale.

Non discuto la legittimità delle regole, dei divieti. Le accetto, perché ho un senso di educazione civica che non mi permetterebbe mai di alzare il coefficiente di rischio degli altri solo per una mia convinzione.

Mi chiedo però: perché i calciatori possono ammucchiarsi a ogni calcio d’angolo, rotolarsi in gruppi di quattro/cinque in terra dopo un gol, bere dalla stessa bottiglietta, sputare a ripetizione anche in vicinanza di altri giocatori, scambiarsi magliette sudate e gli altri sport non possono neppure riprendere la loro attività?

Non mi meraviglio.
La pandemia ha solo confermato quello che già sapevo. Il calcio e i suoi lavoratori non appartengono a questo mondo. Per gli altri ci sono rigide regole, per loro i suggerimenti sono scritti sull’acqua.