I libri fantasma

Immagine

CI SONO tre modi per perdere i soldi: il gioco d’azzardo è il più veloce, le donne sono il più divertente, l’editoria è il più sicuro.” (mi dispiace, ma non conosco il nome della persona a cui attribuire questa verità).

In Italia si legge poco. E’ cosa nota, ma forse è meno noto il fatto che ogni anno escano circa 60.000 nuovi libri e che solo il 15% di questi venda più di cinquecento copie, a dirla tutta il 50% non ne vende una (autentici fantasmi, esistono solo perché qualcuno giura di averli scritti, ma nessuno in realtà li ha mai visti davvero). Più di un italiano su due non legge neppure un libro l’anno, solo il 14,5% legge più di un libro al mese. Sono 2.545.000 le famiglie del nostro Paese che non hanno un libro in casa. Un esordiente che riesce a vendere 800/1000 copie del suo libro è uno di successo.

Con la scrittura non ci si arricchisce. Il costo di copertina si perde in mille rivoli. Prendiamo un libro da 16 euro. Alla libreria ne vanno 4,8; al distributore 4,8; allo stampatore 2,4; l’Iva si prende 0,6 euro; l’editore 2,6. E lo scrittore? Mediamente 0,8 euro. Il compenso di un libro che vende il giusto è quindi vicino agli 800 euro. Ne vale la pena?

Si scrive per passione. E’ già difficile vedere pubblicato un proprio lavoro, vendere è quasi sempre un desiderio inappagato.

Se lavori con una piccola/media casa editrice è improbabile che la tua pubblicazione sia posta con la copertina visibile sugli scaffali delle librerie. Se pubblichi con una grande casa hai un mese di tempo per farcela. Poi arriveranno le novità ed il tuo bel libro scomparirà negli scaffali che mostrano solo il dorso al potenziale lettore.

Sono davvero pochi in Italia gli scrittori che vivono di questo lavoro.

Io, per fortuna, non devo andare avanti con i diritti d’autore. E trovo sempre un editore disposto a pubblicare i miei libri.

Se volete contribuire alla battaglia contro tutte le cifre che ho sopra esposto non dovete fare altro che entrare in una libreria, sfogliare il libro che ho scritto assieme a Franco Esposito (“I pugni degli eroi”, 436 pagine, 16 euro, Absolutely Free editore) prenderlo, solo se vi piace sia ben chiaro, andare alla cassa e pagare.

Poi, fatemi sapere.

 

Advertisements

E’ ora di svegliarsi

Immagine
 
SCUSATE la mia ingenuità, ma vorrei che qualcuno mi aiutasse a capire. Il Governo ha proposto una legge di Stabilità. Sino a qualche giorno fa il gruppo che ora è all’opposizione sotto il nome di Forza Italia era al fianco di Enrico Letta in quello che ironicamente (spero) avevano chiamato “il Governo delle larghe intese”. Erano quindi favorevoli alla legge. Ora che sono dall’altra parte dicono “Questa legge non merita la nostra fiducia.” Cosa ci sia all’interno della legge stessa conta poco, potevano anche essere tasse sulle formiche nane e tagli alla spesa dei cugini di campagna non avrebbe fatto differenza. L’unica cosa che contava era che Berlusconi (foto) non rischiasse il decadimento. Se avesse avuto quello che chiedeva non avrebbe abbandonato il Governo e i suoi uomini (e donne, per carità) avrebbero votato la fiducia alla legge. Non ce la faccio proprio a capire. Ma allora non è il contenuto di una legge quello che fa dire sì o no, ma il giudizio è dato a prescindere (come diceva Totò), dettato unicamente dai propri interessi e fregandosene se quella legge fa il bene del Paese o meno, se fa il bene del popolo o no. E noi stiamo ancora a discutere su chi votare e perché votare! Direte: ma te ne accorgi solo adesso? Io no, mi sa però che in molti non se ne sono ancora accorti.

Parisi, l’ultima stella

Immagine

Venticinque anni fa Giovanni “Flash” Parisi vinceva l’oro nei piuma ai Giochi di Seul. Il 25 marzo del 2009 il campione moriva in un incidente d’auto a poche centinaia di metri dalla sua casa di Voghera. Aveva solo 41 anni. Venerdì 29 novembre, alle ore 22:55, RaiSport 1 lo ricorderà con uno speciale del giornalista Davide Novelli.

GIOVANNI Parisi è stato l’ultima stella del pugilato italiano. Dopo di lui ci sono stati altri campioni, bravi pugili. Ma lui era diverso. Per vocazione ribelle, amava sentirsi alla guida del movimento. Ha guadagnato come pochi nella storia della nostra boxe. I pugili prendono pugni, non si può salire sul ring per due soldi. Lo ri­peteva in continuazione. Combatteva la sua battaglia e gli piaceva trascinare an­che gli altri nella guerra. La boxe è sem­pre stata la sua vita. L’esistenza, fuori dal ring, l’ha dedicata soprattutto alla mam­ma, Carmela. Al ricordo delle lotte che quella donna ha fatto per garantire un fu­turo ai suoi figli. Non ho conosciuto Parisi nel pro­fondo dell’anima, pochi ci sono riusciti, di lui fighter però penso di sapere quasi tutto.
Era una rarità per la boxe italiana. Aveva il pugno da knock out, merce rara dalle nostre parti. E così aveva vinto un’Olimpiade, quella di Seul 1988, mettendo giù quasi tutti i suoi riva­li. Li aveva stesi, ridotti alla resa, come aveva fatto con la bilancia. Arrivato in Corea per una serie di fortunate coinci­denze (la Federazione non aveva previsto la sua parte­cipazione, poi un altro az­zurro si era fatto male e lui l’aveva sostituito), aveva combattuto da peso piuma.
Impresa impossibile, pen­savano gli altri. Vinco l’oro, pensava lui. Una dieta pazzesca, una serie di match entusiasmanti ed era arrivato dove vole­va. Aveva pugno Giovanni, ma aveva an­che la testa. Il professionismo non era da affrontare a cuor leggero. E così lui ave­va fatto. Prima con Silverio Gresta, poi con Elio Ghelfi e nella storia dei trionfi finali con Salvatore Cherchi.
Ed era arri­vato due volte al mondiale. Prima nei leg­geri, poi nei superleggeri. Un’unica mac­chia, il match contro Julio Cesar Chavez. Era la sfida che avrebbe potuto cambiare il volto del pugilato italiano. Ma Giovan­ni non era riuscito a combatterla al me­glio. Una serie infinita di rinvii e lo stress che cresceva avevano generato l’incontro meno cruento della sua car­riera sul ring di Las Vegas.
Lui, campione che dava un segno speciale ad ogni match, usciva da quel mon­diale senza segni e con po­ca gloria.
Ma Giovanni non è stato certo solo quella notte nel deserto del Neva­da. É stato un grande, un campione che ha segnato la sua epoca e portato la boxe italiana in prima pagina (http://www.youtube.com/watch?v=oGLjn63HLo0).

Ha combattuto tante guerre e le ha vinte. Ha battuto Altamirano, Pendleton, Rivera, Fuentes. É andato anche a caccia di quel terzo mondiale che nessuno nella storia italiana aveva mai conquistato. Ma non ce l’ha fatta.

Uscito dalla boxe, Giovanni non è pe­rò riuscito a staccarsene. Nonostante la travolgenge passione che provava per Sil­via Hrubinova, la splendida modella slovacca che aveva sposato. Nonostante l’amore per i suoi tre bambini: Giovanni Carlos (che oggi ha 15 anni), Angel Sofia (8) e Isabel Carmela (6).

Il pugilato era sempre in cima ai suoi pensieri. E si era così lascia­to coinvolgere nell’organizzazione, nella creazione di una società, nell’ennesimo progetto di rilancio del pugilato italiano.
Lo ricorderò sempre con quel sorri­so sornione. Ti guardava e ti giudicava, Giovanni. Sembrava facile entrare nel suo mondo, era invece difficilissimo. É stato il campione della gente per tutta la sua carriera, durata 18 anni, dall’oro olimpico all’ultima sfida sul ring del Pa­lalido contro Frederic Klose nel 2006.
Un picchiatore che affascinava le folle. É stato l’ultimo eroe di una boxe che va lentamente sparendo. Quell’impatto fron­tale sulla tangenziale di Voghera, dove vi­veva, ha chiuso la storia di un uomo che non ha regalato solo un oro olimpico e due mondiali professionisti all’Italia della boxe.
Le ha anche dato dignità, quella che lui invocava per chiunque salisse su un ring. E per questo si è battuto sino a quando un tragico incidente ce l’ha portato via.

GIOVANNI PARISI era nato a Vibo Valentia il 2 dicembre 1967. E’ stato campione olimpico nei piuma ai Giochi di Seul 1988. E’ stato campione del mondo Wbo dei professionisti nei leggeri (1992/1993) e superleggeri (1996/1998). Ha disputato 47 match: 41 vittorie (29 per ko), 5 sconfitte, 1 pari. E’ morto alle 20:40 del 25 marzo 2009 in uno scontrto frontale sulla tangeziale di Voghera.

UNA VITA PIENA DI PUGNI

Immagine

(Lo so, l’articolo è lungo ed è di qualche tempo fa. Leggetelo come se fosse un romanzo, anche se è una storia vera. E’ stato scritto due settimane prima che Giacobbe Fragomeni vincesse il titolo mondiale Wbc dei massimi leggeri. Il 6 dicembre tornerà sul ring a Chicago per riprendersi quel titolo. Mi è sembrato giusto riportare in primo piano la sua storia.)

LA CASA è all’ultimo piano di un condominio, al centro della città di Formia. Patrizio suona più volte, Giacobbe viene ad aprire con l´aria assonnata. Entriamo. La porta del bagno è aperta, accanto alla lavatrice c’è una montagna di panni. In cucina due vassoi di dolci che scompaiono velocemente. Salvatore dorme ancora.

Patrizio Oliva è il maestro. Giacobbe Fragomeni il pugile. Salvatore Erittu lo sparring. Più tardi conosceremo Andrej Zaitzev, l’altro ragazzo che fa i guanti con Fragomeni.

Si preparano in fretta, saltiamo in macchina e ci andiamo verso il Centro Coni. Lì i ragazzi fanno la preparazione atletica. Giacobbe è alla guida di un fuoristrada e mi racconta tutto come se volesse liberarsi di qualcosa che lo opprime da troppo tempo.

Comincia così il racconto di una storia dura, violenta, ma che alla fine ci lascia dentro tanta speranza. Ha inizio con l’emigrazione al Nord di una coppia. Lui era di Reggio Calabria, lei di Miglianico in provincia di Chieti. Due vite con poche gioie e tante tragedie.

«La mia è stata un’esistenza difficile. Nicola, mio padre, beveva. Tanto. Era un alcolizzato. E quando beveva picchiava Rita, la mamma. Papà entrava e usciva di galera. Gli piaceva il gioco delle carte, ci ha lasciati con una montagna di debiti. Di soldi in casa ne entravano davvero pochi. Ero un ragazzino di 13 anni, un ingenuo. Pensavo che se avessi tolto il vino a mio padre lui non si sarebbe più ubriacato. E’ stato così che ho cominciato a bere. Non avevo capito che a lui bastava un bicchiere per trasformarsi. Allora ho deciso di ribellarmi, ho avuto degli scontri duri con lui. La notte mi svegliavo, sentivo che se la prendeva con mamma e io non potevo fare niente. Poi, qualcuno ha massacrato lui di botte. I dottori lo hanno curato, gli hanno prescritto delle medicine. Le mandava giù con il vino. Fino a quando, il 6 gennaio del 1990, è morto di cirrosi epatica».

I limiti di velocità danni fastidio a Giacobbe, che però (a fatica) li rispetta. Qualche giorno fa gli hanno tolto un punto dalla patente perchè aveva i fari antinebbia, la cosa non gli è andata giù e non vuole ripetere altre esperienze simili.

Entriamo nel Centro. Sediamo nella stanza degli svaghi. Un biliardino, un televisore, un paio di divani, qualche poltrona. Giacobbe si mette a cavallo del divano e prosegue il racconto.

«Ero a Sydney per l’Olimpiade del 2000, sono rientrato velocemente in Italia per vedere mia madre. Era a casa, stesa sul letto, stava male. Mi ha guardato, mi ha sorriso e se ne è andata, morta, per sempre lontana da me. Le tragedie da noi erano di casa. Una delle mille volte in cui sia mamma che mio padre erano ricoverati in ospedale, mia sorella Maria Letizia mi ha preso per un braccio e mi ha portato su una panchina nel giardino dell’istituto. Ci siamo seduti, mi ha guardato negli occhi e mi ha raccontato una terribile verità.

Giacobbe, io sto morendo”

“Ma cosa dici?”

“Ho l’HIV”

Pochi giorni dopo, il 5 agosto, anche lei se ne è andata. Una dose tagliata male l’aveva uccisa. Il 5 novembre del 2005 è nata mia figlia, l’ho chiamata Letizia Maria».

Patrizio ascolta attento un racconto che conosce molto bene. Lui è amico, quasi un fratello di Giacobbe, non solo l’allenatore. Dondola leggermente sulla poltrona e accompagna la storia con qualche precisazione.

Fragomeni entra in una nuova tragedia.

«Vivevamo nel quartiere Stadera di Milano, in via Barilli, lì le prime persone che incontravo uscendo di casa erano gli spacciatori. C’erano altri mondi paralleli. La prostituzione, la delinquenza comune. Ma la droga era la numero uno. Ho cominciato a farmi qualche canna. Non mi faceva pensare a quello che accadeva in casa, ai problemi che avevamo. Vivevo nel tormento. Ogni volta che sentivo il suono di un’ambulanza, pensavo che stesse andando a prendere mamma. Mi drogavo per dimenticare, poi è cominciato a piacermi. Così sono passato agli acidi, alla cocaina, all’eroina. Non mi sono mai bucato, ma ho provato tutto quello che c’era. Vivevo sempre fuori casa. Camminavo come un sonnambulo, chiedevo elemosina».

Era un ragazzo perso quando Nando Mazzotta, un amico, l’ha convinto ad accompagnarlo in palestra. La “Doria” di Ottavio Tazzi, detto “il nonno”, a San Babila. Era l’aprile del 1990, Giacobbe Fragomeni aveva 21 anni.

«E’ un grande “il nonno”. Come uomo e come maestro. Mi ha fatto innamorare di questo sport. Avevo capito che solo lo sfinimento fisico che la boxe riusciva a darmi, poteva aiutarmi ad uscire dal buco nero in cui mi trovavo. Mi sono disintossicato. Sei mesi dopo ho chiesto a Tazzi di combattere. Ricordo ancora il suo sguardo. Ero goffo, grasso, inesperto. Mi ha detto tutto questo solo guardandomi negli occhi. Ma a fine 1992 ero a Sanremo per disputare la finale dei campionati italiani contro Cantatore».

Abbiamo fatto un salto in avanti nel tempo. Per riallacciare i fili del discorso aspettiamo che Giacobbe finisca gli esercizi, la preparazione atletica. E’ quando lo stiamo accompagnando a casa che la storia riprende il suo corso naturale.

«Avevo capito che se volevo raggiungere il mio obiettivo, uscire fuori dalla droga, la boxe doveva essere la cura. Da quel momento ogni azione della mia vita ha avuto un’unica finalità: fare il pugilato. Tutto ruotava intorno a questo. Ogni volta che tornavo a casa dalla palestra, ritrovavo le stesse tentazioni. Ma non ce la facevo più a veder soffrire mia mamma. Ero disposto a qualsiasi sacrificio. E così nella ricerca del lavoro avevo una priorità assoluta: andava bene tutto quello che mi avrebbe lasciato il tempo per allenarmi. Ho fatto l’asfaltista. Mi alzavo alle 3 del mattino, alle 4 ero al lavoro. Andavo avanti fino alle 5 del pomeriggio, facevo i doppi, tripli turni. Dormivo nell’ora che l´autobus impiegava a portarmi dal lavoro alla palestra. Poi ho trovato un posto di aiuto cuoco. Lì le cose andavano meglio, facevo il doppio turno, ma lavoravo dalle 6 di mattina alle 4 del pomeriggio. Pulivo la cucina, mettevo a posto il ristorante, preparavo gli ingredienti. L’Osteria del Treno, vicino alla stazione centrale di Milano, era diventata la mia casa. Alla fine ho trovato il posto giusto. Sono stato ingaggiato come body guard di una discoteca. Lavoravo di notte, il giorno mi allenavo. Dal 1998 faccio solo il pugile».

Dopo aver riposato qualche ora, Giacobbe torna in pista. Si va a Cassino, nella palestra dove fa i guanti con Zaitzev ed Erittu. Oliva detterà i ritmi dell’allenamento. Con Patrizio il legame di Fragomeni è davvero forte.

«Mi ha visto combattere a Chicago in una sfida Campania-Stati Uniti. Io non c’entravo niente, ma Aurino aveva rinunciato ed ero l’unico che in quel momento poteva sostituirlo. Patrizio ha capito subito che c’era del buono in me. E mi ha portato in nazionale. Con lui al fianco il 26 maggio 1998 ho vinto a Minsk l´europeo dilettanti. Ho battuto un bielorusso a casa sua e davanti al suo presidente della Repubblica. Ho preso l’argento in Coppa del Mondo, l’oro ai Giochi del Mediterraneo. Patrizio è stato la svolta della mia vita. Ogni volta che penso a come sia passato da drogato di sostanze stupefacenti a drogato del pugilato, so di dovergli tanto. Quel titolo europeo è stato finora il momento più bello della mia carriera. Mamma ha visto il video del match centinaia di volte. Era orgogliosa di me, di come era uscito dal brutto giro».

Quattro riprese di guanti con Zaitzev e quattro con Erittu. La forma di Giacobbe cresce, il ritmo aumenta. Colpi duri, sudore che brilla sul corpo. Fatica, sacrificio. Il pensiero è solo per il match del 24. Il mondiale dei massimi Wbc leggeri contro il ceco Rudolf Kraj a Milano. Quando l’allenamento è finito, il racconto si arricchisce di un altro momento drammatico.

«Il 5 novembre del 2002 combattevo contro Milutinovic, dopo aver portato un montante al fegato ho subito il distacco del tendine. Ho finito il match cambiando guardia. In ospedale mi hanno detto che avevo il tendine del braccio sinistro spaccato e che la mia carriera era finita. Poi mi hanno sottoposto ad un intervento da record. Per la prima volta in Europa si operava un trapianto del tendine. Sei ore sotto i ferri, così almeno ricordo, ma forse sono state anche di più. I professori Dario Quattrocchi e Mirco Buzzetti sono stati eccezizonali. Ma dopo l´intervento mi sono ritrovato assai vicino al buco nero della mia vita. Avevo sentito un altro brivido di paura solo dopo la morte di mamma».

Prende fiato Giacobbe. Negli occhi scorrono veloci le immagini di quei momenti brutti. Ma dura solo un attimo.

«Patrizio dice che il mio motto è “mi piegherò ma non mi spezzerò” . Ho avuto paura di tornare indietro, di non essere capace di reagire. Ma poi ho capito che è più facile lasciarsi andare che reagire. La mia vita è sempre stata una lotta, mi ero battuto tanto e non avevo intenzione di cedere. Avevo già dato. Sei mesi dopo l’operazione ero nuovamente sul ring. A combattere. Come ho sempre fatto».

Fragomeni mi riaccompagna verso la stazione. Sorride quando mi pone l’ultima domanda.

«Non mi hai chiesto cosa mi fa paura della boxe».

-Cosa mi avresti risposto?

«Smettere».

L’IMPICCIO SPAGNOLO

Immagine

L’11 NOVEMBRE è stato concesso il nulla osta a un pugile spagnolo, Angel Lorente Sanchez, per un match professionistico: il titolo Wbc del Mediterraneo contro Ali Hallab, disputato in Francia il 15 novembre (e vinto dal francese). La data è posteriore a quella (21 ottobre 2013) in cui il presidente federale Galan (foto) ha rassegnato le dimissioni da World Boxing Council ed European Boxing Union (di cui era rispettivamente segretario internazionale e membro dell’Esecutivo). Questo vuol dire che la Spagna continua a frequentare il mondo del professionismo. Ma vuole anche dire che all’interno di quella Federazione c’è una grande confusione!

Sembra che Antonio Martin Galan sia convinto che il suo intendimento sia stato mal interpretato. Che le cose stiano così, ma non esattamente così. Che vorrebbe smentire chi lo ha frainteso. Ma, esattamente, cosa vorrebbe smentire?

E’ il presidente della Federazione Spagnola? Sì.

Ha dato le dimissioni dall’Ebu? Sì.

Ha dato le dimissioni dal Wbc? Sì.

Ha detto e scritto che vuole rispettare solo le regole Aiba? Sì.

Ha detto e scritto che per lui esiste solo il dilettantismo? Sì.

Il signor Galan afferma che non vuole più avere niente a che fare con il professionismo, ma che la Federazione di cui è a capo continuerà a farne parte.

Nel primo capoverso della lettera inviata al World Boxing Council, il dirigente iberico scrive testualmente: “Sono totalmente votato al pugilato dilettantistico e la mia recente elezione a presidente della Federazione Spagnola di Pugilato non è compatibile con la mia appartenenenza a qualsiasi organizzazione professionistica di boxe, in accordo con i regolamenti dell’Aiba.

Quando scrive “non è compatibile con la mia appartenenenza a qualsiasi organizzazione professionistica di boxe”, intende l’intero mondo del professionismo? Dimentica forse che la Spagna che lui dirige appartiene anche a quel mondo del professionismo che lui stesso ha abiurato?

Sul sito federale iberico si legge: “Alla luce dei recenti sviluppi e seguendo le raccomandazioni dell’Aiba, il nostro presidente ha interrotto i rapporti con il World Boxing Council e l’Ebu, enti dedicati alle organizzazioni professionistiche di pugilato.

E allora perché un pugile spagnolo ha disputato un campionato del Wbc?

Il signor Galan afferma che lui (cioè il presidente della Federazione spagnola) si è dimesso da Wbc/Ebu e non vuole più avere niente a che fare con il professionismo in osservanza delle regole Aiba, ma che la Federazione continuerà a farne parte come se niente fosse. Scinde se stesso in due entità. Ma l’una non può prescindere dall’altra.

Anche perché è come presidente che ha detto e fatto tutto questo (“la mia recente elezione a presidente della Federazione Spagnola di Pugilato non è compatibile…”).

Se il cittadino Martin Antonio Galan avesse rassegnato le dimissioni e condannato il mondo del professionismo extra Aiba, nessuno se ne sarebbe accorto.

Faccio un esempio per essere ancora più chiaro.

Io sono il presidente della Federcalcio Italiana, un bel giorno affermo pubblicamente che sono contrario al professionismo e presento le dimissioni ufficiali dalla Fifa con tanto di lettera intestata. Ma resto presidente della Federazione Italiana e dico che la stessa continuerà ad essere membro Fifa e parteciperà alle sue competizioni, europei e mondiali inclusi. Vi sembrerebbe normale e, soprattutto, vi sembrerebbe possibile?

Come posso io essere il presidente di un’associazione di cui non condivido il comportamento?

E ancora. Come fa Galan ad avallare l’attività professionistica della sua Federazione? Come fa a permettere che si concedano nulla osta che consentono ai suoi pugili di partecipare a un campionato Wbc/Ebu, enti da cui si è dissociato non riconoscendone nè l’autorità nè il campo di interesse?

E come si giustificherà con la stessa Aiba che vieta qualsiasi contatto, quasi si tratti di appestati, con ogni organizzazione professionistica?

Il grande male del pugilato, non lo scopro certo io, sono i dirigenti. E questo caso ne è l’ennesima conferma.

Sarebbe bastato rifiutare la presidenza nazionale per evitare la contaminazione con il virus pestifero del professionismo. E invece no. Resta presidente e si dimette da Wbc/Ebu come individuo, ma contemporaneamente afferma che la Federazione che dirige continuerà a lavorare con entrambe le associazioni.

Ma per favore!

Ho chiesto a personaggi che stimo e che conoscono molto bene l’ambiente pugilistico mondiale di aiutarmi a capire questa assurdità. Ci hanno provato, non ci sono riuscite.

Non potrò mai capire come si possa affermare di non volere avere niente a che fare con il professionismo e si possa allo stesso tempo dirigere una Federazione che continua a farne parte. “La Spagna resta nelle organizzazioni internazionali, ma con membri che non hanno diritto di voto” mi è stato detto. Peggio ancora. Come si può passivamente accettare che l’Ente che dirigi perda ogni “potere contrattuale”?

A voi sembra normale tutto questo?

(http://www.boxeringweb.net)

Tyson è in vendita

Immagine

MIKE TYSON è tornato a vendere se stesso. Per fare soldi con l’autobiografia ha mostrato il peggio di sé. A Broadway, con la regia di Spike Lee, aveva messo in scena la sua vita. Ora ne racconta il male estremo. Quello che stupisce e indigna, quello che avrebbe dovuto fare diventare il libro un bestseller.

Ha ripreso i panni e l’anima del pugile maledetto. Chissà se ha anche ripreso a camminare come faceva a Brownsville, quando strascicava i piedi, dondolava le spalle, aveva il berretto nero calato su due occhi che ti guardavano minacciosi. Si muoveva tra case diroccate e uomini distrutti dalla droga, lì dove si sentiva padrone del mondo.

«Da bambino ho sempre desiderato diventare un duro. I duri sono capaci di qualsiasi atrocità. Ma hanno anche la dignità di guardare negli occhi i loro assassini senza tremare

Chissa se è tornato a parlare il linguaggio del ghetto. Insulti che si sostituiscono alle parole.

«They’ve put a muzzle on me», mi hanno messo la museruola.

Chissà quali delicatezze gli avranno impedito di raccontare. Magari voleva ricordarci, come ha fatto una volta con il Las Vegas Sun, che lui potrebbe riempire il Madison Square Garden anche solo impegnandosi in un’esibizione di sesso solitario.

Si è sentito per lungo tempo un perseguitato.

«Sono un agnello da dare in pasto ai leoni. Quando i giornalisti scrivono dei vecchi campioni che avevano una fila di donne davanti allo spogliatoio, li chiamano eroi. Quando parlano delle stesse cose, ma il campione sono io, mi chiamano pervertito. Tutti mi odiano. Lo credo sinceramente, perchè nessuno può punirmi più di quanto non faccia io. Non sono ancora morto, ma mi sento come se vivessi all’inferno.»

E’ per questo che aveva da tempo annunciato un libro su stesso, l’avrebbe scritto per raccontare la verità. La sua. Ora l’ha fatto.

Deve essersi detto: sono tutti convinti che io sia il male, e allora che si scontrino con la violenza del ghetto. Per lui non è certo una fatica. Ha imparato a difendersi ed a difendere i suoi cari con rabbia animalesca.

«Avrei potuto essere uno della mafia. Quando sono dalla tua parte, sono pronto a darti la mia vita. Ma se qualcuno non rispetta me o la mia famiglia, non ci sono altre soluzioni: o muore lui, o muoio io».

Nello stesso momento in cui pronunciava queste parole si sentiva una sorta di eroe moderno, uno capace di guardare in faccia la morte senza avvertire la minima paura.

Cito Francis Scott Fitzgerald: “Show me a hero and I’ll write you a tragedy“, mostratemi un eroe e scriverò una tragedia.

E’ cresciuto troppo in fretta. A 20 anni era già campione del mondo.

«Bill Cayton e Jimmy Jacobs dovevano finire in prigione per avermi portato al titolo. Pensavo di essere diventato un uomo, ero solo un bambino».

Un perseguitato, sì un perseguitato.

«Babe Ruth è stato peggiore di come io avrei mai potuto essere. E io lo amo per questo

Tyson quando indossa i panni del cattivo non recita. Interpreta solo se stesso. Quello che, prima del match con Tyrrell Biggs (nell’ottobre del 1987), diceva: «Voglio spaccargli il naso e ficcargli le ossa nel cervello.»

Programmino interessante.

Anche Muhammad Ali, di cui ricordiamo sempre e solo il bene dimenticando che anche lui ha dei peccati da farsi perdonare (Malcom X e Joe Frazier, fossero vivi, potrebbero raccontarvi quali e quanti), non ha avuto paura di mostrare al mondo la sua vera anima. Era il 1996 quando un uomo con il braccio scosso da angoscianti tremolii accendeva il tripode dei Giochi di Atlanta. L’eroe che ci aveva affascinato con la parola e l’eleganza dei gesti, era diventato l’ennesimo schiavo del morbo di Parkinson. Ma non per questo si era nascoto. Muhammad Ali non aveva paura di mostrarsi. Quello era coraggio.

Anche Mike Tyson non conosce questa paura. Peccato che per vendere un libro sia disposto a mettere in mostra solo il peggio di se stesso.

Sono d’accordo con Paul Hayward, giornalista de The Telegraph, quando scrive: “A Tyson è rimasta una sola cosa da vendere, la sua sopravvivenza.”

Può continuare a giocarsela, sfidando ogni pronostico.

Le regole calpestate

Immagine

MI PIACE il calcio, guardo regolarmente le partite in Tv. Mi è capitato in più di un’occasione di chiedermi se il regolamento fosse stato cambiato e non me ne fossi accorto. Così sono andato a dare un’occhiata al sito dell’Associazione Italiana Arbitri.

E ho scoperto alcune cose interessanti.

Riporto testualmente, in neretto e tra virgolette, le norme tuttora in vigore.

“Il capitano di una squadra ha il diritto di contestare le decisioni

dell’arbitro?

No. Né il capitano, né gli altri calciatori hanno il diritto di protestare contro le decisioni dell’arbitro.”

Ma come, non c’è fischio che non sia seguito da urla, sceneggiate, spesso insulti da parte dei calciatori e nessuno dei direttori di gara è in grado di far rispettare questa semplice norma?

“Al portiere non è consentito mantenere il controllo del pallone tra le mani per più di sei secondi. Nei sei secondi sono compresi anche quelli in cui fa rimbalzare il pallone sul terreno o lo lancia in aria per calciarlo”

Pensate sia necessario prendere un cronometro per dimostrare come quasi sempre questa regola venga tradita?

 “L’arbitro lascia proseguire il gioco fino a quando il pallone cessa di essere in gioco se, a suo giudizio, un calciatore è solo lievemente infortunato”

Questa norma dovrebbero leggerla, stamparla e tenerla sul letto, sul comodino, in cucina e al bagno tutti i giocatori. Forse imparerebbero che è inutile, oltre che scorretto e punibile con sanzioni disciplinari, dare fuori da matti ogni volta che un loro compagno va giù e gli avversari non calciano il pallone oltre la linea del fallo laterale.

“Un calciatore non è autorizzato a ricevere cure sul terreno di gioco;

dopo che l’arbitro ha autorizzato i sanitari ad entrare sul terreno di gioco, il calciatore deve uscire dal terreno di gioco in barella oppure a piedi; se un calciatore non rispetta le istruzioni dell’arbitro, deve essere ammonito per comportamento antisportivo;

Eccezioni a queste disposizioni sono ammesse solo in caso di:

• infortunio di un portiere;

• scontro tra un portiere ed un calciatore per i quali si rendano necessarie cure immediate;

• scontro tra calciatori della stessa squadra per i quali si rendano necessarie cure immediate;

• infortuni gravi”

Ripetizioni e uso della lingua italiana a parte, sarebbe la norma che sancirebbe la fine della “spugna magica” di una volta, dello “spray miracoloso di oggi”. Peccato che quasi nessuno la rispetti.

“Agli arbitri si rammenta di intervenire prontamente e con fermezza nei confronti dei calciatori che trattengono l’avversario, in particolare all’interno dell’area di rigore in occasione di calci d’angolo e di calci di punizione.

In queste situazioni l’arbitro deve:

• richiamare verbalmente ogni calciatore che trattiene un avversario prima che il pallone sia in gioco;

• ammonire il calciatore se continua a trattenere l’avversario prima che il pallone sia in gioco;

• accordare un calcio di punizione diretto o di rigore ed ammonire il calciatore se ciò avviene dopo che il pallone è in gioco.”

Se le cose andassero veramente così, non ci lamenteremmo per tutti i rigori subiti ogni volta che usciamo dai nostri confini.

“Se un difensore comincia a trattenere un avversario all’esterno dell’area di rigore e continua a trattenerlo all’interno dell’area di rigore, l’arbitro accorderà un calcio di rigore.”

Questa è una regola che dovrebbero tenere a mente soprattutto i giornalisti, i signori del “ma il fallo è cominciato fuori”.

Chiudo sottolineando come nel calcio si sia perso il senso della realtà.

Prendiamo il comunicato del Giudice Sportivo della Serie A del 18-19-20 ottobre scorso.

“Letta la relazione dei Collaboratori della Procura federale relativa alla gara Soc. Roma – Soc. Napoli ove, tra l’altro, si riferisce che “i sostenitori della Società Roma scandivano il coro – lavali, lavali col fuoco o Vesuvio lavali col fuoco – nelle seguenti occasioni ed in maniera sempre udibile dal centro del campo: alle ore 19,20; 19,28; 19,50; 19,55; 20,26; 20,36; 20,45 e 20,47 dal settore Curva Nord; alle ore 19,28; 20,13; 20,45 e al 30° del secondo tempo dal settore Curva Sud: sempre i sostenitori della Roma, dai settori Curva Sud e Curva Nord alle ore 20,38 scandivano in maniera udibile dal centro del campo il coro – Napoli m…., Napoli colera sei la vergogna dell’Italia intera”. In ripetute occasioni la tifoseria napoletana rispondeva con cori “Romani b……. -”.

Mi chiedo: è più offensivo, violento e volgare “lavali, lavali col fuoco o Vesuvio lavali col fuoco” o la parola “merda” (ridotta a m… nel referto)?

E poi sarei curioso di sapere cosa sia quell’aggettivo che comincia con la b. Birbanti?

Terzo dubbio: sono stati diligentemente annotati dodici cori negativi in 48’, non era il caso di fare qualcosa di più che annotarli sul taccuino?

Balotelli, dove è l’errore?

Immagine

MARIO Balotelli è un ragazzo che dovrebbe quotidianamente inginocchiarsi sui ceci e ringraziare il cielo per la fortuna che ha avuto. In Italia il tasso di disoccupazione giovanile ha toccato il 42%, il salario medio degli under 25 è di 823 euro mensili. Lui guadagna cinque milioni l’anno giocando al calcio. Dovrebbe farsi venire i crampi a forza di saltare per la gioia. E invece sembra perennemente incazzato col mondo, in lite anche con la sua ombra. Sette giovani su dieci pensano che l’unica soluzione di lavoro sia all’estero. Anche lui sembra essere dello stesso avviso. Dove è l’errore?

Galliani unico fuoriclasse del Milan

constant

LO CONFESSO: sono un milanista che agisce sotto copertura. Nel senso che non è facile essere del Milan alla Garbatella, quartiere di Roma. Qui l’unico verbo è quello di Totti, anche i laziali sono in minoranza. Figuratevi i milanisti. Ma da infiltrato riesco comunque a guardare in faccia la realtà, cosa che sembra non riesca invece a fare Barbara Berlusconi.

Vuole tornare ai fasti del passato e pensa che la soluzione per riuscirvi sia l’esonero di Adriano Galliani.

Nelle ultime due stagioni il Milan non ha speso poco, ha speso male”, dice lei.

Nelle ultime due stagioni il Milan ha venduto Ibrahimovic e Thiago Silva. Dico io.

La formazione che ha affrontato la Fiorentina vedeva in campo: Gabriel; Abate, Zapata, Zaccardo, Constant (foto); Muntari, Montolivo, De Jong; Birsa, Kakà, Balotelli. E quando servivano rinforzi sono entrati Saponara e Niang.

Tanto per rinfrescare la memoria a colei che i giornali chiamano Lady Barbara, le ricordo tre formazioni, senza andare molto indietro. E tutte di epoca Silvio Berlusconi presidente.

Il Milan di Sacchi: Galli; Tassotti, Costacurta, Baresi, Maldini; Donadoni, Ancelotti, Rijkard, Evani; Van Basten, Gullit.

Il Milan di Capello: Rossi; Panucci, Costacurta, Baresi, Maldini; Donadoni, Albertini, Desailly; Boban, Savicevic, Weah.

Il Milan di Ancelotti: Dida; Cafu, Nesta, Stam, Maldini; Gattuso, Pirlo, Seedorf; Kakà, Inzaghi, Shevchenko.

Notate le differenze?

Negli ultimi anni il Milan ha deciso di comprare giocatori di nome solo tra gli attaccanti. Non sarà mica perché rendono di più in pubblicità? Con una difesa che balla, al punto da subire quasi due gol a partita, l’investimento più grande (11 milioni) è stato fatto per l’acquisto di Matri.

In quanto ai soldi, l’ultima campagna acquisti è stata chiusa con un passivo di 11 milioni. Ma la precedente, comprensiva dell’arrivo di Balotelli, ha riportato un attivo di 37 milioni derivanti soprattutto dalle cessioni di Thiago Silva (42 milioni), Ibra (20) e Pato (15). Non mi sembra che ci si possa lamentare di una cattiva gestione del bilancio. Una volta, i soldi presi il Milan li reinvestiva.

Dopo undici giornate la squadra è a 10 punti dalla zona Uefa, sedici dalla zona Champions. In compenso è a tre punti dalla zona retrocessione. E con quei fenomeni di attaccanti è riuscito a fare diciassette gol. Sei squadre hanno realizzato di più, una ha lo stesso numero di reti.

Si comincia, come è costume del calcio italiano, a indicare Allegri come la radice di tutti i mali. Le colpe del tecnico sono quelle di avere avallato con la sua conferma (dopo una disdicevole vicenda con la Roma) una rosa che dovrà lottare con tutte le forze per non retrocedere.

Balotelli, che di questa squadra doveva essere il faro, ormai gioca soprattutto per se stesso.  “Vuole andare via”, dicono quelli che gli sono vicini. Ma fatemi il piacere!

Allegri, colpa questa sì da dividere con Galliani, dà l’impressione di non avere più in pugno la squadra. E questo fa sentire sicuri e privi anche del minimo senso di colpa i giocatori. Questo è un errore, non la campagna acquisti. Galliani nel suo complesso è un dirigente di valore assoluto, l’unico fuoriclasse che al momento il Milan possa schierare. Non è simpatico? Come disse una volta Fabio Capello: “Io devo essere bravo ad allenare, devo vincere non far ridere.

Lady Barbara dia un’occhiata ai nomi del Milan di oggi, poi ripassi le formazioni (e i bilanci) di ieri. Quando avrà finito, guardi qualche filmato di Ibrahimovic in campionato e Coppa col Paris St Germain e poi ci risentiamo.

La mia squadra ha un organico da media/bassa classifica. Il posto che attualmente occupa. Non vedo perché scandalizzarsi solo all’undicesima di campionato.

La Tv, da testimone a padrona

Immagine

NEGLIi anni Trenta la Radio chiedeva un contributo economico alle società di calcio per coprire le spese di produzione, le prime partite in televisione erano un servizio che lo sport dava alla Rai e non viceversa. Oggi Infront, l’advisor della Lega, ha offerto 5.490 milioni di euro per i diritti televisivi dei prossimi sei anni.

La Tv ha cambiato radicalmente la sua veste nello sport. Inizialmente era il mezzo per godere dello spettacolo, recitava il ruolo di testimone oculare dell’evento, portava l’avvenimento nelle case degli italiani. Oggi si è trasformata in ragione di vita per lo sport che, senza di lei, rischia di chiudere i battenti.

Lo stesso calcio ne è schiavo. Il 75% del fatturato dell’industria del pallone viene infatti dai diritti televisivi.

Ma in questo caso il rapporto è bilaterale, almeno fino a quando non si rischierà di far saltare il banco.

Sono oltre 23 milioni gli italiani interessati al pallone, quasi cinque milioni gli abbonati delle pay per view per questo sport. Un bacino di utenza che sta facendo pensare addirittura alla creazione di una televisione della Lega. Esperimento comunque difficile e rischioso. Un tentativo, datato dieci anni fa, è naufragato dopo meno di una stagione. In Europa soltanto l’Olanda ha in piedi una tv di questo tipo. In Italia sarebbe tutto molto più complesso. Venti soci in perenne disaccordo tra loro, divisi in almeno due fazioni. Il 15% degli stessi soci cambierebbe ad ogni fine campionato per effetto del meccanismo restrocessioni/promozioni. Una gestione dunque quanto mai rischiosa.

Sono stati commissionati studi di fattibilità, i risultati hanno evidenziato come i costi di avviamento sarebbero tra i tre e i cinque milioni. E come 1,9 milioni di italiani sarebbero disposti a sottoscrivere l’abbonamento, mentre 3,7 milioni sarebbero pronti a lasciare Sky e Mediaset nel caso in cui non avessero più la Serie A.

Un colpo mortale per le due pay per view che negli ultimi tre anni hanno versato nelle casse di Infront rispettivamente 560 e 270 milioni a stagione.

Il calcio vive di diritti, non avrebbe vita senza quei soldi.

Come non ha più vita la boxe. Il pugilato presenta nella sua storia momenti esaltanti legati alla televisione: Loi-Ferrer, 29 novembre 1955, è stato l’evento più visto dell’anno per una Rai che aveva da poco inaugurato le trasmissioni. E, tanto per passare a tempi più vicini, Oliva-Gonzalez (10 gennaio 1987) trasmesso attorno alle 22 da Rai 1 ha raccolto quasi dieci milioni di telespettatori. I match di Gianfranco Rosi (anni Ottanta, inizio anni Novanta) oscillavano tra i 4 e i 5,5 milioni. La stessa Fininvest nel momento in cui ha deciso di lanciarsi nel mondo dello sport, accanto al calcio ha disegnato un ruolo da protagonista per tennis e pugilato.

Da qualche tempo le televisioni non sono più vicino alla boxe. E questo sport sta morendo.

Il tennis, stanco di vedersi trascurato dai grandi network, ha creato una sua televisione federale. Oggi Supertennis ha i diritti per le partite della Davis in diretta e della FedCup in differita. In più trasmette in diretta i tornei Master 500 del circuito Atp. Ed ha numeri in continua crescita.

La grande rivoluzione dello sport in tv ha tre date fondamentali.

28 luglio 1976, quando con la sentenza numero 202 viene legittimato il monopolio Rai, ma allo stesso tempo è consentita ai privati la trasmissione via etere di partite non eccedenti l’ambito locale (due anni dopo le televisioni private in Italia sarebbero diventate 434!).

Dicembre 1980/gennaio 1981, quando Canale 5 con un’offerta di 900.000 dollari (centocinquantamila in più dell’Eurovisione) compra i diritti del Mundialito in Uruguay, lasciando alla Rai solo le partite dell’Italia.

Primavera 1981, quando la Fininvest organizza in proprio il primo Mundialito per Club.

Poi sono arrivate Telepiù, Stream e infine Sky (nata dalla fusione delle prime due).

Da testimone a padrona dello spettacolo. La televisione ha cambiato il panorama sportivo. Nel mondo ha dettato luoghi e orari anche di grandi manifestazioni. La finale dei 100 metri all’Olimpiade di Seul (disputata alle ore 13:30 per far contenta la NBC, la televisione americana che aveva versato 300 milioni di dollari per l’acquisizione dei diritti) è stata lo spartiacque.

Oggi andare in televisione per uno sport, calcio compreso, è diventato obbligatorio se vuole continuare a vivere. Questa consapevolezza ha portato i gestori di questa attività a cedere a ogni richiesta. Le telecamere sono entrate negli spogliatoi a pochi minuti dall’inizio di una partita, i campioni si concedono in esclusiva sempre più spesso solo alle tv, il campionato di Serie A si è trasformato in una telenovela che dura tre giorni. Dal sabato al lunedì.

Una volta si giocava tutti alle 14:30 della domenica e le partite teletrasmesse erano tenute nascoste fino a un minuto prima della messa in onda del solo secondo tempo.

Un’altra epoca. Il progresso non deve lasciare nostalgia del passato. Ma mi rende un po’ triste pensare che a dettare i gusti, approfittando delle nostre passioni, siano altri. Lo sport è sentimento, subire una partita alle 12:30, una giornata di campionato diluita in tre giorni, vedere morire uno sport storico come il pugilato, farsi gestire la programmazione di un evento magico come l’Olimpiade da chi ha in mano i soldi e detta da solo le regole, mi fa male.

Ma forse sono semplicemente fuori sintonia con il tempo in cui vivo.