Ricordo di Daniele, giornalista che tutti volevamo per amico…

Leggo su Facebook un post di Alessandro FiIlippini, scuola Gazzetta dello Sport, e mi sento in colpa. Mi sono dimenticato di scrivere due righe su un amico/collega che se ne è andato via per sempre l’ultimo giorno del 2017. Sarà perché Daniele Redaelli è sempre presente nella mia testa, al punto che a volte mi viene voglia di chiamarlo e solo in quel momento realizzo che non posso farlo più.
Ma non devo accampare scuse, le due righe devo scriverle, come del resto faccio ogni anno per un altro compagno di trasferte e di risate con cui ho diviso gran parte della mia vita, Teo Betti del Messaggero. È un atto di egoismo più che un omaggio ai vecchi compagni di avventura. Sfrutto l’occasione, almeno una volta l’anno posso tornare a parlare con loro.
E allora mi dico che un pezzo d’annata piacerebbe anche a Daniele, perché a lui piaceva qualsiasi cosa fosse scritta con il cuore, non importava quando e dove fosse stata pubblicata.
Ecco, questo è quello che ho sentito nell’anima il giorno dopo la sua morte, quello che ho scritto l’1 gennaio del 2018.

Hanno scritto tanto su di te, amico mio. Ho letto tutto e mi sono detto: li hai stesi. Hanno detto solo belle cose, nessuno ha osato scrivere una parola che non fosse vera. Non c’è stato capoverso che non fosse sincero. Niente retorica o ipocrisia, solo ritratti che ti ricordavano così come eri, Daniele. Un tipo pacioso e focoso, uno a cui ho sempre invidiato una particolarità. Eri l’interlocutore perfetto. Mi facevi venire la voglia di chiamarti ogni volta che avevo dentro una domanda, a cui non riuscivo a dare una risposta.
Negli ultimi tempi ti ho sentito più spesso al telefono di quanto non ti abbia visto di persona.
Siamo stati compagni in più di una trasferta e colleghi nella progettazione, assieme a Gianfranco Colasante ex Coni, del Museo della Boxe che è stato aperto in febbraio a Santa Maria degli Angeli. Non sto qui a parlare di competenza, parlo di passione. Amavi il pugilato, ma soprattutto amavi i pugili. Lo vedevo quando gli parlavi, li guardavi con gli occhi del papà. Ti sembravano tutti bravi, anche i più scarsi.
Sul giornale non facevi sconti. Davi ai protagonisti dello sport quello che meritavano.
Agli amici invece, nella vita, davi sempre più di quanto loro non dessero a te.
E come un boomerang quel testimone è tornato a casa. Ho letto cose bellissime in tua memoria, Daniele Redaelli. Ed erano tutte vere.
Avevi 65 anni, quaranta dei quali trascorsi alla Gazzetta dello Sport. Mi sarebbe piaciuto lavorare in quella redazione di sport vari che hai amministrato a lungo con professionalità e umanità. Ne ho avuto testimonianza da colleghi, ne ho avuto conferma da un grande amico e professionista: Riccardo Romani. Nella dedica per il libro su Monzon, che abbiamo scritto insieme, lui ti ha ricordato così: “A nonno Mariano che mi ha fatto incontrare la boxe, all’amico Daniele che me l’ha fatta amare.”
E quando quel libro l’abbiamo presentato a Forlì, con Flavio Dell’Amore come relatore e Simona Galassi a fare da testimonial, tu hai fatto un’incursione a sorpresa.
“Dario, non dirlo a Riccardo. Voglio vedere come ci rimane.”
E Riccardo c’era rimasto benissimo, al limite delle lacrime.
Sei arrivato da Milano, hai assistito alla presentazione e sei ripartito per Milano. Seicento chilometri tra andata e ritorno, la metà dei quali nel buio della notte.
Eri fatto così, la gioia di un amico era anche la tua.
Solo ritratti sinceri per te, non meritavi né retorica né ipocrisia.
Così è stato.
Li hai stesi Daniele.
Nessuno ha osato dire su di te una parola che non fosse vera.
Ed erano tutte belle.

Addio ad Andrea Bacci, ha scritto di boxe da innamorato


Andrea era un porto sicuro. Nonostante la vita non gli avesse risparmiato dolori e sofferenze, riusciva a regalare serenità agli altri. Se ne è andato via per sempre, alla sua maniera, quasi non volesse disturbare. Ha lasciato un ultimo messaggio su Facebook, uno dei luoghi che aveva scelto per comunicare.
Ciao a tutti!
Erano le 14:23 del 26 ottobre scorso.


Molti lo hanno preso come un saluto con cui annunciava di avere scalato l’ennesima montagna, di avere vinto una battaglia davvero difficile. Di essere di nuovo pronto a combattere. Era invece, purtroppo, un grande abbraccio a tutti quelli che gli avevano voluto bene. Non a caso si era concesso un emoji tutto suo, amato. Aveva intuito che stavolta non ce l’avrebbe fatta. 
Andrea Bacci si definiva uno scrittore arcidilettante. Non era falsa modestia, era semplicemente il fatto che a lui non piaceva urlare, lodarsi, presentarsi raccontando di sé. Preferiva raccontare gli altri. L’ha fatto attraverso più di trenta libri, dal primo (Catenaccio, Alberti & c., 2001) all’ultimo (Tutta colpa del Mundialito, Bradipolibri, 2021) scritti soprattutto con il cuore.
Perché Andrea è sempre stato innamorato della letteratura, dello sport. E lo ha raccontato con animo candido, da professionista serio e preparato.
Come molti amori, anche quello era nato per caso, figlio del dolore.
Era l’anno 2000, viveva a Torino quando aveva scoperto di avere un osteosarcoma (il tumore più comune fra quelli primitivi delle ossa). Una chemio dietro l’altra, negli spazi che la cura gli lasciava liberi se ne andava alla Biblioteca Civica Centrale, si rifugiava nella emeroteca e sfogliava vecchi giornali.
Nasceva così l’idea che tutte quelle storie avrebbero potuto trovare collocazione in un libro.
Ha scritto di sport, soprattutto calcio e pugilato.
Sono stato a contatto con lui per quattro libri, tutti editi da Absolutely Free.
La normalità del campione (2018).
Rocky vs Stallone (2019),
Il buio oltre l’azzurro (2020).
Il quarto, purtroppo, non andrà in stampa. Sarebbe dovuto uscire a marzo 2022. Era una riedizione di Il cappotto spagnolo, la biografia di Lamberto Boranga.

12 settembre.
“Ciao Dario, martedì non posso andare da Lamberto, ho di nuovo uno dei problemi alla gamba con la protesi, attualmente sono a Siena in pronto soccorso, Poi ci riaggiorneremo”
24 settembre.
“Ciao Dario, io sono ancora in ospedale, ho una grave infezione che mi ha preso la gamba con la protesi e mi ha anche debilitato. È stata una batosta terribile. Mi hanno fatto una bella pulizia, ma ancora non so quando potrò rientrare”.
25 settembre.
“Stavolta rialzarsi entro il dieci sarà più dura delle altre volte!”.

Arcidilettante. Un arcidilettante che aveva scritto per più case editrici, che nel 2007 con L’ultimo volo dell’Angelo biondo, dedicato a Jacopucci, aveva vinto il Premio Selezione Bancarella Sport. Aveva raccontato Tyson, Hagler, Mayweather, Pacquiao e altri campini ancora. Aveva narrato quello sport che era la sua grande passione.
È stato una delle colonne di boxeringweb.net, il quotidiano online della boxe. L’ultimo suo articolo è datato 5 settembre 2021, titolo italiano dei pesi massimi Ivan D’Adamo vs Paolo Iannucci. Ci ha informato su riunioni, match tra fuoriclasse e incontri di atleti meno famosi. Lui amava la scrittura, non si metteva mai al centro della storia. I protagonisti erano gli altri, i pugili.
Nelle tempeste che ne hanno attraversato la vita aveva due rifugi sicuri, la casa (la moglie Ornella e i figli, un gruppo che amava chiamare La Banda Bacci) e la Biblioteca, tra quei libri che gli regalavano serenità.
Cerco di stare lontano dalla retorica e dalle lacrime. Non merita la prima, per le seconde lo spazio è il privato. Perciò la finisco qui. Un abbraccio commosso alla famiglia, un saluto pieno di affetto ad Andrea alzando lo sguardo verso il cielo.
Un altro amico se ne è andato via per sempre. Un uomo paziente che affrontava ogni bufera con un sorriso triste, che si trasformava in uno sguardo pieno di gioia quando era con la sua Banda o in mezzo ai suoi libri.
Un porto sicuro.
Addio Andrea.

ANDREA BACCI, classe 1970. Laureato in Scienze Politiche all’università di Perugia. Impiegato presso il Commissariato di Pubblica Sicurezza di Cetona (Siena). Giornalista per boxeringweb.net, scrittore di oltre trenta libri di sport.

Lettori vs giornalisti sportivi. Poco rispetto per Kobe Bryant…

Il modo in cui la tragedia di Kobe Bryant è stata trattata sui giornali sportivi italiani ha aperto una violenta polemica tra lettori, giornalisti e giornalisti/lettori.
Cosa dice l’accusa?
Avete minimizzato sulle vostre prime pagine la morte violenta e improvvisa di un fenomeno dello sport moderno.
La difesa parla di tempi di ricezione della notizia, concomitanza di altri eventi più importanti (Napoli-Juventus, Roma-Lazio), impossibilità di modificare la copertina.

Ho lavorato per quarant’anni in un giornale sportivo. Sono stato praticante prima, redattore e inviato del Corriere dello Sport-Stadio poi. Ero un lettore pesante di quotidiani. Credo quindi di avere i titoli per esprimere la mia opinione. Preciso, perché i difensori della causa hanno attaccato, insultato, aggredito verbalmente i loro contestatori. Quale era la prova fondamentale a sostegno di quelle parole? La mancata conoscenza della professione, quindi l’impossibilità di analizzarla non essendo in possesso della necessaria competenza.
Chiarisco subito che sto dalla parte dei lettori che hanno giudicato sbagliata la scelta fatta domenica sera dai tre quotidiani sportivi: Gazzetta dello Sport, Corriere dello Sport-Stadio, Tuttosport.

TMZ il sito americano che ha fatto conoscere per primo al mondo il tragico evento, ha postato la notizia alle 20:23 (ora italiana) di domenica sera.
Alle 20:49 era già stata ampiamente ripresa da altri siti americani.
Diciamo quindi che nelle redazioni dei quotidiani è arrivata attorno alle 20:30.
In tempo per modificare la prima pagina.
È vero ho lavorato in un’epoca ormai lontana, quando i giornali erano un’altra cosa. Ma dall’inizio della professione ho visto intere prime pagine rivoluzionate. E allora si operava a piombo, decisamente più complicato in quelle condizioni che non oggi con i mezzi che la tecnologia mette a disposizione.

La seconda prova a sostegno della tesi difensiva è l’importanza mediatica sovrastante di Napoli-Juventus e Roma-Lazio sulla tragedia di Kobe Bryant.
Ho visto Mario Sconcerti confezionare un intero giornale su Gino Bartali il giorno in cui è morto.
Non era domenica, non c’era il derby e non si giocava Napoli-Juventus. È vero. Ma l’andamento del derby (il titolo PAPEROPOLI del Corsport ne riassume il senso) e il fatto che la partita di Napoli dovesse ancora cominciare, avrebbero potuto consigliare diverso atteggiamento. In realtà all’interno delle redazioni un’alta percentuale di giornalisti ha sùbito pensato che far prevalere la tragedia di Bryant sul campionato sarebbe stata una bestemmia in fatto di comunicazione.

L’Italia è un Paese a monocultura calcistica.
Ma ci sono rari momenti nella storia dell’editoria in cui un giornale dovrebbe avere il coraggio di andare oltre.
A un quotidiano si dovrebbero chiedere soprattutto cinque cose: onestà dell’informazione, credibilità, coraggio, qualità della scrittura, cultura sportiva. La voglia di soddisfare i  cinque requisiti avrebbe dovuto spingere verso la modifica delle prime pagine. Sarebbero infatti state esaltate cultura sportiva, credibilità, coraggio. Tre su cinque, almeno.
Il legame fortissimo nei confronti dell’Italia, l’aver vissuto a lungo nel nostro Paese, avrebbe dovuto servire da ulteriore spinta emotiva per rafforzare la scelta. E poi Kobe Bryant non era solo un campione dello sport, era un personaggio entrato con forza, e da protagonista, nella nostra società. Basta ascoltare come ne stanno parlando altri grandi campioni, persone che l’hanno conosciuto, chi con lui ha lavorato, tifosi e lettori.
Sarebbe stata una scelta coraggiosa. Ma avrebbe dovuto essere dettata da una diversa interpretazione del mestiere, da una conoscenza profonda dello sport e dei lettori. Purtroppo, negli ultimi anni, è cresciuto quel distacco che da sempre divide il pubblico di riferimento con la maggior parte delle gestioni dei giornali. Non cambiate le carte in tavola, non sto dicendo che La Gazzetta dello Sport non si occupi di sport che non siano il calcio. Lo fa in modo clamorosamente più ampio di quanto non facciano gli altri due sportivi. Ma di certo non lo fa più come prima.
E c’è un’altra cosa che non mi piace. Si vive arroccati nel fortino, convinti di sapere tutto. Tolta la curiosità, altro elemento fondamentale del mestiere, si finisce con il mettersi sul piano dei tanti odiatori che infestano i social network. So tutto e chi non la pensa come me merita solo di essere mandato a quel Paese. Così si finisce per diventare estranei al contesto in cui si opera. Pensare che qualcuno possa avere un dubbio è diventata un’utopia. Il numero di persone che ancora si prende il lusso di dubitare si sta velocemente riducendo verso lo zero.

Non seguo i contestatori quando fanno paragoni con la stampa estera che, in alcuni casi, ha dedicato l’intera prima pagina a Kobe. Si muovono in un contesto diverso, hanno come riferimento lettori abituati a percorrere strade differenti, per loro la scelta credo sia arrivata in automatico. Da noi sarebbe servito un coraggio che nessuno dei tre quotidiani sportivi ha avuto.
Aggiungo una valutazione che pesa almeno su due giornali italiani su tre. Avrebbero dovuto rifare impostazione e titolazione della prima, potendo contare su una forza lavoro davvero esigua. Mi spingo però oltre, penso che la scelta sia stata ideologica, concettuale, non influenzata in maniera determinante dalla forza lavoro a disposizione.
Il pomeriggio del primo maggio del 1994 la quasi totalità dei redattori e tipografi del Corriere dello Sport-Stadio  tornò al giornale per la morte di Ayrton Senna a Imola, in uno dei quattro giorni l’anno in cui i quotidiani chiudono i palazzi per la festività, e confezionò un ottimo prodotto da mandare in edicola il giorno dopo. Altri tempi, è vero.
Sono rimasto stupito dall’aggressività di alcuni post a difesa pubblicati su Twitter e Facebook da parte di giornalisti.
Il nostro mestiere sta velocemente perdendo colpi, non sono certo io a dirlo (casomai me ne dolgo, anche per egosismo), ma il numero dei professionisti in attività e delle copie vendute che diminuisce in modo impressionante anno dopo anno. Difendere le proprie tesi sbandierando il fatto che i giornalisti stavano lavorando, di domenica, mentre chi contesta se ne stava tranquillamente sdraiato sul proprio divano è un errore imbarazzante. Di immagine e di sostanza. Tra chi non ha gradito la scelta che la comunicazione sportiva ha fatto in questa occasione, ci saranno stati chirurghi che stavano salvando vite umane, infermieri che operavano in sala operatoria, camerieri che faticavano senza sosta, guardiani notturni, forze di polizia. Insomma altri lavoratori che avevano tutto il diritto di esprimere il loro parere senza per questo essere insultati.
Avanzo cortesemente una richiesta.
Chiunque scriva sui social network potrebbe evitare di usare il termine giornalai come se fosse un insulto?
I giornalai fanno un lavoro in via di estinzione, quindi stanno vivendo un momento che non definirei felice. Ciò nonostante continuano ad alzarsi alle 4 del mattino e vanno a lavorare con il freddo, la pioggia, il vento. Se ne stanno tutto il tempo chiusi in uno spazio angusto per una cifra che a fine mese non direi proprio possa dirsi congrua.
Per qualche settimana, non di più, provateci voi a fare tutto questo. A esperimento concluso, ne sono convinto, rivoluzionereste il senso del termine. E giornalaio si trasformerebbe in un elogio, un complimento, non in un’offesa a sangue, come adesso.
Concludo. Sono fermamente convinto che ognuno possa e debba avere la propria opinione. Ma sono altresì convinto che debba esporla portando prove concrete a sostegno, senza insultare gli interlocutori, nel rispetto di chiunque ci faccia il piacere di parlare con noi. A voce o via Internet. Soprattutto nel caso in questione, in cui la causa che ha scatenato la discussione è stata una tragedia. Alcune delle frasi che ho letto hanno mancato di rispetto per l’interlocutore e per quel Kobe Bryant che avete tutti detto di amare. Oltre che per voi stessi, che le avete pronunciate.

Il pugilato sarà pure in crisi, ma il giornalismo è già finito knock out…

Gazzettiero o non dice vero
o non lo dice tutto intero.
(Proverbio)

Il pugilato è finito.
È la prima cosa che ho pensato leggendo i giornali ieri mattina. Tutti riportavano quella che credo fosse una nota di agenzia. La riportavano senza averne prima controllato l’esattezza.

Non ho niente contro il gossip, ognuno scrive e legge quello che vuole. Non sopporto invece l’approssimazione.
Se arriva la notizia che Diletta Leotta ha come amico del cuore Daniele Scardina, la prima cosa che un giornalista interessato alla notizia dovrebbe fare è capire chi sia Scardina. E se l’agenzia dice che è il campione del mondo supermedi per l’IBF, il giornalista dovrebbe andare a controllare se questo corrisponda al vero. Perché è sul personaggio meno noto che io comunicatore devo saperne di più, devo informarmi
Niente da fare, ci sono caduti tutti.


Stamattina vedo che un altro giornale ci racconta che Ali Ndiaye è stato campione europeo, quando invece campione lo è stato ma dell’Unione Europea. E nel pugilato non è proprio la stessa cosa.


Il colpo definitivo è arrivato subito dopo quando ho letto su un prestigioso quotidiano che il match tra Blandamura e Morrison era valido per il titolo dei medi WBC.

E, soprattutto, che si è concluso ai punti dopo dodici riprese…
Allora ho capito.

A finire ko non è stato il pugilato, ma quel fantastico mestiere chiamato giornalismo.

Una volta si diceva: i fatti separati dalle opinioni. Oggi i fatti non esistono più, ognuno li crea a proprio piacimento.

Messi, le iperboli, i giornalisti, la barbarie, la Televisione…

È perverso comunque
tutto ciò che è troppo.
(Lucio Anneo Seneca)

 

Messi è Dio.

Lo scrive stamattina in prima pagina il Corriere dello Sport-Stadio. E dà del bugiardo a Papa Francesco che non vuole riconoscerlo. Il giornale se ne frega ampiamente del rispetto che dovrebbe avere per gli altri: per il miliardo e 313 milioni di cattolici sparsi nel mondo, per quelli che non hanno mai immaginato Dio come qualcuno che tira calci a un pallone.

Non un dio, ma proprio Lui.

E vai! Gongola il bullo della diretta. È giusto così. Bisogna esagerare, sempre, fino a tornare allo zero assoluto.

Ho visto Barcellona vs Liverpool su Sky e ho sentito definire ogni tocco di Messi pazzesco, straordinario, fantastico, magico, spaziale, eccezionale. E allora mi sono chiesto: quanto vale questo giocatore se per lui usano gli stessi termini con cui ogni domenica definiscono uno stop, un tiro al volo, un assist di un qualunque Pinco Pallo che giochi in Serie A?

E sì perché a forza di urlare si finisce con lo sprofondare nel silenzio.

Dire che Tizio fa una cosa pazzesca, ti dovrebbe spingere a inventare per uno come Messi nuove parole. Ma siccome, purtroppo per noi, Gianni Brera non c’è più, neologismi non se ne trovano. E allora i giocatori diventano tutti uguali.
Spaziali.
Da Pinco Pallo a Messi, senza alcuna differenza.

Il mondo dell’informazione è stato stravolto. E non da un inevitabile e ben accetto concetto di modernizzazione, ma dal ribaltamento dei ruoli. Molti giornalisti televisivi hanno da tempo abdicato al loro. In più di una telecronaca è il commentatore tecnico a dettare i tempi, relegando così il giornalista al ruolo di seconda voce. Un cronista con possibilità di manovra limitata.

Mi capita di sentire commentatori che interrogano il compagno di lavoro come un professore fa con l’alunno, lo riprendono, lo sorpassano nella narrazione dell’evento. Un altro spicchio di autorevolezza che viene strappato a una professione in continua sofferenza.

L’arroganza ha invaso il mondo dell’informazione.

Una volta, parlo della preistoria, l’intervista era costruita per conoscere diversi punti di vista, per avere delle risposte che evidenziassero la chiave di lettura che il personaggio intervistato dava dell’argomento. Oggi, spesso, la domanda ha già in sé una risposta. Fortunatamente non accade sempre così. Paolo Condò e Stefano De Grandis, non a caso due giornalisti, praticano la professione con uno spirito moderno nei concetti e antico nell’eleganza della forma, mantenendo comunque un senso di rispetto nei confronti dell’intervistato. Lo stesso fanno sul campo Andrea Paventi e Angelo Mangiante. Allora, non è così impossibile…

Ho sempre pensato che l’intervista fosse una dei compiti più difficili di un giornalista. Perché presuppone sì conoscenza dell’argomento, ma anche voglia di soddisfare la curiosità, di chi legge o ascolta, attraverso le domande che il professionista fa all’intervistato. Non ci si improvvisa.

Conoscere il calcio non basta. Altrimenti Maradona o Pelè sarebbero stati i più grandi intervistatori di sempre.

I giornalisti continuando a delegare hanno perso autorevolezza.

I giornali invece continuano a perdere copie.

Il Corsport nel 2008 ne vendeva giornalmente 315.000 solo con il cartaceo, dieci anni dopo era sceso a 91.000, oggi viaggia poco sopra le 66.000 compreso l’online.

La Gazzetta era a 445.000, ora fatica a toccare 145.000 tutto compreso.

Tuttosport chiudeva il bilancio quotidiano a 142.000, adesso è a 42.000 contando anche il digitale.

La televisione continua, con progressione lenta ma costante, a mangiare tutto. Sono prerogativa delle tv a pagamento: gli eventi, le interviste del dopo partita, le interviste esclusive, i protagonisti dello spettacolo, la programmazione dello sport a livello nazionale e mondiale (dal campionato di Serie A alle Olimpiadi). Ma soprattutto il danno ai giornali la Tv lo provoca canalizzando la pubblicità, aumentando la sua quota percentuale di mercato anno dopo anno.
E qui accade un curioso balletto.
I giornali in affanno di pubblicità e di vendite scelgono il suicidio mediatico, accettano le inserzioni a pagamento (pagine intere o mezze pagine) delle Tv e diventano mezzi di propaganda di quella che è in realtà una delle cause principali della loro caduta.
Ci troviamo spesso davanti all’esaltazione di ogni notizia riguardi la Tv, alla mancanza quasi assoluta di un’opinione critica nei confronti della politica delle emittenti.
Il flop di DAZN nella prima giornata di campionato era largamente prevedibile, viste le condizioni di fruibilità di Internet sul nostro territorio. Ma i giornali prima hanno esaltato il prodotto, poi si sono attaccati alle inevitabili e giuste lamentele dei clienti per fare da sponda ed esporre il problema. In altri tempi avrebbero picchiato, autonomamente e senza pietà.

L’azzeramento su 2/3 dell’informazione sportiva degli inviati ha contribuito a far scendere la qualità del prodotto. Si vive prendendo da Internet, affidandosi a collaboratori che si dedicano spesso a sport di cui non conoscono nè i fondamentali nè i personaggi, guardando la televisione. Il contatto con i protagonisti non esiste più, le notizie sono scomparse. E allora mi chiedo: perché dovrei continuare a comprare un giornale che mi propone cose che ho già letto, se non addirittura visto?

A questa situazione di sofferenza si aggiunge l’abisso culturale in cui sta scivolando l’Italia, l’imbarbarimento della nostra società: un italiano su dieci non ha mai letto un libro nella sua vita, la radicalizzazione dei comportamenti, l’incapacità di staccarsi dai telefonini, di uscire per una giornata intera dai social network, di dedicarsi alla salutare lettura. Mettendo assieme questo sfacelo si capisce perché si faccia davvero fatica a guardare con un minimo di ottimismo al futuro.

Accade così che sempre più spesso qualcuno pensi che per salvarsi (anche le televisioni non attraversano un periodo di splendore…) sia necessario enfatizzare sempre e comunque il prodotto. Così un Pinco Pallo qualsiasi diventa fantastico, spaziale, magico.

E a quel punto è quasi inevitabile che Messi diventi Dio.

Siete arrivati in cielo pur di giocarvi l’ultima iperbole.

 

 

Un giugno disastroso per l’editoria sportiva, nonostante i Mondiali di calcio

I dati ADS (Accertamento Diffusione Stampa) di giugno 2018 non regalano un sorriso e confermano una situazione inquietante per i media che si occupano di sport.

Il confronto, l’unico statisticamente rilevante, con lo stesso mese dello scorso anno (nonostante giugno 2018 proponesse i Mondiali di calcio) ci offre questo panorama:

Gazzetta dello Sport – 6,2%

Corriere dello Sport -20,4%

Tuttosport -18,8%

Nessuna sorpresa, è il trend negativo che non accenna a fermarsi.

Negli ultimi dieci anni i tre quotidiani sportivi hanno perso mediamente il 60% delle copie.

A questo risultato, vanno aggiunte altre due notizie negative: il 30 giugno ha chiuso Fox Sports, nato nel 2013, e Mediaset Premium in pratica non opera più con i suoi prodotti.

La crisi dell’editoria è globale, ma quella di chi si occupa di sport lo è ancora di più. Il calcio, vettore trainante dell’intero settore, ormai è monopolizzato dalla televisione.

Sono preprogativa delle tv a pagamento:

gli eventi

le interviste del dopo partita

le interviste esclusive

i protagonisti dello spettacolo

E, ormai da tempo, le principali società hanno creato il proprio canale televisivo a cui offrono quello che una volta era terreno praticabile dai giornali: il rapporto diretto con i calciatori.

Se non è la Tv che paga i diritti televisivi ad avere l’esclusiva, è quella di proprietà dei club a sostituirla. Non si sfugge. Così la prima intervista di Cristiano Ronaldo è con DAZN, puntualmente ripresa quasi integralmente da tutti i giornali la mattina dopo.

Anche le radio locali hanno subìto un contraccolpo, ma continuano ad occupare uno spazio importante andando in onda praticamente per dieci ore al giorno con un solo tema guida: la squadra o le due squadre della città di appartenenza.

Il resto è gestito dal web.

Gli spazi dei quotidiani sportivi si sono drammaticamente ridotti. Prima potevano spaziare sull’intero campo da gioco. Ora sono costretti a muoversi all’interno dell’area del portiere.

Ad aggravare la situazione c’è il calo della pubblicità che obbliga le aziende editoriali ad agganciarsi quanto più possibile agli inserzionisti. Accade che tra i principali sponsor dei quotidiani ci siano le tv a pagamento, proprio quelle che hanno tolto lettori e spazi ai giornali.

Si verifica così il paradosso di quotidiani che esaltano chi li sta distruggendo e arrivano a ignorarne difetti e magagne.

Il flop di DAZN nella prima giornata di campionato era largamente prevedibile viste le condizioni di fruibilità di Internet sul nostro territorio. Ma i giornali prima hanno esaltato il prodotto, poi si sono attaccati alle inevitabili e giuste lamentele dei clienti per fare da sponda ed esporre il problema.

In futuro le cose probabilmente miglioreranno, ma il risultato al debutto è stato disastroso. L’editoria sportiva in passato ha massacrato soggetti che avevano colpe assai meno rilevanti.

Se a tutto questo si aggiunge l’imbarbarimento della società italiana, e non mi riferisco né a questo né a quel partito politico ma a una realtà di fatto, la radicalizzazione dei comportamenti, l’incapacità di staccarsi dai telefonini, di uscire per una giornata intera dai social network, di dedicarsi alla salutare lettura di un libro, si capisce come si faccia davvero fatica a guardare con un minimo di ottimismo al futuro.

Il problema è generale, l’intera editoria sta male: 865 giornalisti hanno perso il posto di lavoro nel 2017, tremila lo hanno perso negli ultimi cinque anni. Il Corriere della Sera ha visto sparire 320.000 copie, Repubblica 220.000, La Stampa 100.000. È questa la realtà in cui ci muoviamo.

Su un terreno che ospita una guerra di sopravvivenza, i quotidiani sportivi rappresentano l’anello debole. C’è stato un tempo in cui la Gazzetta dello Sport era in testa alle vendite e il Corriere dello Sport stazionava tra i primi quattro. Forse era sbagliato allora. Ma oggi stiamo tutti decisamente peggio.

 

 

 

 

Quotidiani sportivi, girano i direttori, continuano a calare le vendite…

I giornali continuano l’inesorabile discesa verso l’inferno. Gli ultimi dieci anni hanno segnato un vero e proprio tracollo: Il Corriere della Sera ha perso 329.000 copie, Repubblica 210.00 e La Stampa 100.000.

Gli sportivi non hanno evitato la valanga, negli ultimi dati (febbraio 2018) si nota la perdita complessiva di 35.000 copie nel rapporto con lo stesso mese dello scorso anno. I media cartacei hanno cercato di salvarsi affidandosi alla grafica, al restyling del prodotto, ai titoli urlati. In altre parole hanno scelto di migliorare la forma, a discapito del contenuto. Così facendo hanno perso autorevolezza e qualità. Una pagina comprende quasi sempre grandi foto, titoloni, qualche tabella e un paio di pezzi tra le 35 e le 45 righe. Insomma, molto da vedere, poco da leggere. Neppure fosse la televisione, dove le immagini sono in movimento e gli eventi vengono trasmessi in diretta.  I nuovi tabloid hanno relegato in un ruolo marginale la qualità dell’informazione.

Torno sui titoloni. Spazi stretti, poche battute, oggettive difficoltà di organico hanno generato dei veri e propri mostri. Sto parlando dei titoli, con questo sostantivo comprendo anche occhielli e catenacci. A volte il concetto di un articolo deve essere riassunto in venti battute. Una sola parola. Nascono titolazioni incomprensibili, a cui si accompagnano occhielli e catenacci in cui non è indicato il soggetto del servizio. Rebus da decifrare, più che aiutare inducono il lettore in tentazione. Quella di non ripetere più l’errore, di non tornare più in edicola. Però la foto è enorme. E non sempre merita lo spazio che occupa. Perché le foto buone o esclusive costano, e di soldi ce ne sono pochi.

Poi c’è quello che io chiamo il gioco di rimbalzo. Ormai, nei due terzi dell’editoria sportiva, giornalista e lettore vedono lo stesso evento nello stesso modo. In televisione. L’assenza sul posto provoca mancanza di informazioni, se non di quelle che arrivano per agenzia e che sono reperibili in diretta (anche per i lettori) sui siti specializzati. L’assenza sul campo di gara genera anche disaffezione al mestiere, imbarazzante allontanamento dalle fonti che producono notizie. Il prodotto che viene generato da questo sistema fatica a decollare, anzi diciamo pure che sta pericolosamente affondando.

C’è poco da leggere, anche perché le notizie (quelle vere) praticamente non esistono. In quanto a fake news, ovvero a bufale, gli sportivi sono in prima linea. Il mercato dei calciatori dura tutto l’anno, i movimenti importanti sono davvero pochi. E allora si crea. Le vendite e gli acquisti di una squadra hanno spesso pochi contatti con la realtà. Il lettore è trattato da cliente totalmente privo di spirito critico e di capacità di analisi. I risultati di vendita (crollo è la parola che più si addice al fenomeno) dicono che non è così. La scelta è stata fatta, ed è quella dei siti specializzati online, che almeno garantiscono quel poco di informazione in tempo reale. Più, per chi può, la Pay Tv.

La qualità del prodotto dovrebbe essere l’ultima frontiera, quella dietro cui arroccarsi per difendere il fortino attaccato dall’informazione digitale. A minare l’effetto di questa arma ci hanno pensato gli editori che, sfruttando in modo personale l’intervento del Governo, hanno usato i fondi a disposizione solo per agevolare i prepensionamenti. Non sostituendo quasi mai i giornalisti che lasciavano la testata con giovani ricambi. Il taglio dell’organico sembra essere il loro sport preferito. Il Corriere dello Sport, tanto per fare un esempio che conosco bene, ha il 53% di redattori in meno rispetto a dieci anni fa. Solo nel 2017 in Italia gli organici dell’intero parco quotidiani hanno perso 865 giornalisti (il 5,45% del totale), nell’ultimo quinquennio il calo è stato di tremila unità.

Azzeramento delle notizie in esclusiva, informazione carente, poco spazio alla scrittura, recupero di interviste dalle televisioni, lettura degli eventi davanti a un teleschermo. Perché mai dovrebbe esserci una ripresa?

Se le copie vendute calano, il giro dei direttori e invece è in movimento.

Oggi Xavier Jacobelli è tornato alla direzione di Tuttosport (dove era già stato direttore del 1998 al 2002, lasciandolo per andare a dirigere il Corriere dello Sport-Stadio dove era rimasto solo otto mesi), prendendo il posto di Paolo De Paola, che comunque dovrebbe restare al giornale torinese, non so con quale incarico. Anche perché, sembra, appena due mesi fa avrebbe firmato un prolungamento di contratto per altri due anni.

Tuttosport negli ultimi dieci anni ha perso 71.00 copie su 118.000.

Dopo avere ricevuto il “no” di Alvaro Moretti (all’epoca della proposta direttore di Leggo, oggi vice-direttore del Messaggero), Paolo Liguori (direttore editoriale Mediaset), Andrea Di Caro (vice-direttore alla Gazzetta) e di Enzo Palladini (capo redattore Mediaset, interpellato come vice-direttore), ora il Corriere dello Sport-Stadio ha puntato su Massimo Caputi (al Messaggero, anch’esso vittima della crisi: nell’ultimo decennio ha perso 121.00 copie pari al 52% della diffusione).

Partito da giovane come DJ, Caputi ha svolto quasi esclusivamente la sua attività in televisione. Prima a Telemontecarlo per cui ha seguito due Olimpiadi e tre Mondiali di calcio. Poi in Rai con “Quelli che il calcio”, “L’Isola dei famosi” e “Con tutto il cuore” assieme a Valeria Marini. Cinque anni fa l’esordio nel mondo dei quotidiani, partendo subito con l’incarico di caporedattore per lo sport al Messaggero. Se accetterà, il 2 maggio dovrebbe sedersi sulla poltrona che è stata, tra gli altri, di Petroselli, Roghi, Ghirelli, Tosatti e Sconcerti.

Negli ultimi dieci anni il Corriere dello Sport-Stadio ha perso 159.000 copie su 237.000.

Alla Gazzetta dello Sport repentino licenziamento di due vice-direttori di lunga data. Email di convocazione al mattino, lettera di chiusura rapporto nel pomeriggio per Stefano Cazzetta (delega al personale) e Umberto Zapelloni (delega alle iniziative speciali).

Nel reparto arrivi si segnala quello di Stefano Barigelli (dal Corriere dello Sport-Stadio) con il ruolo di condirettore. Dovrebbe essere il sostituto di Andrea Monti quando scadrà il contratto dell’attuale direttore.

Negli ultimi dieci anni la Gazzetta dello Sport ha perso 241.000 copia su 391.000.

 

Blandamura a Boxing Monthly: “Non mi lascerò sfuggire questa occasione”

Emanuele Blandamura è sbarcato in Giappone dove domenica 15 affronterà Ryota Murata per il mondiale dei pesi medi Wba (in Italia il match sarà trasmesso in diretta all’ora di pranzo da FoxSports). La sfida si svolgerà nell’Arena di Yokohama che ha una capacità di 17.000 posti.

Importanti giornali stranieri hanno cominciato a parlare del nostro campione. Mercoledì è apparsa una lunga intervista di Luca Rosi sul prestigioso mensile britannico Boxing Monthly (http://www.boxingmonthly.com/stories/warrior-code-emanuele-blandamura-interview/). In quell’articolo si parla anche di “Che LOTTA è la VITA”: il romanzo sulla drammatica, commovente ed esaltante storia del Sioux di casa nostra, in libreria a maggio.

“Mi sono innamorato dei Sioux dopo avere letto molti libri su di loro. Mi riferisco al rispetto che hanno per la vita, al forte senso di comunità ed etica e al desiderio di combattere quando vengono attaccati. Vogliono essere al meglio ogni volta che vanno in battaglia. È un modo incredibile di guardare alla vita e di affrontare la morte. Mi piacerebbe portare quella stessa mentalità sul ring. Il 15 aprile vedrete un nuovo Emanuele Blandamura. Non mi lascerò sfuggire questa opportunità”.

(nella foto in alto un momento della sfida a Marcos Nader (18-0-1 all’epoca), match vinto da Emanuele Blandamura ai punti in casa del rivale e valido per la cintura dell’Unione Europea)

 

Sandro Mazzinghi, dalle origini contadine alla conquista del titolo mondiale…

Erano gli anni della seconda guerra mondiale. La mamma si alzava  alle cinque del mattino e tirava avanti fino alle sei della sera. Andava a fare i materassi dai contadini, i bucati in casa dei ricchi. Quando rientrava, Sandro interrompeva il lavoro nei campi, metteva gli zoccoli sotto la bretella della canottiera e le andava incontro. L’Erminia appariva in fondo alla strada, un’ombra che avanzava dondolando. Due borse nelle mani, una cesta sulla testa. Dentro c’erano cipolle, aglio, fagioli, ceci, pane. Soldi non ce n’erano e i contadini le davano gran parte della ricompensa direttamente dall’orto.
Sandro Mazzinghi ha sofferto la fame, quella vera che ti fa svegliare nel cuore della notte. È stato sotto i bombardamenti, ha conosciuto la tragedia quando Vera è morta in un incidente d’auto. Era sua moglie da dodici giorni. Voleva smettere, è tornato sul ring perché è nato per combattere.
Ha vinto il mondiale contro Dupas, l’ha difeso in Australia.
Accanto a lui Guido, fratello ma anche amico, consigliere, maestro.
Ha spaccato l’Italia a metà. Da una parte lui, dall’altra Nino Benvenuti. Due incontri entrati nella storia della boxe e del nostro Paese.
Perso il titolo, se lo è ripreso contro Ki-Soo Kim in un match cruento, spietato. Battaglie così, un uomo ne può affrontare solo una nella vita.
Sandro Mazzinghi, pugile da leggenda. Questa è la sua storia.

covermazzinghi(dalla terza di copertina di “Anche i pugili piangono” Sandro Mazzinghi, un uomo senza paura nato per combattere di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free, 224 pagine, 15 euro. Nelle migliori librerie e nei principali siti di vendita online)

Diffusione: qualche sorriso per i politici, i giornali sportivi perdono ancora…

trioAudipress e Audiweb hanno pubblicato gli ultimi dati riferiti al mese di novembre 2016.
Quelli di Audipress si riferiscono alle vendite dei quotidiani. Ancora in calo i tre giornali sportivi.
A dire il vero il calo è generale, anche per le prime due posizioni della classifica: Corriere della Sera (249.662) e Repubblica (214.880).
Nel dato integrato (cartaceo+digitale) finalmente troviamo qualche segno positivo: +1,38% Corriere della Sera (323.393), +2,80% Quotidiano Nazionale (101.851), +1,33% Avvenire (124.450).
I tre sportivi arrancano anche qui:  -4,46% Gazzetta dello Sport (167.423), -5,34% Corriere dello Sport-Stadio (86.361), -6,51% Tuttosport (56.706).
Queste le cifre del cartaceo, il primo numero indica la posizione nella classifica nazionale del quotidiano di riferimento.

audipress

I dati Audiweb si riferiscono alle visite degli utenti ai siti online dei quotidiani. Anche qui brutte notizie per gli sportivi che perdono lettori rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.
Nella tabella sono indicati: 1. Utenti unici nel giorno medio, 2. Pagine viste, 3. Tempo per persona.

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