Dundee, Arcel, Blackburn. Storie dietro l’angolo

blackbourn

Jack Blackburn aveva il volto segnato da una profonda cicatrice che partiva dall’occhio sinistro per terminare appena sopra il labbro. Era il ricordo di una rissa per le strade di Filadelfia, il segno lasciato dal coltello di un rivale.

Gran bevitore di birra, spesso si trasformava in una belva scatenata.

Come gli era accaduto quella notte del 1909 quando, con quattro colpi di pistola, aveva ucciso Alonso Polk durante una terribile lite e poi aveva sparato alla moglie del polacco e alla sua compagna bianca.

Arrestato e condannato a 15 anni di prigione, era uscito sulla parola dopo appena quattro anni. Buon pugile, si era battuto con onore dai medi ai massimi. Nel suo record sessantasette incontri ufficiali e più di trecento di quella boxe popolare che era a mezza via tra la lotta di strada e un combattimento pugilistico vero e proprio.

Era l’allenatore di Joe Louis e il suo confidente.

“Come ti senti, Joe?”

“Ho paura, Jack”.

“Paura?”

“Sì. Ho paura che stanotte io possa uccidere Schmeling”.

arcel

Ray Arcel aveva cominciato a occuparsi di boxe negli anni Venti ed era andato avanti sino a fine anni Cinquanta.

Aveva guidato Benny Leonard, Barney Ross, Kid Gavilan, Tony Zale, Ezzard Charles. Un mito. Poi si era ritirato e aveva girato il mondo assieme alla moglie. Aveva fatto passare un ventennio prima di tornare a occuparsi di pugilato.

E aveva ricominciato con Roberto Duran.

Brown aveva il naso schiacciato, un sigaro perennemente ai lati della bocca, indossava vecchi maglioni e aveva sempre le mani sporche di vasellina. Era stato il cutman, l’uomo delle ferite, di Rocky Marciano. Tanto tempo dopo era tornato all’angolo.

“Mani di Pietra” li aveva seguiti a modo suo. Sentiva tutto, rubava qualcosa, poi faceva sempre di testa sua.

brusa

Amilcar Brusa era il maestro, il manager.

“¿Quién es este negrito?”

(“Chi è questo negretto?”)

“Mire, Brusa, a mí hace poco me robaron con un porcentaje. Yo sé que usted no roba. Por eso vengo a verlo. ¿Me toma como pupilo?…”.

(“Senti Brusa, non mi piace che mi rubino sulle percentuali. So che tu non rubi. Per questo sono qui, mi prendi come allievo?”).

“Sei pronto a soffrire?”

“Voglio vincere”

“Io credo in una massima. Più soffri in palestra, meno soffri sul ring. Sei pronto anche per questo?”

“Mettimi ala prova”.

Il ragazzotto aveva la pelle scura e lo sguardo da bandito. Aveva alzato la testa verso l’alto e aveva guardato negli occhi l’omone che non sorrideva mai.

Era lì per chiedere, ma era come se fosse lui a offrire qualcosa.

“Si querés que te entrene, devolvé esas botas que no son tuyas. Hablemos en unos días y vemos qué pasa”.

Il maestro avrebbe parlato con lui soltanto quando il ragazzo avrebbe restituito al legittimo proprietario quel borsone che portava sulla spalla, il borsone che aveva rubato al Club Union.

“Glielo ridarò, ma non mi sembra una cosa così grave”.

“Lo è. Se non vuoi che gli altri rubino a te, tu non rubare agli altri”.

Carlos Monzon aveva piegato la testa, tirato su col naso, caricaro il manico del borsone ancora più vicino al collo e se ne era andato.

Solo dopo essersi assicurato che la restituzione era avvenuta, Brusa aveva accettato di allenarlo.

 

Angelo Dundee

Aveva urlato “Fuck you” a Drew Bundini Brown che implorava un altro round per Ali.

Fottiti, è finita” aveva urlato Angelo Dundee all’uomo che più di tutti era stato vicino al campione. E il massacro aveva finalmente avuto termine.

Seduto sullo sgabello, all’altro angolo del ring, all’interno del Caesars Palace di Las Vegas, Larry Holmes piangeva. Per dieci riprese gli era sembrato di picchiare suo padre. L’uomo che gli stava davanti era un fantasma.

Bundini non strillava più, il clown dalla faccia triste ora taceva.

Angelo Dundee aveva posto fine allo scempio.

dentro-i-secondi

Un signore dai capelli grigi e con un paio di enormi baffi bianchi sembrava essere l’uomo al comando. Si chiamava Carlo Repetto, ma tutti lo chiamavano Capo Repetto per via del passato in Marina. Era un ligure trapiantato a Roma. Uno che sapeva leggere nella testa dei pugili e non si limitava a insegnare la nobile arte, ma regalava anche consigli di vita. Circolavano campioni veri in quel posto. Tonino Puddu, Macchia, Rosati, Claris. Lui li allenava seguendo il sacro libro di una boxe antica, un libro che invitava a prendersi cura di ogni dettaglio e imponeva la ripetizione all’infinito dello stesso gesto fino a quando non diventava perfetto.

“Signore, vorrei fare pugilato nella sua palestra”.

“Mi dispiace ragazzo, qui possono allenarsi solo quelli della Marina”.

Lui era stato gentile, ma il compito di accompagnarlo alla porta era stato affidato a un omone decisamente più scortese.

A ragazzi’, esci”.

Sennò che me fai?

Te meno”.

“Meni a chi?”

A parole la sfida era stata pari, ma se fossero passati alla mani Mario avrebbe avuto la peggio e così era andato via. O meglio, aveva finto di andarsene. In realtà si era nascosto accanto alle scale.

Capo Repetto l’aveva visto e gli era andato incontro.

“Perché sei ancora qui?”

“Perché me piace, signore”.

Dopo due giorni Romersi ci aveva riprovato e alla fine aveva convinto il maestro che non ci sarebbe stato niente di male se gli avesse permesso di allenarsi in quella palestra.

“Non se ne pentirà”.

*pagine tratte da Monzon, il professionista della violenza (Romani-Torromeo), I pugni degli eroi e Dentro i secondi (Esposito-Torromeo), Meraviglioso (Torromeo)

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