Bene Tommasone, subito fuori Cappai. Ora per Mr Wolf ci sarà Alvarez

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Giochi di Rio 2016/Dario Olimpico

L’Olimpiade azzurra si apre con un sorriso a mezza bocca.
Vince e bene Tommasone, non passa lasciandosi dietro molti rimpianti Cappai.

Carmine Tommasone porta a casa un match non facile contro un rivale a cui concedeva otto centimetri in altezza. Lindolfo Delgado, longilineo messicano dalle lunghe leve, ha provato a far scattare il trappolone ma non c’è quasi mai riuscito.

Il tentativo era di anticipare l’azzurro ogni volta che avrebbe provato ad attaccare, invogliarlo a partire da lontano, a portare avanti una frettolosa azione in cui si sarebbe inevitabilmente scomposto e quindi esposto ai precisi colpi di Delgado.

È stato invece Tommasone a beffare il sudamericano. Ha costruito la sua vittoria con calma, anche se a volte si è fatto prendere la mano ed è andato fuori misura, con costanza e attenzione. Ha accorciato la distanza e solo quando si è trovato nella giusta zona d’azione ha fatto partire i suoi colpi.

Un match non limpido sul piano tecnico, ma vinto meritatamente e con largo margine dal campione di Contrada. Un diretto destro e un gancio destro messi da Tommasone a segno nel secondo round sono le cose più belle viste nell’intero incontro.

Partito nervoso, contratto, Carmine si è sciolto con il passare dei minuti e alla fine è stato padrone della scena lasciando veramente poco al rivale.

Davanti alla tv avranno tremato prima per l’emozione ed esultato poi per il risultato e la perfomance il maestro di sempre Miche Picariello e quello più recente Biagio Zurlo. Un intero paesone di tremila anime davanti alla televisione. Ecco, questo è l’unico punto buio della giornata. La Tv, non certo Contrada.

Il collegamento con Rio è arrivato in clamorosa differita, quando Tommasone e Delgado erano ormai a metà del terzo round.

Tre i canali a disposizione della Rai.

Sul Rai 2 c’era il trentaduesimo di finale di Rossella Fiammingo contro la canadese Leonora Mackinnon (scherma).

Sul Rai Sport 1 la partita di pallanuoto Italia-Spagna.

Su Rai Sport 2 la prova di ciclismo. Quando Tommasone ha cominciato a combattere mancavano 145 chilometri all’arrivo.

Siamo proprio sicuri che non ci fosse spazio per la diretta?

Ora comincia il difficile, anzi l’impossibile.

Al secondo turno Carmine si troverà davanti Lazaro Alvarez (martedì 9, ore 16:00), mancino cubano di 25 anni dominatore dei pesi leggeri. Vincitore di tre campionati del mondo, di un bronzo ai Giochi di Londra e di un oro individuale alle World Series of Boxing.

Ma c’è ancora qualche giorno di tempo per pensare a questa sfida terribile. Oggi Carmine Mr Wolf Tommasone deve gustare fino in fondo la gioia del successo. È stato primo professionista a gareggiare, e vincere, in un’Olimpiade di pugilato. E ha colto il successo con pieno merito.
Mi sembra abbastanza per essere soddisfatto.

Solo rimpianti invece per Manuel Cappai. Un discreto avvio, due diretti destri e un montante sotto tanto per far capire di che pasta fosse fatto, poi una lenta e triste discesa.

Avrebbe dovuto giocare sul tempo, anticipare in attacco e uscire dalla reazione di Nico Hernandez, ma non ha avuto nè gambe nè movimenti sul tronco per riuscire nella tattica. Una difesa perforabile e poca reattività. Queste le ragioni di una sconfitta. Cappai ha abbozzato più volte l’azione d’attacco, ma sia nel secondo che nel terzo round non ha quasi mai portato un pugno importante, lasciando che la sua azione si fermasse solo alle intenzioni.

Fuori dunque al primo turno, come era accaduto a Londra 2012.

Passa Nico Hernandez e questo fa felici almeno due persone. Il papà Lewis che lo allena ed è con lui a Rio e il maestro Billy Walsh, l’irlandese che la Federazione americana ha chiamato per porre riparo alla delusione degli ultimi Giochi chiusi senza neppure una medaglia. Walsh ha preso la squadra junior, l’ha seguita e spinta verso impegni importanti e ora ha portato i migliori ai Giochi. Un team giovane, Hernandez è il più grande. Ha solo venti anni.

Ora lo attende un ostacolo difficile da superare. Lunedì 8 agosto (22:45) affronterà Vassilii Egorov, argento agli ultimi Mondiali di Doha 2015, battuto solo da Argilgoz in finale, oro agli Europei.

RISULTATI
Leggeri (60 kg, sedicesimi di finale ) Carmine Tommasone (Ita) b Lindolfo Delgado (mex) 3-0.
Mimimosca (49 kg, sedicesimi di finale) Nico Hernandez (Usa) b. Cappai (Ita) 3-0.

IL CALENDARIO DEGLI AZZURRI
Lunedì 8 agosto
(18:15) Massimi (91 kg, ottavi) Russo vs Chaktami (Tun)
(23:00) Welter (69 kgm sedicesimi) Mangiacapre vs Romero (Mex)
(00:15) Mediomassimi (81 kg, sedicesimi) Manfredonia vs Dauhaliavets (Blr)
Martedì 9 agosto
(16:00) Leggeri (60 kg, ottavi) Tommasone vs Lazaro Alvarez (Cuba)
Venerdì 12 agosto
(22:45) Leggeri donne (6o kg, ottavi) Testa vs Watts (Aus)
Sabato 13 agosto
(18:30) Supermassimi (+91 kg, ottavi) Vianello vs Pero (Cuba)

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I miei Giochi, è il momento giusto per leggerlo. Dentro ci sono molti protagonisti della boxe alle Olimpiadi. Maurizio Stecca, Francesco Damiani, Vincenzo Nardiello, Giovanni Parisi, Roy Jones jr, Paolo Vidoz, Roberto Cammarelle, Vincenzo Mangiacapre, Clemente Russo, Anthony Joshua. I trionfi azzurri a Los Angeles ’84, gli scandali di Seul ’88, la magia di Pechino ’08. Pugilato e non solo. Dieci Olimpiadi da inviato in cui ho visto cose che voi umani… (I miei Giochi di Dario Torromeo, Edizioni Absolutely Free, 312 pagine, 16 euro. Nelle migliori librerie e negli store online)

 

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Mayweather sconfitto, ha osato troppo contro Isaiah Thomas su un campo da basket

Floyd Mayweather jr è stato sconfitto.
L’impresa è riuscita a Isaiah Thomas, point guard dei Boston Celtics nella NBA.
Hanno giocato a basket al meglio delle cinque partite e Thomas si è imposto.
Stessa altezza o quasi, 1.73 Floyd e 1.76 Isaiah. Ma il giocatore di pallacanestro si muove chiaramente a livelli decisamente diversi.
Il video è stato girato da Showtime e messo in rete dal sito BSO.

Skylar, la regina dei canestri nella WNBA. È forte, brava e fotogenica…

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Si chiama Skylar Diggins e gioca nella Wnba. È la stella dei Tulsa Shock.
Nata il 2 agosto del 1990 a South Bend, nell’Indiana, al college è stata leader dei Notre Dame Fighting Irish, di cui è ancora oggi la migliore marcatrice e con cui ha giocato due finali della NCAA. Nel 2013 si è trasferita in Oklahoma per il grande salto nella Wnba. Campionessa del mondo con gli Stati Uniti nel 2012 ad Atene (sconfitta la Francia in finale), lo scorso 15 febbraio ha partecipato al “Sears Shooting Stars Competition” con alcune stelle della Nba (Karl Malone, Kevin Durant e Chris Bosh). Gioca nel ruolo di guardia, è alta 1,75 ed è seguitissima su Twitter: tra i suoi followers anche Rihanna e LeBron James.
Perché l’ho inserita nel mio blog?
Fatevi la domanda e datevi una risposta…

Jordan o Kobe? Per non sbagliare, un tifoso se li è fatti tatuare sui polpacci…

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Chi è il miglior giocatore di basket di sempre?
La domanda può avere risposte diverse, ma non c’è dubbio che Michael Jordan e Kobe Bryant abbiano un indice di gradimento decisamente più alto degli altri.
Un ragazzo ha deciso di risolvere il problema facendosi tatuare Kobe sul polpaccio sinistro e Jordan su quello destro e sotto la scritta “I love the game”.

twitter
Il sito americano BSO ha pubblicato la foto e un Tweet, penso del soggetto che ha avuto la bella idea.
Con gli anni il giovanotto si accorgerà del suo errore e i tatuaggi saranno lì a ricordarglielo.

E non parlo delle scelte sportive…

È alto 2.18, pesa 131 chili, calza il 56. Ha portato l’India nella Nba

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Satnam Singh Bhamara ce l’ha fatta. i Dallas Mavericks l’hanno scelto al secondo e ultimo giro (4 punti al debutto contro i Blazers) e lui è diventato il primo indiano di nascita nella storia della Nba.

Satnam Singh Bhamara ha 19 anni.

È alto 2.18 e pesa 131,5 kg (quando è nato era già 4,8 chili). Calza il 56. Inutile chiedergli se abbia difficoltà a trovare un paio si scarpe.

Satnam gioca a basket. Niente squadre professionistiche, niente College, neppure la Lega D. Sempre e soltanto partite con team di laureati. Da cinque anni si allena alla IMG Academy in Florida. E adesso è nella NBA.

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È la prima volta per un giocatore che in pratica non è mai andato sul parquet per qualcosa di veramente serio.

È la prima volta per un ragazzo nato in India.

C’è il precedente di un ragazzo canadese con origini indiane, Sim Sim Bhullar. Ma lui aveva solo parentele con quel grande Paese di 1,2 miliardi di abitanti e con appena cinque milioni di persone che praticano il basket.

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Singh è nato a Ballo Ke, un villagio nel Punjab. Settecento anime, quasi tutte alte sopra la media nazionale, tanta campagna. I genitori sono contadini, vivono in una fattoria a quattro miglia dalla prima strada asfaltata. Anche il papà, Balbir Singh Bhamara, è alto 2.13. La mamma non supera 1.60 (nella foto Satnam con i genitori) La nonna paterna era alta 2.05!

Satnam a 14 anni era già arrivato a 2.13!

Il ragazzo ha fisico, forza e tocco. Gli esperti dicono che sarà pronto tra tre anni. Potenzialmente, aggiungono, ha tutto. Gli serve esperienza, maggiore mobilità e la capacità di entrare in un gioco in cui forza e altezza non sono certo tutto.

Per moltissimi Satnam Singh Bahamara è un grande mistero.

Adesso che è entrato nel libro dei record qualcuno sembra avere qualche certezza in più. Certo il mercato indiano fa gola a molti e uno di loro nella NBA è un bel passo avanti.

Nel suo paese non tutti sanno cosa sia il basket, quasi nessuno sa cosa sia la Nba. Ma tutti hanno festeggiato la notizia con grande gioia. E i giornali indiani hanno riservato alla notizia uno spazio adeguato con tanto di foto in prima pagina. Un mondo nuovo è entrato nel cuore della Nba, ora toccherà a lui scrivere la storia.

Sette milioni l’anno non gli bastano. “Sarà dura farcela. Ho famiglia”!

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Sono convinto da tempo che i calciatori vivano in un mondo parallelo. Non hanno una chiara visione di cosa sia la società attuale, non ne conoscono i problemi e non ne vivono i drammi.
Ho la certezza che anche i cestisti della NBA si muovano in quello stesso mondo.

Josh Smith riceverà un ingaggio di 1,5 milioni di dollari dai Los Angeles Clippers con cui giocherà la stagione 2015-2016, in aggiunta intascherà 5,4 milioni dai Detroit Piston ultima squadra con cui è andato in campo.

Porterà dunque a casa 6,9 milioni di dollari per un anno.

Non ho mai discusso sulle cifre di ingaggio degli sportivi. Fanno parte di una trattativa tra privati, rispondono alla legge della domanda e dell’offerta.

Quello che non sopporto è il mancato rispetto dei lavoratori che ogni santo mese, travolti dalla crisi, debbono fare i conti con gli euro che mancano. Non è demagogia, è solo che mi innervosisco quando sento frasi come quella detta dal signor Smith al giornalista David Witley dell’Orlando Sentinel.

Alla fine del discorso, io ho una famiglia. Così sarà un po’ più difficile per me quest’anno (la scorsa stagione guadagnava 14 milioni). Ma proverò a farcela. Ho preso una decisione e la porterò avanti”.

Un eroe!

Proverà a farcela?

Ma di che minchia parla?

Quasi sette milioni di dollari l’anno (circa 6,4 milioni di euro, tanto per intenderci) non bastano a garantire una vita serena?

Senza volere poi indagare su cosa abbia fatto dei 91 milioni guadagnati in carriera.

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Ma quello di Josh Smith non è un caso isolato.

Latrell Sprewell quando i Minnesota Timberwolves gli hanno proposto 30 milioni per tre anni ha avuto una reazione ancora più balorda.

È un’offerta offensiva”.

Poverino, dieci milioni a stagione l’offendevano…

Non sto qui a dire che calciatori, giocatori Nba o qualsiasi altro sportivo guadagni troppo. Ho già scritto la mia opinione sui 250 milioni intascati da Floyd Mayweather per un solo match. Non ci si deve stupire. Gli atleti producono un giro d’affari che dovrebbe essere proporzionale ai loro guadagni, quindi non trovo scandalosi i loro salari.

Ma per la miseria è proprio così difficile non tirare fuori il solito “tengo famiglia” ogni volta che si discute di soldi?

È questo che trovo offensivo, anzi nauseante.

 

 

Espn ricorda con un premio il coraggio di Lauren Hill

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È una storia che mi ha regalato grandi emozioni.

Il racconto drammatico di una giovane vita spezzata.

ESPN ha voluto sottolineare ancora una volta la grandezza della ragazza protagonista della vicenda, assegnando nei giorni scorsi a Lauren Hill l’ESPYS Award per il “miglior momento” della stagione, un premio alla memoria.

Ho già raccontato la tragedia di questa giovane giocatrice di basket che non si è fermata davanti a nulla. Ripropongo la storia perché sono sempre più convinto che si possa imparare molto da chi ha avuto la forza di lottare contro un male terribile con dignità e coraggio.

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Lauren Hill è morta il 10 aprile. Se ne è andata per sempre la ragazza che ha commosso il mondo. Malata di un inguaribile tumore al cervello, non si è mai arresa. Ha continuato a lottare sino all’ultimo. La ricordiamo il 2 novembre dello scorso anno quando ha realizzato il desiderio di giocare ancora qualche secondo con la sua squadra di basket del Mount St Joseph. Un canestro ad inizio partita e uno alla fine nella vittoria sull’Hiram College, è questo il “miglior momento” che Espn ha voluto premiare. Gli ultimi sprazzi di intensa felicità prima del buio. La gioia per avere realizzato un sogno.

Da quel giorno il campo di battaglia si è spostato su un altro terreno.

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Alla fine di quella partita sono stati raccolti 40.000 dollari per la fondazione The Cure Starts Now che aiuta la ricerca sul cancro. Quando Lauren se ne è andata i fondi avevano raggiunto i 2 milioni di dollari.

Lauren Hill aveva 19 anni.

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Ha esordito con la squadra di college della Mount St Joseph University, scrivevo il 2 novembre del 2014.

Dopo diciassette secondi è andata a canestro. Ha poggiato il peso sulla gamba destra ed ha messo la palla dentro con la sinistra.

Il suo coordinamento non era perfetto.
Era una delle conseguenze del tumore al cervello che le è stato diagnosticato alla fine dello scorso anno.

È rimasta in panchina per il resto della partita. Nausea e mal di testa l’hanno tormentata, il male e le medicine non le hanno dato tregua. Quando mancavano trenta secondi alla fine il pubblico ha cominciato a ritmare

Noi amiamo Lauren, Lauren, Lauureeen, Lauureeen!

Il coach l’ha rimandata in campo. Ha fallito un primo tiro, ha fatto centro con il secondo. Stavolta con il destro. Quasi un miracolo. La folla è scattata in piedi, l’hanno applaudita anche le ragazze dell’altra squadra.

Non dite che questa è stata la mia ultima partita. Dite che è stata la mia prima gara di college.

Oltre diecimila persone stipavano l’arena della Xavier University di Cincinnati, il match era trasmesso in diretta da Fox Sport Ohio. Un boato ha accompagnato il canestro in apertura, la gente ha ritmato il suo nome mostrando al mondo LAUREN 22, la scritta sulla maglietta che ha sempre indossato.

Mi sembrava bello sognare assieme Lauren, pensare che quella non fosse stata l’ultima partita.
Non è una favola a lieto fine, resta un racconto profondamente triste anche se è stato comunque capace di regalare attimi di gioia. In fondo lo sport fa parte della vita e nessuno in questo mondo ha la fortuna di essere immune dal male.
A raccontare la storia per primo è stato il notiziario pomeridiano di una televisione americana, la WKRC di Cincinnati.
Brad Johansen, il giornalista che ha realizzato il servizio, ha confessato di non essersi mai commosso così tanto.
È il primo giorno di ottobre 2013, Lauren Hill festeggia i 18 anni e viene raggiunta da una telefonata. È il più bel regalo che potesse ricevere, la Mount St Joseph University l’ha presa in squadra, giocherà con loro la stagione di basket che sta per cominciare.

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Lauren andrà via da Lawrenceburg nel Kentucky e si trasferirà nel College sulle sponde del fiume Ohio. A poco più di un quarto d’ora d’auto da Cincinnati.

È felice, euforica.
Comincia ad allenarsi, ma sente subito che qualcosa non va. Non regge il ritmo delle compagne, cede ad ogni scontro di gioco. Pensa di essere fuori forma.
Ha le vertigini, la parola in alcuni momenti le esce impastata, lei stessa sembra intorpidita. Lisa, la mamma, la porta in ospedale.

La risonanza magnetica rivela una spietata verità. Lauren ha un tumore al cervello, un cancro inoperabile.
I medici le danno due anni come speranza di vita.
Lei chiede agli oncologi se può continuare a giocare.
Le rispondono che sarà possibile per un breve tempo solo se si sottoporrà a chemioterapia e radioterapia.
Va avanti.
Non ho mai rinunciato al basket per un secondo anche quando ho ricevuto la diagnosi terminale. Non ho mai pensato di sedermi e non vivere sino in fondo la mia vita.”
L’ultimo anno lo passa in viaggio con la famiglia.
Grand Canyon, Cascate del Niagara, Hawaii.
Nel settembre scorso si sottopone a una nuova risonanza magnetica.

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Il tumore è cresciuto. L’aspettativa di vita non va oltre dicembre.
Una partita. Voglio giocare solo un’ultima partita.”
Dan Benjiamin è il coach del Mount St Joseph e a quelle parole decide che bisogna dare una risposta importante.
Il campionato però gioca la sua prima giornata il 15 novembre e prevede la trasferta contro l’Hiram College.
Lauren insiste.
Amo il suono della palla che rimbalza, il cigolio delle scarpe sul parquet. Fatemi giocare un’ultima partita.”

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L’Hiram College accetta di invertire i campi e di disputare la prima in casa del Mount St Joseph.
Ma quel 15 novembre è troppo in là nel tempo.
La NCAA, la National Collegiate Athletic Association che gestisce il mondo sportivo universitario americano, violenta le sue stesse regole e anticipa l’inizio del torneo al 2 novembre. Per una sola partita, quella che conta.
Non vedo l’ora di entrare in campo e indossare la mia maglietta numero 22.”
L’appuntamento era per le 14:00 di domenica 2 novembre.
Quella partita si è giocata e Mount St Joseph l’ha vinta per 66-55, Hill ha segnato quattro punti. Ma credete davvero che questi numeri contino qualcosa?
Non mi sono mai sentita così bene in vita mia.”
Ha appena realizzato un sogno. Non fa progetti, non pensa alla tragedia che incombe. Sorride felice mentre le compagne la circondano d’affetto.
Ci vuole coraggio ad affrontare la vita, soprattutto quando sai che non te ne resta poi tanta.
È questo che deve insegnarci la storia di Lauren Hill che se ne è andata via per sempre a 19 anni appena compiuti.

È alto 2.18, pesa 131 chili, calza il 56. Porterà l’India nell’Nba?

koverSatnam Singh ha 19 anni.

È alto 2.18 e pesa 131,5 kg. Calza il 56. Inutile chiedergli se abbia difficoltà a trovare un paio si scarpe adatte per lui.

Satnam gioca a basket. Niente squadre professionistiche, niente College, neppure la Lega D. Sempre e soltanto partite con team di laureati. Da cinque anni si allena alla IMG Academy in Florida. Stanotte potrebbe essere scelto nel draft della NBA.

satnam-singh-bhamaraSarebbe la prima volta per un giocatore che in pratica non è mai andato sul parquet per qualcosa di veramente serio.

Sarebbe la prima volta per un ragazzo nato in India.

C’è il precedente di un ragazzo canadese con origini indiane, Sim Sim Bhullar. Ma lui aveva solo parentele con quel grande Paese di 1,2 miliardi di abitanti e con appena cinque milioni di persone che praticano il basket.

genitoriSingh è nato a Ballo Ke, un villagio nel Punjab. Settecento anime e tanta campagna. I genitori sono contadini, vivono in una fattoria a quattro miglia dalla prima strada asfaltata. Anche il papà, Balbir Singh Bhamara, è alto 2.13. La mamma non supera 1.60 (nella foto Satnam con i genitori) La nonna paterna era alta 2.05!

Satnam a 14 anni era già arrivato a 2.13!

Il ragazzo ha fisico, forza e tocco. Gli esperti dicono che sarà pronto tra tre anni. Potenzialmente, aggiungono, ha tutto. Gli serve esperienza, maggiore mobilità e la capacità di entrare in un gioco in cui forza e altezza non sono certo tutto.

Per moltissimi Satnam Singh è un grande mistero.

Mentre scrivo non so se qualche team punterà su di lui e gli permetterà di entrare nel libro dei record. Certo il mercato indiano fa gola a molti e avere uno di loro nella NBA sarebbe un bel passo avanti.

Basterà aspettare ancora un po’ e avremo la risposta.

 

Le scarpe (…in legno) di Air Jordan in vendita a 10.000$

woodenaironesyoukiddingmeUna copia delle scarpe Chicago, collezione Air Jordan Retro, sarà messa all’asta sabato su eBay. Le scarpe saranno, come informa Usa Today, perfettamente identiche alle originali anche nelle dimensioni e partiranno da una base di 10.000 (diecimila) dollari.

L’unico particolare che le differenzierà da quelle che calzava il mitico Michael è nel materiale utilizzato per realizzarle.

Queste saranno in legno di noce…

Sono certo che nessuno potrà giocarci, ma sono altrettanto sicuro che ci sarà battaglia per acquistarle.

L’agitato Barnes insulta la mamma di un rivale e la Nba lo multa: 50.000$

Matt-BarnesUn giocatore subisce un fallo, poi un altro. Uno degli arbitri fischia il fallo tecnico, dagli spalti urlano di tutto. Una donna grida più forte degli altri contro il colpevole della doppia scorrettezza.

Fai schifo!

Lui si volta e la insulta pesantamente.

Cosa le dice?

Il giornalista del Washington Post che riporta l’episodio dice che il quotidiano per cui scrive non può pubblicare parole tanto oscene. Ma prova a farci capire dicendo che il reo invita la donna a compiere atti sessuali e la chiama, cito testualmente “con un peggiorativo che tecnicamente significa la femmina del cane“.

Il giocatore che ha subito il doppio fallo è James Harden degli Houston Rockets. Il colpevole del triplo brutto gesto è Matt Barnes dei Los Angeles Clippers. La signora offesa è Monja Willis, mamma di James Harden.

La notizia vera, per noi abituati a qualsiasi cosa all’interno di uno stadio di calcio, è che la NBA ha punito con una multa da 50.000 dollari (cinquantamila dollari) Matt Barnes!

Il re dei tiri liberi dei Clippers nella stagione era già stato condannato a pagare 25.000$ per avere tirato acqua e detto parolacce a un tifoso durante la partita con i Washington Wizard, e altri 25.000$ di multa per avere insultato Robert Sarver: il proprietario dei Phoenix Suns.

mayL’ultimo “incidente” è accaduto mercoledì scorso, gli altri due in gennaio. Mese quest’ultimo in cui il giovanotto doveva essere particolarmente nervoso. Ha avuto una violenta discussione anche con FLoyd Mayweather jr (2.01 per 103 kg  lui, 1.73 per 66 kg l’altro).

Furioso per i 100.000 dollari complessivi da sborsare, Barnes ha provato a giustificarsi parlando con il Los Angeles TImes.

“La cosa pazzesca è i tifosi che possono dire tutto ciò che che vogliono contro i nostri figli, le nostre mogli, qualsiasi cosa. E se noi proviamo a reagire becchiamo una multa. Non possiamo essere trattati come animali in gabbia. Loro ci riempiono di parolacce e noi dobbiamo solo continuare a  correre. Se non vogliono essere insutalti, imparino per prima cosa a non insultare”.

Da noi come sarebbe andata?