I cinquant’anni di Mike Tyson, una vita piena di pugni

BEIJING, CHINA - MAY 24:  Former Heavy Weight Champion Boxer Mike Tyson  attends the Great Wall Weigh-in of IBF World Boxing Championship Bout at Mutianyu on May 24, 2016 in Beijing, China.  (Photo by Lintao Zhang/Getty Images)

Mike Tyson compie cinquant’anni.

È stato il pugile più popolare del mondo dopo Muhammad Ali. La televisione lo ha aiutato a entrare in milioni di case ancora prima di diventare il più giovane campione nella storia dei pesi massimi.

Una macchina da pugni. Dotato di grande abilità tecnica, nei giorni migliori era l’interprete di una difesa esemplare e di una strategia d’attacco che limitava al minimo il numero dei colpi subiti.

È stato un ottimo pugile, anche se a mio avviso non è nella Top Ten dei massimi di sempre (Joe Louis, Rocky Marciano, Muhammad Ali, Jack Johnson, Jack Dempsey, Gene Tunney, George Foreman, Joe Frazier, Sonny Liston e Larry Holmes gli sono superiori). Ha segnato un’epoca come pochissimi sportivi sono riusciti a fare.
Dopo il ritiro, è entrato nello show business. Abile attore, intrattenitore teatrale, improbabile cantante, eccellente interprete di divertenti parodie, protagonista addirittura di una serie di fumetti.

Dopo la morte di Ali ha lasciato il commento che più di altri ha colpito la gente.

Dio è venuto a prendersi il suo campione, lunga vita al più grande”.

Mi avevano detto che era in miseria, poi ho scoperto che ha venduto la sua villa per 1,5 milioni di dollari. Ci ha messo su un altro milione e ne ha acquistata un’altra. Tanto male non se la deve passare.

Presto faranno un film sulla sua vita. Regista Martin Scorsese.

Anche oggi ha una vita convulsa.

Questo è il riassunto delle puntate precedenti.

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Indianapolis, Indiana, marzo 1995.

SONO le 5 di mattina. Quattro gradi sotto zero, il gelo mi entra nelle ossa. Il taxi percorre quindici miglia senza mai cambiare direzione, segue la Washington Street che, appena fuori città, diventa Interstate 40. Fabbriche, desolazione, campi di basket, una chiesa Battista, la piatta provincia americana. Superiamo l’Aeroporto Internazionale, ancora cinque miglia e giriamo in Morgan Street. Davanti a me il Plainfield Youth Center, carcere di media sicurezza.

Sono le 5 del mattino e un agente sta aprendo la cella del detenuto 922335: Michael Gerald Tyson, ex campione del mondo dei pesi massimi, in carcere per stupro.

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Brooklyn, New York, fine giugno 1966.

LORNA Smith, 36 anni, spende uno dei rari sorrisi della vita. Accanto a lei, per l’ultima volta prima di sparire c’è Jimmy Kirkpatrick. È il papà di quel bambino di quattro chili, appena nato al Cumberland Hospital di Fort Greene, che urla nel letto. Lo chiameranno Michael Gerald, il cognome lo erediterà da Percel Tyson: l’uomo da cui Lorna ha divorziato alcuni anni prima. L’infanzia di Mike è a Brownsville, in un casermone a sei piani con i mattoni rossi; con la mamma, spesso vittima dell’alcool, ma quasi sempre capace di tornare a casa con qualcosa da mangiare; con la sorella Denise e con Rodney, il fratello. Laggiù, negli anni Trenta, comandava l’Anonima Assassini. Il tempo ha cambiato davvero poco. I primi ad arrivare sono stati i contadini, poi gli ebrei, quindi gli italiani e gli esuli dell’Est europeo. Tra le due guerre mondiali si sono aggiunti anche neri e ispanici. Oggi i padroni sono gli spacciatori. Case del crack ovunque, ubriachi e drogati sugli scalini. Macchie di sangue alle pareti. Gente in fila per comprare la droga da bambini che maneggiano pistole automatiche. Sirene della polizia, spari di giorno e di notte.

Sono stato in quell’inferno e mi è sembrato di entrare in un antro delle streghe. Vecchi ricordi da bambino mi tornavano alla mente. Vedevo solo nero attorno a me. Solo quando sono uscito da quell’incubo ho rivisto la luce.

A cinque anni Mike è testimone di un omicidio. Scappa via veloce, non dice niente e si salva. A nove è il boss del quartiere. Ha la voce flebile, allora come adesso quel sussurro sembra completamente fuori posto in un fisico da guerriero. Il faccione da cattivo l’ha sempre avuto, così come quel collo enorme, cinquanta centimetri, e una muscolatura così potente da provocare smagliature sulla pelle. Gioca con i piccioni, che chiama «babies». Ruba nei centri commerciali, aiuta le vecchiette ad attraversare la strada e poi le scippa, pretende la tangente dai negozianti. A 12 anni è già stato arrestato quaranta volte. L’ultimo furto, a una prostituta sulla 42esima strada, lo porta al riformatorio di Tyron. Lì conosce il pugilato, ma scopre che la vita può essere ancora più dura che a Brownsville.

È la prigione a convincerlo che l’unico linguaggio per uno come lui sia quello della violenza. Anche con le donne. Ha solo quattro anni quando è ricoverato all’ospedale di Brooklyn, al 203 di Franklyn Avenue, e la mamma gli porta una pistola giocattolo e una bambola. La pistola gli sfugge di mano e si rompe, lui travolto dalla rabbia sbatte selvaggiamente la bambola sul pavimento fino a farle volare via la testa. Lo ha scritto José Torres nel libro che gli ha dedicato: «Fire&Fear» (fuoco e paura).

«Ho sentito un grande brivido quando ho strappato la testa della bambola. È stato come un orgasmo».

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Catskill, New York, gennaio 1981.

CUS D’Amato ha portato Floyd Patterson e José Torres al titolo dei massimi e dei mediomassimi. È un santone del pugilato. Quasi calvo, un’andatura ciondolante, le gambe arcuate. Abita in una villetta, a Catskill.

D’Amato cura e protegge Tyson. Lo difende quando Teddy Atlas, il maestro a cui l’aveva affidato, gli punta la pistola alla tempia e minaccia di sparargli, accusandolo di aver tentato di stuprare la figliola di 12 anni. Gli sta accanto quando muore la mamma. Lo presenta a Bill Cayton e Jim Jacobs: i primi manager nell’avventura del professionismo.

Mike esordisce il 6 marzo 1985 per una borsa di 500 dollari. Si taglia i capelli cortissimi come Jack Dempsey, si fa mettere due incisivi d’oro come Jack Johnson, sale sul ring senza calzini come Joe Louis. Vince per knockout i primi 19 match, per dodici volte chiude al primo round.

Muore anche Cus D’Amato, sembrano esserci solo tragedie nella vita di Tyson. Tocca a Jim Jacobs fargli da padre. Lui e Mike sono sempre in contatto, Jacobs segue i match con un auricolare. L’altro auricolare è nell’orecchio di Kevin Rooney, ex pugile, scommettitore perdente, il nuovo maestro.

Avanza e distrugge, Mike Tyson. Conosce la boxe, D’Amato gli ha insegnato l’arte della difesa. Lo ha fatto allenare con le braccia legate, mandandolo ad affrontare sparring che sparavano colpi mentre lui cercava di evitarli. Ha chiamato i colpi con dei numeri, ogni sequenza corrisponde a una serie. Lui urla dall’angolo 4-7-10 e Mike porta jab sinistro-diretto destro-gancio sinistro.

Si muove bene sul tronco il giovanotto, sa schivare, accorcia la distanza per poi piazzare bordate di inaudita potenza. È un mostro che sta per divorare tutto e tutti.

«Eddie Richardson? Voglio colpirlo fino a ficcargli il setto nasale nel cervello».

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Las Vegas, Nevada, novembre 1986.

BILL Cayton è in cima alla gradinata dell’enorme salone che ospita la conferenza stampa alla vigilia del match tra Berbick e Tyson. Il nostro giovanotto sta per diventare il più giovane campione del mondo dei pesi massimi. Con il collega Claudio Colombo, inviato del «Corriere della Sera», avvicino il vecchio manager.

– Tyson è molto popolare in Italia. Ci piacerebbe raccontarne la storia, visitare la sua casa di Catskill. Pensa sia possibile?

«Non credo, mi dispiace».

– Perché?

«Dopo ogni match, Mike scompare per un paio di settimane. Dedica quei giorni al sesso. Si chiude in un albergo e non esce fino a quando non si convince di averne abbastanza».

Pensiamo a una scusa per togliersi di torno due giornalisti che conosce troppo poco per consentire loro di entrare nella vita privata del campione. Invece, è la verità.

Quel match Tyson lo vince con una facilità disarmante. Il tragico balletto di Trevor Berbick sul ring dell’Hilton, quel 22 novembre 1986, non lo scorderò mai. Sembra un burattino a cui hanno tagliato i fili. Prova ad alzarsi per poi ricadere ogni volta. Giù, senza equilibrio. Dopo quell’incontro il ragazzo mette assieme altre nove vittorie, unifica il titolo dei massimi, si convince di essere imbattibile. Scoprirà troppo tardi che in un match di boxe puoi difenderti perché c’è un arbitro che fa rispettare le regole. Nella vita, non sempre è così.

E quando arriva il momento di pagare, nessuno ti avvisa prima. A Tokyo, l’11 febbraio del ’90, sale sul ring in pessime condizioni fisiche. James Buster Douglas, forse l’ultimo nella lista dei suoi rivali per il titolo, gli infligge una lezione di boxe. Lo umilia. Lo mette knockout in dieci round, gli toglie il titolo. È vero, se l’arbitro non avesse contato fino a 14, Mike quel match lo avrebbe vinto. Nonostante tutto. Ma se sei in debito con il mondo prima o poi devi rassegnarti a pagare il conto.

Robin Givens ha gli occhi da cerbiatta, viso angelico, corpicino perfetto. Buona istruzione, scuola di recitazione, piccola carriera da attrice in un paio di serial televisivi. Ha sposato Mike Tyson, ha passato con lui mesi burrascosi, ha divorziato il giorno di San Valentino dell’89 e ha chiesto 46 miliardi di dollari come risarcimento. Ne riceve sei l’anno. Sembrava una favola, è un drammone fatto di liti terribili, mobili che volano dalla finestra, tentati suicidi, denunce, ricatti. Poi, finalmente, lei esce dalla sua vita.

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Indianapolis, luglio 1991

Desirèe Washington è la grande vittima di questa storia. La tragedia comincia all’1.40 della notte tra il 18 e il 19 luglio del 1991, quando riceve una telefonata nella camera d’albergo a Indianapolis. È lì per partecipare al concorso Miss Black America. Mezz’ora dopo sarà sola con Mike Tyson nella stanza 606 dell’Hotel Canterbury. Ho letto la deposizione della ragazza al processo, leggetela anche voi.

«Stavamo parlando di Rhode Island, dei bambini, dei cani, dei piccioni, delle nostre famiglie, della vita. Improvvisamente Tyson è cambiato: “Eccitami”. Era una voce che sembrava venire dal nulla. Mi sono spaventata, ho cominciato a balbettare. “Ho bisogno di andare in bagno, quando esco andiamo a visitare Indianapolis come mi avevi promesso”. “Va bene” mi ha risposto. Quando sono uscita dal bagno era seduto sul letto e indossava solo le mutande. Ero terrorizzata. “Voglio andarmene”, e lui: “Vieni qui, non combattermi” e mi mette la lingua in bocca. Mi strappa i vestiti di dosso. Comincia a toccarmi dappertutto, mi fa male. Mi graffia le gambe, mi prende per le caviglie e mi solleva sul letto, comincia a fare del sesso orale. Poi mi penetra. Io gli urlo di avere pietà. Gli dico che ho paura di avere un bambino, lui è senza profilattico e non si controlla. Mi dice di stare tranquilla. “Non combattermi, rilassati”. Quando la sua eccitazione sta raggiungendo il massimo, comincia a sussurrare: “Mommy, non combattermi, rilassati. Mommy, rilassati”. Mi sono sentita gelare».

Il ginecologo che la visita, la tranquillizza: «Non può avere bambini se le sue mestruazioni sono cominciate la mattina del giorno in cui è stata stuprata».

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Plainfield, Indiana, marzo 1995.

MANCANO cinque minuti alle 6 quando una Lincoln Continental con targa «JBT373» dell’Ohio si ferma all’ingresso della prigione. Alla guida c’è Rory Halloway, amico d’infanzia di Tyson. Accanto a lui John Horne, ex attore, che ha presentato Robin Givens a Mike. Sul sedile di dietro Don King e Monica Teresa Turner. Ad attenderlo ci sono anche trecento giornalisti, una cinquantina tra radio e televisioni, mille curiosi. Alle 6.10 Tyson esce dal carcere. È stato dentro per tre anni, per i prossimi quattro sarà in libertà vigilata. In prigione, dice, ha letto Mao, Aristotele e Che Guevara, ha scoperto Malcolm X, si è convertito all’islamismo e ha preso il nome di Mikhail Abdul Aziz, dove la prima parte sta per Michael e la seconda per “servo del Signore”.

In prigione ha ritrovato una vecchia amica, la paura. Era terrorizzato dall’idea di essere violentato, viveva nell’angoscia che qualcuno volesse avvelenarlo. Si faceva portare tutti i pasti da fuori, raramente usciva dalla cella.

Appena uscito dal carcere, visita la Moschea, prega assieme a Muhammad Ali, poi a bordo di un bireattore Lear vola verso la sua villa di Southington: 14 stanze e quattro bagni, ognuno con i rubinetti in oro e marmo di Carrara come pavimento. Un’enorme piscina a forma di guantone da boxe. In garage ha due Porsche, due Ferrari e una Rolls Royce. Mike è tornato.

«Da bambino ho sempre desiderato diventare un duro. I duri sono capaci di qualsiasi atrocità. Ma hanno anche la dignità di guardare negli occhi i loro assassini senza tremare. Nella mia vita non ci sono regole. Sono un agnello da dare in pasto ai leoni. Tutti mi odiano. Lo credo sinceramente, perché nessuno può punirmi più di quanto non faccia io. Non sono ancora morto, ma mi sento come se vivessi all’inferno. Avrei potuto essere uno della mafia. Quando sono dalla tua parte, sono pronto a darti la mia vita. Ma se qualcuno non rispetta me o la mia famiglia, non ci sono altre soluzioni: o muore lui, o muoio io».

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Las Vegas, Nevada, giugno 1997.

UN MORSO, un altro ancora. L’orecchio di Evander masticato e sputato sul tappeto del ring. Iron Mike spalanca la bocca come una belva affamata e fa scomparire tra i denti l’orecchio destro del campione. Un gesto animalesco che rivela fino in fondo la natura di Tyson. Incapace di gestire la propria violenza, la propria vita. È la fine del mito. Quella notte, assieme a quel pezzo di orecchio, Mike stacca il cordone ombelicale che lo lega alla nobile arte, allo sport come mezzo per guadagnare rispetto. È tornato campione del mondo contro Frank Bruno, riprende la via della disperazione contro Evander Holyfield in due scontri che ne ridimensionano il valore di pugile.

«Lui non voleva combattere, voleva solo mettermi giù a testate. E io non potevo permetterglielo, ho dei figli da crescere. Così gliel’ho fatta pagare».

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Copenhagen, Danimarca, ottobre 2001.

CONTRO Brian Nielsen c’è Mike Tyson, l’uomo che a Manchester ha comprato gioielli per un paio di miliardi e ha preteso che a pagarli fosse Frank Warren, l’organizzatore delle sue sfide britanniche. E quando quello si è rifiutato, lo ha picchiato in una stanza d’albergo, ha tentato di stuprarlo e poi ha minacciato di lanciarlo dalla finestra. Combatte ancora Tyson, guadagna altri miliardi e stende nuovi rivali. L’ultimo è un Brian Nielsen decisamente sovrappeso, poi arriverà finalmente Lennox Lewis. È il match che sogna.

– Perché?

«Voglio il suo cuore, voglio mangiare i suoi bambini. Voglio strappargli il cuore e farglielo mangiare.»

Lo urla subito dopo il match di Glasgow contro Lou Savarese, non si presenta in conferenza stampa. Shelly Finkel, ex organizzatore di concerti rock oggi suo manager, prova a giustificarlo.

«Mike non voleva dire quello che ha detto, a lui i biambini piacciono.»

«Yes, well done» dice dalla platea Michael Katz, giornalista del «New York Times». (Sì, gli piacciono ben cotti).

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Memphis, Tennessee, giugno 2002.

ARRIVA il match tanto atteso, non c’è incertezza sul risultato. Lennox Lewis è ancora un pugile, il campione dei pesi massimi. Sul ring di Memphis c’è solo il ricordo di quello che è stato “Iron” Mike Tyson. È triste, ma per la prima volta nella sua vita il ragazzo selvaggio di Brownsville fa pena in chi lo vede. E’ incapace di mettere in piedi una minima reazione. Continua a combattere solo perché non conosce altro modo di esprimersi. È anche il mezzo più veloce per guadagnare quei soldi che gli servono a pagare vecchi debiti e a mantere alto il tenore di vita. Mike ha strappato via anche quella piccola parte di buono che nascondeva dentro di sé. Per comunicare, oramai usa soltanto la violenza.

Una volta, quando il giovane talento aveva conquistato il mondo, qualcuno aveva attribuito a Larry Holmes questa frase: «Tyson? Finirà ucciso dentro uno dei vicoli del quartiere più brutto di una qualsiasi città americana».

Iron Mike è stato sfortunato, tutte le persone a cui voleva bene sono morte. Una dopo l’altra ha perso la mamma, Cus D’Amato, Jim Jacobs. Così, una volta diventato ricco e famoso, si è ritrovato con i vecchi fantasmi. Il passato è tornato a vivere nelle cattive compagnie, nei perfidi consiglieri. Ha pensato di potersi comprare la felicità con i soldi. Ha pensato che tutto per lui fosse possibile. E ha continuato a peccare.

«Bill Cayton e Jimmy Jacobs dovevano finire in prigione per avermi portato al titolo. Pensavo di essere diventato un uomo, ero solo un bambino».

Frequentatore abituale della prigione, capace di discutere solo con i pugni. La gente non gli ha mai perdonato di essere diventato ricco e famoso. Non glielo hanno perdonato soprattutto quelli che erano come lui e tali sono rimasti. Ma gli sono contro anche i ricchi signori che hanno pagato più di mille dollari un biglietto di bordoring per vederlo massacrare il rivale di turno, ma che non hanno mai accettato il fatto che un negro potesse camminare sulla loro stessa strada.

È l’America di oggi che si concentra in una miscela esplosiva. Sul ring Mike Tyson non ha mai evitato nessuno, ha affrontato a testa alta chiunque si sia presentato sul suo cammino. A metterlo ko è stata la vita, quelle rimediate nel pugilato sono state soltanto sconfitte di riflesso.

Questa è la storia di Michael Gerald Tyson, nato senza un padre e cresciuto senza una famiglia. A fargli da compagna ha trovato solo la violenza.

«Quelle due puttane mi hanno rovinato. Desirèe Washington e sua madre si sono inventate uno stupro che non c’è mai stato. Ma credetemi, se me le ritrovassi davanti, stavolta sì che le stuprerei entrambe.»

Parola dell’uomo più cattivo del pianeta.

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I peccati che hanno portato la boxe italiana a non avere futuro

Milano 01/09/1960  Stadio S .Siro   incontro pugilato valido per il titolo mondiale dei pesi Welter Junior Duilio Loi contro Carlos Ortiz  nella foto una panoramica degli spalti gremiti di spettatori FOTO OMEGA

Andrea Scarpa va a combattere in una grande riunione organizzata da Eddie Hearn (Matchroom) a Londra e subito ripensiamo a quel che avremmo potuto fare in Italia e non abbiamo fatto.
Scarpa vince un bel match e si torna a parlare di quel che sarebbe potuto essere e non è stato.
E allora mettiamoli in fila gli errori del passato e quelli di oggi.
Dal punto di vista economico l’Italia del pugilato è da tempo in sofferenza. Non riesce a generare serenità finanziaria in nessuna delle componenti.
Quattro gli elementi fondamentali per sperare in una ripresa.
Quattro gli elementi che ci fanno capire che non abbiamo futuro.

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La televisione.

La boxe è passata da Rai, a Mediaset, a Sportitalia, a Deejay tv, di nuovo a Rai e Sportitalia.
Quella di Fox Sports mi sembra un’operazione mordi e fuggi, riservata peraltro alle riunioni costruite all’estero su campioni che non ci appartengono.
Se la televisione non paga una cifra adeguata per i diritti e non sostiene sul piano promozionale la boxe non c’è futuro. I nostri pugili sono costretti a tentare la grande impresa all’estero, con tutti i rischi che questa avventura comprende.
Ma ai tempi in cui la Televisione c’era e pagava tanto, gli organizzatori sono stati così bravi da creare terra bruciata attorno a loro proponendo eventi scandalosi. E anche in tempi recenti i fatti hanno dimostrato che l’esperienza passata non era servita a niente. Altri tristi match sono stati mandati in onda con il risultato di allontanare chi aveva avuto la sventurata idea di mettersi davanti al teleschermo.
Da molto tempo non c’è promozione attorno all’evento, sono quasi sparite le trasmissioni legate a questo sport, in questo modo i protagonisti sul ring non riescono mai a diventare personaggi tali da garantire un minimo di fidelizzazione dello spettatore. Un po’ per demerito loro e di chi li gestisce, ma anche di una televisione che (oltre a pagare poco l’acquisizione dei diritti) sembra avere abolito addirittura le interviste pre e dopo match. Niente storie per raccontare i personaggi che andremo a vedere, nessun approfondimento. Non sappiamo chi siano, cosa pensino, come vivano quei due signori che si prendono a pugni per 8, 10, 12 riprese.
Ne è scaturita una mancanza di presa popolare che ha generato la cultura del silenzio.

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Gli appassionati.
Il pugilato è ignorato dai giornali e vissuto con grande fatica anche sulla Rete. Questo ha provocato un corto circuito mediatico che ha relegato la boxe nel ghetto degli sport minori. Siamo sempre di meno, facciamocene una ragione. Sui social network e nei Forum sembra che ci sia grande fermento attorno alla nobile arte, la realtà è che sono sempre le stesse (e sono ottimista) cento persone che a giro scrivono messaggi, lanciano insulti, si confrontano tra loro.
Sono pochi anche i fruitori dello spettacolo, questo giustifica (in parte) lo scarso interesse da parte delle Tv. E questa è anche la facile chiave di lettura che le stesse televisioni hanno scelto per coprire la poca voglia di impegnarsi per rendere più vivace il prodotto.
La televisione ha anche la colpa di accettare una programmazione senza prendersi il diritto di veto. Non tutti i match trasmessi hanno il marchio della spettacolarità. E questo è un lusso che oggi la boxe non può permettersi.

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Gli organizzatori.
Il pacchetto che costruiscono attorno all’evento è inesistente.
I promoter lavorano con la stessa metodologia di molti anni fa.
Niente spazi sui giornali, silenzio sui social network, incapacità nel creare curiosità attorno all’evento. Sembra quasi che le serate di pugilato siano riunioni carbonare da tenere gelosamente segrete. Se non ci fosse Boxeringweb, o qualche altro sito volenteroso, il 90% dell’attività resterebbe avvolto nel mistero.
Gli organizzatori dicono: non ci sono soldi da investire in questo campo. Bene, che la boxe resti nel ghetto dei fantasmi, ma nessuno provi più a lamentarsi. Continueremo a parlarne in quattro gatti fino al momento in cui anche qualcuno di noi si stancherà e allora il silenzio che ne scaturirà farà molto rumore.
Sugli organizzatori resta inevasa una domanda che ho in canna da molto tempo: se è vero che a ogni riunione accumulano un passivo, come sopravvivono e perché continuano a fare un lavoro che oltre a non rendere un euro crea solo debiti?

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Ricambio generazionale.
Roberto Cammarelle, supermassimo di assoluto valore dilettantistico, ha disputato tre Olimpiadi. Stesso farà Clemente Russo. Questo ha fatto Domenico Valentino. I migliori prodotti del pugilato italiano restano dilettanti a vita. Una scelta comprensibile (e condivisibile) sotto il profilo economico. Con i soldi della Federazione e dei Gruppi Militari vivono bene. Con quelli dei pro’, non riuscirebbero a fare lo stesso. Ma è anche una scelta che ha svuotato il serbatoio che avrebbe dovuto offrire nuova linfa al professionismo creando un vuoto incolmabile.
Il prodotto boxe non è più quello di una volta, i pugili pro’ di discreto valore sono vicini ai 35 anni e spesso li superano alla grande, mentre i giovani talenti faticano a uscire nella boxe made in Italy.
Anche perché, diciamocelo francamente, di professionisti veri (che traggono mezzi di sussistenza esclusivamente dal pugilato) in Italia ce ne sono due, al massimo tre. Gli altri per sopravvivere devono fare tutti un altro lavoro.
Ormai siamo fuori dalla Champions League, facciamoce una ragione.
Il pugilato ne è fuori per il giro d’affari che riesce a muovere, per interesse mediatico, per popolarità  e valore medio dei protagonisti. 
Non illudiamoci di poter tornare ai giorni dell’oro.
 Gli operatori del settore prendano consapevolezza di questa realtà. Provino a lavorare bene in una dimensione minore, senza per questo sentirsi sminuiti. Facendo con passione il proprio mestiere, cercando collaborazione e non divisione, magari le cose potrebbero andare avanti con dignità.
Cito per l’ennesima volta quello che fa la famiglia Cherchi con il Teatro Principe e le sue riunioni a Milano. Non è l’MGM di Las Vegas, non ci sono tre mondiali a sera. Ma sanno come promuovere i loro eventi, come creare interesse sfruttando quello che hanno a disposizione.
È un po’ quello che faceva Buccioni a Roma, anche se con meno forza di impatto sui media. O il modo in cui operano i Duran sul territorio di Ferrara e dintorni.
Credo che ormai sia questa la via nostrana al pugilato. Molto lavoro locale e qualche puntata fuori di casa (i grandi eventi in Italia appartengono al mondo dei ricordi). 
La boxe non gioca più ai massimi livelli, ma questo non significa che non possa vivere ugualmente con  dignità producendo discreti spettacoli e tirando via ogni tanto anche qualche risultato (il mondiale di De Carolis, il titolo di Scarpa, tanto per restare alle ultime imprese…).
Eravamo abituati alla prima classe, ora che dobbiamo viaggiare in economica ci sembra tutto così difficile…
Senza televisione, senza soldi e senza campioni/personaggi non si va da nessuna parte. Non c’è futuro.

Dempsey. Minatore, lavapiatti, cowboy, campione del mondo

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Jack Dempsey è nato il 24 giugno del 1895. Questa è la sua storia.

Tutti lo chiamano One Punch perché riesce a stendere qualsiasi avversario con un solo colpo. Il vero nome è Bill Hancock e ha appena preso la decisione sbagliata.

oldfield è un paesino sperduto nel deserto del Nevada, ha cominciato ad animarsi dopo l’apertura dell’ufficio postale nel 1904. Il clima è la cosa peggiore da queste parti. Fa un caldo soffocante, il match si svolgerà nella stanza sul retro del vecchio saloon.

One Punch Hancock ha accettato di battersi contro un ragazzino che ogni tanto sfida i clienti del saloon. Si chiama Kid Blackie.

Al vincitore andrà l’intera posta in palio, venti dollari.

Un pugno, uno solo dopo appena quindici secondi e Hancock è ko.

«C’è qualcuno che vuole prendere il suo posto?» urla Hardy Downey, l’organizzatore.

«Ci provo io.»

«Chi sei?»

«John Hancock, sono il fratello di Bill.»

«Si può cominciare.»

Un pugno, uno solo dopo appena venti secondi e anche il fratello di One Punch è knock out. Quaranta dollari in trentacinque secondi, il ragazzo sa come fare soldi in fretta.

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Lo chiamano Kid Blackie, il vero nome è William Harrison Dempsey. Il mondo presto lo conoscerà come Jack Dempsey, il maciullatore di Manassa.

Lavora come minatore, lavapiatti, contadino, cowboy, portiere d’albergo e raccoglitore di frutta. Boxa in strada, nei teatri, all’Opera, nei saloon, negli stadi, al Madison Square Garden. Dorme sulle panchine di Central Park, in alberghi di terz’ordine in cui a fargli compagnia trova solo topi, in suite di gran lusso. È un avventuriero che cavalca da protagonista i ruggenti Anni Venti.

Hyrum Dempsey è un uomo forte, come lo era suo padre Big Andrew. Nel 1868 sposa Mary Celia Surot, figlia di un irlandese, che nelle vene ha sangue cherokee. Hyrum diventa mormone, vende a un dollaro l’uno i trecento acri avuti in eredità dal papà e con quei soldi compra una carovana, poi parte a caccia di fortuna verso il lontano Ovest. Il Far West.

Siccità, temperature altissime, polvere nei polmoni. La cavalcata della famiglia Dempsey non è certo semplice. Il 24 giugno del 1895 nasce a Manassa in Colorado il nono figlio. Lo chiamano William Harrison, come il comandante dell’esercito del Nord Ovest che sconfisse gli inglesi sul fiume Tamigi, nell’Ontario, e nel 1841 divenne il nono presidente degli Stati Uniti. Con il passare degli anni diventerà, più semplicemente, Jack (nella foto sopra il celebre quadro che ritrae il match con Firpo, l’autore è George Bellows. L’opera è esposta al Whintey Museum of American Art a New York).

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Jess Willard viene da una famiglia di poveri contadini. È alto e grosso, pesa 28 chili più di Jack. È diventato campione dei massimi battendo Jack Johnson in un match disputato all’Avana, un incontro che molti hanno definito truccato.

Il 4 luglio del 1919 affronta Dempsey a Toledo, Ohio. Lo organizza George Lewis Tex Rickard, giocatore d’azzardo, geniale promoter. La boxe è illegale a New York, lo resterà fino al 1920. Rickard noleggia un traghetto e ordina al capitano di dirigersi verso Weehowken, nel New Jersey. A bordo ci sono i giornalisti di boxe più importanti d’America. Quando il traghetto lascia le acque dello stato di New York, Dempsey può finalmente firmare il contratto del suo primo campionato del mondo.

Willard è alto poco meno di due metri e pesa 111 chili. Nell’ultimo match ha affrontato John Bull Young, il figlio di un ricco proprietario terriero del Wyoming. Con un terribile montante destro gli ha spezzato le ossa del viso, lo ha ucciso. Teme che la tragedia possa ripetersi anche contro quel piccoletto di Dempsey.

«Voglio l’immunità nel caso lui muoia» confessa prima di firmare il contratto.

Qualcuno corre a riferirlo a Jack, che è in pieno allenamento. The Manassa Mauler mette ko i quattro sparring e scappa via. A essere certo della sua sconfitta è anche Hyrum, che scommette su Willard.

Quando addirittura tuo padre ti punta contro, vuole dire che qualcosa non va.

Il New York World fa un annuncio ai propri lettori.

«Il 5 luglio troverete su questo giornale le foto dell’incontro».

Per garantirsi l’esclusiva, noleggia un biplano italiano S.V.A. e ingaggia un pilota militare: il luogotenente Raymond B. Quick. Ci sono 521 miglia da Toledo a New York, per arrivare in tempo per l’ultima edizione bisogna coprirle in 4 ore e 15’. Il 3 luglio il volo di prova. L’aereo si schianta al decollo. Il pilota si salva, l’edizione straordinaria no.

L’incasso del match è di 452.224 dollari, Tex Rickard è felice.

La campana non funziona, viene sostituita da un fischietto militare. Si perdono dieci secondi che il cronometrista ufficiale Warren Barbour si dimenticherà di recuperare. Il primo gancio sinistro di Dempsey frattura in tredici punti la mascella di Willard, il secondo gli fa saltare cinque denti. Per sei volte Jack spedisce il campione al tappeto. Non esiste ancora la regola dell’angolo neutro in occasione dei knock down. Il pugile finito a terra deve rialzarsi sotto la minaccia immediata di un altro pugno del rivale. Un incubo con conseguenze devastanti.

Al settimo knock down, l’arbitro Ollie Pecord dichiara Willard fuori combattimento.

Jack Doc Kearns esulta. E’ il manager di Dempsey e ha puntato 10.000 dollari su una vittoria per ko al primo round del ragazzo. Corrono tutti negli spogliatoi per festeggiare.

Kearns recupera miracolosamente il suo pugile. Contrordine: il cronometrista, continuando a ignorare il tempo perso nel tentativo di riparare la campana, ha decretato la fine della ripresa con dieci secondi di anticipo. Nessuno però ha sentito il suono del fischietto. Il ko non è regolare, il nuovo campione rischia di perdere il titolo appena vinto.

Willard si rialza e attende che Dempsey torni. Si ricomincia. Altri due terribili round per il boscaiolo del Kansas che rimedia un occhio nero, una ferita alla bocca e altre sulla faccia prima che Pecord dichiari finalmente chiusa la sfida.

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Maxine Cates suona il piano in un saloon. Ha il viso spigoloso, i capelli neri e un corpo scattante. Quando ha tempo e clienti fa anche la prostituta. È la prima moglie di Jack Dempsey. Lei ha 35 anni, lui meno di venti. Il campione la descrive come la donna più sensuale che abbia mai incontrato. Di certo sa come far sparire il denaro. Un amico dei due ha raccontato come nei primi tempi della loro unione Jack e Maxine spendessero più soldi di quanti lui ne guadagnasse. Così lei era tornata a prostituirsi e lui ne era diventato il protettore. Ma sono storie sulla cui autenticità nessuno può giurare.

La seconda moglie si chiama Estelle Taylor (foto sopra con il campione) ed è una soubrette che frequenta produttori e attori di Hollywood. La relazione con il pugile è turbolenta, coinvolge anche il manager Jack Kearns. Lei vuole dirigere il marito anche nella stesura dei contratti di lavoro.

La cantante Hannan Williams è la terza signora Dempsey e dà a Jack le uniche figlie: Barbara e Joan.

Deanna Piattelli diventa l’ultima moglie del campione, quando Jack ha ormai 62 anni. Origini triestine, proprietaria di una gioielleria all’interno dell’Hotel Manhattan. È l’unico matrimonio felice del campione dei massimi.

Maxine è troppo vivace. Estelle ama farsi ritrarre nuda. Prima del match di Dempsey con Firpo si fa regalare una Rolls Royce: deve pur girare per New York. È la donna che scatena l’ira del manager Doc Kearns, al punto da fargli rompere il contratto con il pugile e di denunciarlo in tribunale chiedendo una penale di un milione di dollari per danni morali e materiali. Persa la causa, Doc si vendica lasciando nel testamento una lettera in cui accusa Dempsey di avere usato un trucco in occasione della conquista del mondiale contro Jesse Willard. Lo stesso manager avrebbe applicato sopra la bendatura un sottile strato di gesso. Jack nega sdegnato.

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Luis Angel Firpo è un argentino forte e astuto. Cresciuto a Buenos Aires, figlio di un emigrante italiano e di una spagnola, lavora come commesso in un drugstore. Quando arriva negli Stati Uniti gli cuciono addosso il soprannome di Toro delle Pampas.

In tutta la permanenza negli States usa due soli vestiti. Entrambi neri. Vive in un modesto appartamento assieme a un amico che gli fa da segreterio, cuoco, autista, interprete e cameriere. Si chiama Guillermo Widmer e Firpo lo ricompensa con 25 dollari a settimana.

Per la sfida con Dempsey, l’argentino si allena in un cinodromo. Il campione è sulle rive del lago, vicino a Saratoga. Il pubblico comincia ad arrivare al Polo Ground di New York alle 22.45 della sera prima del match. Alle 19 del pomeriggio del giorno dopo ci sono 125.000 spettatori, in 43.000 sono dovuti tornare a casa.

Nel primo round i due finiscono nove volte al tappeto: sette volte Firpo, due Dempsey, che prima del suono del gong vola addirittura sui tavoli dei giornalisti.

«In che round sono stato messo giù?», chiede ai secondi.

«Sei scivolato, sta per cominciare il secondo», gli risponde Kearns.

Firpo finisce ko dopo 3’56″. È un match di una violenza animalesca.

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James Joseph Tunney cresce nella zona irlandese del Greenwich Village. Ha un ottimo jab sinistro, classe, intelligenza tattica e un sacro rispetto dell’allenamento. Studia teologia in due istituti religiosi di New York, per pagarsi gli studi insegna educazione fisica. Ottantatré match, una sconfitta. Contro Harry Greb.

Al Capone tifa Dempsey e punta 50.000 dollari su di lui. Il campione gli scrive, pregandolo di non influenzare il match. Il gangster gli risponde con 300 rose rosa e un bigliettino: «Al re degli sportivi».

Boo Boo Hoff è un mafioso e tifa Tunney.

Settimo round, cinquanta secondi dopo il suono del gong. Dempsey si alza quasi sulle punte per sparare il gancio sinistro sulla mascella di Tunney.

Ancora un destro, un gancio sinistro e Gene Tunney va giù.

Dave Barry è l’arbitro.

«Jack, vai all’angolo neutro».

«Io resto qui».

Barry prende il braccio di Dempsey e lo trascina nell’angolo più lontano. Paul Beeler è il cronometrista ufficiale e scandisce il tempo. L’arbitro non lo sente. Quando comincia il conteggio, il ko di Tunney avrebbe dovuto già essere stato decretato. Ho visto più volte il filmato del mondiale, ho cronometrato l’intervallo di tempo tra l’atterramento e l’inizio del conteggio: 15 secondi! Il Long Count entra nella storia.

All’otto Tunney è in piedi, sono passati 23” dall’atterramento. Gene comincia a scappare.

«Smetti di fuggire. Questo è un combattimento, non scappare figlio di puttana. Vieni e battiti, bastardo senza fegato», gli urla Dempsey.

Gene Tunney vince ai punti in 10 riprese e diventa il nuovo campione del mondo dei pesi massimi. Si aggiudica anche la rivincita un anno dopo. Dempsey si ritira, continuando a salire sul ring solo per delle esibizioni.

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Lo trovano morto ai piedi del suo letto una sera di fine maggio dell’83. Soffriva alle vie respiratorie e aveva problemi cardiaci. Ventiquattro giorni dopo avrebbe compiuto 88 anni.

Nel periodo più felice del dopo boxe, gestiva un ristorante sulla Broadway vicino a Times Square, New York (nella foto sopra sfila davanti al ristorante accanto alla quarta moglie Deanna Piattelli). Sedeva nel primo tavolo a destra, subito dopo l’ingresso. Firmava autografi, conversava con chiunque volesse chiedergli qualcosa.

Era partito per la grande avventura sulla carovana dei genitori. Aveva attraversato il deserto, combattuto in vecchi saloon, sconfitto il gigante, annientato la paura. Era stato amico di Chaplin, Babe Ruth, Rodolfo Valentino.

La vita aveva provato a metterlo ko, ma alla fine aveva vinto lui.

 

Gran Bretagna fuori dall’Europa, la Premier League si scopre più povera

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L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea avrà dei contraccolpi anche nello sport, soprattutto nel calcio.

La Premier League, il campionato più ricco del mondo, rischia di perdere molta della sua forza.

La svalutazione della sterlina renderà meno competitive le società nelle operazioni di calcio mercato.
Prendiamo ad esempio un giocatore valutato 100 milioni di euro.

A giugno 2015 il tasso di cambio euro/sterlina era 0,709. Fino alla scorsa settimana era 0,760. Questa mattina era 0,809 con tendenza a salire, probabilmente toccherà 0,900. Questo vuol dire che quel giocatore che appena sette giorni fa valeva 76,8 milioni di sterline, tra qualche giorno ne costerà 90 con un aumento di spesa del 20%.

Il discorso vale anche per gli allenatori stranieri, la Premier ne è piena: Ranieri, Conte, Mazzarri, Guidolin, Mourinho, Guardiola, Wenger, Pochettino e altri ancora. Resteranno? Continueranno ad arrivare, nonostante l’inevitabile calo degli ingaggi?

Minor potere di acquisto, meno talenti in entrata, calo del livello di gioco, diminuzione di interesse. Questo potrebbe ripercuotersi anche sui titolari delle società. Attualmente gli imprenditori stranieri proprietari di squadre della Premier League sono 14, ma in futuro potrebbero decidere di investire altrove i propri soldi.

Il campionato inglese produce un movimento di due miliardi di euro a stagione, a questo vanno aggiunti i ricavi sulle singole gare (botteghino e servizi allo stadio), più gli accordi di sponsorizzazione che portano il giro complessivo a una stima di 3,9 miliardi (tanto per dare un’idea, la Serie A vale molto meno della metà). Il contraccolpo potrebbe dunque essere davvero pesante.

C’è poi il problema dei nuovi tesseramenti.

In Premier League il 66,5% dei calciatori non è britannico. L’Unione Europea consente il libero movimento dei lavoratori (e quindi anche dei calciatori) all’interno della comunità. Ma da ieri la Gran Bretagna non ne fa più parte, quindi quello stesso 66,5% sarà da oggi composto da extracomunitari. In futuro per ottenere il visto di lavoro dovranno sottostare a regole ben precise (la norma non può essere retrodatata).

Per ottenere il permesso, secondo le norme della Football Association, il calciatore dovrà avere giocato il 30% delle partite disputate negli ultimi due anni dalla sua Nazionale, se questa sarà tra le prime dieci della classifica Fifa.

Il 45% se sarà in una posizione tra 11 e 20.

Il 50% se sarà in una posizione tra 21 e 30.

Il 75% se sarà in una posizione tra il 31 e 50.

Con questa criterio molti giocatori dell’attuale Premier League non potrebbero far parte dell’attuale campionato.

La situazione potrebbe anche avere dei vantaggi.

Essendo da oggi considerati extra comunitari (a meno di una improbabile negoziazione positiva della Gran Bretagna per un inserimento nello spazio economico europeo), per tutti i giocatori indigeni il trasferimento all’estero potrebbe diventare più problematico.

Un esempio: se il Real Madrid dovesse acquistarlo oggi, Bale sarebbe in tutto e per tutto un extracomunitario.

La Premier League occupa un posto di primaria importanza nell’economia inglese (quasi quattro miliardi di euro non sono una barzelletta, senza contare il coinvolgimento emotivo di migliaia di tifosi), la perdita di potere sarà un contraccolpo duro da assorbire.

Gli analisti dicono che i primi segnali di cedimento dovrebbero vedersi tra un paio di anni, tra sette potrebbe essere raggiunto il livello più basso.

Il rischio maggiore è una progressiva mancanza di interesse della televisione, i diritti rappresentano la maggiore entrata di ogni club.

Di certo si allargherà la forbice tra club più forti, che lotteranno (avendone i mezzi) contro la recessione, e quelli che non hanno la forza finanziaria per reggere botta.

Stamattina la Premier League si è scoperta più povera e, a catena, anche i campionati di Galles, Scozia e Irlanda del Nord saranno fortemente a rischio di indebolimento.

È il segnale negativo che la Brexit ha dato al calcio britannico.

 

Holmes vs Cooney. Storia di razzismo, pugni e chiacchiere

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Giugno 1982, Larry Holmes affronta Gerry Cooney al Caesars Palace di Las Vegas per il mondiale Wbc dei pesi massimi. Arbitro Mills Lane. Trentamila spettatori per un incasso al botteghino di oltre sette milioni di dollari.

Mio padre mi ha insegnato cinque cose: tu non sei buono, sei un fallimento, non sarai mai nessuno, non fidarti di nessuno e non rivelare a nessuno il tuo business.”

La famiglia Cooney vive a Long Island, ha origini irlandesi ed è cattolica. In quella casa Gerry non si sente certo protetto dall’affetto del papà. Eppure è stato proprio lui a spingerlo in palestra, è lui a svegliarlo ogni mattina all’alba per costringerlo a correre. Dedito all’alcool e con uno sfortunato passato da aspirante pugile il signor Cooney è una presenza inquietante nella vita del giovane figliolo.

Vivo nella paura” confessa Gerry a un amico.

Nel 1976 il papà muore di cancro.

Gerald “Gerry” Cooney è ormai un pugile e dopo una discreta carriera da dilettante decide di tentare l’avventura nel professionismo.

E’ alto 196 centimetri, è grosso, è un peso massimo per stazza e potenza di pugno. Il sinistro, soprattutto quando è portato in gancio, provoca seri danni. Va avanti vittoria dopo vittoria sino ad arrivare all’11 maggio 1981 quando sale sul ring del Madison Square Garden per affrontare Ken Norton.

Il match dura soltanto 54”. L’ex campione del mondo è travolto dai colpi dell’irlandese e rischia addirittura qualcosa più della sconfitta per colpa di un tardivo intervento dell’arbitro.

Don King vuole mettere su la sfida per il titolo Wbc contro il detentore Larry Holmes. I due manager di Cooney innescano una corsa al rialzo prima di firmare il contratto. Dennis Rappaport e Mike Jones chiudono l’accordo per una borsa record di dieci milioni di dollari, la stessa che intascherà Holmes. Si attende solo la data della sfida.

Nell’attesa, Cooney non combatte. I suoi manager temono di rovinare l’affare nel caso si verifichi un incidente di percorso.

Holmes difende il titolo contro Berbick, Leon Spinks e Snipes.

Don King annuncia il mondiale per il 15 marzo 1982. Cooney subisce un leggero infortunio alla schiena. La sfida viene rinviata all’11 giugno.

È a questo punto che comincia la nostra storia.

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Non si parla più di sport, ma di scontro razziale.

Don King definisce Gerry la “Grande Speranza Bianca”.

Lui è bianco, è irlandese, è cattolico. L’altro è nero. Non ho bisogno di aggiungere altro.”

Dennis Rappaport guida il gruppo dello sfidante.

Non rispetto Holmes nè come uomo, nè come pugile: non è degno di essere campione del mondo.”

Sono ventitrè anni che un pugile di origini caucasiche non sale sul trono dei massimi, l’ultimo è stato lo svedese Ingemar Johansson che il 26 giugno del 1959 ha sconfitto Floyd Patterson per kot 3 allo Yankee Stadium.

Don King e Rappaport esagerano. Lo scontro verbale diventa quasi una rissa.

Un gruppo di razzisti afferma di avere agenti pronti a sparare contro Holmes quando salirà sul ring.

I supporter afroamericani rispondono sullo stesso tono. Sono pronti a replicare anche con le armi.

Il mondiale si svolge nel parcheggio all’aperto del Caesars Palace di Las Vegas.

La polizia posiziona decine di tiratori scelti sui tetti di tutti i grandi alberghi che circondano l’arena.

I servizi segreti entrano nello spogliatoio del gigante irlandese e fanno installare un telefono “pulito”, non controllato. Mezzora prima del match il telefono suona, all’altro capo del filo c’è Ronald Reagan, il presidente degli Stati Uniti d’America.

Gerry riporta a casa il mondiale dei massimi.”

Nel camerino del campione c’è solo il silenzio.

«Cooney mi ha sempre trattato come se fossi immondizia. È incapace di tirare fuori il buono che c’è nella gente, è bravo solo a esaltare la cattiveria che c’è nei bianchi. Se ne sta al Caesars Palace e non vuole che nessuno passi per il suo piano quando è in stanza. Quelli dell’albergo l’hanno accontentato. Con me non l’hanno mai fatto, eppure io lì ho combattuto dieci volte. Sono tutti con lui, contro di me

In platea ci sono decine di personaggi famosi: Joe Di Maggio, Fara Fawcett, Ryan O’Neal, Jack Nicholson, Wayne Gretzky. Contro ogni tradizione il primo dei pugili ad essere annunciato è il campione. È imbattuto dopo 39 match, anche lo sfidante ha vinto tutti e 25 i match disputati. L’arbitro è Mills Lane. I due si toccano i guantoni al centro del ring, a parlare è solo il campione.

Buon combattimento.”

Si comincia.

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Nel secondo round un perfetto uno/due chiuso da un potente diretto destro mette al tappeto Cooney che prima di andare giù barcolla sulle gambe, prova a tenersi alle corde, insegue un equilibrio che non c’è.

Nell’intervallo all’angolo cercano di scuoterlo, di restituirgli fiducia in se stesso. Danny Rappaport gli urla in faccia.

L’America ha bisogno di te!

Nel quarto un gancio sinistro al corpo doppiato da un destro fa traballare Holmes che viene salvato dal gong. Va all’angolo, è malfermo sulle gambe.

Dal quinto all’ottavo la sfida è combattuta, ma si muove su un piano di sostanziale equilibrio.

Poi ha inizio il forcing del campione. Gerry non ha l’esperienza per tirarsi fuori da quella situazione con il minimo danno.

Nel decimo Cooney colpisce per tre volte sotto la cintura, nell’ultima raggiunge il rivale con un terribile montante.

Ho continuato a sentire il dolore per oltre vent’anni, ogni volta che ci penso mi sento male” dice ancora oggi sorridendo Larry. L’arbitro punisce il comportamento scorretto con tre punti di penalizzazione.

Cooney è ferito sotto l’occhio sinistro ed è in evidente affanno.

Nel tredicesimo Holmes tortura il rivale. Un cross destro stretto, un sinistro devastante.  Cooney barcolla, si appoggia alle corde, aspetta l’ultima stoccata. Victor Valle, il suo maestro, lancia l’asciugamano e salta sul ring. Il mondiale è finito.

Cinque persone si suicidano per quella sconfitta. Nel Mississippi alcuni bianchi sparano e uccidono dei neri. A Kansas City ci sono tumulti, i neri vengono picchiati nelle strade. La casa di Larry, a Easton, viene imbrattata con scritte razziali, la buca della posta è piena di lettere con minacce di morte. Non è stato solo un match di boxe quello che il campione ha appena vinto.

Gerry Cooney va in depressione, disputa altri cinque match e poi si ritira. Cade nell’alcolismo, va in un centro di recupero e ne esce guarito. L’ultimo bicchiere lo ha bevuto una vita fa, il 21 aprile del 1988.

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Oggi i due sono diventati amici. Larry Holmes è un ricco industriale che ha combattuto fino a 53 anni. Sta bene, frequenta ancora il pugilato ed è pieno di soldi. Spesso lo si può vedere nelle serate organizzate per beneficienza dal suo vecchio rivale.

Gerry Cooney vive a Fanwood, New Jersey con la moglie Jennifer e due dei tre figli: Jackson (di 16 anni) e Sara (12). L’altro, Chris (25), abita a New York. Il colosso di origini irlandesi ha un programma radiofonico settimanale in cui parla di boxe. È impegnato in due associazioni. La prima tutela i pugili dopo il ritiro, l’altra si occupa della lotta alla violenza domestica.

Sono passati trentadue anni da quella notte a Las Vegas, ma se vi capitasse di chiedere a Gerry Cooney un commento di quel mondiale vi sentireste rispondere sempre allo stesso modo.

Mio padre mi ha insegnato cinque cose: tu non sei buono, sei un fallimento, non sarai mai nessuno, non fidarti di nessuno e non rivelare a nessuno il tuo business. Quella notte ho pensato che avesse ragione.

(da “Non fare il furbo, combatti” di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free)

I miei Giochi, storie e personaggi di dieci Olimpiadi da inviato

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Da oggi nelle migliori librerie e nei principali store online I MIEI GIOCHI, il mio ultimo libro.
Los Angeles ’84. Sfido Damiani nella palestra di Rocky. In spiaggia con Maurizio Stecca: oro al collo e sella da monta in spalla.
Le avventure di un giornalista schiavo del sesso.
La prima Olimpiade da inviato, ne seguiranno altre nove.
Stranezze ai confini della realtà, ma anche ritratti di personaggi che hanno scritto la storia dello sport.
Seul ’88. Le Luis Vuitton imitazioni originali, prostitute tristi, l’alba di Ben Johnson.
Le tapas boquerones en vinagre nella notti di Barcellona ‘92, la tragedia di Ron Karnaugh.
Atlanta ’96. Un fantasma nel ghetto. La casa di Martin Luther King. Entusiasmo per Michael “Bip Bip” Johnson.
Sydney 2000 e i surfisti di Bondi Beach. Fioravanti e Rosolino ci fanno sentire grandi.
Atene ’04. Le ragazze del windsurf pompano come canottieri nella passata in acqua. L’allegro VDH porta in tasca la foto di un ragazzo gonfio di birra e di peccati.

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Pechino ’08. Ferragosto sulla Grande Muraglia, al mercato del cibo tra grilli, cavallette e scarafaggi. Michael Phelps, l’alieno. Cammarelle, gigante che odia il ko. Federica Pellegrini, lacrime e gioia.
Londra ’12, la prima da freelance. Ancora Cammarelle, il talento di Mangiacapre, lo guasconeria di Russo.
I Giochi invernali.
Il mistero di Nagano ’98. Il bagno di Lilliput, il successo della strana coppia del bob.
Torino ’06. L’husky di Rahlves ha l’accredito, l’Olimpiade del porno, paura e trionfo di Zoegeller, vince Giorgio l’altro Di Centa.
E tanto altro ancora…
Martedì 28 giugno, alle ore 18:00, presento I MIEI GIOCHI da Flavio al Velavevodetto in via di Monte Testaccio 97 a Roma.

Uccisa Juma, giaguaro femmina, durante la cerimonia della torcia in Brasile

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Un giaguaro femmina, come riporta il Daily Mail, è stata uccisa dai soldati brasiliani subito dopo la cerimonia della torcia olimpica a Manaus.
L’animale, di nome Juma, era la mascotte dell’evento a cui ha partecipato legata da una catena attorno al collo.
Finita ls cerimonia hanno provato a farla entrare nella gabbia che l’avrebbe riportata allo zoo. Ma lei, liberatasi della catena, si è ribellata e ha tentato di scappare.
Una squadra di esperti ha provato a catturarla. Le hanno sparato delle punture che l’avrebbero dovuta fare addormentare. Ma non sono riusciti a fermarla.

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Juma avrebbe tentato di aggredire un soldato ed è stata abbattuta da un membro del comando militare dell’Amazzonia, il cui simbolo è un giaguaro.
Sdegno in Brasile e commenti duri su come è stata gestita l’intera vicenda, sembra che gli organizzatori non avessero il permesso di esibire l’animale.

La sindaca di Cascina definisce Imagine di John Lennon “aberrante”

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Susanna Ceccardi, eletta a Cascina in provincia di Pisa, è la prima sindaca leghista in Toscana.
Questo è un suo post su Facebook dell’8 gennaio scorso, ripreso oggi da molti social.
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Questo il testo del post: “1300 bambini hanno cantato Imagine di John Lennon sotto al comune di Cascina, idea del sindaco. Cosa dice la canzone? Dice immagina…Immagina un mondo senza religione, senza paradiso, senza proprietà privata. Qualcuno lo ha immaginato davvero questo mondo, e lo ha realizzato. Si chiama Comunismo e ha fatto milioni di morti. La musica sarà anche carina, ma le parole sono aberranti. Un mondo senza fede, senza valori, senza proprietà privata guadagnata col frutto del proprio lavoro è un mondo non umano. Andrebbe spiegato ai bambini che sono stati usati per questa ennesima pagliacciata“.

E questo è il testo della canzone.

Immagina
di John Lennon
Immagina non esista paradiso
È facile se ci provi
Nessun inferno sotto noi
Sopra solo cielo
Immagina che tutta la gente
Viva solo per l’oggi

Immagina non ci siano nazioni
Non è difficile da fare
Niente per cui uccidere o morire
E nessuna religione
Immagina tutta la gente
Che vive in pace

Puoi dire che sono un sognatore
Ma non sono l’unico
Spero che un giorno anche tu ti unirai a noi
E il mondo vivrà in armonia

Immagina un mondo senza proprietà
Mi chiedo se ci riesci
Senza bisogno di avidità o fame
Una fratellanza tra gli uomini
Immagina tutta le gente
Che condivide il mondo

Puoi dire che sono un sognatore
Ma non sono l’unico
Spero che ti unirai a noi anche tu un giorno
E il mondo vivrà in armonia

“Eppure io dico che se ci fosse un po’ più di silenzio, se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse qualcosa potremmo capire” (Roberto Benigni, La voce della luna)

 

La boxe pro’ e quella dilettantistica sono due sport diversi. Il Cio lo sa?

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Anche l’Ibf si è pronunciata contro l’ingresso dei professionisti alle Olimpiadi.

Squalificherà per un anno i pugili che parteciperanno a Rio 2016, li toglierà dalle classifiche e li priverà di eventuali titoli in loro possesso.

È il secondo Ente mondiale a prendere posizione.

Il Wbc si era già espresso. Stessi provvedimenti, ma estesi a due anni.

Si continua a discutere se i pro’ ai Giochi siano un bene o un male, se sia giusto o sbagliato. Sul tema mi sono già espresso in maniera totalmente negativa, qui vorrei solo sottolineare (con dati oggettivi, non solo con opinioni) come la boxe dilettantistica dei Giochi e quella professionistica siano due sport differenti.

  1. All’Olimpiade si combatte sui tre round, i mondiali professionisti sono sui 12 round.
  2. All’Olimpiade il peso si fa cinque volte il mattino del match (se si arriva sino alla finale) in due settimane. Per un mondiale professionista ci si pesa una sola volta a 24 ore dall’incontro. E si sa come il peso costituisca un ostacolo determinante, quello più duro da superare per un pugile. Lo è al punto che si sono inventati il catchweight per cercare un limite che convenga a entrambi i duellanti. Lo è al punto che molti pro’ adottano quello che viene chiamato dimagrimento veloce. Riducendo idratazione e quantità di cibo ingerito fino ad arrivare al digiuno con conseguente riduzione del tono muscolare, capacità atletica, minore reistenza ai colpi subiti.
  3. All’Olimpiade si combatte (se si vuole arrivare all’oro) cinque volte in due settimane. Nei professionisti si fanno da uno a un massimo di tre mondiali l’anno.
  4. Solo tre categorie di peso tra dilettanti e professionisti coincidono.
  5. Il bendaggio per i pugili AOB (quelli che vanno ai Giochi) ha una lunghezza che va da un minimo di 2,5 metri a un massimo di 4,5 con una larghezza di 5,7 centimetri. Per i professionisti il bendaggio arriva sino a 15 metri ed è largo 5 o 7 centimetri. Mediomassimi, massimi leggeri e massimi possono arrivare a una lunghezza di 20 metri.
  6. I guantoni olimpici pesano 10 once, da 69 chili a +91 si usano guantoni da 12 once. I professionisti usano guantoni da 8 once, dai superwelter ai massimi guantoni da 10 once.
    C’è ancora qualcuno che nega che siano due sport diversi?
    Lo sono al punto che sino a qualche tempo era vietato a professionisti e dilettanti di fare sparring assieme! Ce lo siamo dimenticato?
    golo
    Qui non voglio discutere se siano favoriti gli uni o gli altri, anche se resto largamente convinto che tra i migliori elementi dei due gruppi non ci sia lotta a favore dei professionisti. Qui voglio solo cercare di spiegare come e perché sia illegittima l’intera operazione.
    Dal 3 all’8 luglio in Venezuela ci sarà l’ultima selezione per ottenere il pass olimpico. Non so quali professionisti vi parteciperanno, a sentire in giro sembra che andranno solo pugili di seconda/terza fascia. Ma non è neppure questo il problema, lo scandalo è un altro.
    Come e perché il CIO ha avallato l’idea?
    Non fateci l’esempio di altri sport. A calcio, pallavolo, basket, tennis e in qualsiasi altra disciplina mista, si gioca con le stesse regole. Nella boxe, no.
    Il tutto a meno di due mesi dall’inizio dei Giochi.
    E il presidente federale Brasca dice: “Alcune reazioni scomposte e catastrofiste mi sono sembrate invece molto frettolose e viziate da un astio pregiudiziale nei confronti dell’AIBA”.
    Mi dispiace, ma io sto con l’imbattuto campione del mondo dei supergallo Carl Frampton, che ha lasciato il titolo per dare l’attacco alla cintura dei piuma: “Il professionismo alle Olimpiadi è ridicolo. Sono due sport differenti, è come se un giocatore di badmonton volesse partecipare a Wimbledon”.
    Lo confesso, sono un catastrofista.

I bambini ci regalano un sorriso, a Miami un gesto da applausi

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Francia, settimane da incubo con lo sport sullo sfondo.

Hooligans in azione agli Europei di calcio.

Croati, inglesi, russi protagonisti di battaglie assurde.

Devastano strade, negozi, persone. Un’orda barbarica che tutto travolge, polizia compresa.

Miami, una calda domenica di giugno.

In campo Miami Marlins e Colorado Rockies, MLB: Major League Baseball.

Sugli spalti un piccolo tifoso raccoglie con una presa da applausi una palla fuori dalle linee,  orgoglioso la stringe al petto. Poi si gira e vede una piccola tifosa, non ci pensa su due volte e le regala il trofeo appena conquistato. Lei, felice, lo ringrazia con un grande sorriso.

Nessuna morale, se non quella che crescendo si peggiora.

Sarebbe un sogno se i bambini venissero alla luce con la sicurezza e con l’assoluta certezza che riceveranno l’educazione più indicata e che vivranno sereni e felici. E invece, quando veniamo al mondo, dobbiamo correre i nostri rischi” (Audrey Christie, Splendore nell’erba)