Scuffet, non avere fretta ragazzo

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IL CALCIO sa raccontare delle belle storie.

Oggi vi propongo quella di un ragazzo a cui l’ambiente rischia complicare la vita. Anche ieri è stato protagonista di una grande prestazione. Contro il Catania è risultato il migliore in campo. Non ha segnato perché non è il suo compito, ma Simone Scuffet ha comunque contribuito in maniera determinante alla vittoria, salvando la porta dell’Udinese con grandi parate. Ora dovrà difendersi da qualcosa di molto più insidioso che i tiri di un calciatore avversario.

Il calcio non riesce a gestire con pacatezza i momenti di gioia. Esagera, ingigantisce sempre e comunque. E così rischia di rovinare le cose belle che ha. Simone Scuffet ha appena 17 anni e solo dieci presenze in Serie A. Ma già lo paragonano a Zoff, a Buffon, male che va ad Handanovic. Lo hanno già piazzato a Roma, Milan, Juventus e, ovviamente, a mezza Premier League. Per fortuna il ragazzo ha radici solide, una famiglia forte, e regge la pressione.

Questa è la sua storia.

Era un bambino di sei anni e vedeva Francesco Totti alla tv. Anche lui, come tanti, rimaneva incantato dal talento del capitano romanista. Le prime simpatie dunque viravano verso il giallorosso. Poi entrava nelle giovanili dell’Udinese ed era amore, per sempre. Per quanto possa esserlo quando hai solo 7 anni.

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La passione per il ruolo era scoppiata per caso, dettata più dall’istinto che da una scelta. Aveva sei anni quando il papà l’aveva portato su un campo di calcio.

Vai, gioca con gli altri bambini.”

E lui si era messo tra i pali.

Non ha più abbandonato il ruolo.

Sai Simone che anche il tuo papà giocava da portiere?” gli aveva chiesto a metà tra l’orgoglioso e il soddisfatto Fabrizio, bidello di professione, da giovane portiere con l’Aurora di Remanzacco, il piccolo e tranquillo paese nella provincia di Udine dove risiede la famiglia Scuffet. Seimila abitanti e il friulano centro-orientale come seconda lingua.

La mamma Donatella era rimasta a casa, preoccupata per quel figliolo esuberante che distruggeva tutti i soprammobili della famiglia tuffandosi di qui e di là. Nel salotto, ma anche in cucina.

Simone è figlio unico.

La vita degli Scuffet è cambiata due mesi fa, in un pomeriggio dello scorso 1 febbraio. L’Udinese giocava a Bologna, il titolare era Brkic che durante la fase di riscaldamento si era infortunato. Guidolin non era stato tanto a pensarci su, evidentemente nella testa aveva un’idea che gli frullava da tempo.

Spogliati Simone, giochi tu.

Udinese Channel riportava in diretta la notizia, Frabrizio e Donatella facevano un salto sulla sedia. Poi uscivano quasi di corsa dalla casa di via Santo Stefano per andare alla Birreria Edy a vedere la partita.

Grazie, grazie, grazie, dal Friuli ti salutiamo” gli messaggiavano dopo il fischio finale dell’incontro vinto 0-2 dall’Udinese. Lui gli rispondeva dal pullman della squadra. Sorridente e commosso.

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Simone Scuffet non ha ancora la patente, guida una mini car che i genitori gli hanno regalato quando aveva 14 anni. Con quella va agli allenamenti. Con quella va a scuola, all’Istituto Commerciale Deganutti in via Diaz. E’ nella Quarta A.

Nella Terza E studia Letizia Ciani, una bella ragazza alta e bionda. Una pallavolista dell’Automat Udine. Stagione passata in D, quest’anno in B1. Da poco più di un anno è fidanzata con questo ragazzo che ha già indossato la maglia della nazionale azzurra, anche se per ora solo a livello giovanile.

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Gran fisico, 1.90 per 85 chili, forte personalità. Nonostante la giovanissima età sa già come gestire la difesa. Margini di miglioramento nelle uscite alte. Ma anche grande reattività tra i pali e doti acrobatiche. Un talento naturale che deve comunque accumulare esperienza.

Ha 17 anni. Un’età in cui si ha un rapporto stretto con la tecnologia. E lui in materia ha fatto il pieno. Smartphone, twitter, computer, iPad, playstation. Gioca a Fifa con l’Udinese e ovviamente in porta c’è, indovinate un po’?, Simone Scuffet. Il resto del tempo libero, non è poi che tra studio e calcio gliene rimanga molto, lo passa guardando lo sport su Sky e giocando a biliardo. Palla 8 è il suo preferito, la specialità a tiri dichiarati. Esattamente il contrario di quello che fanno gli avversari nelle partite di campionato.

E’ un ragazzo tranquillo Simone. Se è in difficoltà chiede consigli ai genitori, ma gli piace anche fare lunghe chiacchierate con Lucio Pasqualin. E’ stato il suo professore di ginnastica alle medie. Lo va a trovare magari prima di un’intervista, di un incontro con un giornalista. Ma anche per parlare delle finali di pallatamburello, non si stancano mai di raccontarsi quell’impresa di quattro anni fa con il Remanzacco.

Il giovanotto aveva come suo idolo Buffon, poi ha fatto il raccatapalle di Handanovic all’Udinese e Gigi è sceso al secondo posto. Niente di personale, ma il contatto diretto ha i suoi vantaggi nella promozione della propria immagine.

Ora la stagione magica di Simone Scuffet potrebbe avere un altro importantissimo appuntamento. Il sogno nel cassetto è quello di volare a Rio de Janeiro con la nazionale, di fare parte del gruppo mondiale come terzo portiere. Ma senza fretta, la concorrenza è tanta. Il ragazzo è già felice così, non complichiamogli la vita.

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Agassi: Preferisco fare il papà

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Qualche anno fa Andre Agassi è venuto a Roma. Questa intervista è stata realizzata in quei giorni, ma credo possa reggere anche oggi.

 

Andre Agassi, come racconta Roma ai suoi bambini?

«E’ una città che non si può descrivere, è un’esperienza che vale la pena di vivere. Cultura, storia, passionalità della gente. Il cibo è favoloso. Il mio lavoro è una scusa per tornare.»

Lei si è ritirato a 36 anni. Aspettava un’ultima grande vittoria per annunciare l’intenzione di lasciare il tennis?

«Sino all’ultimo partita ho inseguito la vittoria, ma non per smettere. Non ho fatto come Sampras. Non abbiamo lo stesso carattere. Ogni volta che mi iscrivevo a un torneo sentivo di avere una possibilità di vincerlo, altrimenti avrei smesso prima.»

Cosa è il tennis per lei?

«E’ uno sport che ho vissuto passo dopo passo. Una sfida che si è ripetuta quotidianamente, ogni giorno è stato differente da quello che l’aveva preceduto. Erano gli altri ad essere in ansia se le mie vittorie tardavano. Il tennis è stato un grande nemico per tanti anni, mi ha torturato sino alla fine. Ma è stata anche la cosa che mi ha costretto a tirare fuori il meglio di me.»

Con gli anni, cosa è cambiato nel suo modo di affrontare il tennis?

«Nel finale di carriera le vittorie erano più dolci, le sconfitte più amare. I recuperi erano diventati più lunghi, spesso tutto diventava più difficile rispetto al passato. Io ho giocato a tennis per vivere. Ho imparato ad apprezzare questo sport con il passare del tempo. Prima giochi per te stesso, poi giochi per la gente.»

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Lei ha sposato Steffi Graf (nella foto un momento di tenerezza), siete i genitori di Jaden Gil e Jaz Elle. Dopo la nascita dei bambini le è costata più fatica essere un tennista in giro per il mondo?

«Sono stato un uomo fortunato. La mia famiglia spesso mi seguiva, mi stava accanto durante i tornei. E quando tornavo a casa e vedevo i bambini, non importava più se sul campo avessi vissuto un giorno brutto o bello.»

E’ vero che Jaden Gil ha preso una racchetta in mano a tre anni?

«Sì.»

E se tra qualche tempo le dicesse di avere scelto questo sport come lavoro, come risponderebbe?

«Quando mio figlio ha preso la racchetta in mano era interessato a vedere cosa mamma e papà sapessero fare con quell’attrezzo. La sua concentrazione era ovviamente limitata, ma si è dimostrato coordinato sin da subito. A casa nostra il tennis è un modo di vivere, fa parte della nostra esistenza. Se lui dovesse chiedermi di tentare l’agonismo, gli risponderei che il tennis mi ha dato tanto perchè io ho dato tanto al tennis. Per arrivare bisogna avere abilità, grinta, fisico. La scelta sarà solo sua, ma io gli metterò davanti l’intero scenario.»

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E lei ha deciso autonomamente che avrebbe fatto il tennista?

«Sì. E’ stata mia la decisione, sin dall’inizio. Papà (nella foto Mike col piccolo Andre) ha sempre risparmiato per costruire un campo da tennis. Ha lavorato molto, poi si è messo a cercare una casa. Non gli importava se fosse bella o brutta. L’importante era che avesse dietro uno spazio sufficiente per costruire un campo da tennis. Quando ha trovato il terreno adatto ci siamo trasferiti ed abbiamo vissuto lì per 15 anni.»

Quando ha capito di avere fatto la scelta giusta?

«Ho sentito di non avere più la pressione su di me quando ho vinto il Roland Garros. Avevo 29 anni. A quel punto ho capito che non avrei mai più avuto rimpianti, avevo fatto la scelta giusta.»

Quale è stato il momento più piacevole della carriera?

«Proprio quello. Quando ho vinto il Roland Garros, nove anni dopo aver raggiunto la prima finale.»

E il momento peggiore?

«Quando sono scivolato al numero 141 della classifica. Non pensavo di meritarlo.»

Sua padre ha scritto un libro in cui c’è tutta la vostra vita, cosa ne pensa?

«Ho deciso di non leggerlo.»

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E lei che tipo di padre è?

«Discutiamo molto sull’educazione da dare ai nostri figli (nella foto la famiglia riunita sul campo dei Los Angeles Lakers). Steffi si relaziona con loro attraverso il suo comportamento, dà l’esempio giusto. Io cerco di comunicare più direttamente. Provo a capire le loro esigenze e tento di farmi capire. Il dialogo è la cosa più importante. Con loro cerco di bilanciare sfide e speranze, di insegnargli a lottare per avere quello che vogliono. Ho imparato ad ascoltare, più che a parlare.»

Non pensa che, quando cresceranno e cercheranno il loro posto nella società, sarà davvero dura per Jaden Gil e Jaz Elle essere indicati da tutti come i figli di Agassi e Graf?

«Non credo. Non penso di avere fatto cose così terribili…»

Scherzi a parte, non crede che il peso di genitori così famosi possa essere duro da sostenere per i due bambini?

«Per loro non siamo gente famosa. Siamo semplicemente mamma e papà.»

 

Hagler-Hearns, lampi nel deserto

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IL PRIMO colpo era stato un gancio destro, il gong era suonato da un secondo e il gancio destro di Hagler si era già stampato sulla mascella di Thomas Hearns. Era la notte del 15 aprile del 1985, il ring era quello del Caesars Palace di Las Vegas, l’arbitro si chiamava Richard Steele. Il vento che arrivava dal deserto aveva reso fresca la serata al termine di una giornata calda e umida. Marvin difendeva per l’undicesima volta il mondiale dei medi. Titolo unificato, racchiudeva tutte e tre le sigle maggiori: Wbc, Wba, Ibf. Niente banda dell’alfabeto, il campione era uno solo. Aveva 30 anni Hagler e per arrivare così in alto aveva avuto bisogno della sua bravura, ma anche del potere di un uomo che stava scrivendo la storia del pugilato americano.

Bob Arum, un distinto signore sulla cinquantina. Quando parlava protendeva un po’ in avanti il viso, come se volesse attirare tutta l’attenzione dell’interlocutore. Il suo era un inglese chiaro, da uomo colto. Se la persona a cui si rivolgeva era straniera, la parlata assumeva cadenze lente. Non voleva correre il rischio di essere frainteso. Si era laureato con lode alla facoltà di legge dell’Università di Harvard. Nel suo passato c’era stato un ruolo importante nello staff di Bob Kennedy quando il senatore democristiano era impegnato nella corsa alla Casa Bianca. Arum aveva lavorato per lui come avvocato esperto in problemi di tasse e finanza. Aveva lavorato anche al dipartimento di giustizia dello Stato di New York, era stimato a Wall Street. Aveva ignorato la boxe sino al 1965, poi aveva capito che ci si potevano fare soldi. Tanti soldi. E ci si era lanciato dentro.

Con lui, dal 1977, c’era anche Rodolfo Sabbatini. Classe 1927. Ex giornalista prima dell’Avanti, ai tempi in cui il direttore era Sandro Pertini, poi di Paese Sera. Rodolfo era il miglior organizzatore d’Europa. Un omone che adorava la polemica e la alimentava con quel suo vocione roco e la cadenza piacevolmente romana. Aveva stretto un legame forte con la Top Rank di Bob Arum, assieme avrebbero messo su settanta campionati del mondo.

petronelliAll’angolo di Hagler c’erano, come sempre, i Petronelli. Erano i manager, gli allenatori, i confidenti, gli amici. Si erano sempre occupati di lui con tanta dedizione. Pat e Goody Petronelli (rispettivamente alla destra e alla sinistra di Hagler nella foto) erano nati a Casalvecchio, un paesino vicino Foggia. Una comunità di emigranti albanesi di lunga data. Un posto che aveva anche un altro nome, glielo avevano dato proprio gli Arbereschi. Si chiamava Kazalleveqi e quando i Petronelli erano bambini stava vivendo un piccolo boom demografico. Tremila abitanti, quanti non ne aveva mai avuti prima, quanti non ne avrebbe mai avuti dopo. Poi, la famiglia di Guerrino e Pasquale, questi i loro nomi quando vivevano ancora a Casalvecchio, era emigrata in America. Assieme al papà avevano messo su una piccola azienda edilizia. Goody era stato per venti anni in Marina, nel servizio sanitario. Pat aveva fatto il muratore. Adesso gestivano una piccola palestra dove Goody faceva da maestro, forte di una carriera professionistica che era arrivata fino a ventisei incontri, con una sola sconfitta. Una mano rotta, e curata male, non gli aveva permesso di andare avanti. Ora si divertiva ad insegnare ai ragazzi.

Marvin lavorava nel loro cantiere. Tre dollari al giorno per tirare su muri o impastare la calce. Nel 1969, a 15 anni, era entrato per la prima volta nella palestra dei fratelli Petronelli. Era nato quello che sarebbe diventato famoso nel mondo come “il triangolo”. Marvin Hagler non era ancora meraviglioso, ma aveva appena fatto la scelta che avrebbe cambiato la sua vita.

Due colpi al corpo di Hagler, un gancio destro di Hearns, due ganci sinistri di Hagler, il diretto destro di Hearns. Gli ultimi quaranta secondi del primo round erano stati una guerra. Non c’era stato posto per l’attesa, si sparavano pugni in serie. L’obiettivo era distruggere l’altro, a qualsiasi prezzo. Thomas Hearns sembrava avesse scelto di combattere in equilibrio precario, quasi ballando sulle punte. Era più alto di dieci centimetri, le sue braccia avrebbero potuto tenere lontano il rivale, creare una ragnatela attraverso la quale sarebbe stato difficile passare. Ma aveva troppa considerazione di se stesso per pensare che Hagler potesse avere più potenza di lui. Hearns aveva 27 anni, 34 vittorie per ko e sei ai punti. Aveva perso un solo match, contro Ray Sugar Leonard. Era già stato campione del mondo dei welter battendo Pipino Cuevas, era stato campione dei superwelter superando Wilfredo Benitez. Aveva messo ko Roberto “mani di pietra” Duran con un diretto che sembrava una fucilata. Perchè mai avrebbe dovuto temere questo giovanotto che veniva da Newark, da Brockton o da dove volete voi. L’unico campione di quelle parti aveva un altro nome, si chiamava Rocky Marciano, era un peso massimo, ed era morto.

Alla fine del primo round Goody stava cercando di tamponare una ferita sulla fronte di Marvin. Un taglio, appena sopra l’arcata sopraccigliare destra, che buttava molto sangue, poteva diventare percioloso. Cotone, pomata, cicatrizzanti.

Goody: “Non preoccuparti, Marvin. Chiudi gli occhi, lasciami lavorare”

La soluzione di adrenalina avrebbe dovuto funzionare. Un minuto per occuparsi di quel taglio era poco, ma Goody non era uomo da perdere la calma. Non l’aveva mai persa. Aveva la faccia di un bonaccione, ma chi lo conosceva bene sapeva che era lui la guida di famiglia. Pat faceva il manager, prendeva contatti con gli organizzatori, gestiva il patrimonio. Ma era Goody a comandare in palestra e sul ring.

«Alla testa Marvin, picchialo alla testa». Bertha nelle prime file di ring continuava a urlare con voce stridula il grido di guerra. Era la moglie di Hagler, la madre dei loro cinque figli (Pat Petronelli aveva fatto da padrino alla cresima di Chanelle, una delle ragazze). Bertha dondolava sulla sua sedia, sembrava in trance e continuava a ripetere quella che era più un’invocazione che un consiglio.

Secondo round.

Emmanuel Steward strillava: “Boxa Thommy, boxa”

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Il ritmo era da pazzi. Hearns provava a cambiare guardia per evitare il jab destro del campione mancino. L’altro continuava a pressare. Il fisico di Hagler era una scultura perfetta. I muscoli disegnavano il suo torace senza un difetto. Anche la sua boxe sembrava esente da colpe. Il gancio sinistro con cui scuoteva due volte il rivale era da manuale. Era un colpo che basava la sua potenza sulla rotazione dell’anca e sulla leva fornita dalla spalla. Raggiungeva il massimo effetto a corta distanza. Marvin aveva il rapporto altezza/peso perfetto per scagliarlo ottenendo il massimo del risultato. Quando suonava il gong, Hearns tornava all’angolo guardando fisso il campione. Sorridendo, come se volesse fargli capire che di quei ganci non ne aveva sentito neppure uno, non avevano fatto danni. Doveva essere piuttosto l’altro a preoccuparsi. Thomas aveva tirato 61 colpi, 26 dei quali erano andati a segno. Ed avevano fatto male al presuntuoso campione. Nessuno dei pugni lanciati da Hagler aveva preoccupato lui. Niente poteva scalfirlo. Questo era il messaggio, ma il volto preoccupato di Emmauel Steward, boss del Kronk Gym di Detroit e padre sportivo di Thomas Hearns, non trasmetteva lo stesso concetto.

Nello spogliatoio, prima della sfida, tutto era sembrato così semplice. Gli uomini ritmavano il suo nome, poi prendevano a pugni il muro. Thomas Hearns ballava, gli altri alzavano i pugni verso il cielo. Nel camerino accanto, Hagler ascoltava in silenzio, poi finalmente diceva qualcosa.

“Non può portarseli tutti sul ring. Lassù ci saremo solo noi. Lui ed io”.

E cominciava a ritmare, sottovoce, due parole: “Distruction and distroy”. Le ripeteva come una sorta di mantra mentre il resto dello spogliatoio se ne stava completamente in silenzio. Neppure un grido di incitamento, un consiglio, un’invocazione. Proprio come era accaduto nella vecchia palestra a Main e Charleston street dove Marvin si era allenato nei suoi giorni a Las Vegas. Era lì che aveva fatto le sue sedute di guanti, al Ring Side Gym: il rifugio del mitico Johnny Tocco. Nessuno estraneo aveva accesso in quel buco dove la religione era quella di sempre. Sangue, sudore e lacrime per chi insegue la gloria.

Marvin Hagler amava il suo soprannome, il Meraviglioso. Voleva che che facesse parte di ogni introduzione ai suoi match e quando un commentatore televisivo si era rifiutato di farlo, lui era andato in tribunale ed aveva cambiato nome. Ora si chiamava a tutti gli effetti Marvin Marvelous Hagler, con una sola “l”. Nessuno poteva ignorarlo.

Finale di ripresa. Destro-sinistro di Hagler, ancora destro. Hearns era scosso. Prima del match aveva fatto un lungo massaggio alle gambe, ma l’uomo che doveva prendersene cura aveva sbagliato qualcosa. Un massaggio forse troppo lungo e adesso le gambe sembravano deboli, incapaci di sostenerlo in quella che era diventata una guerra. In poco più di otto minuti, avrebbero tirato 339 colpi. Più di un colpo al secondo. Più della metà dei quali era andata a segno.

Terzo round. Il destro di Hearns scuoteva Hagler che era alle corde. Richard Steele fermava il match. La ferita si stava aprendo sempre di più, ora rischiava di diventare pericolosa.

Steele: “Ehi Marvin, riesci a vedere con tutto quel sangue che viene giù dal taglio?“

Hagler: “Perchè, ti sembra che non lo stia riempiendo abbastanza di pugni? Lo sto forse mancando?“

L’arbitro chiamava il medico, si agitavano gli uomini d’angolo del campione. Il dottor Donald Romeo faceva segno che, per ora, si poteva continuare. Ma alla prossima chiamata avrebbe fermato il match. Marvin sapeva di avere poco tempo a disposizione se voleva salvare il titolo mondiale.

Tre sinistri in fila del Cobra di Detroit. Poi, la fine. Il primo destro di Hagler centrava Hearns appena dietro l’orecchio sinistro, all’altezza dell’occhio. Thomas perdeva l’equilibrio, barcollava. Marvin lo inseguiva. Due passetti rapidi e ancora un destro che faceva fare allo sfidante un mezzo giro su se stesso, Hearns cercava rifugio alle corde. Non faceva a tempo ad arrivarci, non riusciva a trovare una sponda su cui poggiarsi. Il terzo destro del campione del mondo partiva largo. Era un gancio che si abbatteva come una mannaia sulla mascella di Hearns. Una botta terribile, una sorta di esecuzione.

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Thomas si afflosciaca lentamente al tappeto, andava giù in una sorta di fuga verso qualsiasi cosa gli restituisse stabilità. Un uomo in croce, con gli occhi aperti per guardare in faccia la paura. Poi provava a rimettersi in piedi, ma cadeva tra le braccia di Richard Steele che, con un gesto carico di umana pietà, lo aiutava a rimettersi sdraiato sul ring. Correva Emmanuel Steward, provava a tirarlo su, a togliergli il paradenti per farlo respirare meglio. Correva il fratello dello sfidante, sul volto aveva una preoccupazione infinita. Thomas Hearns non era in grado di stare in piedi da solo. Lo portavano a braccia verso lo sgabello dell’angolo. Si sedeva piegandosi come un sacco floscio. Lo sguardo era ancora perso nel vuoto.

Un paio di metri più in là Marvin Marvelous Hagler sorrideva mentre i fratelli Petronelli lo portavano in trionfo. Non era per soldi che si erano legati a quel ragazzo. A bordo ring finalmente Bertha aveva smesso di strillare. Se ne stava in silenzio per un istante, poi cercava di salire sul quadrato. Sorrideva Bob Arum, una risata riempiva il faccione di Rodolfo Sabbatini che gli amici chiamavano da sempre “capoccione”. E non solo per le mille invenzioni della sua vita.

Gli spettatori finalmente avvertivano un senso di pace. La guerra era finita. Erano stati travolti da una frenesia inebriante, pericolosa. Avevano sentito scariche elettriche attraversare i loro corpi. Non era solo violenza allo stato puro quella che i duellanti avevano espresso sul ring. C’erano state anche strategia, sentimento, passione. E in meno di nove minuti tutto questo aveva attraversato la grande arena del Caesars Palace, confondendosi fra le migliaia di persone che faticavano ancora a libersarsi da quella montagna di emozioni.

La guerra era finita. E Marvin Hagler era sempre più Meraviglioso.

Io e la Kournikova a Parigi

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Era fine maggio del 2000, mi preparavo ad andare a Parigi per il Roland Garros. Marco Del Checcolo, che lavorava ancora per Adidas, mi aveva promesso un’intervista a tu per tu con Anna Kournikova se fossi arrivato un giorno prima del previsto. Avevo accettato. AK scatenava un morboso interesse nel mondo del tennis, e non solo, per quella sua sensualità adolescienziale. Si sarebbe ritirata nel 2003, a 23 anni, dopo avere disputato 147 tornei senza vincerne uno ma mettendo comunque assieme risultati tali da raggiungere il numero 8 del mondo. Questo è il racconto di quel pomeriggio con Anna Kournikova…

 

L’APPUNTAMENTO è degno del decollo di una navicella spaziale con destinazione Luna. Dalle 18.58 alle 19.04. Sei minuti per parlare da soli con Anna Kournikova. Prima di me sei televisioni europee, dopo di me il resto del mondo.

Lei indossa una maglietta attillata, un paio di jeans e le scarpe della nuova pubblicità, le platino. Le calzerà solo per il match d’esordio contro la Webb, poi le darà al museo dell’Adidas che ne tirerà 300 esemplari numerati e autografati e li distribuirà in sette nazioni al prezzo di 380.000 lire ciascuno.

E’ con la pubblicità che Anna, che è stata anche fra le Top Ten, fa i soldi. Quest’anno dovrebbe intascare dagli sponsor 18 miliardi, nell’intera carriera ha guadagnato in montepremi “solo” due milioni di dollari. Il trucco è tutto qui. Dopo avere disputato 70 tornei, non ne ha ancora vinto uno. La sua immagine invece è vincente nel mondo intero.

Anna non alza trofei, ma il paludato Times durante lo scorso torneo di Wimbledon le ha dedicato una grande foto in prima pagina e la sua immagine, corredata da un lungo articolo, è apparsa anche sul Katmandu Post. Quella treccia che ondeggia, il viso da bimba provocante, le movenze da pantera ereditate dalla mamma Alla, splendida trentaseienne, attirano anche i maniaci. Non solo quelli della racchetta.

Sposami, mi urlano a gruppi di dieci i ragazzi. L’unico problema è che non so chi dovrei sposare, o dovrei sposarli tutti?”

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Sulla Kournikova circolano mille voci. Le hanno attribuito molti fidanzati. Prima Fedorov, poi Philippoussis, quindi Lapentti. L’ultimo è stato Pavel Bure: giocatore di hockey su ghiaccio con i Florida Panthers, otto milioni di dollari annui di contratto. Dicono che le abbia proposto il matrimonio il 28 febbraio scorso al ristorante Forge di Miami Beach. Qui a Parigi però è ancora con Fedorov.

-E’ il tuo fidanzato?

Gli piacerebbe.”

L’intervista dura sei minuti, le risposte scivolano via come acqua del fiume. Rifiuta di rispondere a qualsiasi domanda critica, svicola davanti alle contestazioni, rifiuta commenti sul suo mondo. La faccia ha un’unica espressione con cui maschera ogni emozione.

Come attrice si è anche esibita in un film dal titolo “Me, myself and Irene” con Jim Carey, quello di Truman Show. Per una sua foto rubata, possibilmente nuda o quasi, i giornali pagherebbero cifre da capogiro. Ieri, navigando su Internet e utilizzando come parola chiave Kournikova, ho trovato 56.360 pagine. Niente male per una ragazza che compirà 19 anni il prossimo 7 giugno.

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Il famoso fotografo David La Chapelle le ha dedicato alcune ardite immagini in divisa da vetero comunista. In realtà servivano solo a farla vedere in microgonna rossa. Niente di sconvolgente. Più ardite le foto rubate ad inizio anno alla festa della Wta dove si è esibita con una mini che lasciava in bella mostra un tanga leopardato.

Sfilano davanti al seggiolino della russa dalla lunga chioma bionda giornalisti di mezzo mondo. Sei minuti per nazione, non un secondo di più. Un cerbero alto e grosso e lì a fare la guardia e a scandire i tempi. Qualcuno comincia a fare i conti sugli sponsor, tanto per capire come si arrivi a 18 miliardi.

Ci sono i reggiseni Berlei. Lo slogan è “Solo la pallina deve rimbalzare.” Quando sei in campo non puoi vedere i tuoi movimenti limitati da quello che la Natura ti ha regalato.

-Che misura porti?

La nove.” Pausa, risata. “Di scarpe.”

Poi i videogame Namco. “Qualcosa di bello da fare in due” è lo strillo usato per reclamizzare Anna Kournikova Smash Tennis Court.

L’abbigliamento Adidas, da cui vengono le scarpe da ginnastica platino e uno spot girato in una discoteca di New York assieme a Martina Hingis, Safin e Lapentti. Per chiudere c’è la Yonex, racchette e abbigliamento. Soldi, tanti.

Il giornalista di una tv nazionale tedesca si vede respingere al mittente tre domande giudicate dalla giovane figliola impertinenti. Perchè mai questa signorina dovrebbe accettare di essere messa in discussione?

La vita per lei è solo rosa. Abita a Miami e anche sulla sua nuova casa circola una voce romanzesca. La villa vale un milione di dollari, ma Fedorov gliela avrebbe ceduta al prezzo simbolico di 65$.

Gira il mondo in prima classe o (quando è a terra) in limousine. Non scende sotto la Porsche quando si tratta di viaggiare con il boyfriend di turno.

E’ stata al Jay Leno Show e ha spiegato perchè quei gonnellini che indossa sul campo sono così corti.

«Sono come quelli delle altre, solo che le mie gambe sono più lunghe.»

Lo sanno bene i ragazzi di Key Biscayne.

Per questo la Wta ha dato ai raccattapalle disposizioni precise.

Regola numero 7: stare lontani dalla Kournikova.

Regola numero 14: non fissare la Kournikova.

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Qualche anno fa il ministro inglese dello sport Tony Banks sfogliando i giornali che raccontavano la prima settimana di Wimbledon non era riuscito a trattenersi.

Questo è soft porno, non sport.”

Cosce, sederi, riprese delle belle signorine mentre servivano e mostravando inconsapevoli la mutandina. Aveva ragione il ministro. Nessuna delle ragazze aveva però protestato, una di loro sembrava anzi aver gradito l’omaggio.

E’ vero, il mio sedere è finito spesso sulle prime pagine dei giornali. Ma non era poi così brutto da vedere.“

La bella figliola eccitata per le foto era ovviamente la giovanissima Anna Kournikova.

Continua a ronzarci nella mente la frase che Pam Shriver ha detto qualche tempo fa.

Il rischio più grosso che corra una come lei è quello di rompere lo specchio dello spogliatoio.”

AK fa spallucce.

Il campo da tennis è il mio palcoscenico, lì devo essere libera di esprimermi. Essere bella non è una colpa.”

La pensano così i suoi ammiratori che le spediscono 200 lettere al giorno, oltre metà delle quali contengono proposte di matrimonio.

Le interviste sono finite. Lei concede un ultimo sorriso, poi torna sotto la protezione del suo clan. Questo Roland Garros sarà il 71° torneo della carriera. Sono in molti a chiedersi se riuscirà mai a vincere uno.

 

Serie A, F. 1 e tennis. Che noia…

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LO SPORT mi sta annoiando.

Calma, mi riferisco a qualche disciplina di grande diffusione. A spettacoli ai massimi livelli. In sintesi mi riferisco a tre sport che in passato mi hanno esaltato e ora mi fanno spesso sbadigliare. Mi annoio guardando la Serie A, la Formula 1 e il tennis. Sarà grave?

Il calcio italiano mi sembra la pubblicità dei sonniferi. Non può essere divertente una partita giocata per non perdere, non può essere eccitante una gara senza fuoriclasse. Mi accontenterei di vederne uno per squadra.

Dove sono Maradona, Del Piero, Van Basten, Platini, Batistuta, Ronaldo, Ibrahimovich, Baggio, Zidane, Falcao, Rivera, Riva, Mazzola?

Resta Totti, ma va verso i 38 anni e non può più essere quello dei tempi d’oro. Resterebbero alcune partite della Roma, ma non possono bastare per appagare la voglia di divertimento. Sia chiaro questa non è una dichiarazione da tifoso, da sempre tengo per un’altra squadra. Il Milan, che in questo campionato è la più sfacciata esaltazione della noia.

I calciatori si sono adattati a un colore grigio anonimo, in campo e fuori. Mancano personaggi con una personalità forte, uomini che sappiano regalare emozioni anche con le parole. In partita quelli che azzardano un dribbling sono rarità assolute e vengono visti con sospetto. La tattica è la nuova dominatrice. E tutto rimane prigioniero di formule magiche. Sei esperto di calcio solo se sai districarti tra un 4-3-3, un 4-2-3-1, un 4-4-1-1 o un 3-5-2. E’, mi si permetta l’azzardo, la stessa malattia che ha colpito molti giornali dove la grafica ha finito ormai per prevalere sui contenuti. E le tirature sono precipitate.

Gli allenatori studiano per ore il modo giusto per mettere in campo la squadra, poi arriva l’invenzione di Totti, il lampo di Cassano e tutto salta per aria. Io penso, ma forse sbaglio, che la formula dovrebbe essere adattata ai giocatori e non viceversa.
C’è paura di osare. Non solo con il modulo, ma soprattutto con l’innesto di giovani talenti. Sono rari gli Under 20 messi in campo nel nostro campionato che è il più “anziano” del Vecchio Continente. E alla fine si paga il conto. Fuori dalla Champions League, una sola squadra in Europa League (la Spagna tra le due Coppe ne ha cinque; Francia, Germania, Inghilterra, Portogallo ne hanno due).

Nella Liga hanno Real Madrid, Barcellona e Atletico Madrid. Basta vederle giocare per capire quanto possa essere ancora divertente il calcio. Nella Premier League ci sono Chelsea, Liverpool e Manchester City e lo spettacolo è assicurato ogni settimana. Il dominio del Bayern di Guardiola, vincitore in campionato e ancora in corsa per la Coppa, dice tutto sulla forza della Germania.

In Italia ci si annoia. E così gli stadi presentano larghi vuoti. Per lo spettacolo, ma anche perché sono in gran parte antiquati. Stadi vecchi, molti dei quali con una pista di atletica leggera che allontana il luogo della sfida dagli occhi degli spettatori. Piste su cui non si corre mai, o al massimo una volta l’anno. Me è peccato mortale dire che sono stadi sbagliati. Una parola e si solleva l’uragano dei difensori degli sport meno popolari. Siamo campioni del mondo nel lavarci la coscienza a parole senza conservare un minimo appiglio con la realtà.

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E’ diventata noiosa anche la Formula 1. Gli esperti del settore, i supertecnici rigettano l’accusa. Dicono che questo sport non è per gli italiani abituati a insultarsi davanti a ventidue uomini in mutande. Quando si passa ai motori, capiscono poco e pretendono di giudicare. Probabilmente è vero. Ma allora la Formula 1 un poco alla volta diventerà un mondo per adepti, una nicchia per appassionati, una disciplina riservata a pochi eletti? E’ questo che vogliono le televisioni e gli sponsor che investono milioni e milioni di dollari per le squadre? Siete sicuri che continueranno a farlo se gli ascolti e l’interesse precipiteranno? Non penso che si accontenteranno di avere dalla loro parte un gruppo piccolo ma qualificato. A loro, giustamente, servono i grandi numeri.

E come possono pensare di averli trasformando una corsa in una lezione di ingegneria con classifiche che si ricompongono solo a fine gara, istruzioni tra muretto e pilota in codici misteriosi alle orecchie dei più?

E poi, diciamocelo francamente, anche la Formula 1 ha bisogno di personaggi che buchino il video per coinvolgere quanta più gente possibile. Non dico che uno possa trovare il genio di Ayrton Senna ovunque. Quello era un fenomeno, in pista e nei rapporti col mondo, difficilmente avvicinabile. Ma non vedo in giro neppure Piquet, Prost, Mansell, Jacques Villeneuve.

E’ quello che accade anche nell’universo del tennis. L’avvento delle nuove racchette, autentiche armi capaci di trasformare un giocatore medio in un vincitore, ha omogeneizzato il gioco. Tranne qualche eccezione, Federer su tutti, sembrano fatti con lo stampino. Tutti uguali, tutti senza fantasia, senza talento puro. Così arriva Dolgopolov e con qualche invenzione porta dalla sua la critica intera.

Tennis pieno di noia. Ma anche qui basterebbero un paio dei geniali folletti di una volta per fare tornare l’entusiasmo. Dico McEnroe, Edberg, Rafter, Connors, Nastase, Becker, Agassi. E mi fermo qui.

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Sento dire che dovremmo tutti cambiare mentalità, mutare l’approccio allo sport anche da spettatori. Ve lo dico sinceramente, io guardo lo sport sperando che mi regali emozioni. Credo sia l’unico motivo che possa spingere una persona a trasformarsi in spettatore. Il fatto è che mancano personaggi a tutto tondo, capaci di imporsi in campo e regalare interviste memorabili.

La partita di tennis che non dimenticherò mai è la finale di Wimbledon 2001 tra Goran Ivanisevic e Pat Rafter. Di quella partita mi è piaciuto tutto. Il gioco, la tensione, il tifo, l’atmosfera, l’alternarsi delle situazioni, le dichiarazioni in conferenza stampa. E’ stato uno spettacolo teatrale costruito con grande cura, senza la minima sbavatura. Ma soprattutto è stato un momento magico interpretato da due tennisti di grande personalità che anche in un momento di massima importanza hanno accettato di prendere tutti i rischi. Hanno giocato per vincere, non per difendersi sperando di fare il punto.

Ho tifato per Marvin Hagler e non mi sembra che fosse della Garbatella. Mi piaceva perché faceva un pugilato esaltante, non aveva paura di nulla e osava pur di prendersi quello che voleva.

Non penso che il problema sia la cultura sportiva degli spettatori, ma quella dei protagonisti.

Una partita che finisce 0-0 non mi può esaltare. Sfido chiunque a dirmi che la sfida tra Inter e Udinese, postiticipo dell’ultima giornata, sia stato uno spettacolo eccitante.

Un pilota che vince alla fine di una serie di scelte degli ingegneri al muretto e quando scende dalla macchina mi racconta mille ovvietà non può farmi innamorare della Formula 1.

Un tennista che continua a sparare palle incatenate da fondocampo e ogni volta che azzarda una palla corta cappotta, non può trascinarmi sulle gradinate di uno stadio.

Se la noia continuerà a dilagare, lo sport vedrà calare la sua popolarità per trasformarsi in uno show per quelli che capiscono tutto dell’aspetto tecnico e sono convinti che il mondo appartenga a “pochi eletti”. Quando realizzeranno che la montagna di soldi che gira attorno a questa parte importante della nostra vita non è investita per avere piccoli numeri, allora (forse) cominceranno a temere che gli portino via il giochino.

Ma poi, per fortuna, arriva il Motomondiale e l’entusiasmo torna anche in chi non capisce di motori. Non ci volete? Credete proprio che sia la scelta giusta?

 

 

Bossi, una vita in rimonta

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All’alba del 23 marzo se ne è andato Carmelo Bossi, argento olimpico e campione del mondo professionisti. Aveva 74 anni. Lascia le due figlie, Carla e Alessandra, avute dalla compagna di una vita: Anna Pocaterra, scomparsa lo scorso agosto.

 

QUANDO aveva visto quella scatola di caramelle, Anna non aveva pensato neppure un istante di resistere alla tentazione e l’aveva aperta. Poi, non aveva potuto fare a meno di sorridere.

Sollevato il coperchio con tutti quei ghirigori e tanti fiori pieni di colori, si era trovata davanti il tesoro di Carmelo. Lì dentro c’era la storia di una vita. Medaglie che testimoniavano le vittorie, ma anche i sacrifici, le sofferenze e le battaglie, di un uomo a cui nessuno aveva mai regalato niente.

Anna aveva fatto ruotare le medaglie con l’indice della mano destra, delicatamente, quasi si sentisse in imbarazzo davanti ai sentimenti che quella scatola nascondeva. Poi, aveva tirato su la Croce di Cavaliere. L’aveva ammirata, commossa, e il sorriso era diventato ancora più grande. Il suo uomo era davvero un tipo particolare.

Quei trofei non aveva mai voluto esporli, non li mostrava con orgoglio a chiunque passasse per casa. Preferiva tenerli dentro una scatola di caramelle, quasi si vergognasse di rendere pubbliche le sue conquiste. Eppure a quella scatola teneva in maniera particolare. Era un oggetto che lo aveva seguito in giro per l’Italia, segno che a quei ricordi era molto legato. L’aveva portata con sè anche quando si era trasferito da Milano a Ferrara, nella prima metà degli anni Sessanta.

“Doveva aver fatto qualcosa di storto e se ne era andato in esilio”, raccontava Anna. “E si era così portato dietro le sue cose”. O almeno, quelle a cui teneva di più.

Anna Pocaterra guardava poco la boxe, ma in quei pomeriggi di fine estate 1960 si sedeva spesso davanti alla televisione. Era un modo per stare vicina a Gino, il papà, che amava il pugilato e a forza di vederlo combattere era diventato un tifoso proprio di Carmelo Bossi. Dopo, quando Anna e Carmelo si sarebbero sposati, nel 1966 nell’Abbazia di Pomposa, una spledida costruzione del IX secolo a Codigoro, ci avrebbero riso su. Tutti assieme.

Lei, che di boxe capiva davvero poco, era rimasta colpita da quel biondino (lo chiamerà sempre così, anche se in realtà Carmelo aveva i capelli castanti) dal volto tanto pallido da suscitare tenerezza.

Anna lavorava in un’agenzia di assicurazioni a Ferrara e avrebbe conosciuto Carmelo di persona qualche anno dopo, quando Bossi sarebbe andato lì ad allenarsi con Carlo Duran nella palestra di Nando Strozzi.

Carlo era sposato con Augusta Becchetti. Ed Augusta e sua sorella Thea erano amiche di Anna. Il cerchio si era chiuso, nel migliore dei modi. Quello tra Carmelo ed Anna sarebbe stato un amore forte, capace di resistere anche alle cattiverie della vita.

Quei match ai Giochi di Roma sarebbero rimasti tra i pochi a cui Anna avrebbe assistito, anche se solo davanti a un televisore.

Bossi non voleva che lei fosse a bordo ring quando lui combatteva. E così quando, nel luglio del 1970, lui aveva affrontato Fred Little per il titolo mondiale professionisti, lei era rimasta a casa. Incinta di otto mesi della primogenita. Quell’incontro lo aveva visto sul letto, con amiche e parenti che cercavano continuamente di calmarla.

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Carmelo il pugilato l’aveva scoperto quando era già ragazzo. Aveva 16 anni quando lo zio Carmelo e il fratello Ernesto lo avevano portato nella Palestra di Giuseppe Combi a Milano. Solo dopo si sarebbe trasferito nella Sala Olimpia per affidarsi ai consigli del maestro Luigi Vassena.

Il ragazzo era gracile, aveva le spalle strette. Il pugilato avrebbe forse potuto far qualcosa per rimetterlo in sesto fisicamente.

La famiglia Bossi viveva in centro, in zona Santa Barbara, dietro al Tribunale. Carlo, il papà, aveva un banco di frutta al mercato. Maria, la mamma, era impiegata delle Poste. Avevano tre figli: Francesco, Ernesto e Carmelo che era quello di mezzo. Un tipo ribelle. Uno che faticava a trattenersi dal dire quel che pensava. E con quella voce dal tono così particolare, quasi uno strumento musicale con note basse e gracchianti, non si lasciava scappare l’occasione per ribattere o per colpire. A parole, come con i pugni.

E non aveva paura di nessuno. Per difendere un amico, il fotografo Vito Liverani con cui poi avrebbe lavorato anche come produttore vendendo le foto ai settimanali si era addirittura messo contro ad un ragazzo della Milano bene.

Cosa era successo? Liverani stava facendo delle foto di allenamento sul ring del Vigorelli, quando inavvertitamente aveva urtato il signorino.

-Ehi, pirla. Guarda dove metti i piedi, sei davvero un pirla.

“Chiedi scusa al mio amico. Lui qui sta lavorando, tu ti stai solo divertendo” (il giovanotto non era certo un pugile e si stava muovendo sul ring solo per farsi vedere da qualche ragazza che era in platea).

-Io non chiedo scusa a nessuno

“Te lo ripeto per l’ultima volta. Tu l’hai offeso, chiedigli scusa.”

-Altrimenti, cosa fai?

“Ti sparo un cazzotto in bocca.”

-Falla finita anche tu

Era stato a quel punto che il destro di Bossi era partito. L’altro era crollato al tappeto. Svenuto. Quando si era rialzato era andato a denunciare Carmelo.

Per un breve periodo Bossi aveva aiutato il papà, poi aveva provato a fare il barista, infine aveva lavorato come postino a Porta Vittoria.

Era nato quando la Seconda Guerra Mondiale era appena cominciata. Un mese prima la Polonia era stata infatti invasa dalle truppe tedesche. Una tragedia che si sarebbe chiusa solo nel 1945, dopo aver lasciato sul campo cinquantacinque milioni di cadaveri.

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L’infanzia di Carmelo, come quella di tutti i bambini della sua età, non era stata certo facile. Aveva attraversato i primi anni di vita in un’atmosfera dura, difficile, piena di paure. Ma alla fine ne era uscito fuori. E neppure troppo male.

Era un tipo spiritoso, uno che sapeva essere autoironico, non aveva paura di scherzare su se stesso.

Balbettava, e questo era (forse) un retaggio degli spaventi patiti nei primi anni di vita, ma non aveva mai fatto un dramma del suo problema. Ci giocava su.

Gli piaceva ballare, divertirsi. Con Vito Liverani se ne andava in un bar all’angolo di Piazza Benedetto Marcello. Lì c’era il loro “grup de bagai”, il gruppo di amici. Con loro amava tirar tardi.

Sul ring era intelligente, aveva istinto pugilistico, sembrava essere nato per fare questo sport. Sprecava poco, era dannatamente concreto. Lo chiamavano il ragioniere. Bravo nel lavoro al corpo, anche da dilettante aveva la tecnica di un professionista.

Il primo successo importante era arrivato nel 1958, quando aveva conquistato il titolo di campione italiano nella categoria dei pesi welter a Terni. Il debutto in Nazionale era giunto poco dopo, a Ferrara. In quella città che avrebbe segnato in maniera importante la sua vita. Anna, che lo aveva visto in tv durante i Giochi di Romane era rimasta così colpita da ricordarsi subito di lui appena le era stato presentato dalle amiche.

Agli Europei di Lucerna, nel 1959, si era fermato soltanto in finale.

Da dilettante combatteva spesso al Teatro Principe, uno dei luoghi sacri del pugilato milanese in quegli anni Sessanta. In quella sala, non lontana da Porta Romana, proprio nella stagione olimpica, Luchino Visconti aveva girato le scene pugilistiche di uno dei suoi capolavori: “Rocco e i suoi fratelli” con Alain Delon, Renato Salvatori e Annie Girardot.

Al “Principe”, Carmelo lo conoscevano bene. Potevi star certo che girando da quelle parti avresti sempre trovato qualcuno in grado di raccontarti il match del “biondino dal volto pallido” contro il gallaratese Boni o di qualche altra sfida in cui la boxe vera era stata protagonista assoluta.

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Poco prima di avventurarsi nella caccia a una maglia da titolare per l’Olimpiade romana, Bossi aveva scritto pagine importanti sul ring di quel vecchio teatro milanese.

La rincorsa di Carmelo alla maglia azzurra per i Giochi era stata agitata, piena di tensione e di domande senza risposte. Lui boxava tra i welter e pensava che quella sarebbe stata la sua categoria anche ai all’Olimpiade di Roma. Ma Rea, il capo allenatore, aveva deciso in maniera diversa. A spingere il tecnico a questa decisione, si diceva all’interno della nazionale, era stata la convinzione che Wilbert McClure, l’americano che i compagni di squadra chiamavano “la zanzara”, sarebbe stato più

adatto ai mezzi del milanese che a quelli di Benvenuti.

Bossi sosteneva che nessuno lo aveva ufficialmente informato di questo, che aveva dovuto scoprirlo da solo in palestra. Per qualche giorno aveva visto Nino allenarsi ingolfato, coperto di tute e maglioni. La curiosità gli era cresciuta dentro fino a quando non le aveva dato libero sfogo.

-Nino, che hai? Fatichi a fare il peso?

“Certo. Non è facile per uno che si è ormai stabilizzato nei superwelter a 71 chili, scendere tra i welter a 67.”

Tutto qui. Uno schiaffo senza preavviso.

Carmelo diceva anche che con Benvenuti era, e sarebbe rimasto, molto amico. Non era quello il problema. Aveva saputo del cambio di categoria per caso, solo perchè non aveva saputo tenere a freno la sua curiosità. Ecco, questo era il vero problema. Ma Bossi non era certo tipo da farne un dramma. Non gli era piaciuto il modo in cui era venuto a conoscienza del cambiamento, ma aveva accettato la nuova situazione.

E nella tre giorni romana, dal 4 al 6 luglio, aveva dato spettacolo.

Si combatteva al Palazzetto dello Sport per effettuare la selezione olimpica. Era l’ultimo appuntamento.

Bossi aveva battuto Sandro Mazzinghi nel primo match. Un incontro duro, disputato su buoni ritmi e vinto dal lombardo che si era dimostrato più vario nei colpi e soprattutto più preciso. Sandro faticava a entrare in azione, i tre round da tre minuti lo costringevano a boxare con il freno a mano tirato. Quando si sbloccava, quando scioglieva i muscoli, era tempo di scendere dal ring. E Bossi lo aveva sconfitto.

Poi aveva superato Galmozzi, infine aveva avuto la meglio anche contro Remo Golfarini al termine di un incontro non certo entusiasmante che Carmelo aveva fatto suo soprattutto in virtù di un ultimo round da padrone.

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Baci, abbracci, complimenti e la maglia azzurra era un sogno diventato realtà. Così almeno pensava lui. Ma non tutti erano convinti che fosse l’uomo giusto. C’era stata una grande riunione tra i federali ed erano venuti fuori dubbi in serie, interrogativi. Alla fine avevano deciso che il “biondino dal volto pallido” avrebbe dovuto superare un altro ostacolo prima di entrare nel Villaggio Olimpico. E così avevano fatto scendere di categoria il peso medio Tommaso Truppi e lo avevano messo davanti a Bossi. Una sfida insolita, quella tra un welter salito di peso e un medio sceso di categoria. Il pugile lombardo l’aveva affrontata con tanta rabbia dentro. Si sentiva boicottato, era convinto che il clan romano (gli allenatori Rea e Poggi, con l’appoggio della Federazione) ce l’avesse con lui, che in tanti stessero facendo di tutto per lasciarlo a casa.

E aveva sfogato tutta la sua energia contro il povero Truppi che era così finito violentemente al tappeto nel corso del secondo round. Era stato a quel punto che dirigenti e tecnici avevano messo fine al combattimento e consegnato la maglia di titolare a Carmelo Bossi, milanese, classe 1939.

Carmelo aveva esordito il 25 agosto contro il rhodesiano Brian Van Niekerk. E lo aveva letteralmente umiliato, infliggendogli due knock down nella ripresa iniziale. Era finita ai punti, ma il distacco era stato abissale.

Secondo incontro il 30 agosto contro l’uruguayano Pedro Votta. Stavolta non si trattava di una passeggiata di salute, ma di un appuntamento con la storia. Lo sapevano tutti che quello non sarebbe stato un match in discesa, ma che si sarebbe subito trasformato in una dura battaglia. Votta avanzava mulinando le braccia, Bossi lo contrastava con intelligenza. Ci riusciva senza tanto affanno nei primi due round, centrandolo con colpi di incontro che lasciavano il segno. Ma nella ripresa finale l’azzurro cedeva e l’altro rimontava, metteva punti dalla sua parte. La vittoria alla fine era assegnata a Carmelo. Era stata una vittoria sofferta, con quattro giudici per lui e uno che aveva assegnato il match al sudamericano.

Il prossimo sarebbe stato, finalmente, il match della vita, il più bello disputato dal milanese all’Olimpiade romana. L’avversario era il francese Diallo. Batterlo avrebbe voluto dire conquistare la certezza di una medaglia olimpica. Quella sera del primo settembre 1960, Carmelo aveva messo in mostra una boxe di rimessa presa direttamente dal manuale del pugilato. Aveva lasciato all’altro l’iniziativa e lo aveva poi punito sistematicamente. Lo aveva picchiato senza pietà anche nel secondo round. Diallo era un tipo pericoloso, dotato di notevole aggressività, ma non aveva grande tecnica, nè era in possesso di una mascella di granito.

Dopo essere andato al tappeto nel round di apertura, nella seconda ripresa il francese aveva piegato le gambe davanti a una perfetta combinazione gancio sinistro, diretto destro di Bossi. Diallo era un avversario fatto su misura per lo stile del milanese che centrava un successo netto, esaltante. Una vittoria che sarebbe rimasta anche negli occhi di Anna, inesperta di boxe ma affascinata da quel ragazzo che si era mosso da padrone sul ring del PalaEur romano.

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La semifinale, il 3 settembre, se la sarebbe giocata contro il britannico William Fisher che aveva in mente un piano preciso. Doveva evitare di offrire all’azzurro la possibilità di metterlo in difficoltà con i suoi colpi di incontro. Doveva stendere il suo sinistro in avanti, cercando così di tenere il lombardo a distanza. Il tutto in attesa di piazzare il diretto destro con cui, sperava, si sarebbe guadagnato l’accesso in finale. Ma Bossi era pugile bravo ed astuto. Passava sotto quel sinistro rigido e accorciava la distanza. A quel punto scaricava lunghe serie al corpo. I suoi colpi al fegato fiaccavano secondo dopo secondo la resistenza di Fisher.

L’inglese, visto annullato il suo progetto tattico iniziale, aveva provato a mettere l’incontro sul piano della bagarre. E aveva attaccato a testa bassa. Dopo due round che si erano chiusi in equilibro, Fisher aveva però visto svanire la sue possibilità nel momento in cui l’arbitro gli aveva giustamente inflitto un richiamo ufficiale con conseguente punto di penalizzazione. Match perso, il “biondino dal volto pallido” era in finale.

Tra Carmelo Bossi e la medaglia d’oro ormai rimaneva solo Wilbert McClure. L’uomo più forte dell’intera categoria, il pericolo annunciato sin dall’inizio del torneo.Ad arbitrare era stato chiamato un uomo esperto, il sovietico Timoshin.

Carmelo aveva cominciato bene. Fintava e colpiva McClure al volto. Due montanti dell’americano avevano rimesso in parità il cartellino dei cinque giudici. L’azzurro era più piccolo di statura, doveva incrociare il suo destro sui sinistri lunghi dell’americano. Stavamo assistendo ad una grande battaglia.

Nel secondo round Wilburn aumentava il ritmo dell’azione, Bossi accusava invece un leggero calo. Erano momenti esaltanti per l’uno, di tensione per l’altro. Era qui, in quei tre decisivi minuti, che McClure accumulava un vantaggio consistente.

Nella ripresa finale, Bossi provava a boxare di rimessa. Ganci emontanti del giovanotto che veniva da Toledo andavano però a segno. Alla fine la medaglia d’oro avrebbe preso la via degli Stati Uniti. Carmelo non aveva nulla da rimproversarsi, aveva perso contro un campione.

Nel professionismo Bossi avrebbe poi centrato ogni traguardo. Campione italiano, poi europeo e infine del mondo. La sua era una boxe completa, arricchita da una grande determinazione. Non sempre riusciva ad entusiasmare le grandi folle, ma soddisfaceva chi di pugilato ne sapeva abbastanza. Un campione nel senso pieno della parola. Un uomo d’altri tempi.

Didascalie (dall’alto in basso) Il momento più bello, l’arbitro gli alza il braccio dopo una vittoria; la finale olimpica contro McClure; riceve l’oro sul podio di Roma 1960; ancora una fasa del match contro McClure; in trionfo dopo il successo mondiale; una fase del match in cui conquista il mondiale superwelter contro Fred Little.

 

 

Quando si chiamava ancora Clay

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NEL 1960 aveva volato verso l’Olimpiade di Roma indossando per l’intero viaggio un paracadute. L’aereo continuava a ballare. Ogni turbolenza era seguita al massimo da venti minuti di tregua, poi ne arrivava un’altra. Scossoni continui, a volte sembrava che l’aeroplano andasse giù in picchiata, pensavi che niente potesse fermarlo. Poi, come per magia, si stabilizzava. “Air pocket” dicevano gli americani, noi li chiamavamo “vuoti d’aria”. Seduto nelle prime file, assieme ai compagni di squadra, un ragazzo dalle guance piene e i capelli ricci, stringeva forte al petto il paracadute che aveva comprato in un negozio di residui bellici prima di partire. E quando la turbolenza passava, riprendeva a parlare.

Cassius Marcellus Clay parlava, parlava, parlava. Non si fermava mai, era il suo modo per tenere lontana la paura. Fra qualche anno avrebbe imparato che le parole potevano essere usate anche per combattere.
JOE MARTIN era stato il primo allenatore. Un poliziotto, un signore alto, magro, con pochi capelli e un paio di baffetti sottili.Seduti su una panchina del Central Park di Louisville, Clay e Martin erano andati avanti a parlare per quasi quattro or.
«Perché non posso andare a Roma in treno come ho fatto per i Golden Gloves?».
-Perché i treni non viaggiano sull’acqua, Cassius. E tra l’America e l’Italia c’è l’Oceano.
«Potrei prendere la nave».
-Sarebbe un viaggio troppo lungo e faticoso.
«E allora non vado».
-E allora perdi la più grande occasione della tua vita.
«L’aereo mi fa paura».
-Non c’è altro mezzo.
«E se andassimo con la tua station wagon? Ne abbiamo fatti di viaggi assieme su quella macchinona».
-C’è l’Oceano, Cassius, non dimenticarlo. E poi anche in California, per i Trials, siamo andati in aereo.
«E ancora non ho dimenticato la paura che mi ha fatto compagnia durante tutto quel volo. Avevo lo stomaco sottosopra, ero terrorizzato. No, non parto».
-Stai per buttare via la possibilità di diventare un grande pugile. Devi andare a Roma, vincere l’Olimpiade e farti conoscere dal mondo intero.
«Ci penserò su»
Alla fine, Cassius Marcellus Clay quell’aereo l’aveva preso. E ora si ritrovava al centro dell’incubo che gli aveva fatto compagnia nelle notti che avevano preceduto il suo viaggio più importante. Ma stavolta non si trattava di un sogno. Era la realtà. L’aereo ballava e lui stringeva al petto il paracadute da guerra.
Era seduto su un posto lato corridoio. Lontano dal finestrino. Non aveva alcuna intenzione di guardare fuori. Non voleva trovarsi faccia a faccia con l’ultimo nemico, la paura di volare. Ancora una turbolenza. Poi, finalmente, l’atterraggio all’aeroporto di Roma.

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APPENA messo piede al Villaggio Olimpico si era presentato a tutti.
«Sarò il più grande pugile di ogni tempo».
Un ritornello che ripeteva ossessivamente nelle orecchie di ogni  interlocutore. Clay aveva cominciato la campagna promozionale. Stringeva decine di mani, si presentava, parlava in continuazione. Sembrava addirittura predicasse, nel tentativo di portare tutti dalla sua parte. Nei primi quattro giorni al Villaggio Olimpico aveva già posato per una foto ricordo con almeno trenta delegazioni e firmato centinaia di autografi.
Uscendo dalla mensa, aveva incontrato un pugile africano.
Come stanno i serpenti dalla vostre parti?
-Bene. Conviviamo senza darci fastidio. E voi in America come ve la cavate?
Non abbiamo problemi. Rimpiango le foreste, a Louisville non ce ne sono
-Mi dispiace.
Senti amico, mi stai simpatico. Avete un mediomassimo qui ai Giochi?
-Perché mi fai questa domanda?
Non mi va di demolire un fratello africano.
Era fatto così Cassius.

VIVEVA con gli altri nelle tre stanze con letti a castello che la delegazione aveva avuto al Villaggio. Non aveva mai visto un bidet e la prima volta lo aveva scambiato per una fontanella. Si era meravigliato, poi aveva cercato di bere. McClure, che divideva la stanza con lui, aveva riso per un’ora. Era uno spasso Clay.Nei primi giorni Cassius si era anche innamorato. Erano in tanti al Villaggio ad aver perso la testa per Wilma Rudolph. Anche se tutti sapevano che lei, un mese dopo, avrebbe sposato Eduard Crook junior, altro pugile americano in corsa per la medaglia d’oro.
Con le donne Clay non aveva grande successo. Non perchè non avesse fisico e modi, ma più semplicemente perchè era terribilmente timido.
La descrizione che ne aveva fatto una bella ragazza che aveva avuto una storia con lui al terzo anno delle superiori, raccontava di un’infinita tenerezza, di un’assoluta inesperienza. Non in sintonia con la spavalderia che il giovanotto portava in giro per il mondo facendosi aiutare da quel suo parlare senza fine.
«Era più interessato a Floyd Patterson che al mio corpo. Debbo dire però che a volte diceva che ero la ragazza più carina che avesse mai frequentato. Il problema era che lui non frequentava ragazze. Non ne aveva mai baciata una, io ero la prima. Gli avevo spiegato come funzionasse e poi l’avevo baciato. E lui era svenuto. In un primo momento avevo pensato che fosse uno dei suoi soliti scherzi, ma poi avevo capito che la botta era stata troppo forte per essere finta. Per farlo rinvenire avevo dovuto usare una pezza fredda».

CASSIUS Clay parlava, parlava, parlava.
«Sarò il più grande pugile di tutti i tempi».
– Ma se hai paura dell’aereo, come farai a girare il mondo e salire sui ring stranieri?
«Se Dio avesse voluto farci volare, ci avrebbe fatto le ali».
-Eppure abbiamo volato senza avere le ali, questo non ti dice niente?
«Non mi convincerete mai. Non si può volare».
Sull’aereo i compagni di squadra per non sentirlo urlare, erano stati costretti a mettersi i cuscini sulle orecchie. Ma non era servito a nulla. Lui continuava a parlare, parlare, parlare. E loro non potevano neppure dormire.

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FINALMENTE era arrivato il momento di combattere. L’esordio sul ring del PalaEur era in programma per il 30 agosto. L’avversario era un belga, Yvon Becaus. Sugli attacchi del rivale, Clay scartava e faceva un passo indietro per poi rientrare con il destro che scuoteva ogni volta Becaus. Gancio sinistro e diretto destro, il giovane europeo non sapeva come ripararsi da quella furia della natura. Diretto destro, gancio sinistro e le ginocchia del buon Yvon si piegavano. Era ko, dopo 1’50” del secondo round.
I quarti di finale erano previsti per l’1  settembre, stavolta il rivale era decisamente più tosto. Gennady Shatkov veniva dall’Unione Sovetica, una nazione che aveva nella sola Mosca più di mille dilettanti. Lui era uno studente di Scienze all’Università di Leningrado. Aveva 28 anni, dieci più di Clay. Arrivava alla sfida con 215 vittorie e 12 sconfitte. E soprattutto con la medaglia d’oro nei medi conquistata a Melbourne 1956.
Boxavano con lo stesso stile. Preferivano la distanza, si affidavano al jab, avevano braccia veloci e intelligenza tattica. Ma Shatkov era più basso e soprattutto meno rapido.
«Il pugno di Clay, prima lo senti e poi lo vedi».
Finiva ai punti ed era senza alcun dubbio l’americano a meritare il successo. I cinque giudici erano tutti d’accordo.
La semifinale nascondeva qualche difficoltà in più. Tony Madigan era stato campione dell’Impero Britannico e del Commowealth nel 1958 e l’anno dopo era stato sconfitto proprio da Clay in finale ai Gold Gloves disputati a New York. Pugile freddo, esperto, sprecava poco e con il sinistro allo stomaco e il destro alla mascella metteva in difficoltà Clay. Ma Cassius era abile ed aveva un grande fondo atletico. Alla fine erano stati sempre il suo jab sinistro ed i diretti destri portati a ripetizione a regalargli un altro verdetto unanime.

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ORA TRA lui e l’oro c’era soltanto un polacco. Uno il cui nome sembrava uno di quei giochini che si fanno in giro per capire come te la cavi con gli scioglilingua.
Cassius Clay era convinto di portare a casa la medaglia d’oro. Ma quel tizio lì, quel polacco contro cui doveva battersi in finale, era un dannato mancino. Si chiamava Zbigniew Pietrzykowski. Uno spreco di consonanti e un gran risparmio sulle vocali.
Il polacco, che quando non combatteva, gestiva un caffè a Varsavia, vantava una grande esperienza sul ring. Aveva 28 anni, dieci in più del suo avversario. E un curriculum di 334 vittorie, 14 sconfitte e 2 pareggi. Era stato tre volte campione europeo. Ma la perla del suo record dilettantistico era l’aver battuto addirittura il mitico Lazslo Papp, da cui poi era stato sconfitto nella semifinale del ‘56 tra i superwelter.
Fisico tarchiato, buon jab, discrete movimento di gambe. In semifinale aveva eliminato l’azzurro Saraudi. Quando portava il gancio sinistro era capace di creare sconquassi.

CASSIUS Clay cercava di estraniarsi dal resto del mondo. Non voleva ascoltare null’altro che la voce dell’anima che gli stava spiegando perché fosse un predestinato, uno che avrebbe avuto solo la gloria a fargli da compagna nella vita. Tutto era pronto per la grande cerimonia e lui non accettava niente che potesse distrarlo. Al centro del ring lo stavano aspettando l’arbitro, l’italiano Ermanno Tinelli, ed il suo nemico polacco. Suonava il primo gong. Maledizione. Cassius aveva subito sentito che le cose in quel round d’apertura non stavano andando bene. Lo stile aggressivo del polacco lo stava mettendo nei guai. Proprio un mancino doveva capitargli in finale.

Pietrzykowski tirava colpi in serie e Clay chiudeva gli occhi prima di reagire. No, così non poteva andare avanti. Cassius avrebbe voluto portare a casa un paio di souvenir. Aveva scelto il suo numero di gara, il 272, e i pantaloncini della finale. Se fosse andata avanti così, non avrebbe più voluto nulla che gli ricordasse quell bastardo 5 settembre in un Palazzo dello Sport che fischiava e odiava gli americani.
Non c’era soddisfazione neppure all’angolo di Pietrzykowski. I suoi maestri gli dicevano che il vantaggio era esile, che doveva spingere di più se avesse voluto agguantare l’oro. Pochi colpi anche nella seconda ripresa, almeno sino ai trenta secondi conclusivi. Poi, il destro di Clay aveva creato i primi, vistosi danni. Il terzo round diventava una passerella per l’americano.
Ballava, scherzava, faceva il doppio passo, praticava una boxe “dentro e fuori” che raramente si vedeva in questa categoria di peso. Soprattutto tra i dilettanti. Il polacco era travolto, perdeva sangue dalla bocca e dal naso. Cassius era stanco, ma continuava ad andare avanti. Alla fine non avrebbe avuto neppure la forza di esultare. Era stata dura (https://www.youtube.com/watch?v=pg8v-QXCrOs). La stanchezza fisica sembrava lo avesse costretto a riappropriarsi di un minimo di serietà. Ma sarebbe durata poco.
“Avrei voluto conservare questi pantaloncini. Ogni volta che li avrei rivisti, mi sarei ricordato della notte in cui avevo vinto l’oro ai Giochi. Ma con tutto il sangue che c’era sopra, ho pensato che sarebbe stato meglio se li avessi lasciati qui“.
Non era stato amore a prima vista con molti giornalisti americani. La boxe di Clay apparteneva al futuro. Danzava sul ring, sembrava intoccabile. Era dotato di una velocità così efficace da far apparire facile ogni cosa ottenesse sul ring. Non c’era cattiveria nella sua azione, non c’era volgarità nel suo gesto tecnico. E questo, per i critici americani, era una colpa. Dicevano mancasse di rabbia, di concretezza, di furore agonistico. La questione era assai più semplice. Non erano abituati a vedere cose del genere. E quando non capisci, spesso ti spaventi e, per difenderti, denigri.
A Roma aveva ancora qualcosa da mostrare in giro. La sua medaglia d’oro. Se l’era portata anche a letto.
«Non sarei mai riuscito ad addormentarmi se non l’avessi avuta con me».
Il mattino dopo la vittoria camminava ondeggiando come se fosse ancora sul ring orgoglioso di quello che era riuscito a fare e a tutti ripeteva: “Sarò il più grande pugile di ogni tempo.”

Tyson, il romanzo di un uomo solo

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Indianapolis, Indiana, marzo 1995.

SONO le 5 di mattina. Quattro gradi sotto zero, il gelo mi entra nelle ossa. Il taxi percorre quindici miglia senza mai cambiare direzione, segue la Washington Street che, appena fuori città, diventa Interstate 40. Fabbriche, desolazione, campi di basket, una chiesa Battista, la piatta provincia americana. Superiamo l’Aeroporto Internazionale, ancora cinque miglia e giriamo in Morgan Street. Davanti a me il Plainfield Youth Center, carcere di media sicurezza.

Sono le 5 del mattino e un agente sta aprendo la cella del detenuto 922335: Michael Gerald Tyson, ex campione del mondo dei pesi massimi, in carcere per stupro.

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Brooklyn, New York, fine giugno 1966.

LORNA Smith, 36 anni, spende uno dei rari sorrisi della vita. Accanto a lei, per l’ultima volta prima di sparire c’è Jimmy Kirkpatrick. È il papà di quel bambino di quattro chili, appena nato al Cumberland Hospital di Fort Greene, che urla nel letto. Lo chiameranno Michael Gerald, il cognome lo erediterà da Percel Tyson: l’uomo da cui Lorna ha divorziato alcuni anni prima. L’infanzia di Mike è a Brownsville, in un casermone a sei piani con i mattoni rossi; con la mamma, spesso vittima dell’alcool, ma quasi sempre capace di tornare a casa con qualcosa da mangiare; con la sorella Denise e con Rodney, il fratello. Laggiù, negli anni Trenta, comandava l’Anonima Assassini. Il tempo ha cambiato davvero poco. I primi ad arrivare sono stati i contadini, poi gli ebrei, quindi gli italiani e gli esuli dell’Est europeo. Tra le due guerre mondiali si sono aggiunti anche neri e ispanici. Oggi i padroni sono gli spacciatori. Case del crack ovunque, ubriachi e drogati sugli scalini. Macchie di sangue alle pareti. Gente in fila per comprare la droga da bambini che maneggiano pistole automatiche. Sirene della polizia, spari di giorno e di notte.

Sono stato in quell’inferno e mi è sembrato di entrare in un antro delle streghe. Vecchi ricordi da bambino mi tornavano alla mente. Vedevo solo nero attorno a me. Solo quando sono uscito da quell’incubo ho rivisto la luce.

A cinque anni Mike è testimone di un omicidio. Scappa via veloce, non dice niente e si salva. A nove è il boss del quartiere. Ha la voce flebile, allora come adesso quel sussurro sembra completamente fuori posto in un fisico da guerriero. Il faccione da cattivo l’ha sempre avuto, così come quel collo enorme, cinquanta centimetri, e una muscolatura così potente da provocare smagliature sulla pelle. Gioca con i piccioni, che chiama «babies». Ruba nei centri commerciali, aiuta le vecchiette ad attraversare la strada e poi le scippa, pretende la tangente dai negozianti. A 12 anni è già stato arrestato quaranta volte. L’ultimo furto, a una prostituta sulla 42esima strada, lo porta al riformatorio di Tyron. Lì conosce il pugilato, ma scopre che la vita può essere ancora più dura che a Brownsville.

È la prigione a convincerlo che l’unico linguaggio per uno come lui sia quello della violenza. Anche con le donne. Ha solo quattro anni quando è ricoverato all’ospedale di Brooklyn, al 203 di Franklyn Avenue, e la mamma gli porta una pistola giocattolo e una bambola. La pistola gli sfugge di mano e si rompe, lui travolto dalla rabbia sbatte selvaggiamente la bambola sul pavimento fino a farle volare via la testa. Lo ha scritto José Torres nel libro che gli ha dedicato: «Fire&Fear» (fuoco e paura).

«Ho sentito un grande brivido quando ho strappato la testa della bambola. È stato come un orgasmo».

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Catskill, New York, gennaio 1981.

CUS D’Amato ha portato Floyd Patterson e José Torres al titolo dei massimi e dei mediomassimi. È un santone del pugilato. Quasi calvo, un’andatura ciondolante, le gambe arcuate. Abita in una villetta, a Catskill.

D’Amato cura e protegge Tyson. Lo difende quando Teddy Atlas, il maestro a cui l’aveva affidato, gli punta la pistola alla tempia e minaccia di sparargli, accusandolo di aver tentato di stuprare la figliola di 12 anni. Gli sta accanto quando muore la mamma. Lo presenta a Bill Cayton e Jim Jacobs: i primi manager nell’avventura del professionismo.

Mike esordisce il 6 marzo 1985 per una borsa di 500 dollari. Si taglia i capelli cortissimi come Jack Dempsey, si fa mettere due incisivi d’oro come Jack Johnson, sale sul ring senza calzini come Joe Louis. Vince per knockout i primi 19 match, per dodici volte chiude al primo round.

Muore anche Cus D’Amato, sembrano esserci solo tragedie nella vita di Tyson. Tocca a Jim Jacobs fargli da padre. Lui e Mike sono sempre in contatto, Jacobs segue i match con un auricolare. L’altro auricolare è nell’orecchio di Kevin Rooney, ex pugile, scommettitore perdente, il nuovo maestro.

Avanza e distrugge, Mike Tyson. Conosce la boxe, D’Amato gli ha insegnato l’arte della difesa. Lo ha fatto allenare con le braccia legate, mandandolo ad affrontare sparring che sparavano colpi mentre lui cercava di evitarli. Ha chiamato i colpi con dei numeri, ogni sequenza corrisponde a una serie. Lui urla dall’angolo 4-7-10 e Mike porta jab sinistro-diretto destro-gancio sinistro.

Si muove bene sul tronco il giovanotto, sa schivare, accorcia la distanza per poi piazzare bordate di inaudita potenza. È un mostro che sta per divorare tutto e tutti.

«Eddie Richardson? Voglio colpirlo fino a ficcargli il setto nasale nel cervello».

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Las Vegas, Nevada, novembre 1986.

BILL Cayton è in cima alla gradinata dell’enorme salone che ospita la conferenza stampa alla vigilia del match tra Berbick e Tyson. Il nostro giovanotto sta per diventare il più giovane campione del mondo dei pesi massimi. Con il collega Claudio Colombo, inviato del «Corriere della Sera», avvicino il vecchio manager.

– Tyson è molto popolare in Italia. Ci piacerebbe raccontarne la storia, visitare la sua casa di Catskill. Pensa sia possibile?

«Non credo, mi dispiace».

– Perché?

«Dopo ogni match, Mike scompare per un paio di settimane. Dedica quei giorni al sesso. Si chiude in un albergo e non esce fino a quando non si convince di averne abbastanza».

Pensiamo a una scusa per togliersi di torno due giornalisti che conosce troppo poco per consentire loro di entrare nella vita privata del campione. Invece, è la verità.

Quel match Tyson lo vince con una facilità disarmante. Il tragico balletto di Trevor Berbick sul ring dell’Hilton, quel 22 novembre 1986, non lo scorderò mai. Sembra un burattino a cui hanno tagliato i fili. Prova ad alzarsi per poi ricadere ogni volta. Giù, senza equilibrio. Dopo quell’incontro il ragazzo mette assieme altre nove vittorie, unifica il titolo dei massimi, si convince di essere imbattibile. Scoprirà troppo tardi che in un match di boxe puoi difenderti perché c’è un arbitro che fa rispettare le regole. Nella vita, non sempre è così.

E quando arriva il momento di pagare, nessuno ti avvisa prima. A Tokyo, l’11 febbraio del ’90, sale sul ring in pessime condizioni fisiche. James Buster Douglas, forse l’ultimo nella lista dei suoi rivali per il titolo, gli infligge una lezione di boxe. Lo umilia. Lo mette knockout in dieci round, gli toglie il titolo. È vero, se l’arbitro non avesse contato fino a 14, Mike quel match lo avrebbe vinto. Nonostante tutto. Ma se sei in debito con il mondo prima o poi devi rassegnarti a pagare il conto.

Robin Givens ha gli occhi da cerbiatta, viso angelico, corpicino perfetto. Buona istruzione, scuola di recitazione, piccola carriera da attrice in un paio di serial televisivi. Ha sposato Mike Tyson, ha passato con lui mesi burrascosi, ha divorziato il giorno di San Valentino dell’89 e ha chiesto 46 miliardi di dollari come risarcimento. Ne riceve sei l’anno. Sembrava una favola, è un drammone fatto di liti terribili, mobili che volano dalla finestra, tentati suicidi, denunce, ricatti. Poi, finalmente, lei esce dalla sua vita.

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Desirèe Washington è la grande vittima di questa storia. La tragedia comincia all’1.40 della notte tra il 18 e il 19 luglio del 1991, quando riceve una telefonata nella camera d’albergo a Indianapolis. È lì per partecipare al concorso Miss Black America. Mezz’ora dopo sarà sola con Mike Tyson nella stanza 606 dell’Hotel Canterbury. Ho letto la deposizione della ragazza al processo, leggetela anche voi.

«Stavamo parlando di Rhode Island, dei bambini, dei cani, dei piccioni, delle nostre famiglie, della vita. Improvvisamente Tyson è cambiato: “Eccitami”. Era una voce che sembrava venire dal nulla. Mi sono spaventata, ho cominciato a balbettare. “Ho bisogno di andare in bagno, quando esco andiamo a visitare Indianapolis come mi avevi promesso”. “Va bene” mi ha risposto. Quando sono uscita dal bagno era seduto sul letto e indossava solo le mutande. Ero terrorizzata. “Voglio andarmene”, e lui: “Vieni qui, non combattermi” e mi mette la lingua in bocca. Mi strappa i vestiti di dosso. Comincia a toccarmi dappertutto, mi fa male. Mi graffia le gambe, mi prende per le caviglie e mi solleva sul letto, comincia a fare del sesso orale. Poi mi penetra. Io gli urlo di avere pietà. Gli dico che ho paura di avere un bambino, lui è senza profilattico e non si controlla. Mi dice di stare tranquilla. “Non combattermi, rilassati”. Quando la sua eccitazione sta raggiungendo il massimo, comincia a sussurrare: “Mommy, non combattermi, rilassati. Mommy, rilassati”. Mi sono sentita gelare».

Il ginecologo che la visita, la tranquillizza: «Non può avere bambini se le sue mestruazioni sono cominciate la mattina del giorno in cui è stata stuprata».

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Plainfield, Indiana, marzo 1995.

MANCANO cinque minuti alle 6 quando una Lincoln Continental con targa «JBT373» dell’Ohio si ferma all’ingresso della prigione. Alla guida c’è Rory Halloway, amico d’infanzia di Tyson. Accanto a lui John Horne, ex attore, che ha presentato Robin Givens a Mike. Sul sedile di dietro Don King e Monica Teresa Turner. Ad attenderlo ci sono anche trecento giornalisti, una cinquantina tra radio e televisioni, mille curiosi. Alle 6.10 Tyson esce dal carcere. È stato dentro per tre anni, per i prossimi quattro sarà in libertà vigilata. In prigione, dice, ha letto Mao, Aristotele e Che Guevara, ha scoperto Malcolm X, si è convertito all’islamismo e ha preso il nome di Mikhail Abdul Aziz, dove la prima parte sta per Michael e la seconda per “servo del Signore”.

In prigione ha ritrovato una vecchia amica, la paura. Era terrorizzato dall’idea di essere violentato, viveva nell’angoscia che qualcuno volesse avvelenarlo. Si faceva portare tutti i pasti da fuori, raramente usciva dalla cella.

Appena uscito dal carcere, visita la Moschea, prega assieme a Muhammad Ali, poi a bordo di un bireattore Lear vola verso la sua villa di Southington: 14 stanze e quattro bagni, ognuno con i rubinetti in oro e marmo di Carrara come pavimento. Un’enorme piscina a forma di guantone da boxe. In garage ha due Porsche, due Ferrari e una Rolls Royce. Mike è tornato.

«Da bambino ho sempre desiderato diventare un duro. I duri sono capaci di qualsiasi atrocità. Ma hanno anche la dignità di guardare negli occhi i loro assassini senza tremare. Nella mia vita non ci sono regole. Sono un agnello da dare in pasto ai leoni. Tutti mi odiano. Lo credo sinceramente, perché nessuno può punirmi più di quanto non faccia io. Non sono ancora morto, ma mi sento come se vivessi all’inferno. Avrei potuto essere uno della mafia. Quando sono dalla tua parte, sono pronto a darti la mia vita. Ma se qualcuno non rispetta me o la mia famiglia, non ci sono altre soluzioni: o muore lui, o muoio io».

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Las Vegas, Nevada, giugno 1997.

UN MORSO, un altro ancora. L’orecchio di Evander masticato e sputato sul tappeto del ring. Iron Mike spalanca la bocca come una belva affamata e fa scomparire tra i denti l’orecchio destro del campione. Un gesto animalesco che rivela fino in fondo la natura di Tyson. Incapace di gestire la propria violenza, la propria vita. È la fine del mito. Quella notte, assieme a quel pezzo di orecchio, Mike stacca il cordone ombelicale che lo lega alla nobile arte, allo sport come mezzo per guadagnare rispetto. È tornato campione del mondo contro Frank Bruno, riprende la via della disperazione contro Evander Holyfield in due scontri che ne ridimensionano il valore di pugile.

«Lui non voleva combattere, voleva solo mettermi giù a testate. E io non potevo permetterglielo, ho dei figli da crescere. Così gliel’ho fatta pagare».

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Copenhagen, Danimarca, ottobre 2001.

CONTRO Brian Nielsen c’è Mike Tyson, l’uomo che a Manchester ha comprato gioielli per un paio di miliardi e ha preteso che a pagarli fosse Frank Warren, l’organizzatore delle sue sfide britanniche. E quando quello si è rifiutato, lo ha picchiato in una stanza d’albergo, ha tentato di stuprarlo e poi ha minacciato di lanciarlo dalla finestra. Combatte ancora Tyson, guadagna altri miliardi e stende nuovi rivali. L’ultimo è un Brian Nielsen decisamente sovrappeso, poi arriverà finalmente Lennox Lewis. È il match che sogna.

– Perché?

«Voglio il suo cuore, voglio mangiare i suoi bambini. Voglio strappargli il cuore e farglielo mangiare.»

Lo urla subito dopo il match di Glasgow contro Lou Savarese, non si presenta in conferenza stampa. Shelly Finkel, ex organizzatore di concerti rock oggi suo manager, prova a giustificarlo.

«Mike non voleva dire quello che ha detto, a lui i biambini piacciono.»

«Yes, well done» dice dalla platea Michael Katz, giornalista del «New York Times». (Sì, gli piacciono ben cotti).

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Memphis, Tennessee, giugno 2002.

ARRIVA il match tanto atteso, non c’è incertezza sul risultato. Lennox Lewis è ancora un pugile, il campione dei pesi massimi. Sul ring di Memphis c’è solo il ricordo di quello che è stato “Iron” Mike Tyson. È triste, ma per la prima volta nella sua vita il ragazzo selvaggio di Brownsville fa pena in chi lo vede. E’ incapace di mettere in piedi una minima reazione. Continua a combattere solo perché non conosce altro modo di esprimersi. È anche il mezzo più veloce per guadagnare quei soldi che gli servono a pagare vecchi debiti e a mantere alto il tenore di vita. Mike ha strappato via anche quella piccola parte di buono che nascondeva dentro di sé. Per comunicare, oramai usa soltanto la violenza.

Una volta, quando il giovane talento aveva conquistato il mondo, qualcuno aveva attribuito a Larry Holmes questa frase: «Tyson? Finirà ucciso dentro uno dei vicoli del quartiere più brutto di una qualsiasi città americana».

Iron Mike è stato sfortunato, tutte le persone a cui voleva bene sono morte. Una dopo l’altra ha perso la mamma, Cus D’Amato, Jim Jacobs. Così, una volta diventato ricco e famoso, si è ritrovato con i vecchi fantasmi. Il passato è tornato a vivere nelle cattive compagnie, nei perfidi consiglieri. Ha pensato di potersi comprare la felicità con i soldi. Ha pensato che tutto per lui fosse possibile. E ha continuato a peccare.

«Bill Cayton e Jimmy Jacobs dovevano finire in prigione per avermi portato al titolo. Pensavo di essere diventato un uomo, ero solo un bambino».

Frequentatore abituale della prigione, capace di discutere solo con i pugni. La gente non gli ha mai perdonato di essere diventato ricco e famoso. Non glielo hanno perdonato soprattutto quelli che erano come lui e tali sono rimasti. Ma gli sono contro anche i ricchi signori che hanno pagato più di mille dollari un biglietto di bordoring per vederlo massacrare il rivale di turno, ma che non hanno mai accettato il fatto che un negro potesse camminare sulla loro stessa strada.

È l’America di oggi che si concentra in una miscela esplosiva. Sul ring Mike Tyson non ha mai evitato nessuno, ha affrontato a testa alta chiunque si sia presentato sul suo cammino. A metterlo ko è stata la vita, quelle rimediate nel pugilato sono state soltanto sconfitte di riflesso.

Questa è la triste storia di Michael Gerald Tyson, nato senza un padre e cresciuto senza una famiglia. A fargli da compagna ha trovato solo la violenza.

«Quelle due puttane mi hanno rovinato. Desirèe Washington e sua madre si sono inventate uno stupro che non c’è mai stato. Ma credetemi, se me le ritrovassi davanti, stavolta sì che le stuprerei entrambe.»

 

Valentino e Messi, pifferai magici

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IERI HO avuto l’ennesima conferma. Lo sport gode di popolarità universale solo se è in grado di regalare emozioni. E’ la sua spinta, una forza che va addirittura oltre la potenza del tifo, il senso di appartenenza.

Stavo poco bene, ho trascorso la domenica in casa e ho visto tanta tv, Sky ovviamente.

Ho guardato la prima gara del motomondiale in Qatar.

Il duello tra Valentino Rossi e Marc Marquez è stato fantastico. Ho tremato, esultato, urlato.

La televisione attenua fino quasi ad annullarla la percezione della velocità. Accade per le moto, ma anche per la Formula 1. Solo quando c’è un duello, un testa a testa infinito, riesci a capire cosa stia realmente accadendo in pista. Hai un termine di paragone, riesci a sentire il brivido della sfida.

Ammirare le piegate di Marquez e Valentino è stato bello, ma era roba già vista. Vederli attaccati cercare il minimo varco per infilare la propria ruota è stato meraviglioso.

Ho sempre guardato alla moto come a uno sport assai simile al pugilato. Una sfida tra uomini, la capacità di elevare oltre i limiti normali il coefficiente di rischio, l’andare a percorrere territori insidiosi fidandosi solo della propria abilità. Il coraggio, la forza, la tenuta mentale, il talento sono le armi con cui amano lanciarsi nella lotta.

C’è un passo del libro della scrittrice americana Joyce Carol Oates che mi piace qui ricordare. E’ dedicato al pugilato, ma risponde in maniera efficace anche a chi pensi di mettere in dubbio la purezza del motociclismo. Provate a cambiare boxe con motociclismo e vedrete se non è così.

Quelli la cui aggressività è mascherata, obliqua, impotente, la condanneranno sempre negli altri. E’ probabile che considerino la boxe primitiva, come se vivere nella carne non fosse una proposta primitiva, fondamentalmente inadeguata a una civiltà retta dalla forza fisica e sempre subordinata a essa: missili, testate nucleari. Il terribile silenzio ricreato sul ring è il silenzio della natura prima dell’uomo, prima del linguaggio, quando il solo essere fisico era Dio…

In pista non c’è silenzio, ma il rumore assordante dei motori va a coprire ogni cosa restituendo al silenzio tutto quello che non è gara, competizione.

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Non sono un tecnico, capisco poco di moto e macchine. Ma sono sensibile alle emozioni. E in quella rincorsa di Valentino c’era un groviglio di sentimenti che non poteva lasciarmi indifferente. C’era un uomo di 35 anni che tutti noi continuiamo a vedere come un bambino. Un eterno Peter Pan che si diverte sfidando il mondo a 340 chilometri orari.

Devo fermarmi a riflettere per comprendere fino in fondo il mistero.

Valentino Rossi ha 35 anni! Ha un volto da Gianburrasca, la parlata musicale, le battute del liceale. E’ la facciata che propone a chi non lo conosce. Ma se lo vedi correre capisci che quel tipo lì ha la forza di un uomo che su una moto inferiore va ad attaccare un ragazzino che potrebbe quasi essere suo figlio (ha 21 anni lo spagnolo) e guida una Honda che mi dicono sia superiore in aderenza, potenza e tenuta alla Yamaha del nostro giovanotto.

Valentino che sistematicamente a ogni inizio di stagione danno per finito, per poi rimangiarsi tutto strada facendo. Come se uno che ha vinto nove mondiali, l’unico nella storia ad avere conquistato il titolo in quattro classi differenti (125, 250, 500 e Moto GP) non meriti rispetto.

Valentino corre come se dovesse ancora guadagnarselo quel rispetto. Ma forse sono io a sbagliare. Lui va in pista e spinge, rischia, affonda solo perché gli piace. La velocità è una sorta di droga da cui è difficile scappare. E lui c’è dentro fino al collo.

Piegata, corridoio, sorpasso, staccata, controsorpasso. Me ne sono stato lì incollato alla tv, affascinato dal Pifferaio Magico di Tavullia. L’uomo capace di incantare le folle e portare milioni di tifosi dietro il suono del motore della sua moto.

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Poi, ubriaco di sensazioni forti, ho cambiato canale. E sono sprofondato nella noia totale di Laio-Milan. Esattamente l’opposto di quanto avevo appena visto. Non c’era sfida, non c’era assunzione di rischio, non c’era soprattutto qualità. Il Qatar era davvero lontano anni luce.

Ma è bastato un altro cambio di canale, il telecomando ha sempre più le sembianze di una bacchetta magica, ed eccomi a Madrid per la sfida tra Real e Barcellona.

Messi, Ronaldo, Bale, Iniesta. E la voglia di vincere, di non accontentarsi, di spingere l’accelleratore sino al massimo. Qualcuno dirà che una partita che produce sette gol è il sintomo di due difese in affanno. Li lascio dire. Io guardo lo sport per divertirmi, per fare il pieno di emozioni. E voi siete qui a raccontarmi che solo un film polacco con sottotitoli in indiano yanonami è degno dell’Oscar.

Mi piacciono i fuochi di artificio. Lo 0-0 non è la partita perfetta. E’ la partita della noia infinita.

Lazio-Milan è Valium allo stato puro. Real Madrid-Barcellona è LSD senza controindicazioni, se non quella che potrebbe produrre assuefazione e allora per noi sarebbe la fine. Non potremmo più guardare il campionato italiano di calcio perché non è in grado di assolvere neppure alla funzione del metadone.

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Lionel Messi è l’altro Pifferaio Magico di una domenica da perfetto maniaco del telecomando. Messi che va a introfularsi nella difesa madrilena e tra una selva di gambe, che mirano al pallone ma anche alle sue caviglie, riesce a tirare un colpo da biliardo e piazzarla all’angolino basso alla sinistra del portiere. Messi che tira il rigore decisivo. Sul 3-3, a sei minuti dalla fine. Segnare per continuare a sognare il titolo, sbagliare per sprofondare nell’incubo. Un pallone pesante come la noia infinita di Lazio-Milan e di tante partite del nostro calcio sempre più in debito con lo spettacolo.

La Pulce l’ha messa dentro. Semplicemente all’incrocio dei pali, perché così doveva essere. E allora ho pensato che Valentino e Messi avevano molto in comune. Sapevano regalare emozioni, non avevano paura di rischiare, trovavano nel momento di maggiore pericolo l’esaltazione del loro valore.

Grazie a loro e a Sky. E grazie anche a mia moglie che ha sopportato la lunga maratona televisiva senza mai reclamare. Nonostante i miei acciacchi, ho passato una buona domenica.

“Se vuoi lealtà, comprati un cane”

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PER CINQUE round avevo assistito a un match intenso, duro, spietato. Picchiavano come pesi massimi, ma avevano la velocità dei welter. Un lampo nella quarta ripresa, quando il montante destro di Mugabi aveva centrato Hagler al mento. Mancavano venti secondi al gong. Quel pugno avrebbe messo giù chiunque, avrebbe folgorato un bue. Marvin però era più duro di una roccia ed era andato avanti come se l’altro gli avesse dato un buffetto.

Muscoli che guizzavano sul torace e disegnavano immagini di potenza sulla schiena.  Occhi che incutevano rispetto. Uno spettacolo esaltante. Quei due si stavano picchiando senza volgarità tecniche nei loro gesti. Solo arte, nobile e feroce. Poi avevo assistito a qualcosa che non avrei più dimenticato, il sesto round.

Il diretto sinistro di Hagler aveva centrato Mugabi. Era l’inizio di un’azione che sembrava non dovesse mai avere fine. Un minuto di colpi senza interruzione. E’ lungo un minuto a picchiare sul ring. Ti prosciuga le energie, ti succhia l’anima, ti espone alle reazioni dell’altro. Sempre che l’atro abbia la forza di restare in piedi. L’ugandese c’era riuscito e negli ultimi trenta secondi era stato lui ad attaccare. Mazzate che si erano abbattute sul fisico in sofferenza del campione. Prima l’uno, poi l’altro erano sembrati sul punto di crollare, vicini al baratro del ko. Ma erano rimasti in piedi.

Mickey Duff all’angolo metteva la faccia a dieci centrimetri da quella di Mugabi. Parlava lentamente con un accento inglese acquisito, una voce sofocata quasi le parole volessero rientrare da dove erano appena uscite. Parlava lentamente affinchè ogni termine entrasse nella testa del pugile.

Duff era il manager, il promoter, l’uomo che governava la vita di John Mugabi. Il suo vero nome era Monek Prager. Era nato vicino Cracovia, in Polonia, il 7 giugno del 1929. Il papà, come il nonno e il bisnonno, era un rabbino e aveva assistito all’ascesa del Partito Nazista tedesco. Nel 1938, dopo che il nonno era stato picchiato da un gruppo di teppisti antisemiti, i Duff avevano preferito emigrare nell’East End di Londra. Per evitare i raid aerei durante la seconda guerra mondiale, Mickey era stato spedito a Gateshead in un ostello ebraico.

Pugile professionista, illegalmente, a 15 anni, Duff aveva smesso quando ne aveva appena 19 con un record di 55 vittorie, 8 sconfitte e 6 pari. Il pugilato aveva creato conflitti in famiglia. Il ragazzo aveva così deciso di abbandonare casa e cambiare nome. Monek Prager era diventato Mickey Duff. Il nome era versione inglese dal polacco. Il cognome l’aveva preso da un personaggio interpretato dall’attore James Cagney in “Cash and Carry.”

Aveva lavorato come commesso viaggiatore, aveva venduto macchine per cucire, era tornato alla boxe come matchmaker.

Poi era entrato nel gruppo di Jack Solomon. Era l’uomo che doveva mettere assieme il programma delle riunioni, Jarvis Astaire era il manager, Harry Levine il promoter. L’accordo con la televisione nazionale BBC era stato l’ultimo decisivo tassello sulla strada del successo.

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E adesso era all’angolo di Mugabi.

Devi alzare il ritmo. John non puoi più aspettare. Colpiscilo in qualsiasi parte del corpo e lui andrà giù. Devi farlo per te, non per me. Ascolta il padre.”

Il padre? Ma che stava raccontando Mickey Duff? Il papà di John Mugabi era morto sette anni prima della sfida con Hagler. Poi avevo capito.

Assieme a Duff, George Francis e Jimmy Wiansadre c’era Anthony Clark, il sacerdote che poco meno di un mese prima aveva battezzato il pugile secondo il rito di Santa Romana Chiesa. La cerimonia si era tenuta nella chiesa del Sacro Cuore di Nogales, in Arizona, a sedici miglia dal confine messicano.

Fallo per te John, per il tuo futuro.”

Mugabi era arrivato da Mickey Duff a Londra su suggerimento di Jack Edwards, ex proprietario di una piantagione di tè in Uganda dai tempi del colonialismo fino a quando non erano cominciati i tempi di Idi Amin.

Duff aveva diviso l’ingaggio per la carriera professionista con Wilfred Sauerland che dopo i primi tre match si era lasciato convincere dal vecchio Mickey a lasciargli l’uomo che poi sarebbe diventato lo sfidante al titolo.

“Congratulazioni John, sei rientrato nel match. Ora siete pari. Mi hai capito? Siete pari.”

Mentiva sapendo di mentire Mickey Duff.

Hagler aveva l’occhio destro quasi chiuso, era stanco. Ma era in vantaggio.

Puoi farcela John, sei fantastico.

Duff le stava provando tutte. Eppure aveva visto bene che gli ultimi trenta secondi della decima ripresa erano stati un’autentica sofferenza per il suo pugile.

Undicesima ripresa. Mugabi era distrutto, ma sarebbe andato a cercare comunque il pugno della vittoria.

Tre destri consecutivi di Hagler, un sinistro, ancora due destri. Lo sfidante pedalava all’indietro, veniva sballottato come un fuscello. Cercava appoggio alle corde, scivolava giù.

Seduto sul tappeto del ring guardava l’arbitro Mills Lane. Gli occhi persi nel vuoto. Mugabi era incapace di rialzarsi, di parlare, di difendersi. Era finita.

Sarebbe invece andata avanti la carriera di Mickey Duff. Per mezzo secolo protagonista del boxing mondiale. Manager con pochi scrupoli, capace comunque di gestire al meglio il passaggio dalla gestione delle risorse economiche provenienti dal botteghino a quelle che entravano in cassa con i diritti televisivi.

Interpretava gli affari senza farsi tante domande.

Se vuoi lealtà, comprati un cane.”

E’ la sua frase più celebre. Esprimeva il modo in cui a suo avviso ci si doveva muovere nel mondo del boxing.

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Ha portato spesso i suoi pugili a combattere e guadagnare in America. Ha avuto una intensa collaborazione con Rodolfo Sabbatini (nella foto, da sinistra: Rocco Agostino, Bob Arum, Rodolfo Sabbatini, Mickey Duff). In Italia era di casa.

Si era ritirato nel 1999 dopo avere gestito da solo o con altri manager diciannove campioni del mondo tra cui Terry Downes, Howard Winstone, John Conteh, John Stracey, Jim Watt, Maurice Hope, Alan Minter, Loyd Honeygam, Charlie Magri, Barry Mc Guigan, Duke Mc Kenzie, Cornelius Boza Edwards, Joe Calzaghe, Michael Watson.

Il 22 marzo scorso Mickey Duff ci ha lasciato. Aveva 84 anni. Ha segnato in modo profondo la boxe europea e mondiale dalla metà degli anni Sessanta alla fine degli anni Ottanta. Un grande, nonostante tutto.