L’angoscia di Los Angeles e l’incubo di una maratona maledetta…

2Seduto sulla panchina proprio sotto il segnale della fermata, aspetto il prossimo bus che mi porterà in Rodeo Drive.

Lei cammina con andatura irregolare. Quando la vedo mi sembra che sia avvolta dalla nebbia. Ondeggia, ha le gambe dritte e rigide, i piedi rischiano di incrociarsi a ogni passo.

Ha braccia lunghe e magre, la spalla destra è alta e non allineata con la sinistra, che piega verso il basso.

Taglia il traffico come se anziché trovarsi su Wilshire Boulevard fosse su una spiaggia deserta. Le macchine le passano accanto sfiorandola, mentre tutto attorno lo smog forma una sottile cortina grigia.

Le urlo di togliersi da lì, la imploro di tornare sul marciapiede.

Ho paura che un guidatore disattento possa farle del male.

Ma lei ignora ogni invocazione e continua ad avanzare verso di me.

Ha lo sguardo fisso nel vuoto, gli occhi sono senza luce.

L’ingorgo di automobili diventa sempre più fitto, il traffico impazzisce, qualcuno perde la pazienza e accelera.

Urlo.

Mi sveglio.

Ancora lo stesso incubo.

1Mi metto a sedere sul letto mentre le prime luci dell’alba vengono a rischiarare la triste stanza d’albergo. Mi guardo attorno.

Pile di giornali sul lettino accanto a quello su cui dormo.

È il mio archivio di lavoro. L’ho preparato con cura a Roma. Ritagli, appunti, schede.

Davanti agli occhi, nella parete di fronte, ho il cassettone su cui troneggia la televisione. Non mi va di accenderla, anche se so già che non ce la farò a riprendere sonno.

Meglio cercare qualcos’altro che accompagni il risveglio.

Magari un po’ di musica, quella che mi piace ascoltare quando sono triste.

Accendo la radio.

Cantaci una canzone tu sei il pianista

cantaci una canzone stanotte

beh abbiamo tutti voglia di una melodia

e siamo tutti con te

Il vecchio apparecchio sul comodino trasmette “Piano Man” di Billy Joel.

Sono stato fortunato.

Mi alzo, appoggio la fronte al vetro della finestra per cercare un po’ di fresco che non trovo, poi guardo giù.

Venticinque piani sotto di me Los Angeles si sta svegliando, anche se a me in realtà sembra che non riesca mai a dormire.

Fatico a entrare in sintonia con questa città. Strade enormi, automobili che non finiscono mai, ristoranti che sembrano campi di calcio, non c’è un solo posto che mi ricordi casa.

Mi sento solo tra milioni di persone.

catFaccio la doccia e scendo per la colazione. Mangio un pezzo di crostata e bevo quel bibitone di latte e finto caffè che qui si ostinano a chiamare cappuccino. Nella breakfast room dell’albergo mi guardano come se fossi un marziano mentre mandano giù uova, bacon, salsicce, patate e qualsiasi altra cosa riescano a ingozzare alle sette e trenta del mattino.

Odio starmene da solo al tavolo di un ristorante. Accade così che spesso mi porti dietro un libro, tanto per sentirmi in compagnia.

“La torta che scelse era sormontata da un razzo spaziale e da una rampa di lancio sotto una manciata di stelle bianche e un pianeta di zucchero rosso. Il nome, SCOTTY, sarebbe stato

tracciato a lettere verdi sotto il pianeta…”

“Cathedral” non è ancora uscito in Italia, Raymond Carver da noi lo conoscono in pochi. Io l’ho scoperto quasi per caso.

Leggo qualche pagina ogni sera, prima di addormentarmi o al mattino mentre, come diciamo a Roma, inzuppo la crostata nel cappuccino. Carver mi regala piacevoli sensazioni.

3Era il 5 agosto dell’84, mancava poco alle undici del mattino di quella domenica.

Le persone all’uscita del tunnel che portava in pista cominciavano a muoversi nervosamente. Alla fine sbucava lei.

Gabriela Andersen-Schiess era il ritratto della sofferenza, il volto deformato dalla fatica in una maschera tragica. Puntavo il binocolo. Faticavo a vedere i suoi occhi, erano infossati nelle orbite e sembrava stessero cercando disperatamente di rivedere la luce. Capelli corti, bagnati dal sudore che li appiccicava su un cranio protetto solo parzialmente da un berrettino bianco. Aveva maglietta e pantaloncini rossi e il numero 323 che era ormai diventato appena visibile.

Avanzava piegata innaturalmente sul lato sinistro del corpo, come se una forza misteriosa la attirasse verso la pista.

Lo sguardo era perso nel vuoto, ondeggiava paurosamente dirigendosi verso l’arrivo. Non sapeva neppure dove si trovasse.

I ricordi degli ultimi due chilometri erano avvolti nel buio, ma quando entrava nello stadio capiva che il traguardo era vicino.

Aveva la mente annebbiata, ma sapeva che doveva finire la corsa. L’aveva giurato a se stessa.

A trentanove anni non avrebbe avuto un’altra occasione.

dorando-pietri-007A chiunque guardasse quel fantasma che si muoveva lentamente e con scarsa coordinazione degli arti non poteva che venire in mente Dorando Pietri, per me che sono italiano l’associazione era ancora più forte.

Era il 1908, settantasei anni fa, ma la reazione della folla era stata la stessa. La gente scattava in piedi e applaudiva.

Un attimo dopo erano tutti lì a chiedere che qualcuno fermasse quello spettacolo angosciante.

Attratti dalla drammaticità della situazione, ma in cerca di qualcosa che scaricasse i loro sensi di colpa.

Lei cercava di dominare con la forza della mente un corpo stremato dalla fatica e quasi totalmente disidratato. La vedevo respingere il tentativo di un dottore e di un paramedico che volevano darle soccorso. Sentiva che le forze la stavano abbandonando, ma continuava ad avanzare. Le gambe si incrociavano, procedeva a zig zag dando l’impressione di crollare da un momento all’altro. Ma andava avanti.

C’erano trentadue gradi a Los Angeles e l’umidità raggiungeva il 90%.

Gabriela impiegava poco meno di sei minuti per percorrere gli ultimi quattrocento metri.

Venti minuti dopo l’arrivo della vincitrice, tagliava il traguardo.

Gli ultimi metri erano un’angosciosa rappresentazione della sofferenza. Riusciva a mettere assieme capacità di sopportazione, spirito di sacrificio, volontà. In migliaia vivevamo quel dramma e speravamo che non sconfinasse nella tragedia.

gabriela-andersen-schiess-maraton-femenian-los-angeles-1984-locos-por-correrCi chiedevamo se i medici facessero bene a non fermarla.

Eravamo allo stesso tempo sadici e compassionevoli. Lei era disidratata, rischiava di collassare.

Ma continuava a venire avanti con un’andatura innaturale e alla fine ce la faceva. Superava il traguardo, trentasettesima su quarantaquattro concorrenti. Poi crollava esausta, ma felice. Una felicità molto ben nascosta nell’anima, il suo corpo raccontava infatti un’altra storia e mi lasciava in uno stato di inquietante imbarazzo. Ero contento che ce l’avesse fatta, ma mi domandavo quanto di questa contentezza fosse da attribuire a un’impresa al limite delle forze umane e quanto alla storia che rappresentava per un giornalista in cerca di qualcosa che entrasse nel cuore dei lettori.

Il dubbio mi tormentava.

Gabriela era appena entrata nella storia dei Giochi.

E nei miei incubi.

cover(da I MIEI GIOCHI di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free, 314 pagine, 16 euro)

 

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