La solitudine nella boxe è un male inevitabile. Il tormento in quaranta storie

“Un pugile al tappeto è l’uomo più solo del mondo”.
La frase è attribuita a Gene Tunney, non so se sia stato lui il primo ad averla formulata, so che è una verità che trova numerosi riscontri nella boxe.
Un libro prima e un film poi, hanno parlato della solitudine in modo tragico e romantico. “Million dollar baby” è uno dei racconti del libro “Lo sfidante” di F.X. Toole, pseudonimo di Jerry Boyd, scrittore con un passato da allenatore.
Quella che Maggie Fitzgerald (Hilary Swank sullo schermo) e il maestro Frankie Dunn (Clint Eastwood) mettono in scena è la rappresentazione di due esistenze vissute senza nessuno con cui confrontarsi. È probabilmente per questo che decidono di diventare loro stessi una famiglia. Non nel senso comune del termine, ma in quello più alto, spirituale. È l’essenza stessa del pugilato ad avvicinarli. Ma dura poco, perché la vita spesso prende più di quanto dia. Un incidente, figlio di una scorrettezza dell’avversaria, trasforma Maggie in un essere vegetale, incapace di gestire sè stessa. Quando capisce che non potrà mai accettare un futuro in cui saranno le macchine a gestire la sua vita, la ragazza chiede a Frankie un ultimo atto d’amore. Il vecchio manager, dopo una lacerante crisi di coscienza, accetta di aiutarla a morire.
Scrive Toole.
“L’ombra fugace di un’ala di uccello si stagliò sulla parte opposta e passò attraverso il vetro della finestra. Frankie richiuse l’occhio con la punta di un dito, e si accertò che il polso di Maggie si fosse fermato. Con le scarpe in mano, ma senza più l’anima, scese silenziosamente lungo le scale posteriori e se ne andò, gli occhi asciutti come una foglia in fiamme”.
È un momento di infinita tristezza, una tragedia che segna profondamente Frankie e lo riconsegna alla vita, dopo avergli tolto il suo ultimo legame con la realtà.

Non è necessario finire al tappeto per sentirsi l’uomo più solo del mondo. Spesso basta salire su un ring per avvertire questa sensazione. Perché ogni volta che si scavalcano quelle corde, comincia una nuova vita, sai che devi mettere in gioco tutto te stesso. Sai che c’è una sola persona che può gestire presente e futuro.
E quella persona sei tu.
Solo era Muhammad Ali, quando si confrontava con la vita. Portava sulle spalle il Bastardo, il Parkinson gli aveva tolto anche la luce di quegli occhi che un tempo urlavano la gioia di vivere.
Sola era Christine, la ragazzina keniota diventata mamma a dodici anni. La boxe le ha regalato una speranza, ma non le ha tolto quel senso di solitudine a cui la privazione di un’infanzia normale l’ha consegnata.
Solo era George Chuvalo. Sul ring si batteva come un leone, non aveva paura di niente e di nessuno. Finita la carriera, come troppo spesso accade, aveva scoperto quanto potesse essere cattivo il mondo lontano dalle sedici corde. Due figli morti di overdose, un terzo suicida. Come la moglie. La vita non perdona, mai.
Solo Giovanni Parisi, campione olimpico e mondiale, in perenne lotta contro tutto e tutti. Sconfitto da Julio Cesar Chavez a Las Vegas e lasciato in balia dei suoi dubbi.
Solo Luigi Minchillo a Detroit, chiuso nello spogliatoio dopo la sconfitta contro il mitico Thomas Hearns. Le foto dei figli sul petto, lo sguardo innamorato della moglie a proteggerlo dal freddo dell’esistenza.
Solo Mike Tyson, abbandonato al suo destino, convinto che solo la boxe possa offrirgli compagnia.
Solo Sonny Liston, una vita avvolta nel mistero. Di lui non si sa quando sia nato, non si conosce il giorno in cui sia morto.
Queste e altre storie riempiono il libro.

La solitudine è protagonista di molti racconti, non certo di tutti. Perché la boxe a volte produce dolore, ma in tante occasioni regala gioia infinita. Sa offrire possibilità a chi altrimenti non ne avrebbe mai avuta una.
La vita, scrive Joyce Carol Oates, è un una metafora della boxe. Ed è forse per questo che a volte mi lascia a terra, su marciapiedi che sembrano ring di periferia. Solo e triste per la perdita di qualcuno a cui volevo bene, anche se non ne ero certo amico. Parlo dello stesso Muhammad Ali o di Fernando Atzori. Ma parlo anche del dolore per qualcuno che ha fatto parte del mio cammino di vita, di tanti momenti felici. Sandro Mazzinghi ed Elio Ghelfi ad esempio.
Il pugilato è una bestia difficile da gestire. Spara emozioni nel cuore, riempie di passione, regala delusioni e felicità.
Ho messo in fila la storia di uno sport che non smette mai di stupire, ricordi di un recente passato, di un presente che regala spunti interessanti, basta saperli cogliere senza lasciarsi ingannare dalla nostalgia.

Il perdono libera l’anima, rimuove la paura.
È per questo che il perdono è un’arma potente. 
(Nelson Mandela)

Ho scelto di non affidarmi a una sola chiave narrativa. Così ho raccontato cento avventure, match che hanno scritto pagine importanti nel libro del pugilato e in quello della società. E poi interviste, incontri con autentici miti: Muhammad Ali, lui c’è in ogni angolo di queste pagine, Archie Moore e Thomas Hearns.
In chiusura, il racconto che ho scritto ispirandomi a momenti di verità. Fiction e realtà si fondono per dare vita a un finale di speranza. Il perdono rimuove la paura, è il titolo dell’ultima storia. In un periodo in cui sembra che si viva solo di violenza, egoismi ed esasperazioni, è un messaggio di pace portato da chi ha sofferto e visto la morte negli occhi.
L’uomo deve essere capace di perdonare, perché solo così può liberarsi da ogni angoscia e riuscire a non essere più solo.
Neppure sul ring.

Dario Torromeo: Solo come un pugile sul ring (340 pagine, 15 euro, Absolutely Free Libri). In libreria e nei siti online dal 15 aprile, prenotabile da oggi.

Premio Bancarella Sport, possono partecipare solo i chiaroveggenti…

Le magie del Premio Bancarella Sport.
Il 23 maggio 2016 pubblicavo quanto segue.
Il Premio Bancarella Sport (gestito da Fondazione Città del Libro, Unione Librai Pontremolesi e Unione Librai delle Bancarelle) è da tempo il più prestigioso per il mondo dell’editoria sportiva. Ha una lunga tradizione di importanti vincitori e di opere letterararie di grande spessore. Noto per la sua importanza e per la procedura cristallina delle scelte, quest’anno è inaspettatamente scivolato su una buccia di banana. Ma la cosa più grave è che non ha alcuna intenzione di porre rimedio ai propri errori.
L’11 aprile scorso si è riunita la commissione giudicante, successivamente è stato emesso questo comunicato.
“La commissione di scelta, presieduta da Paolo Francia e composta da autorevoli personaggi dello sport e della cultura, Paolo Liguori, Claudio Mele, Antonio Barillà, Giacomo Santini, Daniele Redaelli, Ignazio Landi, Giuseppe Benelli, Angelo Panassi e il segretario del Premio Giorgio Cristallini, al termine di un’ampia e approfondita discussione sui volumi in concorso, inviati dalle diverse Case Editrici Italiane, hanno proclamato i vincitori del 53° Premio Selezione Bancarella Sport 2016, i seguenti libri…”
Ora il regolamento del Premio dice che la commissione giudicante è composta da:
Art. 5
1. ll Presidente della Commissione, designato dalla Fondazione Città del Libro
2. Tre rappresentanti rappresentanti della Fondazione Città del Libro
3. Il segretario del Premio Bancarella Sport
4. I rappresentanti delle testate giornalistiche sportive nazionali (Gazzetta dello Sport, Corriere dello Sport – Stadio, Tuttosport, Rai–Tv, Mediaset, Sky Sport)
5. Un rappresentante del Coni
6. Il presidente dell’Unione Stampa Sportiva Italiana
7. Due rappresentanti del Panathlon International.
Un totale di quindici, compreso il presidente.
Non coinvolgendo nel discorso i sei vincitori che meritano il massimo della stima, resta da capire come e perché i giurati non fossero nel numero previsto. La risposta è inquietante: perché gran parte degli assenti non è mai stata convocata. È stata una votazione a sorpresa, carbonara, imprevista. Chiamatela come volete, sicuramente non è stata una votazione regolare. Nessuno però risponde alle due domande fondamentali.
1. Perché non sono mai stati convocati alcuni membri della giuria?
2. Perché non si invalida una votazione in cui si riscontra una così palese irregolarità?
Sono trascorsi cInque anni e ancora non si hanno risposte chiarificatrici.


Con il passare del tempo, le cose sono addirittura peggiorate.
Il 22 marzo scorso è stato pubblicato il bando di concorso per l’edizione 2021.
Il tempo massimo per presentare le opere (come da regolamento) scadeva il 15 marzo.


Solo i chiaroveggenti professionisti possono dunque partecipare al Premio.
I comuni mortali, è meglio che se ne facciano una ragione, sono esclusi.

Aneddoti, interviste, personaggi, follie e retroscena. Ecco il Tyson di Narducci…

Mentre leggevo l’ultimo libro di Fausto Narducci, ho provato la sensazione di viaggiare nel tempo, avendo il privilegio, grazie all’autore, di poterlo fare in prima classe. È piacevole sentirsi nel cuore degli eventi, mentre ogni personaggio coinvolto viene definito nella sua pienezza. Anche quelli minori.
Sfogliando MIKE TYSON The Baddest Man on the Planet, sono rimasto immediatamente coinvolto, partecipe, anche un po’ complice. Ho visto le parole trasformarsi in immagini e venire proiettate su un grande schermo. Un biopic (come oggi si usa dire; nella mia gioventù parlavamo di biografia di un personaggio reale), creato da uno che il mestiere lo conosce molto bene. Non ho certo la necessità di attaccare un’etichetta a un libro che racconta eventi e protagonisti di grande spessore. Sono altre le priorità in questo momento. È il piacere di sottolineare come la narrazione agile e curata di Narducci riesca a farci vivere il pugilato da un punto di vista speciale, come l’autore sappia gestire la sua personale lente di ingrandimento alimentandola con aneddoti, dichiarazioni e retroscena, arrivando alla fine a delineare impeccabilmente la trama di una storia che possiede grande intensità. È il gusto di vedere sfilare uno dopo l’altro tutti gli uomini e le donne che hanno avuto parte attiva in un’avventura davvero incredibile a rendere piacevole la lettura.
Ho avuto la fortuna di cavalcare anch’io quel periodo magico. Debbo dire di essermi sentito in perfetta armonia con il racconto. Ho apprezzato l’omaggio a un grande del giornalismo televisivo, a quel Rino Tommasi che ha scoperto per l’Italia il fenomeno Tyson e lo ha portato nelle nostre case attraverso gli schermi di Canale 5.
La storia di Iron Mike Tyson è nota al popolo della boxe. Ma a quello che già si conosce, Narducci aggiunge dettagli, personaggi finora di secondo piano che si rivelano invece titolari di ruoli chiave. Sfruttando il suo ruolo di inviato e responsabile della rubrica pugilato della Gazzetta dello Sport, l’autore mette nero su bianco testimonianze e fonti, fotografa situazioni, prendendosi cura di definire ogni particolare, affinchè il quadro finale non abbia alcuna parte fuori fuoco. E arricchisce il tutto con più interviste a tu per tu (one to one come dicono gli americani) con il diretto protagonista.
Se volete fare una piacevole galoppata negli anni Ottanta/Novanta della grande boxe, diventando testimoni di follie degne di Jack Nicholson al meglio delle sue interpretazioni cinematografiche, salite a cavallo e lanciatevi lungo le praterie che hanno visto le imprese e le nefandezze di Mike Tyson. Leggete The Baddest Man on the Planet. L’uomo più cattivo del pianeta.
Buon divertimento.

Fausto Narducci: MIKE TYSON, The Baddest Man on the Planet, 250 pagine 18 euro, Diarkos Editore.

Ricordo di Vincenzo Belfiore, custode della memoria per amore…

Ha ragione Emanuele Della Rosa.
La boxe è una droga, per smettere devi andare in comunità”.
L’ha detto alle telecamere del regista Roberto Palma nel bel film BOXE CAPITALE.
Vincenzo Belfiore non ha mai pensato di disintossicarsi, a lui il pugilato faceva un gran bene. Lo ha frequentato, ne ha scritto, ha messo su un vero e proprio museo. Oggetti, riviste, quotidiani, articoli, foto, libri rari. Per amore, era diventato il custode della memoria di uno sport che aveva sempre alimentato la sua passione.
Stamattina la figlia Veronica mi ha chiesto di scrivere un ricordo che ho di lui. Sono stato triste e contento allo stesso tempo. Faccio fatica a immergermi in un mondo che non c’è più. Assieme ad alcuni colleghi di un tempo, se ne è andata via anche la gioia di parlare di quei match, dei bordo ring pieni di amici, di palasport pieni di gente, di ko esemplari, titoli veri, regole e soprusi. Della boxe di ieri, insomma. Mi sono improvvisamente sentito più vecchio di quello che sono. Veronica non ha colpa alcuna, il pugilato mi piace oggi come allora. Sono gli uomini che lo frequentano a non piacermi più. Ma non mi lamento, gli anni passano come natura vuole.

“Anche tu sei invecchiato”.
“Dicono che sia l’unico modo per non morire giovani”.
(Peter Bohlke e Michel Bouquet nel fim “Toto le héros-Un eroe di fine millenio”)


Franco Dominici, Teo Betti, Roberto Fazi hanno riempito, con le loro storie, giornali e riviste. Il solo nominarli mi rende felice, fanno parte di un glorioso passato. Per lo sport e per il giornalismo. Hanno scritto del pugilato mondiale, senza mai dimenticare quello da cui erano partiti. Il pugilato romano, quello laziale. Vincenzo Belfiore in quel pugilato era nato, cresciuto e diventato grande. Sette libri sulla sua regione, sui frequentatori piccoli e grandi dei ring del Lazio. L’ultimo è stato “La boxe nella storia e sui banchi di scuola”, uscito sei mesi prima che lui se ne andasse per sempre.
Scrivo i loro nomi e penso che sarebbero stati i frequentatori ideali di quella palestra che ho raccontato nel libro I GORDINI.

Un ring, quattro sacchi, un pavimento triste; odore di sudore, olio per massaggi; manifesti di riunioni famose, finestroni che affacciano su vecchi cortili, un orologio a scandire il tempo della fatica. Ne ho visitati almeno cento di posti così, ma nessuno mi ha lasciato un segno profondo come la palestra dei passi perduti. Un locale vuoto, avvolto nella penombra. Nessun rumore, nessun odore. Riposano sacchi e palle veloci. Le corde sono stese sul pavimento come vecchi serpenti addormentati. Un ring enorme, nudo e triste, in attesa di essere calpestato.
Non ci sono pugili ad allenarsi, non ci sono maestri che urlano consigli, neppure un tifoso a gridare improbabili suggerimenti. È un luogo popolato da uomini senza volto che raccontano vecchie storie, solo la fantasia può aiutarmi ad ascoltare le loro voci.
Un signore se ne sta seduto su una panca di legno. Guarda avanti, cerca il tempo perduto.
Ho viaggiato per trent’anni della mia vita, portando sempre con me il ricordo di quel giorno. Fino a quando, molto tempo dopo, ho vissuto le stesse emozioni. E ho capito che non potevo fermarmi, ma dovevo continuare a scavare. In fondo, sempre più in fondo, fino a trovare la regina di tutte le emozioni. Quella che ti fa capire quanto la boxe possa essere madre e matrigna, fuoco e acqua, coraggio e paura. E se hai la fortuna di incrociarla nel giorno in cui il tuo corpo, assieme alla mente, è puro al punto da catturare ogni emozione, allora potrai goderne appieno la bellezza. Riuscirai a esaltarti per il suo fascino, a non maledirne le brutture.
È stato il giorno in cui ho visto la magia di un ring di periferia che ho capito di essere tornato a casa, lì dove tutto nasce”.

Parlando di Vincenzo Belfiore vedo un passato di sogni realizzati, sento le voci di mille racconti, riascolto le storie di piccoli o grandi campioni senza paura. Dicono, Quelli come te sono malati di nostalgia. Io penso di essere solo uno che nella sua vita ha avuto la fortuna di conoscere uomini e pugili che hanno scritto pagine memorabili per la boxe di casa nostra. Molti di quei personaggi Vincenzo li ha raccontati.
Dieci anni fa, sono entrato nel suo regno, la casa di Frosinone. Stavo preparando, assieme a Riccardo Romani, un libro su Monzon. Cercavo articoli d’epoca, frasi, racconti, commenti. Lui ha aperto per me il tempio della memoria e i ricordi sono corsi incontro.
A fine visita, mi aveva prestato una collezione di BOXE RING, qualcosa a cui teneva in modo speciale. Era stato un gesto di grande amicizia. Un storico raramente consegna ad altri uno dei suoi cimeli. Lui si era fidato. Mi aveva salutato, solo dopo avermi riempito di mille raccomandazioni. Non avevo tradito la sua fiducia. Il materiale era stato restituito integro, come mi era stato consegnato.

E adesso, per raccontare Vincenzo, mi faccio aiutare dal giornalista e scrittore Gualtiero Becchetti. Ne parla nel nuovo libro che uscirà l’11 febbraio (LA GRANDE BOXE DEI PICCOLI MATCH, Absolutely Free editore). Il racconto è all’interno della storia dedicata all’incontro tra Sven Paris e Adonisio Francisco Reges, disputatosi al Palasport di Frosinone il 20 aprile 2012.

“Era presente alla cerimonia l’amico Vincenzo Belfiore, già vicecomandante della Polizia Municipale. Un’enciclopedia della boxe in possesso di una delle più vaste biblioteche pugilistiche private che si conoscano, nonché giornalista e autore di diversi libri sull’argomento. Appassionato? No, sarebbe riduttivo! Pugilato e Vincenzo Belfiore erano quasi tutt’uno.
Qualche anno prima, al passaggio tra i professionisti dopo una brillante carriera dilettantistica, Sven Paris aveva adottato il soprannome di “White Warrior”, molti gli pronosticavano un prestigioso futuro. Tra i suoi più saldi estimatori proprio Belfiore, che l’aveva seguito sin dai primissimi passi sul ring e gli era affezionato quasi fosse un suo congiunto. Mentre rientravamo in hotel riparandoci dalla pioggia strisciando contro i muri delle case, Vincenzo mi diceva: «Paris era, secondo me, il miglior talento del pugilato italiano. Si è preparato bene. Speriamo che si sia dimenticato del tutto di Bienias…».
Tale esternazione di un intenditore quale era Belfiore e la pur vaga ombra di dubbio che la caratterizzava, confesso che mi avevano stupito.
Sven aveva cominciato attaccando, ma era macchinoso, lentissimo, quasi malfermo sulle gambe e ogni volta che Reges portava il jab sinistro lo prendeva in pieno. Nei tre minuti successivi i timori diventavano purtroppo cruda realtà. Il brasiliano faceva ciò che voleva, neanche fosse un novello Ray Sugar Leonard, il pugile di Frosinone andava in difficoltà ogni volta che veniva toccato. Dall’altra parte del ring, in prima fila, potevo vedere, tesissimo e con l’espressione sofferente, Vincenzo Belfiore seduto di traverso sulla poltroncina sobbalzare ai colpi di Reges quasi fosse lui a riceverli… Era la prova che purtroppo ciò che io vedevo, lo vedevano tutti. Alla fine del round, quando l’arbitro José Martinez Antunez mi allungava i cartellini dei giudici attraverso le corde, per la prima e unica volta nella mia attività di supervisor, sussurravo: «Stai molto attento…», ricevendo risposta d’assenso con un cenno del capo”.

Vincenzo Belfiore ci ha lasciati il 15 luglio 2019, aveva settantuno anni. Ha gestito con dedizione assoluta la sua grande passione, le ha offerto tempo ed energie. Ne ha scritto da competente. Ne ha custodito la memoria come solo chi ama sa farlo. Il pugilato gliene sarà per sempre grato.

Il dicembre americano di Mazzinghi, tra Dean Martin e un ko senza felicità

È il 17 dicembre del 1969.
L’aviazione degli Stati Uniti conclude le sue investigazioni e annuncia che non ci sono prove dell’esistenza di astronavi extraterrestri. Gli UFO non esistono, almeno sulla Terra.
Non basta certo a farci sentire più tranquilli, anche perché l’idea che da qualche parte dell’Universo ci sia una forma di vita ci piace. E ci accompagnerà per sempre.
E poi sul nostro pianeta esiste più di un essere umano che sia fuori dal mondo, almeno da quello civile. Pietro Valpreda è detenuto a Regina Coeli, in cella di isolamento, accusato di concorso in strage per Piazza Fontana. Lui continua a negare, dice che quando è scoppiata la bomba era a letto in casa della zia, a Milano. Ma loro, gli UFO, continuano a indagare in una sola direzione. Volano bassi e dalle loro astronavi dicono che sono gli anarchici i grandi colpevoli.
Il nero è il colore del buio, ma anche di quegli anni.

In Toscana un uomo vive i suoi tormenti. È stato un grande campione, protagonista nello sport e nella società degli anni Sessanta. Adesso sente che il lungo viaggio sta per concludersi.
L’idea del ritiro prende sempre più consistenza.
L’ha promesso a Marisa, la moglie. E poi c’è in ballo un film. Dovrebbe recitare in una pellicola sulla malavita americana. Già pronto il contratto, l’accordo con il produttore. Mancano solo le firme.
Eppure staccarsi dalla boxe è dura. Per anni è stata la sua vita, ne ha governato le giornate, le ha riempite di pensieri e di progetti. Più che dal passare dei mesi, gli anni di Sandro Mazzinghi sono stati scanditi dal susseguirsi degli incontri. Uno dopo l’altro, con pause appena necessarie per capire chi aveva affrontato e contro chi avrebbe dovuto battersi. E adesso, anche se la carica interna sembra esaurita, è incerto tra la voglia di chiuderla qui e quella di riprovarci.
L’offerta di volare negli Stati Uniti risolve ogni dubbio. È un modo per staccare la spina, per liberarsi dal peso di combattere in Italia, per andare a scoprire un mondo diverso. In fondo in America c’è stato una sola volta, da dilettante, ed è tornato con un titolo mondiale militare e il ricordo di una bella esperienza.
Perché non riprovarci?
È il 17 dicembre del 1969.
Il match si disputa al Caesars Palace di Las Vegas, in una sala da ballo, il Silver Slipper. Lui alloggia al Riviera Hotel di proprietà di Dean Martin, cantante e attore assai famoso. Artista di origini italiane.
Il papà Gaetano Crocetti è nativo di Montesilvano in provincia di Pescara, la mamma Angela Barra è nata in America da genitori abruzzesi.
All’angolo di Mazzinghi ci sono il fratello Guido e il nuovo manager Umberto Branchini, il Cardinale.
L’incontro soddisfa il pubblico, nella piccola arena mille persone applaudono quel ragazzo italiano che combatte da vero guerriero. Proprio come piace a loro. Il match è programmato sulle dieci riprese, ma Cipriano Hernandez resiste solo due round. Applausi, pacche sulle spalle e al rientro in albergo la sorpresa di vedere la sua foto tra le decine di immagini che riempiono un’intera parete. I complimenti di Dean Martin, poi quelli di Freddie Little che è in platea.
Una bella serata anche se la borsa è di sole ottocentomila lire.
Non è certo per soldi che Sandro è sbarcato in Nevada. Chiede solo un po’ di calore, ha voglia di risentirsi protagonista.
Cercava l’emozione di un ko veloce. Ha avuto tutto questo, ma proprio non ce la fa a sentirsi felice.


Questo racconto è stato in parte pubblicato su Anche i pugili piangono, Sandro Mazzinghi un uomo senza paura, nato per combattere. Vincitore del Premio Selezione Bancarella Sport 2017.

Erano gli anni della seconda guerra mondiale. La mamma si alzava alle cinque del mattino e tirava avanti fino alle sei della sera. Andava a fare i materassi dai contadini, il bucato in casa dei ricchi. Quando rientrava, Sandro interrompeva il lavoro nei campi, metteva gli zoccoli sotto la bretella della canottiera e le andava incontro. L’Ernesta appariva in fondo alla strada, un’ombra che avanzava dondolando. Due borse nelle mani, una cesta sulla testa. Dentro c’erano cipolle, aglio, fagioli, ceci, pane. Soldi non ce n’erano e i contadini le davano gran parte della ricompensa direttamente dall’orto. Sandro Mazzinghi ha sofferto la fame, quella vera che ti fa svegliare nel cuore della notte. È stato sotto i bombardamenti, ha conosciuto la tragedia quando Vera è morta in un incidente d’auto. Era sua moglie da dieci giorni. Voleva smettere, è tornato sul ring perché è nato per combattere. Ha vinto il mondiale contro Dupas, l’ha difeso in Australia. Accanto a lui Guido, fratello ma anche amico, consigliere, maestro. Ha spaccato l’Italia a metà. Da una parte lui, dall’altra Nino Benvenuti. Due incontri entrati nella storia della boxe e del nostro Paese. Perso il titolo, se lo è ripreso contro Ki-Soo Kim in un match cruento, spietato. Battaglie così, un uomo ne può affrontare solo una nella vita. Sandro Mazzinghi, pugile da leggenda. Questa è la sua storia.
(di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free)

I GORDINI presentato nella sua terra. In Romagna (Lugo e Cotignola)

Doppio appuntamento in Romagna per la presentazione del libro
I GORDINI
una fameja ad fénómen
Un padre e un figlio romagnoli.
Vite difese con coraggio, in guerra o sul lettino di un ospedale.
Meo è il figlio. Pugile grazie a un prete che legge il futuro, lascia per un terribile male. Oggi è un maestro di boxe che spiega la vita tirando cazzotti. Pronto a dare tutto sé stesso, pur di far diventare adulti i ragazzi che si affidano a lui. Un po’ filosofo, un po’ visionario. Studia le parole, le sue e quelle degli altri. Se gli piacciono, le scrive su grandi fogli che affigge alle pareti della Casa di Carta, la palestra al civico 88 della via Chiavica Romea.

Michele era il papà. Lo chiamavano Bucaza, forava sempre quando era in testa e così non vinceva mai. Sei Giri d’Italia e tre Tour de France. Un’avventura cominciata dopo aver speso tutti i risparmi per comprare una Romagna: bicicletta di seconda mano con le ruote di ferro e i copertoni con camere d’aria separate. Una sera del ’21, al Caffè Centrale di Cotignola, la sfida che gli avrebbe cambiato la vita. “Sono più veloce di quel cavallo di razza!“. Un km con partenza da fermo sul Canale Naviglio. Lui primo, il cavallo dietro.
Loro sono I Gordini, una fameja ad fénómen. Una famiglia di fenomeni.

Giovedì 2 luglio all’Hotel Ala d’Oro di Lugo di Romagna, ore 18:00, il primo incontro.
Ci saranno Meo Gordini, gli autori Flavio Dell’Amore (giornalista e scrittore) e Dario Torromeo (firma storica del Corriere dello Sport-Stadio e scrittore). Ospite d’onore Francesco Damiani, argento ai Mondiali e all’Olimpiade di Los Angeles ’84 tra i dilettanti, campione del mondo dei professionisti nei pesi massimi.
La manifestazione è patrocinata dal Comune di Lugo in collaborazione con la Boxe Lugo.

Il giorno dopo, venerdì 3 luglio, ci spostiamo di qualche chilometro.
L’evento è…
Con Meo
maestro di pugni
e di carezze
Avrà inizio alle ore 21:00 presso il Parco Rita Atria, in via Borsellino a Cotignola.
Qui proseguirà il racconto di una fameja ad fénómen.
Michele, mitico ciclista di sei Giri d’Italia e tre Tour de France, era l’idolo di casa. Meo, il figlio, prima pugile e poi maestro che insegna a vivere con i pugni e le carezze, è uomo di grande popolarità da queste parti.
Assieme a lui, ancora una volta gli autori Dell’Amore e Torromeo.
Come ricorda l’associaizione Primola, che assieme al Comune di Cotignola organizza la serata, per esserci bisognerà prenotare. Sono le regole del protocollo COVID.
Chi fosse interessato, dovrà scrivere una email all’indirizzo info@primolacotignola.it.

I GORDINI, una fameja ad fénómen, di Flavio Dell’Amore e Dario Torromeo. Edizioni Slam/Absolutely Free libri. 248 pagine, 15 euro.

È uscito I GORDINI, storia di una famiglia di fenomeni…

Ce l’abbiamo fatta. L’uscita in libreria era programmata per giovedì 2 aprile, ma la pandemia aveva azzerato qualsiasi progetto. Librerie quasi tutte chiuse, nessun ordine, distributori con i libri bloccati in magazzino. Ma Edizioni Slam/Absolutely Free voleva assolutamente proporre I GORDINI ai suoi lettori. Così ha pensato di rivoluzionare l’ordine delle cose.

Esce prima l’ebook, subito. Potete ordinarlo da questo momento sui principali siti di vendita online (tra gli altri Amazon e Ibs), alcuni link li troverete alla fine di questo articolo. Presto sarà presente su tutte le piattaforme digitali.

Da martedì, in quasi tutta Italia, le librerie riapriranno. Per il cartaceo però bisognerà aspettare almeno un mese. Intanto godiamoci l’emozionante avventura sfruttando la possibilità di leggere il libro fin da questo momento.

Buona lettura.

Questa è la storia che vi abbiamo raccontato, il libro l’ho scritto assieme a FLAVIO DELL’AMORE che ha narrato le vicende di Michele. Era il papà di Meo, è stato un grande ciclista.

Un padre e un figlio romagnoli. Vite difese con coraggio, in guerra o sul lettino di un’ospedale.

Meo è il figlio.

Pugile grazie a un prete che legge il futuro, lascia per un terribile male.

Oggi è un maestro di boxe che spiega la vita tirando cazzotti.

Pronto a dare tutto sé stesso, pur di far diventare adulti i ragazzi che si affidano a lui.

Un po’ filosofo, un po’ visionario.

Studia le parole, le sue e quelle degli altri. Se gli piacciono, le scrive su grandi fogli che affigge alle pareti della Casa di Carta, la palestra al civico 88 della via Chiavica Romea.

Michele era il papà.

Lo chiamavano Bucaza, forava sempre quando era in testa e così non vinceva mai.

Sei Giri d’Italia e tre Tour.

Un’avventura cominciata dopo aver speso tutti i risparmi per comprare una Romagna: bicicletta di seconda mano con le ruote di ferro e i copertoni con camere d’aria separate.

Una sera del ’21, al Caffè Centrale di Cotignola, la sfida che gli avrebbe cambiato la vita.

“Sono più veloce di quel cavallo di razza!”.

Un chilometro con partenza da fermo sul Canale Naviglio. Lui primo, il cavallo dietro.

Loro sono i Gordini, una famejaad fénómen.

Una famiglia di fenomeni.

Flavio Dell’Amore, Dario Torromeo: I GORDINI (Edizioni Slam/Absolutely Free). Attualmente disponibile in ebook.

 

Presentato Eravamo l’America. Nonostante il nubifragio, sala piena

Garbatella, 15 novembre 2019.
Ore 17:30.
Piove forte da quattro ore, con un’insistenza che mette in crisi traffico e sistema nervoso. Le strade sono allagate, il nubifragio si manifesta con violenti acquazzoni e pochi attimi di tregua. Sento l’umidità che mi entra nelle ossa, non parlo dei vestiti che ormai sono pronti per essere strizzati.
Sono nervoso.
Tra mezz’ora presento il mio ultimo libro al civico 9 di via Massaia, all’interno dell’Enoteca Melograno. Poche decine di sedie messe in fila nell’ottimistica previsione che altrettante persone osino sfidare il nubifragio. Ci siamo tenuti bassi perché sperare in una partecipazione più alta, sarebbe stata pura utopia. Ma adesso anche quella previsione minima ci sembra fin troppo ottimistica.
Arrivano i primi tre, poi un secondo gruppetto di cinque, altri due ancora, la porta si apre in continuazione, gente bagnata ma sorridente fa il suo ingresso nella sala. Velocemente il posto si riempie. Alla fine le sedie non bastano più, c’è gente in piedi, pieno anche il corridoio (un angolo del Melograno, foto Viggiani).

Sono commosso da tanto affetto.
Giornalisti, ex pugili, amici, dirigenti mondiali, lettori. In molti hanno pensato che valesse la pena sfidare il temporale pur di esserci.
Abbiamo chiacchierato per novanta minuti.
Si è parlato del libro, ERAVAMO L’AMERICA.
Oliva, Parisi, Maurizio e Loris Stecca, Damiani, Nati, Rosi e Kalambay. Tre ori olimpici e sette campioni del mondo in un solo decennio. La magia degli anni Ottanta, quando l’Italia della boxe aveva il mondo in pugno.
Abbiamo discusso  anche della società italiana dell’epoca, dei media, del pugilato di ieri e di oggi, dei grandi temi di questo sport, dei social e di come vengano usati, di campioni e comprimari.
Il tempo è volato via veloce, mi dispiace per voi che non c’eravate.
Siamo una band che non fa musica, ma racconta a suo modo la vita. Storyteller minimalisti. Federico Zamboni alla regia dà ritmo e tempi allo show, Giuseppe Ippoliti voce solista impreziosisce con la sua vena d’artista puro lo spettacolo, ed io. Andiamo in tour tra biblioteche, ristoranti, enoteche, teatri e palestre. Arriviamo in qualsiasi spazio sia disposto ad ospitarci. Raccontiamo, a chi ha voglia di starci a sentire, storie di vita, aneddoti di sport, avventure dei campioni.
Presentiamo libri, i miei, nella speranza di trovare qualcuno che sia disposto ad ascoltare e, soprattutto, a leggere.

Martelliamo ignorando la fatica, insistiamo sino allo sfinimento. Ci divertiamo, soprattutto. Nella speranza che chi viene ad ascoltarci riesca a fare altrettanto.
Grazie a tutti gli avventurosi esploratori della vita che ieri hanno sfidato acqua, traffico e difficoltà di parcheggio, per venirci a sentire.
Alla prossima.
Applausi, a voi.
Con affetto
Dario Torromeo

(il libro presentato) ERAVAMO L’AMERICA di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free, 274 pagine, 15 euro.

Giovedì esce Eravamo l’America, venerdì presentazione alla Garbatella

Avventure, segreti, notti di confessioni, vigilie di peccato.
A bordo ring della storia, quella di una boxe che scatenava passioni e creava campioni.
Erano gli anni Ottanta e l’Italia aveva il mondo in pugno.

Un lungo viaggio inseguendo ricordi e testimonianze.
Racconto quello che ho visto e sentito in quei giorni vissuti da testimone privilegiato. Sfilano immagini, profumi, retroscena, parole e gesti di un periodo magico per il pugilato di casa nostra.
Dentro ci sono olimpionici, campioni del mondo.
Tutti hanno un’avvincente storia da narrare.

Patrizio Oliva, i fratelli Loris e Maurizio Stecca, Gianfranco Rosi, Patrizio Sumbu Kalambay, Giovanni Parisi, Valerio Nati, Francesco Damiani riempiono con le loro imprese le pagine di un libro che ci riporta al tempo in cui eravamo re.
Eravamo l’America.

Match appassionanti, laceranti sconfitte, vittorie che ripagano di ogni sacrificio, ferite che porteranno dentro per sempre.
Per uno strano caso del destino, ma forse non è un caso e il destino c’entra poco o niente, quei campioni hanno realizzato le loro imprese nello stesso arco di tempo.
Questa è la storia di quei giorni.

Da giovedì in libreria e nei siti di vendita online.
Ecco cosa c’è nel libro.

Venerdì presentazione alla Garbatella.
Interverranno l’autore, il giornalista Federico Zamboni e l’attore Giuseppe Ippoliti che leggerà alcune pagine del libro.

ERAVAMO L’AMERICA, gli anni Ottanta, magia di un’epoca in cui avevamo il mondo in pugno, di Dario Torromeo (Edizioni Absolutely Free, 274 pagine, 15 euro).

 

 

 

Esce il 14 novembre Eravamo l’America, avevamo il mondo in pugno

“Agostì, sai cosa è la boxe?”
Sì, maestro.
“E allora dimmelo”.
Cosa?
“Cosa è la boxe?”

Dare e prendere cazzotti.
“Ti sbagli”.
E allora maestro, mi dica lei: cosa è la boxe?
“È il prezzo che dobbiamo pagare per guadagnarci il Paradiso”.
E dobbiamo pagarlo subito?
“Più soffri in palestra, meno soffrirai sul ring durante il combattimento”
Sì, maestro.
“Se capirai sino in fondo il concetto, imparerai che senza sacrifici non potrai mai raggiungere quello che vuoi”.
E se durante il match mi capitasse di andare giù?
“Non dovrai arrenderti mai, neppure quando finirai al tappeto”.
Grazie, maestro.
“Vai Agostì. Fammi due riprese di guanti col Valeriana, magari si sveglia un po’”.

 

Sognatori che non si sono mai arresi.
È la definizioni poetica che Nelson Mandela dà dei vincitori.
In questo libro racconto le loro storie.
Parlo di uomini che ho visto soffrire, maledire il mondo, avere paura, sognare, gioire, esultare. Quando salivano sul ring lasciavano nello spogliatoio ogni indecisione e si abbandonavano alla lotta.
È così che sono arrivati in vetta, pronti a cogliere il frutto delle loro fatiche. Sia che fosse un oro olimpico, sia che fosse un mondiale tra i professionisti. Per qualcuno, pochi in verità, la raccolta ha compreso entrambi.
Per uno strano caso del destino, ma forse non era un caso e il destino c’entrava poco o nulla, quei signori hanno realizzato le loro imprese nello stesso arco di tempo. I meravigliosi anni Ottanta.
Eravamo l’America, avevamo il mondo in pugno. Erano i giorni dell’abbondanza e io, giorno dopo giorno, inseguivo storie da raccontare.
Prima di scrivere questo libro mi sono imposto una regola, avrei parlato solo dei mondiali a cui avevo assistito. Perché di quelli potevo restituire immagini, profumi, retroscena, parole, gesti. Ho mantenuto l’impegno per ognuna delle storie che troverete in queste pagine, tranne una. Non ero a bordo ring, ma a tremila chilometri di distanza. Eppure era come se fossi stato lì, seduto in prima fila ad assistere al trionfo.
Ho messo assieme parole, fatti e suggestioni di ogni combattimento.
Sono sfilati davanti ai miei occhi gli scenari di quelle imprese: Las Vegas, Mosca, Los Angeles, Seul, Milano, Napoli, Agrigento, Montecarlo, Atlantic City, Genova, Pesaro, Siracusa. Palcoscenici dove a recitare erano Patrizio Oliva, Loris e Maurizio Stecca, Gianfranco Rosi, Giovanni Parisi, Valerio Nati, Sumbu Kalambay, Francesco Damiani. Uomini che hanno reso nobile l’arte di casa nostra.
Storie affascinanti, segreti nati dietro le quinte, notti di confessioni, vigilie di peccato.
Boxe e vita viaggiano a stretto contatto, anche se non sono poi così convinto che si possano confondere. Appartengo alla scuola di Joyce Carol Oates.
“La vita è come la boxe per molti e sconcertanti aspetti. La boxe però è soltanto come la boxe”.
I nostri campioni hanno attraversato gli anni Ottanta lasciando segni profondi. Match appassionanti, sconfitte che lacerano l’anima, vittorie che ripagano di ogni sacrificio, ferite che porteranno dentro per sempre.
Questa è la storia di quei giorni.

Dall’introduzione di Eravamo l’America di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free, 274 pagine, 15 euro. Nelle migliori librerie e sui siti di vendita online da giovedì 14 novembre.