Ketchel nella città del peccato. Una vigilia di Natale con ko…


Questa è una storia che sembra stonare con l’atmosfera natalizia. È il racconto di un ragazzo che scopre il sesso . Un giovane povero e senza mestiere affronta la vita. È una storia di lotta e sacrifici, è il racconto di un tempo in cui nei Casino si entra per combattere, anche se è la vigilia di Natale. Per vincere Stanley Ketchel, il nostro protagonista, il 24 dicembre 1905 mette knock out in quattro round Kid Foley, come ha fatto l’anno prima, come farà l’anno dopo. La forza dei pugni è la sua arma per uscire dal ghetto, per sconfiggere la miseria. Il Casino Theater di Butte è il luogo del peccato, ma anche della redenzione. Il Copper Queen è un albergo, i clienti sono uomini, le residenti sono prostitute. Così va la vita, anche se è Natale. Il campione racconta quei giorni nel mio libro Stanley Ketchel, il più grande dei selvaggi del ring. 


È a Chicago che scopro il sesso.
Ho tredici anni, sono poco più di un ragazzino.
Nel bordello in cui vado per la mia prima volta le luci sono fioche, i mobili sembra stiano per cadere a pezzi, vecchi come vecchie sono le ragazze che si offrono mettendo in fila oscenità che non avevomai sentito prima.
Verso un dollaro alla cassa e salgo con Grazyna. Ha un sorriso che spaventa, le manca un incisivo e anche gli altri denti non è che stiano proprio bene. Odora di cavolo bollito e parla solo polacco.
Finisce tutto in fretta.
Quando esco non ho ancora capito cosa sia l’amore. E sono ancora molto lontano dal sapere cosa possa essere il sesso.
La tappa successiva è Butte, una piccola cittadina tra le montagne del Montana, nella Silver Bow County. È un posto di miniere di rame, saloon e prostitute.
È dentro quei locali, dove alcool e sesso sono la merce più venduta, che l’America sogna.
I dollari arrivano all’improvviso. Fortune rapide e altrettanto rapide discese nella disperazione. Butte è un’attrazione. La chiamano la collina più ricca del mondo. I padroni della zona sono i proprietari dell’Anaconda Mining Corporation. È un periodo magico per chi ha il rame, la diffusione dell’elettricità ne ha aumentato in maniera spaventosa la richiesta.
La legge da queste parti è quella della criminalità. I banditi sono figure mitiche, ammirati molto più che odiati. Jesse James è stato ucciso una ventina di anni fa. La sua leggenda gli sopravvive. William Anderson detto “Bloody Bill” è stato un assassino spietato, ma ha ancora il suo fascino su una generazione a caccia di eroi. Gli outlaw, i fuorilegge, riempiono i discorsi dei giovani che cercano qui il loro futuro.
Il pugilato piace. Ha quello spirito selvaggio necessario per conquistare gli uomini e affascinare le donne. In fondo è una lotta per sopravvivere, quella che ognuno di noi continua a combattere ogni ora della sua vita in questo maledetto mondo.
Ho quattordici anni e un lavoro. Me lo guadagno sfoderando faccia tosta e quel tanto di muscoli per chiarire che alle parole sarei pronto a fare seguire i fatti.
Busso alle porte del Copper Queen che è albergo, casino e saloon nel distretto a luci rosse di Butte. Lo frequentano fuorilegge e ubriachi. Il piatto forte sono le prostitute,  sono tantissime. Almeno un centinaio. La maggior parte di loro vive in minuscole stanze con un letto, una stufa a carbone e una piccola credenza con sopra lavabo e brocca. Sono pagate in dollari d’argento che stipano nelle calze per evitare che qualcuno glieli rubi. Sulla porta della stanza hanno una targhetta con il loro nome. Si dice che riescano a guadagnare anche sessanta dollari a notte.
Entro e chiedo un lavoro. Mi portano da Josh Allen.
«Sono il padrone di questo posto, cosa posso fare per te, ragazzo?»
Sono robusto, resisto alla fatica e ho bisogno di soldi.
«Sei un cowboy?»
Vorrei esserlo.
«Come te la cavi a portare i bagagli su per le scale, a scarpinare tutto il giorno?»
La fatica non mi fa paura.
«Proviamo».
Nel saloon incrocio uomini che si concedono facilmente all’alcool, donne che si concedono facilmente. Niente di nuovo per i miei occhi.

Rivincita Louis vs Schmeling, sul ring non esistono amici…

Jack Blackburn ha il volto segnato da una profonda cicatrice, parte dall’occhio sinistro e va giù sino a sfiorare le labbra. È il ricordo di una rissa per le strade di Philadelphia, il segno lasciato dal coltello di un rivale. Gran bevitore di birra, spesso si trasforma in una belva scatenata. Come gli è accaduto in una terribile notte del 1909. Con quattro colpi di pistola ha ucciso Alonso Polk, poi sparato alla moglie del polacco e alla sua compagna bianca. Arrestato, giudicato e condannato a 15 anni di prigione. Esce sulla parola dopo quattro. Buon pugile, si è battuto con onore dai medi ai massimi. Da sempre è l’allenatore di Joe Louis, il confidente.
«Come ti senti, Joe?».
«Ho paura, Jack».
«Paura?».
«Sì. Ho paura che stanotte io possa uccidere Schmeling».
L’intera vita concentrata in un solo match.
Joe è il campione, ma non si sentirà tale fino a quando non avrà cancellato l’umiliazione della prima sconfitta. È difficile leggere emozioni nello sguardo di Louis. Quegli occhi incutono timore. Sono sgranati e fissi nel vuoto quando fissano la vittima di turno. L’eroe nero nell’America bianca ha un viso senza espressione, occhi d’assassino. Nessuno conosce i fantasmi che lo tormentano.
Due anni prima Max Schmeling l’ha messo knock out al dodicesimo round. Subito dopo la Germania ha trovato per lui un posto nel campo degli eroi.
I gerarchi nazisti sono in attesa della rivincita.
Joseph Goebbels, ministro della propaganda, alle 3 del mattino è già sveglio. Vuole conoscere in diretta ogni notizia del mondiale. Adolph Hitler si è chiuso a Berchtesgaden. Aspetta fiducioso.
Joe Louis fissa Mike Jacobs, il mitico boss del Madison Square Garden è bloccato dalla paura di perdere.
«Stai tranquillo, non tornerai a vendere limoni e io non tornerò a spingere camion nelle officine della Ford».
Alle 18:45 del giorno in cui affronterà di nuovo Max Schmeling, Joe Louis entra nello spogliatoio. Un quarto d’ora dopo dorme. Riposerà per altre due ore. Nello Yankee Stadium ci sono settantamila persone.
Alle 21:00 Jack Blackburn sveglia Joe.
L’arbitro è Arthur Donovan, lo stesso della prima sfida. C’è una curiosa storia su questo 48enne di Baltimora: ha diretto 19 match di Louis, ma non ha mai parlato in privato con lui fino a quando il campione non l’ha investito, e quasi ucciso, con la sua auto mentre attraversava una strada a New York.
Molti americani avevano tifato Max Schmeling nel primo incontro. Adesso lo scenario è diverso. È il 22 giugno del 1938, il mondo è alle soglie della guerra, la lobby degli ebrei statunitensi ha convinto tutti, il Nazismo è il grande nemico. Gli americani hanno paura. Quando lo sfidante sale sul ring gli spettatori gli lanciano addosso frutta, pacchetti di sigarette e bicchieri di carta.
Suona il gong. Il primo destro di Louis frattura la terza vertebra lombare di Schmeling. Dalla bocca del tedesco esce un grido strozzato, un lamento animalesco. «È il suono più terrificante che abbia mai udito nella mia vita» confesserà Donovan. Il secondo conteggio arriva dopo un sinistro devastante di Louis. Seguono altri due atterramenti prima del knock out.
Sono passati poco più di due minuti dall’inizio del mondiale, ed è già tutto finito. La furia di Joe Louis si è abbattuta su Schmeling. Lo sfidante rappresentava l’ultima barriera tra il campione e la gloria. Joe ha vissuto con l’angoscia nel cuore dopo la prima e, fino a quel momento, unica sconfitta in carriera.
Max è un amico, ma sul ring non esistono amici.

(adattamento dal racconto “Joe Louis”, dal libro “Dodici giganti” di Dario Torromeo, edizioni Libri di Sport, 2004)

Era il 26 novembre, del 1908. Terza sfida tra Ketchel e Papke

Era il 26 novembre anche allora, cambia solo l’anno. Era il 1908. Billy Papke e Stanley Ketchel si affrontavano a Colma, California, per il titolo mondiale dei pesi medi. Era il terzo dei loro quattro incontri. Il brano è scritto in prima persona, a parlare è l’Assassino del Michigan…

Billy Papke è nato a Spring Valley il 17 settembre del 1886. Prima di diventare pugile, ha lavorato come minatore. Morirà suicida il 26 novembre del 1936, dopo avere ucciso la moglie in un albergo di Newport in California. Al tempo dei nostri incontri era una belva scatenata. Biondo, con i capelli a spazzola, massiccio, testardo fino all’autodistruzione.
Boxava di rimessa, ma era anche un picchiatore violento che non concedeva pause. Pronto a tutto, pur di vincere.
Quattro sono gli scontri tra di noi.
Vinco il primo, Papke si aggiudica il secondo.
Sono furioso.
Ti ci sono voluti dodici round per battere un uomo ferito, un pugile reso cieco da un colpo a tradimento. La prossima volta farò sì che i tuoi occhi restino aperti a lungo, devi soffrire sino in fondo al cuore prima di vedere Stanley Ketchel che ti mette knock out.
Il maledetto pugile polacco non crede alle mie parole e si lancia in un’audace scommessa.
Vincerò questo match entro il decimo round. Se non dovessi riuscirci, sono pronto a mangiare il corvo più grosso che voli sopra il cielo della California.
Sono una furia inarrestabile. Papke è subito in difficoltà, nel quarto round barcolla. Nell’ottavo è al tappeto. Si rialza. Non gli dò neppure un attimo di tregua, deve soffrire.
Un corto gancio sinistro lo rispedisce a terra nell’undicesima ripresa. Torna in piedi solo per prendersi due destri e un sinistro allo stomaco e ripiombare di nuovo al tappeto per restarci anche dopo che l’arbitro lo ha dichiarato knock out.
Sarà la sua unica sconfitta prima del limite in tutta la carriera. Quando tornerà a casa, anche la moglie faticherà a riconoscerlo.
Dovrei essere triste per questo?
Balle, vederlo così mi rende l’uomo più felice del mondo.
T.P. Magillican scrive sul San Francisco Call.
Papke è andato al tappeto sbattendo la testa con un crack che è stato sentito dall’intera arena. Ketchel gli era saltato addosso come un lupo. Destri e sinistri alla testa e al corpo, fino a farlo saltare.
Ma come, non dovevo perdere?
I giornalisti dicono che non ho stile, che la mia boxe è solo violenza. C’è però uno di loro, il più giovane ma a mio avviso anche il più bravo, che la pensa diversamente. Si chiama Nat Fleischer e ha la mia età, è il solo che capisca cosa sia veramente la boxe.
Stanley Ketchel è uno dei più grandi pugili del mio tempo. Sa sfruttare tutta la sua forza con grande freddezza. Nel momento in cui sale sul ring i suoi occhi sono quelli di un killer. Ketchel è un diavolo del quadrato capace di convincere i nemici che tutte le furie degli dei si stanno rivolgendo contro di loro. Tira pugni da ogni angolo del ring. Se manca un colpo con una mano, è subito pronto a colpire con l’altra. È aggressivo come un bulldog e forte come un cavallo.
Belle parole, no?
Lui scrive per i giornali di New York e studia alla New York University, anche se mi sembra che l’abbiamo appena espulso. Ha fatto saltare in aria il laboratorio di chimica. È forte Nat, sono certo che diventerà famoso. È l’unico che capisca veramente di boxe.
Guardo in faccia i giornalisti e li sfido.
Adesso voglio Tommy Burns, lui metterà ko Jack Johnson e poi dovrà affrontarmi. Voglio il titolo dei pesi massimi!
Sono un maleducato, mi dimentico di augurare buon appetito a Billy Papke.
Con la speranza che il corvo sia di suo gusto.

(Testo tratto da “Stanley Ketchel, il più grande dei selvaggi del ring di Dario Torromeo, Absolutely Free Editore, 202 pagine, disponibile sui principali siti di vendita online in formato ebook o con copertina flessibile)

Addio ad Andrea Bacci, ha scritto di boxe da innamorato


Andrea era un porto sicuro. Nonostante la vita non gli avesse risparmiato dolori e sofferenze, riusciva a regalare serenità agli altri. Se ne è andato via per sempre, alla sua maniera, quasi non volesse disturbare. Ha lasciato un ultimo messaggio su Facebook, uno dei luoghi che aveva scelto per comunicare.
Ciao a tutti!
Erano le 14:23 del 26 ottobre scorso.


Molti lo hanno preso come un saluto con cui annunciava di avere scalato l’ennesima montagna, di avere vinto una battaglia davvero difficile. Di essere di nuovo pronto a combattere. Era invece, purtroppo, un grande abbraccio a tutti quelli che gli avevano voluto bene. Non a caso si era concesso un emoji tutto suo, amato. Aveva intuito che stavolta non ce l’avrebbe fatta. 
Andrea Bacci si definiva uno scrittore arcidilettante. Non era falsa modestia, era semplicemente il fatto che a lui non piaceva urlare, lodarsi, presentarsi raccontando di sé. Preferiva raccontare gli altri. L’ha fatto attraverso più di trenta libri, dal primo (Catenaccio, Alberti & c., 2001) all’ultimo (Tutta colpa del Mundialito, Bradipolibri, 2021) scritti soprattutto con il cuore.
Perché Andrea è sempre stato innamorato della letteratura, dello sport. E lo ha raccontato con animo candido, da professionista serio e preparato.
Come molti amori, anche quello era nato per caso, figlio del dolore.
Era l’anno 2000, viveva a Torino quando aveva scoperto di avere un osteosarcoma (il tumore più comune fra quelli primitivi delle ossa). Una chemio dietro l’altra, negli spazi che la cura gli lasciava liberi se ne andava alla Biblioteca Civica Centrale, si rifugiava nella emeroteca e sfogliava vecchi giornali.
Nasceva così l’idea che tutte quelle storie avrebbero potuto trovare collocazione in un libro.
Ha scritto di sport, soprattutto calcio e pugilato.
Sono stato a contatto con lui per quattro libri, tutti editi da Absolutely Free.
La normalità del campione (2018).
Rocky vs Stallone (2019),
Il buio oltre l’azzurro (2020).
Il quarto, purtroppo, non andrà in stampa. Sarebbe dovuto uscire a marzo 2022. Era una riedizione di Il cappotto spagnolo, la biografia di Lamberto Boranga.

12 settembre.
“Ciao Dario, martedì non posso andare da Lamberto, ho di nuovo uno dei problemi alla gamba con la protesi, attualmente sono a Siena in pronto soccorso, Poi ci riaggiorneremo”
24 settembre.
“Ciao Dario, io sono ancora in ospedale, ho una grave infezione che mi ha preso la gamba con la protesi e mi ha anche debilitato. È stata una batosta terribile. Mi hanno fatto una bella pulizia, ma ancora non so quando potrò rientrare”.
25 settembre.
“Stavolta rialzarsi entro il dieci sarà più dura delle altre volte!”.

Arcidilettante. Un arcidilettante che aveva scritto per più case editrici, che nel 2007 con L’ultimo volo dell’Angelo biondo, dedicato a Jacopucci, aveva vinto il Premio Selezione Bancarella Sport. Aveva raccontato Tyson, Hagler, Mayweather, Pacquiao e altri campini ancora. Aveva narrato quello sport che era la sua grande passione.
È stato una delle colonne di boxeringweb.net, il quotidiano online della boxe. L’ultimo suo articolo è datato 5 settembre 2021, titolo italiano dei pesi massimi Ivan D’Adamo vs Paolo Iannucci. Ci ha informato su riunioni, match tra fuoriclasse e incontri di atleti meno famosi. Lui amava la scrittura, non si metteva mai al centro della storia. I protagonisti erano gli altri, i pugili.
Nelle tempeste che ne hanno attraversato la vita aveva due rifugi sicuri, la casa (la moglie Ornella e i figli, un gruppo che amava chiamare La Banda Bacci) e la Biblioteca, tra quei libri che gli regalavano serenità.
Cerco di stare lontano dalla retorica e dalle lacrime. Non merita la prima, per le seconde lo spazio è il privato. Perciò la finisco qui. Un abbraccio commosso alla famiglia, un saluto pieno di affetto ad Andrea alzando lo sguardo verso il cielo.
Un altro amico se ne è andato via per sempre. Un uomo paziente che affrontava ogni bufera con un sorriso triste, che si trasformava in uno sguardo pieno di gioia quando era con la sua Banda o in mezzo ai suoi libri.
Un porto sicuro.
Addio Andrea.

ANDREA BACCI, classe 1970. Laureato in Scienze Politiche all’università di Perugia. Impiegato presso il Commissariato di Pubblica Sicurezza di Cetona (Siena). Giornalista per boxeringweb.net, scrittore di oltre trenta libri di sport.

La solitudine nella boxe è un male inevitabile. Il tormento in quaranta storie

“Un pugile al tappeto è l’uomo più solo del mondo”.
La frase è attribuita a Gene Tunney, non so se sia stato lui il primo ad averla formulata, so che è una verità che trova numerosi riscontri nella boxe.
Un libro prima e un film poi, hanno parlato della solitudine in modo tragico e romantico. “Million dollar baby” è uno dei racconti del libro “Lo sfidante” di F.X. Toole, pseudonimo di Jerry Boyd, scrittore con un passato da allenatore.
Quella che Maggie Fitzgerald (Hilary Swank sullo schermo) e il maestro Frankie Dunn (Clint Eastwood) mettono in scena è la rappresentazione di due esistenze vissute senza nessuno con cui confrontarsi. È probabilmente per questo che decidono di diventare loro stessi una famiglia. Non nel senso comune del termine, ma in quello più alto, spirituale. È l’essenza stessa del pugilato ad avvicinarli. Ma dura poco, perché la vita spesso prende più di quanto dia. Un incidente, figlio di una scorrettezza dell’avversaria, trasforma Maggie in un essere vegetale, incapace di gestire sè stessa. Quando capisce che non potrà mai accettare un futuro in cui saranno le macchine a gestire la sua vita, la ragazza chiede a Frankie un ultimo atto d’amore. Il vecchio manager, dopo una lacerante crisi di coscienza, accetta di aiutarla a morire.
Scrive Toole.
“L’ombra fugace di un’ala di uccello si stagliò sulla parte opposta e passò attraverso il vetro della finestra. Frankie richiuse l’occhio con la punta di un dito, e si accertò che il polso di Maggie si fosse fermato. Con le scarpe in mano, ma senza più l’anima, scese silenziosamente lungo le scale posteriori e se ne andò, gli occhi asciutti come una foglia in fiamme”.
È un momento di infinita tristezza, una tragedia che segna profondamente Frankie e lo riconsegna alla vita, dopo avergli tolto il suo ultimo legame con la realtà.

Non è necessario finire al tappeto per sentirsi l’uomo più solo del mondo. Spesso basta salire su un ring per avvertire questa sensazione. Perché ogni volta che si scavalcano quelle corde, comincia una nuova vita, sai che devi mettere in gioco tutto te stesso. Sai che c’è una sola persona che può gestire presente e futuro.
E quella persona sei tu.
Solo era Muhammad Ali, quando si confrontava con la vita. Portava sulle spalle il Bastardo, il Parkinson gli aveva tolto anche la luce di quegli occhi che un tempo urlavano la gioia di vivere.
Sola era Christine, la ragazzina keniota diventata mamma a dodici anni. La boxe le ha regalato una speranza, ma non le ha tolto quel senso di solitudine a cui la privazione di un’infanzia normale l’ha consegnata.
Solo era George Chuvalo. Sul ring si batteva come un leone, non aveva paura di niente e di nessuno. Finita la carriera, come troppo spesso accade, aveva scoperto quanto potesse essere cattivo il mondo lontano dalle sedici corde. Due figli morti di overdose, un terzo suicida. Come la moglie. La vita non perdona, mai.
Solo Giovanni Parisi, campione olimpico e mondiale, in perenne lotta contro tutto e tutti. Sconfitto da Julio Cesar Chavez a Las Vegas e lasciato in balia dei suoi dubbi.
Solo Luigi Minchillo a Detroit, chiuso nello spogliatoio dopo la sconfitta contro il mitico Thomas Hearns. Le foto dei figli sul petto, lo sguardo innamorato della moglie a proteggerlo dal freddo dell’esistenza.
Solo Mike Tyson, abbandonato al suo destino, convinto che solo la boxe possa offrirgli compagnia.
Solo Sonny Liston, una vita avvolta nel mistero. Di lui non si sa quando sia nato, non si conosce il giorno in cui sia morto.
Queste e altre storie riempiono il libro.

La solitudine è protagonista di molti racconti, non certo di tutti. Perché la boxe a volte produce dolore, ma in tante occasioni regala gioia infinita. Sa offrire possibilità a chi altrimenti non ne avrebbe mai avuta una.
La vita, scrive Joyce Carol Oates, è un una metafora della boxe. Ed è forse per questo che a volte mi lascia a terra, su marciapiedi che sembrano ring di periferia. Solo e triste per la perdita di qualcuno a cui volevo bene, anche se non ne ero certo amico. Parlo dello stesso Muhammad Ali o di Fernando Atzori. Ma parlo anche del dolore per qualcuno che ha fatto parte del mio cammino di vita, di tanti momenti felici. Sandro Mazzinghi ed Elio Ghelfi ad esempio.
Il pugilato è una bestia difficile da gestire. Spara emozioni nel cuore, riempie di passione, regala delusioni e felicità.
Ho messo in fila la storia di uno sport che non smette mai di stupire, ricordi di un recente passato, di un presente che regala spunti interessanti, basta saperli cogliere senza lasciarsi ingannare dalla nostalgia.

Il perdono libera l’anima, rimuove la paura.
È per questo che il perdono è un’arma potente. 
(Nelson Mandela)

Ho scelto di non affidarmi a una sola chiave narrativa. Così ho raccontato cento avventure, match che hanno scritto pagine importanti nel libro del pugilato e in quello della società. E poi interviste, incontri con autentici miti: Muhammad Ali, lui c’è in ogni angolo di queste pagine, Archie Moore e Thomas Hearns.
In chiusura, il racconto che ho scritto ispirandomi a momenti di verità. Fiction e realtà si fondono per dare vita a un finale di speranza. Il perdono rimuove la paura, è il titolo dell’ultima storia. In un periodo in cui sembra che si viva solo di violenza, egoismi ed esasperazioni, è un messaggio di pace portato da chi ha sofferto e visto la morte negli occhi.
L’uomo deve essere capace di perdonare, perché solo così può liberarsi da ogni angoscia e riuscire a non essere più solo.
Neppure sul ring.

Dario Torromeo: Solo come un pugile sul ring (340 pagine, 15 euro, Absolutely Free Libri). In libreria e nei siti online dal 15 aprile, prenotabile da oggi.

Premio Bancarella Sport, possono partecipare solo i chiaroveggenti…

Le magie del Premio Bancarella Sport.
Il 23 maggio 2016 pubblicavo quanto segue.
Il Premio Bancarella Sport (gestito da Fondazione Città del Libro, Unione Librai Pontremolesi e Unione Librai delle Bancarelle) è da tempo il più prestigioso per il mondo dell’editoria sportiva. Ha una lunga tradizione di importanti vincitori e di opere letterararie di grande spessore. Noto per la sua importanza e per la procedura cristallina delle scelte, quest’anno è inaspettatamente scivolato su una buccia di banana. Ma la cosa più grave è che non ha alcuna intenzione di porre rimedio ai propri errori.
L’11 aprile scorso si è riunita la commissione giudicante, successivamente è stato emesso questo comunicato.
“La commissione di scelta, presieduta da Paolo Francia e composta da autorevoli personaggi dello sport e della cultura, Paolo Liguori, Claudio Mele, Antonio Barillà, Giacomo Santini, Daniele Redaelli, Ignazio Landi, Giuseppe Benelli, Angelo Panassi e il segretario del Premio Giorgio Cristallini, al termine di un’ampia e approfondita discussione sui volumi in concorso, inviati dalle diverse Case Editrici Italiane, hanno proclamato i vincitori del 53° Premio Selezione Bancarella Sport 2016, i seguenti libri…”
Ora il regolamento del Premio dice che la commissione giudicante è composta da:
Art. 5
1. ll Presidente della Commissione, designato dalla Fondazione Città del Libro
2. Tre rappresentanti rappresentanti della Fondazione Città del Libro
3. Il segretario del Premio Bancarella Sport
4. I rappresentanti delle testate giornalistiche sportive nazionali (Gazzetta dello Sport, Corriere dello Sport – Stadio, Tuttosport, Rai–Tv, Mediaset, Sky Sport)
5. Un rappresentante del Coni
6. Il presidente dell’Unione Stampa Sportiva Italiana
7. Due rappresentanti del Panathlon International.
Un totale di quindici, compreso il presidente.
Non coinvolgendo nel discorso i sei vincitori che meritano il massimo della stima, resta da capire come e perché i giurati non fossero nel numero previsto. La risposta è inquietante: perché gran parte degli assenti non è mai stata convocata. È stata una votazione a sorpresa, carbonara, imprevista. Chiamatela come volete, sicuramente non è stata una votazione regolare. Nessuno però risponde alle due domande fondamentali.
1. Perché non sono mai stati convocati alcuni membri della giuria?
2. Perché non si invalida una votazione in cui si riscontra una così palese irregolarità?
Sono trascorsi cInque anni e ancora non si hanno risposte chiarificatrici.


Con il passare del tempo, le cose sono addirittura peggiorate.
Il 22 marzo scorso è stato pubblicato il bando di concorso per l’edizione 2021.
Il tempo massimo per presentare le opere (come da regolamento) scadeva il 15 marzo.


Solo i chiaroveggenti professionisti possono dunque partecipare al Premio.
I comuni mortali, è meglio che se ne facciano una ragione, sono esclusi.

Aneddoti, interviste, personaggi, follie e retroscena. Ecco il Tyson di Narducci…

Mentre leggevo l’ultimo libro di Fausto Narducci, ho provato la sensazione di viaggiare nel tempo, avendo il privilegio, grazie all’autore, di poterlo fare in prima classe. È piacevole sentirsi nel cuore degli eventi, mentre ogni personaggio coinvolto viene definito nella sua pienezza. Anche quelli minori.
Sfogliando MIKE TYSON The Baddest Man on the Planet, sono rimasto immediatamente coinvolto, partecipe, anche un po’ complice. Ho visto le parole trasformarsi in immagini e venire proiettate su un grande schermo. Un biopic (come oggi si usa dire; nella mia gioventù parlavamo di biografia di un personaggio reale), creato da uno che il mestiere lo conosce molto bene. Non ho certo la necessità di attaccare un’etichetta a un libro che racconta eventi e protagonisti di grande spessore. Sono altre le priorità in questo momento. È il piacere di sottolineare come la narrazione agile e curata di Narducci riesca a farci vivere il pugilato da un punto di vista speciale, come l’autore sappia gestire la sua personale lente di ingrandimento alimentandola con aneddoti, dichiarazioni e retroscena, arrivando alla fine a delineare impeccabilmente la trama di una storia che possiede grande intensità. È il gusto di vedere sfilare uno dopo l’altro tutti gli uomini e le donne che hanno avuto parte attiva in un’avventura davvero incredibile a rendere piacevole la lettura.
Ho avuto la fortuna di cavalcare anch’io quel periodo magico. Debbo dire di essermi sentito in perfetta armonia con il racconto. Ho apprezzato l’omaggio a un grande del giornalismo televisivo, a quel Rino Tommasi che ha scoperto per l’Italia il fenomeno Tyson e lo ha portato nelle nostre case attraverso gli schermi di Canale 5.
La storia di Iron Mike Tyson è nota al popolo della boxe. Ma a quello che già si conosce, Narducci aggiunge dettagli, personaggi finora di secondo piano che si rivelano invece titolari di ruoli chiave. Sfruttando il suo ruolo di inviato e responsabile della rubrica pugilato della Gazzetta dello Sport, l’autore mette nero su bianco testimonianze e fonti, fotografa situazioni, prendendosi cura di definire ogni particolare, affinchè il quadro finale non abbia alcuna parte fuori fuoco. E arricchisce il tutto con più interviste a tu per tu (one to one come dicono gli americani) con il diretto protagonista.
Se volete fare una piacevole galoppata negli anni Ottanta/Novanta della grande boxe, diventando testimoni di follie degne di Jack Nicholson al meglio delle sue interpretazioni cinematografiche, salite a cavallo e lanciatevi lungo le praterie che hanno visto le imprese e le nefandezze di Mike Tyson. Leggete The Baddest Man on the Planet. L’uomo più cattivo del pianeta.
Buon divertimento.

Fausto Narducci: MIKE TYSON, The Baddest Man on the Planet, 250 pagine 18 euro, Diarkos Editore.

Ricordo di Vincenzo Belfiore, custode della memoria per amore…

Ha ragione Emanuele Della Rosa.
La boxe è una droga, per smettere devi andare in comunità”.
L’ha detto alle telecamere del regista Roberto Palma nel bel film BOXE CAPITALE.
Vincenzo Belfiore non ha mai pensato di disintossicarsi, a lui il pugilato faceva un gran bene. Lo ha frequentato, ne ha scritto, ha messo su un vero e proprio museo. Oggetti, riviste, quotidiani, articoli, foto, libri rari. Per amore, era diventato il custode della memoria di uno sport che aveva sempre alimentato la sua passione.
Stamattina la figlia Veronica mi ha chiesto di scrivere un ricordo che ho di lui. Sono stato triste e contento allo stesso tempo. Faccio fatica a immergermi in un mondo che non c’è più. Assieme ad alcuni colleghi di un tempo, se ne è andata via anche la gioia di parlare di quei match, dei bordo ring pieni di amici, di palasport pieni di gente, di ko esemplari, titoli veri, regole e soprusi. Della boxe di ieri, insomma. Mi sono improvvisamente sentito più vecchio di quello che sono. Veronica non ha colpa alcuna, il pugilato mi piace oggi come allora. Sono gli uomini che lo frequentano a non piacermi più. Ma non mi lamento, gli anni passano come natura vuole.

“Anche tu sei invecchiato”.
“Dicono che sia l’unico modo per non morire giovani”.
(Peter Bohlke e Michel Bouquet nel fim “Toto le héros-Un eroe di fine millenio”)


Franco Dominici, Teo Betti, Roberto Fazi hanno riempito, con le loro storie, giornali e riviste. Il solo nominarli mi rende felice, fanno parte di un glorioso passato. Per lo sport e per il giornalismo. Hanno scritto del pugilato mondiale, senza mai dimenticare quello da cui erano partiti. Il pugilato romano, quello laziale. Vincenzo Belfiore in quel pugilato era nato, cresciuto e diventato grande. Sette libri sulla sua regione, sui frequentatori piccoli e grandi dei ring del Lazio. L’ultimo è stato “La boxe nella storia e sui banchi di scuola”, uscito sei mesi prima che lui se ne andasse per sempre.
Scrivo i loro nomi e penso che sarebbero stati i frequentatori ideali di quella palestra che ho raccontato nel libro I GORDINI.

Un ring, quattro sacchi, un pavimento triste; odore di sudore, olio per massaggi; manifesti di riunioni famose, finestroni che affacciano su vecchi cortili, un orologio a scandire il tempo della fatica. Ne ho visitati almeno cento di posti così, ma nessuno mi ha lasciato un segno profondo come la palestra dei passi perduti. Un locale vuoto, avvolto nella penombra. Nessun rumore, nessun odore. Riposano sacchi e palle veloci. Le corde sono stese sul pavimento come vecchi serpenti addormentati. Un ring enorme, nudo e triste, in attesa di essere calpestato.
Non ci sono pugili ad allenarsi, non ci sono maestri che urlano consigli, neppure un tifoso a gridare improbabili suggerimenti. È un luogo popolato da uomini senza volto che raccontano vecchie storie, solo la fantasia può aiutarmi ad ascoltare le loro voci.
Un signore se ne sta seduto su una panca di legno. Guarda avanti, cerca il tempo perduto.
Ho viaggiato per trent’anni della mia vita, portando sempre con me il ricordo di quel giorno. Fino a quando, molto tempo dopo, ho vissuto le stesse emozioni. E ho capito che non potevo fermarmi, ma dovevo continuare a scavare. In fondo, sempre più in fondo, fino a trovare la regina di tutte le emozioni. Quella che ti fa capire quanto la boxe possa essere madre e matrigna, fuoco e acqua, coraggio e paura. E se hai la fortuna di incrociarla nel giorno in cui il tuo corpo, assieme alla mente, è puro al punto da catturare ogni emozione, allora potrai goderne appieno la bellezza. Riuscirai a esaltarti per il suo fascino, a non maledirne le brutture.
È stato il giorno in cui ho visto la magia di un ring di periferia che ho capito di essere tornato a casa, lì dove tutto nasce”.

Parlando di Vincenzo Belfiore vedo un passato di sogni realizzati, sento le voci di mille racconti, riascolto le storie di piccoli o grandi campioni senza paura. Dicono, Quelli come te sono malati di nostalgia. Io penso di essere solo uno che nella sua vita ha avuto la fortuna di conoscere uomini e pugili che hanno scritto pagine memorabili per la boxe di casa nostra. Molti di quei personaggi Vincenzo li ha raccontati.
Dieci anni fa, sono entrato nel suo regno, la casa di Frosinone. Stavo preparando, assieme a Riccardo Romani, un libro su Monzon. Cercavo articoli d’epoca, frasi, racconti, commenti. Lui ha aperto per me il tempio della memoria e i ricordi sono corsi incontro.
A fine visita, mi aveva prestato una collezione di BOXE RING, qualcosa a cui teneva in modo speciale. Era stato un gesto di grande amicizia. Un storico raramente consegna ad altri uno dei suoi cimeli. Lui si era fidato. Mi aveva salutato, solo dopo avermi riempito di mille raccomandazioni. Non avevo tradito la sua fiducia. Il materiale era stato restituito integro, come mi era stato consegnato.

E adesso, per raccontare Vincenzo, mi faccio aiutare dal giornalista e scrittore Gualtiero Becchetti. Ne parla nel nuovo libro che uscirà l’11 febbraio (LA GRANDE BOXE DEI PICCOLI MATCH, Absolutely Free editore). Il racconto è all’interno della storia dedicata all’incontro tra Sven Paris e Adonisio Francisco Reges, disputatosi al Palasport di Frosinone il 20 aprile 2012.

“Era presente alla cerimonia l’amico Vincenzo Belfiore, già vicecomandante della Polizia Municipale. Un’enciclopedia della boxe in possesso di una delle più vaste biblioteche pugilistiche private che si conoscano, nonché giornalista e autore di diversi libri sull’argomento. Appassionato? No, sarebbe riduttivo! Pugilato e Vincenzo Belfiore erano quasi tutt’uno.
Qualche anno prima, al passaggio tra i professionisti dopo una brillante carriera dilettantistica, Sven Paris aveva adottato il soprannome di “White Warrior”, molti gli pronosticavano un prestigioso futuro. Tra i suoi più saldi estimatori proprio Belfiore, che l’aveva seguito sin dai primissimi passi sul ring e gli era affezionato quasi fosse un suo congiunto. Mentre rientravamo in hotel riparandoci dalla pioggia strisciando contro i muri delle case, Vincenzo mi diceva: «Paris era, secondo me, il miglior talento del pugilato italiano. Si è preparato bene. Speriamo che si sia dimenticato del tutto di Bienias…».
Tale esternazione di un intenditore quale era Belfiore e la pur vaga ombra di dubbio che la caratterizzava, confesso che mi avevano stupito.
Sven aveva cominciato attaccando, ma era macchinoso, lentissimo, quasi malfermo sulle gambe e ogni volta che Reges portava il jab sinistro lo prendeva in pieno. Nei tre minuti successivi i timori diventavano purtroppo cruda realtà. Il brasiliano faceva ciò che voleva, neanche fosse un novello Ray Sugar Leonard, il pugile di Frosinone andava in difficoltà ogni volta che veniva toccato. Dall’altra parte del ring, in prima fila, potevo vedere, tesissimo e con l’espressione sofferente, Vincenzo Belfiore seduto di traverso sulla poltroncina sobbalzare ai colpi di Reges quasi fosse lui a riceverli… Era la prova che purtroppo ciò che io vedevo, lo vedevano tutti. Alla fine del round, quando l’arbitro José Martinez Antunez mi allungava i cartellini dei giudici attraverso le corde, per la prima e unica volta nella mia attività di supervisor, sussurravo: «Stai molto attento…», ricevendo risposta d’assenso con un cenno del capo”.

Vincenzo Belfiore ci ha lasciati il 15 luglio 2019, aveva settantuno anni. Ha gestito con dedizione assoluta la sua grande passione, le ha offerto tempo ed energie. Ne ha scritto da competente. Ne ha custodito la memoria come solo chi ama sa farlo. Il pugilato gliene sarà per sempre grato.

Il dicembre americano di Mazzinghi, tra Dean Martin e un ko senza felicità

È il 17 dicembre del 1969.
L’aviazione degli Stati Uniti conclude le sue investigazioni e annuncia che non ci sono prove dell’esistenza di astronavi extraterrestri. Gli UFO non esistono, almeno sulla Terra.
Non basta certo a farci sentire più tranquilli, anche perché l’idea che da qualche parte dell’Universo ci sia una forma di vita ci piace. E ci accompagnerà per sempre.
E poi sul nostro pianeta esiste più di un essere umano che sia fuori dal mondo, almeno da quello civile. Pietro Valpreda è detenuto a Regina Coeli, in cella di isolamento, accusato di concorso in strage per Piazza Fontana. Lui continua a negare, dice che quando è scoppiata la bomba era a letto in casa della zia, a Milano. Ma loro, gli UFO, continuano a indagare in una sola direzione. Volano bassi e dalle loro astronavi dicono che sono gli anarchici i grandi colpevoli.
Il nero è il colore del buio, ma anche di quegli anni.

In Toscana un uomo vive i suoi tormenti. È stato un grande campione, protagonista nello sport e nella società degli anni Sessanta. Adesso sente che il lungo viaggio sta per concludersi.
L’idea del ritiro prende sempre più consistenza.
L’ha promesso a Marisa, la moglie. E poi c’è in ballo un film. Dovrebbe recitare in una pellicola sulla malavita americana. Già pronto il contratto, l’accordo con il produttore. Mancano solo le firme.
Eppure staccarsi dalla boxe è dura. Per anni è stata la sua vita, ne ha governato le giornate, le ha riempite di pensieri e di progetti. Più che dal passare dei mesi, gli anni di Sandro Mazzinghi sono stati scanditi dal susseguirsi degli incontri. Uno dopo l’altro, con pause appena necessarie per capire chi aveva affrontato e contro chi avrebbe dovuto battersi. E adesso, anche se la carica interna sembra esaurita, è incerto tra la voglia di chiuderla qui e quella di riprovarci.
L’offerta di volare negli Stati Uniti risolve ogni dubbio. È un modo per staccare la spina, per liberarsi dal peso di combattere in Italia, per andare a scoprire un mondo diverso. In fondo in America c’è stato una sola volta, da dilettante, ed è tornato con un titolo mondiale militare e il ricordo di una bella esperienza.
Perché non riprovarci?
È il 17 dicembre del 1969.
Il match si disputa al Caesars Palace di Las Vegas, in una sala da ballo, il Silver Slipper. Lui alloggia al Riviera Hotel di proprietà di Dean Martin, cantante e attore assai famoso. Artista di origini italiane.
Il papà Gaetano Crocetti è nativo di Montesilvano in provincia di Pescara, la mamma Angela Barra è nata in America da genitori abruzzesi.
All’angolo di Mazzinghi ci sono il fratello Guido e il nuovo manager Umberto Branchini, il Cardinale.
L’incontro soddisfa il pubblico, nella piccola arena mille persone applaudono quel ragazzo italiano che combatte da vero guerriero. Proprio come piace a loro. Il match è programmato sulle dieci riprese, ma Cipriano Hernandez resiste solo due round. Applausi, pacche sulle spalle e al rientro in albergo la sorpresa di vedere la sua foto tra le decine di immagini che riempiono un’intera parete. I complimenti di Dean Martin, poi quelli di Freddie Little che è in platea.
Una bella serata anche se la borsa è di sole ottocentomila lire.
Non è certo per soldi che Sandro è sbarcato in Nevada. Chiede solo un po’ di calore, ha voglia di risentirsi protagonista.
Cercava l’emozione di un ko veloce. Ha avuto tutto questo, ma proprio non ce la fa a sentirsi felice.


Questo racconto è stato in parte pubblicato su Anche i pugili piangono, Sandro Mazzinghi un uomo senza paura, nato per combattere. Vincitore del Premio Selezione Bancarella Sport 2017.

Erano gli anni della seconda guerra mondiale. La mamma si alzava alle cinque del mattino e tirava avanti fino alle sei della sera. Andava a fare i materassi dai contadini, il bucato in casa dei ricchi. Quando rientrava, Sandro interrompeva il lavoro nei campi, metteva gli zoccoli sotto la bretella della canottiera e le andava incontro. L’Ernesta appariva in fondo alla strada, un’ombra che avanzava dondolando. Due borse nelle mani, una cesta sulla testa. Dentro c’erano cipolle, aglio, fagioli, ceci, pane. Soldi non ce n’erano e i contadini le davano gran parte della ricompensa direttamente dall’orto. Sandro Mazzinghi ha sofferto la fame, quella vera che ti fa svegliare nel cuore della notte. È stato sotto i bombardamenti, ha conosciuto la tragedia quando Vera è morta in un incidente d’auto. Era sua moglie da dieci giorni. Voleva smettere, è tornato sul ring perché è nato per combattere. Ha vinto il mondiale contro Dupas, l’ha difeso in Australia. Accanto a lui Guido, fratello ma anche amico, consigliere, maestro. Ha spaccato l’Italia a metà. Da una parte lui, dall’altra Nino Benvenuti. Due incontri entrati nella storia della boxe e del nostro Paese. Perso il titolo, se lo è ripreso contro Ki-Soo Kim in un match cruento, spietato. Battaglie così, un uomo ne può affrontare solo una nella vita. Sandro Mazzinghi, pugile da leggenda. Questa è la sua storia.
(di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free)

I GORDINI presentato nella sua terra. In Romagna (Lugo e Cotignola)

Doppio appuntamento in Romagna per la presentazione del libro
I GORDINI
una fameja ad fénómen
Un padre e un figlio romagnoli.
Vite difese con coraggio, in guerra o sul lettino di un ospedale.
Meo è il figlio. Pugile grazie a un prete che legge il futuro, lascia per un terribile male. Oggi è un maestro di boxe che spiega la vita tirando cazzotti. Pronto a dare tutto sé stesso, pur di far diventare adulti i ragazzi che si affidano a lui. Un po’ filosofo, un po’ visionario. Studia le parole, le sue e quelle degli altri. Se gli piacciono, le scrive su grandi fogli che affigge alle pareti della Casa di Carta, la palestra al civico 88 della via Chiavica Romea.

Michele era il papà. Lo chiamavano Bucaza, forava sempre quando era in testa e così non vinceva mai. Sei Giri d’Italia e tre Tour de France. Un’avventura cominciata dopo aver speso tutti i risparmi per comprare una Romagna: bicicletta di seconda mano con le ruote di ferro e i copertoni con camere d’aria separate. Una sera del ’21, al Caffè Centrale di Cotignola, la sfida che gli avrebbe cambiato la vita. “Sono più veloce di quel cavallo di razza!“. Un km con partenza da fermo sul Canale Naviglio. Lui primo, il cavallo dietro.
Loro sono I Gordini, una fameja ad fénómen. Una famiglia di fenomeni.

Giovedì 2 luglio all’Hotel Ala d’Oro di Lugo di Romagna, ore 18:00, il primo incontro.
Ci saranno Meo Gordini, gli autori Flavio Dell’Amore (giornalista e scrittore) e Dario Torromeo (firma storica del Corriere dello Sport-Stadio e scrittore). Ospite d’onore Francesco Damiani, argento ai Mondiali e all’Olimpiade di Los Angeles ’84 tra i dilettanti, campione del mondo dei professionisti nei pesi massimi.
La manifestazione è patrocinata dal Comune di Lugo in collaborazione con la Boxe Lugo.

Il giorno dopo, venerdì 3 luglio, ci spostiamo di qualche chilometro.
L’evento è…
Con Meo
maestro di pugni
e di carezze
Avrà inizio alle ore 21:00 presso il Parco Rita Atria, in via Borsellino a Cotignola.
Qui proseguirà il racconto di una fameja ad fénómen.
Michele, mitico ciclista di sei Giri d’Italia e tre Tour de France, era l’idolo di casa. Meo, il figlio, prima pugile e poi maestro che insegna a vivere con i pugni e le carezze, è uomo di grande popolarità da queste parti.
Assieme a lui, ancora una volta gli autori Dell’Amore e Torromeo.
Come ricorda l’associaizione Primola, che assieme al Comune di Cotignola organizza la serata, per esserci bisognerà prenotare. Sono le regole del protocollo COVID.
Chi fosse interessato, dovrà scrivere una email all’indirizzo info@primolacotignola.it.

I GORDINI, una fameja ad fénómen, di Flavio Dell’Amore e Dario Torromeo. Edizioni Slam/Absolutely Free libri. 248 pagine, 15 euro.