Un testimone d’eccezione per una storia romantica di ieri e di oggi

Un viaggio nel tempo, senza lasciarsi prendere dalla nostalgia, ma affidandosi alla bellezza dei ricordi. Quando ti lanci in una avventura così, hai bisogno di un compagno, una guida che sappia come raccontare la storia.
Il mio compagno di viaggio è Pier Luca Antonio Baldini, metto in fila tutti i suoi nomi. La mamma, Giovanna, quando lui le chiede: “Ma non potevi fermarti prima?”, replica: “Impossibile”. E finisce lì, senza concedergli repliche.

Il signor Baldini, vice sindaco di Cotignola, è il nipote di nonno Michele Gordini e nipote di zio Meo.
Sono più affascinato dal ciclismo che dalla boxe. Ma non ho mai praticato né l’uno, né l’altro. I racconti del nonno trasmettevano il senso della fatica, il rischio era sempre presente, le possibilità di cadere in un fosso erano alte come oggi non si può neppure immaginare. E poi il sudore, la polvere, la spossatezza con cui chiudevano le giornate erano qualcosa con cui mi riusciva difficile fare i conti. Anche solo a parole. Il ciclismo degli anni Venti, quello del nonno, era la rappresentazione concreta, tangibile della fatica.”

Michele era un gigante. Un metro e novanta per oltre cento chili di peso. Non se ne vedevano in giro di tipi così. I Gordini hanno sempre avuto una stazza imponente.
Anche i figli erano grandi, fin da quando nascevano: cinque, sei chili al parto. Uno strazio per le povere mamme.

Correndo, viaggiando, conoscendo il mondo e soffrendo la lontananza dalla famiglia Michele ha dato da mangiare al gruppo intero. Poi, quando tornava a Cotignola, faceva il suo dovere di marito. E così sono nati diciassette figli.
Parlava poco il nonno. Mischiava qualche parola di francese, imparato lungo le strade dei tre Tour che ha corso, un po’ di italiano e tanto romagnolo. Parlava poco, comunicava molto con gli sguardi. Ha corso e portato i soldi in casa, tanti figli a cui non ha mai fatto mancare niente. A tavola c’era sempre da mangiare. E poi il rapporto con la moglie, fantastico. Era davvero innamorato. Qualche volta urlava, perché lui era fatto così. Gli veniva da gridare e lo faceva, ma non ha mai mancato di rispetto a sua moglie. Mai.”

La presenza dell’omone era in ogni angolo della casa, soprattutto in salotto.
C’era un poster gigante, sarà stato due metri di altezza per un metro e venti di base. Imponente. Lui in bici, con la maglietta Ganna in bella mostra. Correva da isolato, da indipendente. Quelli come Girardengo vincevano, lui lottava per sopravvivere. Forte, tenace. Nel poster con cui l’Equipe ricorda i 100 anni del giornale, c’è anche lui. Non è cosa da poco. Era una figura affascinante il nonno, un eroe romantico come le storie che raccontava. Ne metteva in fila tante, soprattutto per i figli. Gli piaceva quel tipo di narrazione epica, in fondo ai ragazzi parlava della sua vita. E loro ascoltavano, ma a forza di sentirlo erano pieni di fatica anche loro, quasi nauseati da tutto quel pedalare, pieni di polvere e, raramente, di gloria. Tre Tour e sei Giri d’Italia, roba seria, per gente tosta.”

Erano tanti i Gordini. Solo il nucleo centrale della famiglia metteva assieme diciannove persone, i genitori e diciassette figli. Poi le nuore, i nipoti…
Quando sia andava a casa loro, prima di entrare ce ne stavamo fuori per capire come fosse l’atmosfera dentro. Non ci siamo mai messi a tavola in meno di venti. E c’era da mangiare per tutti. Il nonno con i premi delle corse guadagnava bene.

Poi però le corse erano finite, e al momento di cambiare vita qualche sbaglio l’aveva fatto.
E sì, non tutto è filato liscio. Si è prima comprato un’Isotta Fraschini, poi ha pensato bene di mettersi a fare il tassista. A Cotignola. Come era da immaginare, non gli è andata bene. Meglio con l’attività scelta in seguito. Lui, assieme a qualche figlio, si è inventato i primi service per contadini. In un capanno, costruivano aratri, montavano pezzi per le macchine con cui lavorare i campi. Il rispetto innato che aveva per la campagna gli permetteva di lavorare capendo le esigenze dei contadini.

E l’Isotta Fraschini?
Smontata pezzo per pezzo per costruire le macchine da campagna. L’avesse conservata, ci fosse ancora oggi, quell’Isotta Fraschini potrebbe valere anche un milione di euro…

Giovanna, la sorella di Meo, è la mamma di Pietro Luca Antonio. È una ragazza del ’34. All’epoca fare la scuola media era roba da benestanti. Lei è andata avanti fino alla laurea, l’ha presa quando di anni ne aveva cinquanta e lavorava come insegnante di pedagogia. Un po’ per volta, studiando e faticando, era arrivata a tagliare il traguardo. L’unica della famiglia a riuscire nell’impresa.
“Nella scuola dove insegnava la mamma, c’era un professore che la importunava. Non è mai arrivato alle molestie, ma quell’eccesso di attenzioni le dava fastidio. Così un giorno l’ha detto al papà. Niente accuse o pianti, lamenti o drammi. Ha detto solo che quel comportamento le dava fastidio. Michele non ha commentato. Il giorno dopo l’ha accompagnata a scuola, si è fatto indicare l’insegnante poco attento. Con passo lento, ma sicuro, gli è andato vicino. Lo ha fissato negli occhi, poi lo ha preso per un orecchio e, chinandosi un po’, ha avvicinato il viso del reprobo al suo. Quel tizio si è visto davanti, a pochi centimetri di distanza, lo sguardo duro e minaccioso del gigante. Ha capito che non era il caso di continuare. Giovanna non ha più dovuto subire gli approcci dell’ammiratore maleducato.”

Meo, il nostro compagno di viaggio l’ha frequentato meno.
Gli voglio un bene dell’anima, ma non sono proprio riuscito a farmi piacere la boxe. Non ce l’ho fatta a condividere questa esperienza. Preferivo altro. Andavo con lo zio Saturno a fare quella che lui chiamava pesca subacquea. Mentre in realtà prendevamo le cozze a mare. Oppure ci lanciavamo dai monti su bastoni di legno lunghi due metri e mezzo, rischiando di farci male a ogni discesa. Ma quello con cui legavo di più era Fioravante, che aveva preso il diploma in Belle Arti. Abitava a Roma e ogni volta che andavo a trovarlo, mi portava in giro a scoprire un angolo meraviglioso della città. Mi diceva: Dobbiamo proprio andarci. E si partiva. Mi sono diplomato al Liceo Artistico e poi laureato in Architettura. La frequentazione dello zio mi ha segnato. Sì, lo zio. Lo chiamavamo tutti così. Ce ne erano tanti con lo stesso grado di parentela, ma lui era l’unico che avesse il privilegio di essere riconosciuto senza dovere necessariamente aggiungere il nome. Lo zio era uno solo, lui.”

Queste storie Pier Luca Antonio Baldini, vice sindaco di Cotignola, la città di Michele e Meo, le racconta con passione. Sono bei ricordi, hanno il sapore di un’epoca romantica che fa sognare.
Ci sarà anche lui venerdì 3 luglio, nell’Arena delle balle di paglia, assieme a Meo.
Quella sera Flavio Dell’Amore ed io parleremo del nostro libro.
I Gordini, una fameja ad fénómen (Edizioni Slam/Absolutely Free).

Sarà rispettato il protocollo COVID. Se volete essere presenti, sarà necessario prenotare.
Scrivete a info@primolacotignola.it .

 

È uscito I GORDINI, storia di una famiglia di fenomeni…

Ce l’abbiamo fatta. L’uscita in libreria era programmata per giovedì 2 aprile, ma la pandemia aveva azzerato qualsiasi progetto. Librerie quasi tutte chiuse, nessun ordine, distributori con i libri bloccati in magazzino. Ma Edizioni Slam/Absolutely Free voleva assolutamente proporre I GORDINI ai suoi lettori. Così ha pensato di rivoluzionare l’ordine delle cose.

Esce prima l’ebook, subito. Potete ordinarlo da questo momento sui principali siti di vendita online (tra gli altri Amazon e Ibs), alcuni link li troverete alla fine di questo articolo. Presto sarà presente su tutte le piattaforme digitali.

Da martedì, in quasi tutta Italia, le librerie riapriranno. Per il cartaceo però bisognerà aspettare almeno un mese. Intanto godiamoci l’emozionante avventura sfruttando la possibilità di leggere il libro fin da questo momento.

Buona lettura.

Questa è la storia che vi abbiamo raccontato, il libro l’ho scritto assieme a FLAVIO DELL’AMORE che ha narrato le vicende di Michele. Era il papà di Meo, è stato un grande ciclista.

Un padre e un figlio romagnoli. Vite difese con coraggio, in guerra o sul lettino di un’ospedale.

Meo è il figlio.

Pugile grazie a un prete che legge il futuro, lascia per un terribile male.

Oggi è un maestro di boxe che spiega la vita tirando cazzotti.

Pronto a dare tutto sé stesso, pur di far diventare adulti i ragazzi che si affidano a lui.

Un po’ filosofo, un po’ visionario.

Studia le parole, le sue e quelle degli altri. Se gli piacciono, le scrive su grandi fogli che affigge alle pareti della Casa di Carta, la palestra al civico 88 della via Chiavica Romea.

Michele era il papà.

Lo chiamavano Bucaza, forava sempre quando era in testa e così non vinceva mai.

Sei Giri d’Italia e tre Tour.

Un’avventura cominciata dopo aver speso tutti i risparmi per comprare una Romagna: bicicletta di seconda mano con le ruote di ferro e i copertoni con camere d’aria separate.

Una sera del ’21, al Caffè Centrale di Cotignola, la sfida che gli avrebbe cambiato la vita.

“Sono più veloce di quel cavallo di razza!”.

Un chilometro con partenza da fermo sul Canale Naviglio. Lui primo, il cavallo dietro.

Loro sono i Gordini, una famejaad fénómen.

Una famiglia di fenomeni.

Flavio Dell’Amore, Dario Torromeo: I GORDINI (Edizioni Slam/Absolutely Free). Attualmente disponibile in ebook.

 

“Dentro i secondi” con Antonello Cossia da giovedì al Teatro Tram di Napoli

Francesco De Luca, capo dello sport de Il Mattino,  ha dedicato un articolo allo spettacolo “Dentro i secondi” che andrà in scena al Teatro Tram di Napoli (via Port’Alba, 30) da giovedì 12 a domenica 15 (i primi tre giorni alle ore 21, l’ultimo alle ore 18).

Lo show è diretto e interpretato da Antonello Cossia, attore, regista, autore che ha scritto e interpretato anche “A testa alta”: storia della vita del padre ex-pugile, atleta della nazionale azzurra che rappresentò l’Italia ai giochi olimpici di Melbourne in Australia, nel 1956.

I testi di “Dentro i secondi” sono di Franco Esposito e Dario Torromeo. Costumi: Annalisa Ciaranella, disegno luci: Angela Grimaldi, musiche a cura di Francesco Albano, produzione: Altrosguardo.

Protagonisti nell’ombra. Scudieri, accompagnatori preziosi dei primattori, spesso primattori anch’essi, mai avvezzi però alla prima pagina e al titolo a nove colonne.
Presenze fondamentali, essenziali, al fianco dei campioni, le cui vittorie sono sovente il prodotto del lavoro degli insostituibili: spalle preziose su cui poggiarsi quando la fatica diventa terribile, sparring, compagni d’avventura. Inamovibili, silenziosi, operosi, fedeli e fidati. Una vasta specie con connotati precisi. E oltre un secolo di opere risolutive: alcuni entrati con dolce prepotenza nella storia dello sport. Gunboat Smith, pugilatore all’inizio dell’altro secolo, si faceva prendere a pugni dal suo superiore: preparava il celebre Jack Johnson, l’odio dei bianchi d’America, alla conquista del mondo. E poi: Carrera e Milano, gli angeli di Coppi, Nobby Stiles il cattivo dell’Inghilterra che si prese la World Cup nel ’66; Lodetti e Bonini che correvano per Rivera e Platini…
Gli ultimi che diventano primi, e talvolta primi s’inventano davvero.
È l’immutabile magia dello sport.

Scrive Emanuela Audisio nella prefazione:
“Sono i Sancho Panza dello sport. Gonfiano i sogni altrui, li rendono materia. Danno concretezza alle imprese, anzi le cucinano e le sfornano calde. Fanno nascere romanzi sportivi strepitosi. Sudano, lottano, si sacrificano. Anche se ad alzare le braccia è sempre Don Chisciotte, non il suo fedele servitore. Sono l’ombra che lascia la grandezza. Sherpa di salite anche esistenziali. Nessuno ha mai capito chi glielo fa fare: troppa timidezza, disagio, generosità, masochismo. Danno il loro meglio agli altri, ai campioni che li sfruttano e li ricompensano con una carezza di gloria”.

Ecco un estratto della storia di Jimmy Ellis, amico e sparring di Muhammad Ali.

Era l’estate del Settantuno.
«Ciao campione»
«Ciao campione».
«Stavolta saremo rivali»
«Jimmy lo so che sei forte. Per diventare mio sparring devi essere veramente bravo».
«Ali ti rispetto, ma cercherò di batterti».
«Coraggio amico, andiamo a divertirci».
Jimmy cercava di mostrare all’altro la sua bravura, voleva fargli vedere quanto fosse migliorato. Centinaia di round di sparring gli avevano svelato ogni segreto di Ali. Poteva intuire quando sarebbe partito il jab sinistro, quando avrebbe provato a entrare con il diretto destro. Avrebbe potuto, ma non era riuscito a farlo.
Ali era tornato indietro nel tempo. Volava come una farfalla e pungeva come un’ape. Poi nel quarto round piazzava un destro che faceva tremare l’intero corpo di Ellis. Da quel momento il match viveva nell’attesa del colpo finale, con una storia che sembrava essere stata scritta molto tempo prima.
Nella dodicesima ripresa un montante sinistro di Ali centrava l’amico, lo scuoteva, rendeva traballanti le sue gambe.
Un’altra serie lo portava sull’orlo dell’abisso. A quel punto Ali si fermava, aspettava che accadesse qualcosa, che qualcuno ponesse fine a quella mattanza. L’arbitro Jay Adson capiva al volo il drammatico momento e chiudeva l’impari sfida.
«Ali perché ti sei fermato?»
«Ho visto nei suoi occhi una grande sofferenza».
«Ti sei fermato perché era un tuo amico?»
«Mi sono fermato perché è un uomo, come me. E io non voglio uccidere un uomo sul ring».
«È stato un match facile?»
«Sono stato in gamba, ho battuto il peso massimo più forte del mondo dopo di me».

L’idea per la realizzazione di questo spettacolo si basa sul libro scritto da Franco Esposito e Dario Torromeo: “Dentro i secondi” (Absolutely Free Editore), in cui gli autori spaziando su un ampio arco sportivo, tracciano trenta ritratti in cui più che la gloria, c’è la fatica di personaggi che appunto sono scavati nell’ombra, dove i riflettori non riescono ad arrivare, eppure abbiamo vissuti preziosi poiché senza la tenacia di costoro, tanti campioni non sarebbero saliti sul gradino più alto del podio, non avrebbero conquistato nelle varie discipline indagate quelle vittorie che li hanno consegnati attraverso il bacio della gloria alla Storia mondiale dello sport.

Dal calcio al pugilato, si snocciolano i racconti dei “secondi” che non corrono solo di lato o stanno all’angolo, ma hanno stoffa e talento di livello, che sacrificano e mettono a disposizione di altri per i motivi più diversi.

Campioni con poca gloria a cui è solo capitato di essere contemporanei di altri ancora più grandi e più luminosi come Jimmy Ellis, che fu allo stesso tempo sparring-partner ed anche avversario di “un certo” Cassius Clay-Muhammad Alì, sempre con molto rispetto reciproco.

Come Giovannino Corrieri, gregario di Gino Bartali, la maglia rosa più veloce della storia: la indossò a mezzogiorno, la sfilò qualche ora dopo, quando Koblet vinse la tappa del pomeriggio che avrebbe portato fino al termine del Giro 1950. Poche ore di gloria, una vita ad accudire Bartali in bicicletta. Tempo votato a sacrificarsi per il capitano nonostante una segreta ammirazione per Coppi.

Il ciclismo e il pugilato sono i più grandi fornitori di storie, ma c’è anche il calcio, l’atletica leggera, il canottaggio. Ritratti di accompagnatori preziosi, spalle fondamentali alle quali appoggiarsi quando la fatica diventa terribile. Vite da gregari, dunque, termine di cui non si abusa. Agonisti formidabili, votati alla discrezione, non attratti dalla pubblicità, abituati a sudare nel silenzio e nel sacrificio, lavoratori ostinati, coraggiosi, generosi. Non sono questi i vincenti da copertina, ma che risultano fasulli alla prima sconfitta, sgretolandosi in mille distrazioni che li allontanano dal percorso.

Thomas sbatte la testa contro un palo al Tour de France

thomas

Incredibile incidente nell’odierna tappa del Tour de France.
Ne è rimasto vittima il gallese Geraint Thomas, 29enne campione olimpico ad Atene 2004 nell’inseguimento su pista, spinto involontariamente fuori traiettoria da un Warren Barguil completamente fuori controllo nell’affrontare una curva pericolosa durante la discesa del Col de Manse verso Gap.
Thomas è andato direttamente contro un palo della luce ai bordi della strada, ha sbattuto la testa ed è caduto in una piccola fossa.

 

Ha recuperato subito, ha ripreso la tappa e alla fine ha anche scherzato sull’accaduto.
Mi sento bene, credo che ora il dottore mi chiederà come mi chiamo e la mia data di nascita“.
Se dovesse chiedermelo, gli risponderò che sono Chris Froome…
Un gentile signore francese mi ha aiutato a tornare sulla strada e a rimettermi in sella, ma ho perso i miei occhiali. Non ne fanno più così“.
Geraint Thomas ha conservato la sesta posizione nella classifica generale, ma il distacco dalla maglia gialla Chiris Froome è salito a 5’32”.

Lizzie, dopo la gioia la grande paura

001Una spaventosa caduta, una tragedia sfiorata.

È accaduto al Giro di Gran Bretagna, la più importante gara a tappe riservata alle donne nel Regno Unito.

È accaduto alla fine della prima giornata, da Bury ad Aldeburgh.

Una volata a gruppo compatto. Schiene inarcate, gomiti larghi, adrenalina a mille. Poi, il traguardo.

Un attimo dopo avere avuto la sicurezza di avere passato per prima la fatidica linea, Lizzie Armitsteed ha alzato le braccia al cielo. Non è certo una novellina questa ventiseienne dal volto simpatico. Ai Giochi di Londra 2012 ha conquistato la prima medaglia per il suo Paese, l’argento nella gara su strada.

Era la favorita del Giro e aveva cominciato bene.

Ma pochi metri dopo il traguardo si è scontrata con un fotografo.

Mi ricordo la vittoria con l’aiuto della mia squadra e poi non ricordo altro, ma sto bene, non ho niente di rotto. Sento però molto dolore. Grazie a tutti“.

Il messaggio è stato affidato, come oramai sembra obbligatorio, a Twitter.

twitter

L’incidente ha generato altre cadute, nessuna delle quali (per fortuna) con gravi conseguenze.

Lizzie aveva appena passato il traguardo e stava festeggiando. L’immagine successiva che ho negli occhi è lei che viene troppo vicina a noi, sbatte contro il mio braccio e cade“.

Il racconto è di Huw Williams, il fotografo in questione, alla BBC.

Lizzie, dopo il ricovero in ospedale si è ripresa e ha pensato per un attimo di continuare. Ma alla fine ha vinto il dolore e si è ritirata.

Un episodio sfortunato?

Ho dei dubbi a definirlo tale. La strada è il territorio dei ciclisti, spesso non tutti gli altri componenti della caravona la pensano così…

Il caso Nibali: paura di amare…

nkover

ER VICHINGO è basso, nero di capelli e di pelle, sopracciglie folte e barba ispida. L’hanno chiamato subito così, senza aspettare che si presentasse con il vero nome. Noi di Roma siamo gente strana, capaci per il gusto di una battuta di rovinare un’amicizia. Il paradosso, il contrasto estremo fanno parte del nostro modo di esprimerci. E così quel ragazzo che sfiora appena l’1.60 è diventato Er Vichingo. Non se l’è mai presa, è uomo di sport.

Gli piace il ciclismo e in questi giorni soffre.

Quando ne parliamo lui comincia sempre dallo stesso punto.

Il caso Nibali.

Le prime volte me ne stavo lì chiedendomi quale mai fosse questo “caso”, dal momento che Enzareddu come lo chiamano quelli di Messina e dintorni stava dominando il Tour de France. Nessun cedimento, nessuna polemica, nessuno screzio. Poi ho capito.

Er Vichingo aveva paura di innamorarsi.

Io gli dicevo di starsene tranquillo, di godere dell’invidia altrui. Gli ricordavo qualche verso della mitica “Bartali” di Paolo Conte.

E i francesi ci rispettano

che le balle ancora gli girano

Se proprio non riuscivo a farlo sorridere, andavo oltre.

Tra i francesi che s’incazzano

e i giornali che svolazzano

Tutto inutile. Er Vichingo se ne stava lì in silenzio.

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Poi, venerdì l’ho incontrato di nuovo. Era ancora più triste.

Che è successo, Vichingo?

Mi ha chiamato un amico dalla Francia e mi ha detto che due grandi giornali hanno cominciato a lanciare sospetti. Lo sapevo, non dovevo ricascarci. Non dovevo innamorarmi di nuovo del ciclismo.”

Lo saluto, torno a casa, mi informo.

Le Monde e Liberation hanno guidato la cordata. Il primo ha messo anche in rete un lungo articolo intitolato “Astana, passato riciclato”. Ha ricordato come il boss della squadra di Nibali abbia dei trascorsi da dimenticare: Alexander Vinokourov è stato espulso per doping al Tour del 2007. Il quotidiano ha tracciato un profilo pieno di ombre dell’Astana. Qualcun altro ha scritto che il debutto Vincenzo Nibali l’ha fatto con la Fossa Bortolo di Dario Frigo, che nel Tour del 2005 è stato addirittura fermato dalla polizia assieme alla moglie per essere stati trovati in possesso di Epo.
Chiamo il mio amico e provo a smorzare la tensione.

Vichingo, ascolta Paolo Conte. I francesi non sanno perdere, si incazzano e lanciano giù qualsiasi cosa.

Poi faccio appello al discorso tecnico. Mi atteggio a esperto e gli spiattello lì alcuni dati.

Nella scalata che andava da Ayros-Arboux a Hautacam, 13,6 chilometri con un dislivello di 1.064 metri e una pendenza del 7,8%, Nibali è arrivato su in 37’26”. Pensa che nel 1996 Riis aveva chiuso in 34’35” e nel 2000 Armstrong aveva impiegato 36’25”. Lo vedi? È la differenza che c’è fra un campione e uno scarso o, a vederla in altro modo, tra un dopato e uno pulito. Mettila come vuoi e falla finita di tormentarti.

So bene che non è così semplice. Il ciclismo è sport che regala emozioni forti, come la boxe sa arrivare al cuore, tocca i sentimenti. E così ti fai prendere e non stai più a pensare. È il bello dell’amore.

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Questo siciliano che viene da lontano è l’esaltazione della normalità. Uno che va all’attacco in salita, in discesa, sul pavè, in montagna e in pianura. Ma senza mai scomporsi, sempre col sedere attaccato sul sellino.

Ha gambe, testa e cuore. Ha imparato a vincere lentamente, dal 2007 in poi. È arrivato in vetta attraverso la sofferenza.

È in possesso di un carisma naturale, non ha bisogno di urlare per farsi sentire.

Enzareddu è uno di noi, ma è anche capace di fare cose fantastiche.

Ci piace perché non sta lì a calcolare col bilancino emozioni e rischi. Dà sempre tutto, rischiando in proprio.

Ma è proprio questa immagine dell’uomo che sfida il mondo a farci venire i brividi, a riempire la testa de Er Vichingo di dubbi.

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Abbiamo già dato in passato. E ci siamo ritrovati innamorati traditi. Correvamo con i campioni, soffrivamo per loro. E alla fine ci sentivamo felici, senza stare lì a farci tante domande. E abbiamo pagato queste cambiali d’affetto firmate in bianco. Abbiamo giurato che non ci saremmo mai più ricascati.

Così oggi abbiamo paura, paura di innamorarci di nuovo e siamo lì a tormentarci di mille domande.

Il “caso Nibali” è tutto qui.

Non ci sono sospetti, non ci sono segreti annunciati, non ci sono informatori dietro le quinte che confermino le incazzature dei francesi.

Sembra proprio che si possa fare festa senza temere un brusco risveglio.

Fidiamoci di Vincenzo Nibali, lo Squalo.

Non ce la faccio. Quando in amore ti scotti è difficile amare di nuovo senza avere paura.”

Er Vichingo ha lanciato l’ultima sentenza e io sto qui a chiedermi perché un tradimento passato sia così forte da pesare anche su chi in questo momento colpe non ne ha.

La storia di Andrew commuove il Tour

Kover

SEDUTO sulla strada, la bicicletta appoggiata al guard rail, Andrew Talansky si toccava la schiena dolorante mentre nella testa prendeva corpo una triste voglia di arrendersi. Il Tour era sempre stato al centro dei suoi pensieri. Anche quando non era ancora un professionista, anche quando le uniche corse che poteva permettersi erano le sgambate tra le montagne innevate del Nuovo Messico. Ma adesso vedeva il Tour come un mostro, un nemico implacabile che si era accanito contro di lui ferendolo, facendogli uscire sangue dai tagli sul corpo e brutti pensieri di ritiro in una mente che vedeva tutto nero.

Venerdì era rovinosamente caduto a Nancy, a pochi metri dal traguardo in una volatona che era diventata dramma nello stesso momento in cui era andato a toccare con la ruota anteriore quella posteriore di Simon Gerrons (foto sotto). Era ancora tra i primi dieci della classifica, poteva mettersi in gioco per qualcosa di importante, ma l’impatto con il ruvido della strada l’aveva improvvisamente svegliato da ogni sogno di gloria.

Ferite, contusioni, un ginocchio, il destro, dolorante. Il giorno dopo si era rimesso in sella ed era tornato a lottare. Ma lungo una discesa resa viscida dalla pioggia era di nuovo finito giù, a terra. Il dolore si era assommato al dolore. Al traguardo non era neppure riuscito a togliersi la maglietta. Avevano dovuto aiutarlo gli uomini della sua squadra. E anche così non era stato semplice.

caduta

Massaggiatore e fisioterapista avevano lavorato duro per restituire un minimo di sollievo a quel corpo martoriato dal doppio incidente, per consentirgli di proseguire la corsa. Il Tour andava onorato correndo, non ritirandosi. Anche se ogni centimetro del suo corpo chiedeva riposo, riposo, soltanto riposo.

Ancora un paio di giorni di tranquillità, poi mercoledì 16 luglio il dolore alla schiena era tornato a farsi sentire. Forte, sempre più forte.

Andrew Talanosky era lentamente scivolato in fondo al gruppo quando mancavano quasi novanta chilometri all’arrivo. Aveva parlato a lungo con i dirigenti della sua squadra cercando una sponda che lo aiutassa a capire quale decisione dovesse prendere. Poi si era staccato dagli ultimi corridori, si era staccato da tutte le macchine ufficiali.

George Foreman, vecchio campione del mondo dei pesi massimi, amava ripetere: “Il pugile sul ring è l’uomo più solo del mondo.

Doveva sentirsi così l’americano. Un giovanotto nato venticinque anni fa a Miami, Florida. Uno che aveva scoperto tardi questa passione. Uno che in quel momento aveva la testa piena di dubbi.

Accanto aveva solo una macchina della squadra e la moto con il cameramen della tv francese che riprendeva la scena come se fosse all’interno di un reality.

L’audience cresce se si manda in onda la sofferenza. Lo dico senza alcuna sottintesa accusa, registro solo la realtà. Così come il campione maledetto è più amato dell’angelo che mai pecca, così il racconto di una storia fatta di momenti di grande drammaticità esalta chi se ne sta comodamente seduto in poltrona davanti al teleschermo assai più di uno sprint vincente.

Dietro Andrew c’era un camioncino.

Lo chiamano il “carro scopa”, raccoglie i corridori che si ritirano e non hanno chi possa portarli all’arrivo.

La schiena lanciava segnali inquietanti, il dolore cresceva a ogni pedalata. Il giovanotto aveva un altro momento di smarrimento.

Poggiava la bicicletta al guard rail, si sedeva per terra massaggiandosi la schiena. Dietro, il carro scopa aspettava.

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Robbie Hunter, il direttore della Garmin-Sharp: la squadra di Talansky, era sceso dalla macchina e gli aveva detto poche parole.

“Se decidi di fermarti, sii sicuro che sia la decisione giusta.”

Non credo che in quel momento Andrew Talansky abbia deciso di rinnegare Foreman e di schierarsi al fianco di Ali quando ammoniva: “Dentro o fuori da un ring non c’è niente di male a cadere. È sbagliato rimanere a terra.” Non l’avrà sicuramente pensato, ma a me piacere credere che l’abbia fatto.

Si tirava su, rimontava in bici e riprendeva a pedalare.

Il ciclismo è sport di sofferenza e ha al suo interno regole che possono sembrare crudeli, anche se non lo sono.

Il giovanotto doveva arrivare al traguardo non più di 37 minuti e 17 secondi dopo Tony Gallopin, il vincitore di tappa che aveva chiuso la corsa dopo 4h25’45” di fatica. Pena l’espulsione dalla corsa.

Pedalava senza vigore l’americano, andava avanti più di testa che di gambe. La telecamera sempre lì, pronta a spiare il dolore, magari sognando di immortalare l’attimo in cui il dramma si sarebbe chiuso con le lacrime che annunciavano il ritiro.

arrivo

E invece Andrew ce la faceva. Arrivava al traguardo con 32 minuti e 5 secondi di distacco da Gallopin, in largo anticipo rispetto al tempo limite, tra gli applausi di una folla che era rimasta lì ad aspettarlo. Poi crollava. Non riusciva a scendere dalla bici, camminava a fatica, barcollava mentre lo prendevano di peso e lo portavano sul pullman. Da solo non ce l’avrebbe fatta neppure a salire quei due gradini.

Massaggiatore, medico e fisioterapista si rimettevano all’opera.

Scrivo questo racconto mercoledì 16 luglio. Ancora non so se si rimetterà in sella anche per la dodicesima tappa. Ognuno ha la sua soglia di sofferenza, Talansky ha alzato l’asticella oltre il limite facendo onore al soprannome che qualcuno che lo conosce bene gli ha cucito addosso: “il pitbull”. Qualsiasi decisione prenda, la grande impresa l’ha già compiuta.

Voleva diventare protagonista al Tour, c’è riuscito. Ma non è così che si era sognato il grande momento.