Thomas sbatte la testa contro un palo al Tour de France

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Incredibile incidente nell’odierna tappa del Tour de France.
Ne è rimasto vittima il gallese Geraint Thomas, 29enne campione olimpico ad Atene 2004 nell’inseguimento su pista, spinto involontariamente fuori traiettoria da un Warren Barguil completamente fuori controllo nell’affrontare una curva pericolosa durante la discesa del Col de Manse verso Gap.
Thomas è andato direttamente contro un palo della luce ai bordi della strada, ha sbattuto la testa ed è caduto in una piccola fossa.

 

Ha recuperato subito, ha ripreso la tappa e alla fine ha anche scherzato sull’accaduto.
Mi sento bene, credo che ora il dottore mi chiederà come mi chiamo e la mia data di nascita“.
Se dovesse chiedermelo, gli risponderò che sono Chris Froome…
Un gentile signore francese mi ha aiutato a tornare sulla strada e a rimettermi in sella, ma ho perso i miei occhiali. Non ne fanno più così“.
Geraint Thomas ha conservato la sesta posizione nella classifica generale, ma il distacco dalla maglia gialla Chiris Froome è salito a 5’32”.

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Lizzie, dopo la gioia la grande paura

001Una spaventosa caduta, una tragedia sfiorata.

È accaduto al Giro di Gran Bretagna, la più importante gara a tappe riservata alle donne nel Regno Unito.

È accaduto alla fine della prima giornata, da Bury ad Aldeburgh.

Una volata a gruppo compatto. Schiene inarcate, gomiti larghi, adrenalina a mille. Poi, il traguardo.

Un attimo dopo avere avuto la sicurezza di avere passato per prima la fatidica linea, Lizzie Armitsteed ha alzato le braccia al cielo. Non è certo una novellina questa ventiseienne dal volto simpatico. Ai Giochi di Londra 2012 ha conquistato la prima medaglia per il suo Paese, l’argento nella gara su strada.

Era la favorita del Giro e aveva cominciato bene.

Ma pochi metri dopo il traguardo si è scontrata con un fotografo.

Mi ricordo la vittoria con l’aiuto della mia squadra e poi non ricordo altro, ma sto bene, non ho niente di rotto. Sento però molto dolore. Grazie a tutti“.

Il messaggio è stato affidato, come oramai sembra obbligatorio, a Twitter.

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L’incidente ha generato altre cadute, nessuna delle quali (per fortuna) con gravi conseguenze.

Lizzie aveva appena passato il traguardo e stava festeggiando. L’immagine successiva che ho negli occhi è lei che viene troppo vicina a noi, sbatte contro il mio braccio e cade“.

Il racconto è di Huw Williams, il fotografo in questione, alla BBC.

Lizzie, dopo il ricovero in ospedale si è ripresa e ha pensato per un attimo di continuare. Ma alla fine ha vinto il dolore e si è ritirata.

Un episodio sfortunato?

Ho dei dubbi a definirlo tale. La strada è il territorio dei ciclisti, spesso non tutti gli altri componenti della caravona la pensano così…

Il caso Nibali: paura di amare…

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ER VICHINGO è basso, nero di capelli e di pelle, sopracciglie folte e barba ispida. L’hanno chiamato subito così, senza aspettare che si presentasse con il vero nome. Noi di Roma siamo gente strana, capaci per il gusto di una battuta di rovinare un’amicizia. Il paradosso, il contrasto estremo fanno parte del nostro modo di esprimerci. E così quel ragazzo che sfiora appena l’1.60 è diventato Er Vichingo. Non se l’è mai presa, è uomo di sport.

Gli piace il ciclismo e in questi giorni soffre.

Quando ne parliamo lui comincia sempre dallo stesso punto.

Il caso Nibali.

Le prime volte me ne stavo lì chiedendomi quale mai fosse questo “caso”, dal momento che Enzareddu come lo chiamano quelli di Messina e dintorni stava dominando il Tour de France. Nessun cedimento, nessuna polemica, nessuno screzio. Poi ho capito.

Er Vichingo aveva paura di innamorarsi.

Io gli dicevo di starsene tranquillo, di godere dell’invidia altrui. Gli ricordavo qualche verso della mitica “Bartali” di Paolo Conte.

E i francesi ci rispettano

che le balle ancora gli girano

Se proprio non riuscivo a farlo sorridere, andavo oltre.

Tra i francesi che s’incazzano

e i giornali che svolazzano

Tutto inutile. Er Vichingo se ne stava lì in silenzio.

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Poi, venerdì l’ho incontrato di nuovo. Era ancora più triste.

Che è successo, Vichingo?

Mi ha chiamato un amico dalla Francia e mi ha detto che due grandi giornali hanno cominciato a lanciare sospetti. Lo sapevo, non dovevo ricascarci. Non dovevo innamorarmi di nuovo del ciclismo.”

Lo saluto, torno a casa, mi informo.

Le Monde e Liberation hanno guidato la cordata. Il primo ha messo anche in rete un lungo articolo intitolato “Astana, passato riciclato”. Ha ricordato come il boss della squadra di Nibali abbia dei trascorsi da dimenticare: Alexander Vinokourov è stato espulso per doping al Tour del 2007. Il quotidiano ha tracciato un profilo pieno di ombre dell’Astana. Qualcun altro ha scritto che il debutto Vincenzo Nibali l’ha fatto con la Fossa Bortolo di Dario Frigo, che nel Tour del 2005 è stato addirittura fermato dalla polizia assieme alla moglie per essere stati trovati in possesso di Epo.
Chiamo il mio amico e provo a smorzare la tensione.

Vichingo, ascolta Paolo Conte. I francesi non sanno perdere, si incazzano e lanciano giù qualsiasi cosa.

Poi faccio appello al discorso tecnico. Mi atteggio a esperto e gli spiattello lì alcuni dati.

Nella scalata che andava da Ayros-Arboux a Hautacam, 13,6 chilometri con un dislivello di 1.064 metri e una pendenza del 7,8%, Nibali è arrivato su in 37’26”. Pensa che nel 1996 Riis aveva chiuso in 34’35” e nel 2000 Armstrong aveva impiegato 36’25”. Lo vedi? È la differenza che c’è fra un campione e uno scarso o, a vederla in altro modo, tra un dopato e uno pulito. Mettila come vuoi e falla finita di tormentarti.

So bene che non è così semplice. Il ciclismo è sport che regala emozioni forti, come la boxe sa arrivare al cuore, tocca i sentimenti. E così ti fai prendere e non stai più a pensare. È il bello dell’amore.

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Questo siciliano che viene da lontano è l’esaltazione della normalità. Uno che va all’attacco in salita, in discesa, sul pavè, in montagna e in pianura. Ma senza mai scomporsi, sempre col sedere attaccato sul sellino.

Ha gambe, testa e cuore. Ha imparato a vincere lentamente, dal 2007 in poi. È arrivato in vetta attraverso la sofferenza.

È in possesso di un carisma naturale, non ha bisogno di urlare per farsi sentire.

Enzareddu è uno di noi, ma è anche capace di fare cose fantastiche.

Ci piace perché non sta lì a calcolare col bilancino emozioni e rischi. Dà sempre tutto, rischiando in proprio.

Ma è proprio questa immagine dell’uomo che sfida il mondo a farci venire i brividi, a riempire la testa de Er Vichingo di dubbi.

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Abbiamo già dato in passato. E ci siamo ritrovati innamorati traditi. Correvamo con i campioni, soffrivamo per loro. E alla fine ci sentivamo felici, senza stare lì a farci tante domande. E abbiamo pagato queste cambiali d’affetto firmate in bianco. Abbiamo giurato che non ci saremmo mai più ricascati.

Così oggi abbiamo paura, paura di innamorarci di nuovo e siamo lì a tormentarci di mille domande.

Il “caso Nibali” è tutto qui.

Non ci sono sospetti, non ci sono segreti annunciati, non ci sono informatori dietro le quinte che confermino le incazzature dei francesi.

Sembra proprio che si possa fare festa senza temere un brusco risveglio.

Fidiamoci di Vincenzo Nibali, lo Squalo.

Non ce la faccio. Quando in amore ti scotti è difficile amare di nuovo senza avere paura.”

Er Vichingo ha lanciato l’ultima sentenza e io sto qui a chiedermi perché un tradimento passato sia così forte da pesare anche su chi in questo momento colpe non ne ha.

La storia di Andrew commuove il Tour

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SEDUTO sulla strada, la bicicletta appoggiata al guard rail, Andrew Talansky si toccava la schiena dolorante mentre nella testa prendeva corpo una triste voglia di arrendersi. Il Tour era sempre stato al centro dei suoi pensieri. Anche quando non era ancora un professionista, anche quando le uniche corse che poteva permettersi erano le sgambate tra le montagne innevate del Nuovo Messico. Ma adesso vedeva il Tour come un mostro, un nemico implacabile che si era accanito contro di lui ferendolo, facendogli uscire sangue dai tagli sul corpo e brutti pensieri di ritiro in una mente che vedeva tutto nero.

Venerdì era rovinosamente caduto a Nancy, a pochi metri dal traguardo in una volatona che era diventata dramma nello stesso momento in cui era andato a toccare con la ruota anteriore quella posteriore di Simon Gerrons (foto sotto). Era ancora tra i primi dieci della classifica, poteva mettersi in gioco per qualcosa di importante, ma l’impatto con il ruvido della strada l’aveva improvvisamente svegliato da ogni sogno di gloria.

Ferite, contusioni, un ginocchio, il destro, dolorante. Il giorno dopo si era rimesso in sella ed era tornato a lottare. Ma lungo una discesa resa viscida dalla pioggia era di nuovo finito giù, a terra. Il dolore si era assommato al dolore. Al traguardo non era neppure riuscito a togliersi la maglietta. Avevano dovuto aiutarlo gli uomini della sua squadra. E anche così non era stato semplice.

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Massaggiatore e fisioterapista avevano lavorato duro per restituire un minimo di sollievo a quel corpo martoriato dal doppio incidente, per consentirgli di proseguire la corsa. Il Tour andava onorato correndo, non ritirandosi. Anche se ogni centimetro del suo corpo chiedeva riposo, riposo, soltanto riposo.

Ancora un paio di giorni di tranquillità, poi mercoledì 16 luglio il dolore alla schiena era tornato a farsi sentire. Forte, sempre più forte.

Andrew Talanosky era lentamente scivolato in fondo al gruppo quando mancavano quasi novanta chilometri all’arrivo. Aveva parlato a lungo con i dirigenti della sua squadra cercando una sponda che lo aiutassa a capire quale decisione dovesse prendere. Poi si era staccato dagli ultimi corridori, si era staccato da tutte le macchine ufficiali.

George Foreman, vecchio campione del mondo dei pesi massimi, amava ripetere: “Il pugile sul ring è l’uomo più solo del mondo.

Doveva sentirsi così l’americano. Un giovanotto nato venticinque anni fa a Miami, Florida. Uno che aveva scoperto tardi questa passione. Uno che in quel momento aveva la testa piena di dubbi.

Accanto aveva solo una macchina della squadra e la moto con il cameramen della tv francese che riprendeva la scena come se fosse all’interno di un reality.

L’audience cresce se si manda in onda la sofferenza. Lo dico senza alcuna sottintesa accusa, registro solo la realtà. Così come il campione maledetto è più amato dell’angelo che mai pecca, così il racconto di una storia fatta di momenti di grande drammaticità esalta chi se ne sta comodamente seduto in poltrona davanti al teleschermo assai più di uno sprint vincente.

Dietro Andrew c’era un camioncino.

Lo chiamano il “carro scopa”, raccoglie i corridori che si ritirano e non hanno chi possa portarli all’arrivo.

La schiena lanciava segnali inquietanti, il dolore cresceva a ogni pedalata. Il giovanotto aveva un altro momento di smarrimento.

Poggiava la bicicletta al guard rail, si sedeva per terra massaggiandosi la schiena. Dietro, il carro scopa aspettava.

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Robbie Hunter, il direttore della Garmin-Sharp: la squadra di Talansky, era sceso dalla macchina e gli aveva detto poche parole.

“Se decidi di fermarti, sii sicuro che sia la decisione giusta.”

Non credo che in quel momento Andrew Talansky abbia deciso di rinnegare Foreman e di schierarsi al fianco di Ali quando ammoniva: “Dentro o fuori da un ring non c’è niente di male a cadere. È sbagliato rimanere a terra.” Non l’avrà sicuramente pensato, ma a me piacere credere che l’abbia fatto.

Si tirava su, rimontava in bici e riprendeva a pedalare.

Il ciclismo è sport di sofferenza e ha al suo interno regole che possono sembrare crudeli, anche se non lo sono.

Il giovanotto doveva arrivare al traguardo non più di 37 minuti e 17 secondi dopo Tony Gallopin, il vincitore di tappa che aveva chiuso la corsa dopo 4h25’45” di fatica. Pena l’espulsione dalla corsa.

Pedalava senza vigore l’americano, andava avanti più di testa che di gambe. La telecamera sempre lì, pronta a spiare il dolore, magari sognando di immortalare l’attimo in cui il dramma si sarebbe chiuso con le lacrime che annunciavano il ritiro.

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E invece Andrew ce la faceva. Arrivava al traguardo con 32 minuti e 5 secondi di distacco da Gallopin, in largo anticipo rispetto al tempo limite, tra gli applausi di una folla che era rimasta lì ad aspettarlo. Poi crollava. Non riusciva a scendere dalla bici, camminava a fatica, barcollava mentre lo prendevano di peso e lo portavano sul pullman. Da solo non ce l’avrebbe fatta neppure a salire quei due gradini.

Massaggiatore, medico e fisioterapista si rimettevano all’opera.

Scrivo questo racconto mercoledì 16 luglio. Ancora non so se si rimetterà in sella anche per la dodicesima tappa. Ognuno ha la sua soglia di sofferenza, Talansky ha alzato l’asticella oltre il limite facendo onore al soprannome che qualcuno che lo conosce bene gli ha cucito addosso: “il pitbull”. Qualsiasi decisione prenda, la grande impresa l’ha già compiuta.

Voleva diventare protagonista al Tour, c’è riuscito. Ma non è così che si era sognato il grande momento.