Pallotta vs De Rossi, quanto vale la passione nel bilancio della Roma?

“Per me i romani e i romanisti
non sono né tifosi né amici.
Sono tutti fratelli”.
(Francesco Totti)

Il calcio ha sempre venduto emozioni.

A reggerlo è stato per lungo tempo la passione, oggi mi dicono che lo scudetto più ambito sia quello delle plusvalenze.

Non discuto, ma osservo.

I bilanci sono al primo posto, dicono. Ho chiesto a qualcuno più esperto di me in materia, mi ha risposto che non è proprio così, mi ha detto che i debiti delle società non sono calati di molto negli ultimi anni.

Ma la vera domanda è: su cosa si fonda oggi una società di calcio?

Sui soldi che ha in cassa.

I proventi arrivano da: diritti televisivi, partecipazioni coppe europee, sponsor, vendita dei biglietti.

Prendiamo una società a caso, la Roma.

I tifosi sono una fonte di reddito. Senza di loro non ci sarebbero incassi al botteghino, l’offerta delle Tv si ridurrebbe. Mancando un target cui fare riferimento, essendo il club a livello zero in quanto a risultati in campo internazionale, anche l’attrattiva per gli sponsor calerebbe.

Resterebbero in piedi i contributi Uefa per le Coppe, sempre che riesca a giocarle.

La Roma dall’arrivo del gruppo americano (16 aprile 2011 presidente Thomas Di Benedetto, 27 agosto 2012 James Pallotta) non ha mai vinto una competizione. Né lo scudetto, né la Coppa Italia, dove è arrivata una sola volta sino in fondo (nella sciagurata, per i romanisti, edizione 2012-13, battuta dalla Lazio in finale). Non parliamo poi di Champions League (una semifinale, poi mai oltre gli ottavi) ed Europa League (mai oltre gli ottavi). Quindi se il legame squadra/tifosi fosse legato ai risultati, oggi il bacino di utenza romanista sarebbe ridotto ai minimi termini.

Resta la passione. È il laccio che lega i tifosi alla Roma, quello che rende possibile, anche in una stagione non esaltante come questa, l’esistenza di un potenziale mercato.

A questo punto la domanda è: se il sentimento resta una delle componenti essenziali a tenere in piedi il giocattolo (biglietti, televisioni, sponsor, individuazione del target di riferimento) perché mai la società ha gestito in maniera così sconsiderata il caso De Rossi?

Comunicazione ufficiale a quattro giorni dalla penultima di campionato, assenza del presidente James Pallotta alla conferenza stampa in cui si annunciava la decisione della società di non voler rinnovare l’accordo con il capitano/simbolo della squadra, rinuncia a un giocatore che nella stagione in corso ha giocato poco (è vero) ma che ogni volta che è sceso in campo si è dimostrato indispensabile.

Tutto sbagliato, tutto fuori tempo.

Ormai è chiaro: la gestione Pallotta ha azzerato qualsiasi passione, ha annullato in un solo colpo l’amore, un po’ illogico e soltanto di pancia, che una persona ha per la squadra per cui tifa. Ma è riuscita in un’impresa difficilissima, ricompattare quasi  i sostenitori, da sempre e comunque in disaccordo tra di loro.

In questa analisi non ho seguito la strada più facile: 300 milioni di plusvalenze in sette anni sono un bel bottino, se arrivasse lo stadio sarebbero molti più.
Non ho parlato delle cessioni, eccellenti al punto da poter formare una buona squadra, addirittura con alcune alternative in qualche reparto: (4-4-1-1) Alison (Szczesny); Marquinhos, Rudiger, Benatia (Romagnoli), Emerson Palmieri; Politano, Pjanic (Strootman), Nainggolan (Paredes), Iago Falque; Lamela (Sanabria); Salah.
Non ho accennato alla quasi sicura partenza a fine stagione di Dzeko e Manolas. A cui potrebbero aggiungersi Pellegrini e Zaniolo.

Ho solo messo assieme alcuni fatti certi, cercando risposte che non sono riuscito a trovare. L’unica mia sicurezza è che, purtroppo per i romanisti, con la gestione del caso De Rossi l’amministrazione Pallotta ha sancito in modo inequivocabile la fine del sentimento che ha reso il calcio materia di studio per sociologi, economisti, esperti di comunicazione e professionisti dello sport.

Niente più passione. In cambio di questa rinuncia, è stata offerta quota zero tituli, come direbbe Mourinho. Nessuna vittoria e conti costantemente in difficoltà (altrimenti non si spiegherebbero le continue cessioni), oltre a prospettive vicine allo zero e alla certezza di non poter lottare con le più forti.

James Pallotta, subito dopo l’acquisizione della AS Roma nell’aprile del 2011 da parte del suo gruppo, aveva dichiarato: «So quanto siano pazzi i tifosi romanisti, ma sono preparato: voi non sapete quanto sono pazzo io».
Adesso lo sappiamo.

Roma Roma Roma, 
core de stà città,
unico grande amore,
de tanta e tanta gente,
che fai sospirà.
Roma Roma Roma,
lassace cantà,
da stà voce nasce un core,
so centomila voci che hai fatto ‘nammorà.

 

Messi, le iperboli, i giornalisti, la barbarie, la Televisione…

È perverso comunque
tutto ciò che è troppo.
(Lucio Anneo Seneca)

 

Messi è Dio.

Lo scrive stamattina in prima pagina il Corriere dello Sport-Stadio. E dà del bugiardo a Papa Francesco che non vuole riconoscerlo. Il giornale se ne frega ampiamente del rispetto che dovrebbe avere per gli altri: per il miliardo e 313 milioni di cattolici sparsi nel mondo, per quelli che non hanno mai immaginato Dio come qualcuno che tira calci a un pallone.

Non un dio, ma proprio Lui.

E vai! Gongola il bullo della diretta. È giusto così. Bisogna esagerare, sempre, fino a tornare allo zero assoluto.

Ho visto Barcellona vs Liverpool su Sky e ho sentito definire ogni tocco di Messi pazzesco, straordinario, fantastico, magico, spaziale, eccezionale. E allora mi sono chiesto: quanto vale questo giocatore se per lui usano gli stessi termini con cui ogni domenica definiscono uno stop, un tiro al volo, un assist di un qualunque Pinco Pallo che giochi in Serie A?

E sì perché a forza di urlare si finisce con lo sprofondare nel silenzio.

Dire che Tizio fa una cosa pazzesca, ti dovrebbe spingere a inventare per uno come Messi nuove parole. Ma siccome, purtroppo per noi, Gianni Brera non c’è più, neologismi non se ne trovano. E allora i giocatori diventano tutti uguali.
Spaziali.
Da Pinco Pallo a Messi, senza alcuna differenza.

Il mondo dell’informazione è stato stravolto. E non da un inevitabile e ben accetto concetto di modernizzazione, ma dal ribaltamento dei ruoli. Molti giornalisti televisivi hanno da tempo abdicato al loro. In più di una telecronaca è il commentatore tecnico a dettare i tempi, relegando così il giornalista al ruolo di seconda voce. Un cronista con possibilità di manovra limitata.

Mi capita di sentire commentatori che interrogano il compagno di lavoro come un professore fa con l’alunno, lo riprendono, lo sorpassano nella narrazione dell’evento. Un altro spicchio di autorevolezza che viene strappato a una professione in continua sofferenza.

L’arroganza ha invaso il mondo dell’informazione.

Una volta, parlo della preistoria, l’intervista era costruita per conoscere diversi punti di vista, per avere delle risposte che evidenziassero la chiave di lettura che il personaggio intervistato dava dell’argomento. Oggi, spesso, la domanda ha già in sé una risposta. Fortunatamente non accade sempre così. Paolo Condò e Stefano De Grandis, non a caso due giornalisti, praticano la professione con uno spirito moderno nei concetti e antico nell’eleganza della forma, mantenendo comunque un senso di rispetto nei confronti dell’intervistato. Lo stesso fanno sul campo Andrea Paventi e Angelo Mangiante. Allora, non è così impossibile…

Ho sempre pensato che l’intervista fosse una dei compiti più difficili di un giornalista. Perché presuppone sì conoscenza dell’argomento, ma anche voglia di soddisfare la curiosità, di chi legge o ascolta, attraverso le domande che il professionista fa all’intervistato. Non ci si improvvisa.

Conoscere il calcio non basta. Altrimenti Maradona o Pelè sarebbero stati i più grandi intervistatori di sempre.

I giornalisti continuando a delegare hanno perso autorevolezza.

I giornali invece continuano a perdere copie.

Il Corsport nel 2008 ne vendeva giornalmente 315.000 solo con il cartaceo, dieci anni dopo era sceso a 91.000, oggi viaggia poco sopra le 66.000 compreso l’online.

La Gazzetta era a 445.000, ora fatica a toccare 145.000 tutto compreso.

Tuttosport chiudeva il bilancio quotidiano a 142.000, adesso è a 42.000 contando anche il digitale.

La televisione continua, con progressione lenta ma costante, a mangiare tutto. Sono prerogativa delle tv a pagamento: gli eventi, le interviste del dopo partita, le interviste esclusive, i protagonisti dello spettacolo, la programmazione dello sport a livello nazionale e mondiale (dal campionato di Serie A alle Olimpiadi). Ma soprattutto il danno ai giornali la Tv lo provoca canalizzando la pubblicità, aumentando la sua quota percentuale di mercato anno dopo anno.
E qui accade un curioso balletto.
I giornali in affanno di pubblicità e di vendite scelgono il suicidio mediatico, accettano le inserzioni a pagamento (pagine intere o mezze pagine) delle Tv e diventano mezzi di propaganda di quella che è in realtà una delle cause principali della loro caduta.
Ci troviamo spesso davanti all’esaltazione di ogni notizia riguardi la Tv, alla mancanza quasi assoluta di un’opinione critica nei confronti della politica delle emittenti.
Il flop di DAZN nella prima giornata di campionato era largamente prevedibile, viste le condizioni di fruibilità di Internet sul nostro territorio. Ma i giornali prima hanno esaltato il prodotto, poi si sono attaccati alle inevitabili e giuste lamentele dei clienti per fare da sponda ed esporre il problema. In altri tempi avrebbero picchiato, autonomamente e senza pietà.

L’azzeramento su 2/3 dell’informazione sportiva degli inviati ha contribuito a far scendere la qualità del prodotto. Si vive prendendo da Internet, affidandosi a collaboratori che si dedicano spesso a sport di cui non conoscono nè i fondamentali nè i personaggi, guardando la televisione. Il contatto con i protagonisti non esiste più, le notizie sono scomparse. E allora mi chiedo: perché dovrei continuare a comprare un giornale che mi propone cose che ho già letto, se non addirittura visto?

A questa situazione di sofferenza si aggiunge l’abisso culturale in cui sta scivolando l’Italia, l’imbarbarimento della nostra società: un italiano su dieci non ha mai letto un libro nella sua vita, la radicalizzazione dei comportamenti, l’incapacità di staccarsi dai telefonini, di uscire per una giornata intera dai social network, di dedicarsi alla salutare lettura. Mettendo assieme questo sfacelo si capisce perché si faccia davvero fatica a guardare con un minimo di ottimismo al futuro.

Accade così che sempre più spesso qualcuno pensi che per salvarsi (anche le televisioni non attraversano un periodo di splendore…) sia necessario enfatizzare sempre e comunque il prodotto. Così un Pinco Pallo qualsiasi diventa fantastico, spaziale, magico.

E a quel punto è quasi inevitabile che Messi diventi Dio.

Siete arrivati in cielo pur di giocarvi l’ultima iperbole.

 

 

Bolt calciatore chiede quattro mesi per essere al livello della Serie A

Usain Bolt ha esordito nel calcio.
L’ha fatto con la maglietta numero 95 dei Marines, giocando come esterno sinistro d’attacco nell’amichevole contro la squadra dilettantistica del Gasford, nella zona a nord di Sydney.

I numeri dicono:
22 minuti giocati
9 tocchi
1 passaggio completato
0 assist
0 tiri nello specchio della porta
1 tiro verso la porta
22 cameramen al lavoro per seguire ogni movimento di Bolt
10.000 spettatori
10 televisioni collegate (CNN compresa)

Per ora Bolt calciatore è più un’operazione mediatica/commerciale che la potenziale scoperta di un talento.
Lui ci prova con impegno.
Borussia Dortmund e Stromsgodset non gli hanno concesso alcuna possibilità.
La squadra australiana dei Marines gli ha aperto le porte. Il campionato della Lega A prenderà il via il 21 ottobre, da quello che si è visto in campo lo sprinter è molto lontano dal livello di prestazioni che si richiedeno a un calciatore professionista.

“Non è ancora in forma, ha bisogno di tempo” ha detto l’allenatore Mike Mulvey.
“Mi servono altri quattro mesi di allenamenti specifici per essere al livello dei miei compagni” ha detto il campione.

Otto medaglie olimpiche, il più grande velocista della storia, l’uomo imbattibile della velocità mondiale. Queste sono certezze, il resto, per ora, sono solo sogni.
Usain Bolt, con pizzetto, guanti neri e un accenno di pancetta, è pronto a inseguirli.

La boxe sfratta il calcio, il Tottenham giocherà la Coppa lontano da Wembley

Un match di pugilato costringe il calcio che conta a emigrare altrove.
Accade in Inghilterra.
Il Tottenham giocherà il 25 settembre la partita della Coppa Carabao, la Coppa di Lega a cui partecipano tutte e 92 le squadre professionistiche inglesi, contro un’altra squadra di Premier League: il Watford.
Lo stadio di casa, il White Hart Lane, è fuori uso. La società nel 2016 ha progettato la costruzione di un nuovo impianto da 60.000 posti nella stessa zona dove per 118 anni, dal 1899 al 2017 il Tottenham ha disputato le partite in casa.
Per l’intera stagione 2017-2018 gli Spurs hanno così giocato a Wembley.
Ma il 22 settembre lo stadio di Wembley ospiterà il mondiale massimi Wba, Ibf, Wbo Anthony Joshua vs Alexander Povetkin e non potrà essere pronto tre giorni dopo per il calcio.
Il Tottenham ha così chiesto alla Lega di spostare la partita a Milton Keynes, uno stadio a 50 miglia da White Hart Lane. Oltre mezz’ora di metropolitana e la metà dei posti a disposizione per i tifosi.
Un sacrifico per la società che perderà gran parte del potenziale incasso e per i supporter che dovranno sobbarcarsi un viaggio inaspettato.
Ma il 22 settembre a Wembley c’è il pugilato e ottantamila spettatori pronti a riempire gli spalti. Chissà perché ma, se qualcuno mi facesse una certa domanda, avrei la mente piena di risposte sarcastiche.

Siete proprio sicuri che il calcio non stia andando verso l’autodistruzione?

Comincia il campionato di calcio.

E gli italiani fanno i conti.

Cinquecentosettanta euro l’anno per vedere l’intera Serie A. Una cifra enorme in un Paese che, per l’83,6% della popolazione, ha un reddito medio lordo tra i 30.000 e i 35.000 euro (fonti Ministero Economia e Finanza, JP Salary Outlook). Un lusso che non potremmo permetterci.

E invece, leggendo un po’ qui e un po’ lì, pare che sia tutto normale.

Sky e DAZN, padrone del prodotto, promuovono l’abbonamento offrendo “il calcio che conta”. Ma il solo fatto che i contratti da sottoscrivere siano due e non più uno, dovrebbe far riflettere sull’offerta.
Tanto per fare un esempio, chi non si abbonerà a DAZN non vedrà oggi pomeriggio, 18 agosto, il serale Lazio-Napoli. Nella seconda giornata non vedrà Napoli-Milan e nella terza Parma-Juventus. Le altre partite chiave visibili solo su DAZN saranno Inter-Juventus, Juventus-Roma, Milan-Napoli e Torino-Juventus.

Per vedere DAZN è necessario avere una connessione Internet.

Per il collegamento sono necessari 2 Megabit per secondo (è la velocità di trasmissione dei segnali digitali). Per guardare la partite in HD in Tv ne servono 6,5. Per usufruire di un prodotto ottimale 8.

Il 29% delle unità abitative in Italia (dato digitalic.it) non ha ancora la banda larga (gran parte è al Centro Sud). Il 9% della zone coperte non arriva a 2 Megabit (fonte Agcom, giugno 2018).

E veniamo alla frammentazione del calendario.

Sette fascie orarie: sabato (18 e 20:30), domenica (12.30, 15, 18, 20:30), lunedì (20:30). Non si esclude un ulteriore allargamento con una partita alle 20:30 del venerdì.

Perchè?

Domanda ingenua. Perché così la Lega vende meglio il prodotto alle televisioni che sono in assoluto le nuove padrone del prodotto.

Lo sono al punto che con un comma inserito nel bando per l’acquisizione dei diritti televivisi (“il broadcaster avrà la possibilità di scegliere l’orario delle partite di campionato”) è stato codificato il diritto dei gestori della diffusione del calcio (Sky e DAZN) di pianificare giorno e ora delle venti gare che a loro giudizio saranno le più importanti del prossimo campionato. Detto e fatto, senza alcun riguardo per chi paga. I fruitori del prodotto devono sopportare tutto. Sulle influenze nefaste che l’atteggiamento delle tv ha sulla vita sociale ne parlerò prossimamente in un altro articolo.

Il pubblico potenziale del calcio diminuisce sempre di più.

E i presidenti delle società italiane continuano a ballare sul Titanic.

Il 64% degli introiti di questa industria è legato ai contratti di cessione dei diritti televisivi (973 milioni di euro, più un bonus potenziale di altri 150 milioni in questa stagione; con l’aggiunta della cessione all’estero). In Inghilterra sono fermi al 53%, in Spagna al 51%, in Francia al 44%, in Germania al 34%. È chiaro, davanti a questi numeri, chi sia il soggetto predominante nella gestione del calcio in Italia.

Gli incassi al botteghino sono fermi all’11%, quelli di sponsor e commercializzazione al 25%.

Tanti soldi in cassa, meno fruitori del prodotto.

Sarebbe necessaria una seria riflessione su questo.

Faccio un esempio sconfinando in uno sport che mi è più familiare.

In tempi lunghi la contrazione della promozione globale del calcio, data in appalto esclusivo alle tv a pagamento, potrebbe ridurne in maniera clamorosa il richiamo sul grande pubblico. E allora ci si renderebbe conto dell’errore madornale fatto in questi ultimi anni.

La boxe è caduta nel grande inganno. In America l’avvento della pay per view (datato 1975 con Ali vs Frazier a Manila) ha portato a guadagni inimmaginabili per pochi pugili (Floyd Mayweather jr ha un reddito doppio rispetto a quello di Lionel Messi e superiore a quello di Cristiano Ronaldo), ma ha anche azzerato la popolarità della maggior parte degli attori.

Una volta in America erano in trenta/quaranta milioni a guardare un match mondiale sul piccolo schermo, oggi quando si raggiunge il milione di spettatori si balla il mambo per una settimana.

Negli ultimi trent’anni di pay per view solo quattro eventi hanno superato i due milioni di spettatori.

Quasi nessuno, al di fuori della nicchia dei fedelissimi, conosce i protagonisti contemporanei. Tutti, ieri, sapevano chi fossero Ali, Tyson, Benvenuti, Mazzinghi, Loi, Frazier, Hagler o Leonard. Lo sapevano perché erano i grandi network a trasmettere in chiaro i loro combattimenti.

In Italia sono tantissimi quelli convinti che il pugilato sia finito con Mike Tyson, anche se Mayweather jr ha guadagnato più soldi, ha vinto più titoli, è stato più talentuoso di lui. Ma Tyson era trasmesso in chiaro da Canale 5 e Italia 1 e lo conoscevano tutti. Floyd va solo sulle pay tv e lo conosce solo la ristretta cerchia di appassionati di boxe.

Il mercato delle pay è fermo a sei milioni di abbonati da anni, quelli della Rai sono 22 milioni a cui vanno aggiunti i fruitori di Mediaset. E adesso che Premium è in fortissima crisi la pay-tv rischia di vedere ridotta anche la fetta di 1,6 milioni di persone che aveva sottoscritto un accordo con il Biscione.

Il calcio ha già venduto alla pay per view pre partita, interviste nello spogliatoio, interviste esclusive, evento, bordocampo e post partita, scelta della programmazione.

Non riesco a vedere cosa altro possa vendergli.

Siamo sempre più vicini a un punto di non ritorno.

I tifosi si divertono a parlare del nulla, non a caso il calcio mercato continua a resistere nonostante si avvicini sempre più alla fiction, tanto somigliare in maniera inquietante al wrestling. Un po’ come avviene, torno ancora lì, con la boxe. Nei social network l’argomento più trattato sono I fantasy match, ovvero improbabili ipotetiche sfide tra due pugili di epoche differenti, distanti anche cento anni!

L’evento, quello che una volta era il momento più importante di ogni sport, è ormai godibile sempre da meno persone.

E poi ci si meraviglia se i Mondiali in Russia su Mediaset hanno raccolto così tanti spettatori. Signori miei, erano una boccata di calcio in chiaro, chiunque avesse un televisore poteva vederli.

Se allarghi l’ascolto potenziale e lo moltiplichi per sette volte, puoi facilmente arrivare per ogni partita da numeri che variano da 3,9 a 11,7 milioni di telespettatori. Riferimenti inimmaginabili per la pay.

Meno fruitori, più soldi. Fino a quando non si accorgeranno che di gente disposta a pagare ne sarà rimasta davvero poca .

Al tempo in cui l’editoria italiana stava cominciando la discesa irreversibile, senza per altro accorgersene, qualcuno paradossalmente ipotizzava un futuro fatto di giornali senza articoli. Solo pubblicità.

I numeri sono lì a testimoniare quanto fossero folli quei sogni.

Per il calcio credo sia solo questione di tempo. Non scomparirà, questo è certo. Ma se non riuscirà a trovare una dimensione economica più equilibrata e a riallacciare il rapporto con il grande pubblico, potrebbe trovarsi assai vicino alla zona pericolosa. Da quel momento in poi ogni risalita equivarrebbe a un miracolo.

Elementare Watson.

 

 

 

Comincia la stagione del calcio. Un lusso vederlo in Tv, costa 800 euro l’anno

Lo sport in televisione costa caro a chi ne compra i diritti, ma anche a chi vuole vederlo.
Nell’articolo i costi degli abbonamenti sono tutti indicati calcolando il pagamento mensile.
In pratica questa stagione per vedere tutta la Serie A i tifosi dovranno versare poco meno di 570 euro annui. Se vorranno includere anche la Champions League il prezzo salirà a quasi 800 euro.

SKY
Abbonati fino allo scorso luglio 4,78 milioni.
Pagamento per l’acquisizione dei diritti Tv della Serie A nei prossimi tre campionati: 780 milioni a stagione.
Partite settimanali trasmesse in esclusiva: 7 su 10.
Costo abbonamento Serie A scorsa stagione (10 partite): 37 euro.
Costo abbonamento Serie A stagione 2018-19 (7 partite, per un totale di 114 in meno rispetto all’ultimo campionato): 37 euro.
Costo abbonamento Serie A (10 gare) ed Europa League scorsa stagione: 54 euro.
Costo abbonamento Serie A (7 gare), Champions League, Europa Legue stagione 2018-19: 58,40 euro.
Altri diritti televisioni detenuti da Sky Sport: Serie B, Mondiale di Formula 1, MotoGP, Nba, Wimbledon fino al 2021, ATP Masters 1000, wrestling, golf e atletica leggera con la Diamonds League. Costo del pacchetto 15,20 euro.
Riposizionamento canali: 200 Sky Sport 24; 201 Sky Sport, gli eventi più importanti; 202 Serie A; 203 Footbal internazionale; 204 Sky Arena con tennis, rugby, atletica leggera, wrestling, basket internazionale; 205 Golf; 206 NBA; 207 Formula 1; 208 Moto GP.

DAZN
Debutto 2 agosto 2018.
Pagamento acquisizione diritti Tv della Serie A prossimi tre campionati: 193 milioni a stagione.
Partite trasmesse in esclusiva: 3 su 10. Quella del sabato sera, della domenica alle 12:30 e una delle 15.
Come vederle: in streaming su telefonini, tablet, pc, smart Tv e console. Solo chi avrà un’ottima velocità di connessione per il download potrà usufruirne pienamente, il collegamento Internet è indispensabile.
Costo abbonamento: a prezzo pieno 9,99 euro al mese, per gli abbonati da almeno un anno a Sky 7,99, per gli abbonati Mediaset Premium può rientrare nei 19,90 del pagamento al network.
Altri diritti: tutta la Serie B, baseball, hockey ghiaccio, rugby, boxe, UFC, rally, freccette e tutta la Serie B di calcio.
Esordio calcio: domani, sabato 18 agosto, con il serale Lazio-Napoli. Nella seconda giornata il clou sarà Napoli-Milan e nella terza Parma-Juventus. Le altre partite chiave visibili solo su DAZN saranno Inter-Juventus, Juventus-Roma, Milan-Napoli e Torino-Juventus.

EXTRA
Sky e DAZN, in parti differenti e già stabilite nei rispettivi contratti, verseranno altri 150 milioni di euro alla Lega Calcio nel caso di un incremento significativo di abbonamenti e pubblicità.

MEDIASET PREMIUM
Abbonati a luglio scorso: 1,6 milioni.
Costo abbonamento: 19,90 euro mensili.
Calcio: ne è rimasto davvero poco, soltanto quello che metterà a disposizione DAZN. Per vederlo bisognerà confermare l’abbonamento. Il resto dello sport sarà quello offerto da Eurosport.

RAI
Abbonamento: 90 euro l’anno (per l’intera programmazione).
Abbonati: 22 milioni.
Calcio: salvata, per legge, la Nazionale che andrà in onda sulla prima rete con le qualificazioni per Euro 2020 e Mondiali 2022.
Coppa Campioni: su Rai 1 ogni mercoledì alle 20:35 la Champions League. Per quanto riguarda la fase a gironi, la migliore partita di un italiana. Poi nove gare della fase a eliminazione diretta: quattro degli Ottavi, due dei Quarti, entrambe le semifinali, la finale.
Altri sport: GP Italia di Formula 1 a Monza, Giro d’Italia di ciclismo, nuoto, atletica leggera, ginnastica, pallavolo, scherma, canottaggio e pattinaggio.

EUROSPORT
Una presenza importante per le discipline che non siano calcio.
Ha comprato i diritti delle Olimpiadi, invernali ed estive, fino al 2024 compreso; il tennis: Australian Open e Roland Garros fino al 2021,
US Open fino al 2022. L’Eurolega maschile di basket, la Serie A; la Major League Soccer, Circuito ATP 250. Il Giro d’Italia e le classiche di ciclismo, la Superbike.

 

 

 

 

 

Antoine e Maud Griezmann, un momento di gioia per combattere l’incubo

Lui è Antoine Griezmann, 27 anni, idolo della Francia. Il calciatore a cui un’intera nazione ha affidato un sogno, il genio tattico che ha portato la squadra a vincere il Mondiale di Russia 2018.

Lei è Maud Griezmann, 30 anni, la sorella. Una donna che ha vissuto un incubo.

Parigi, 13 novembre 2015.

Ore 9:00 della sera.

Maud è con Simon Degoul, il fidanzato, all’interno di un grande locale dove si suona musica dal vivo.

Antoine sta uscendo dagli spogliatoi dello Stade de France dove tra poco affronterà la Germania in amichevole.

Qui comincia la storia.

Un dramma, anzi una tragedia.

Maud ha raccontato quella notte maledetta a Sam Borden del New York Times.

Lei spegne il cellulare, la musica degli Eagles of Death Metal è troppo forte per sentirlo, per parlare. C’è allegria attorno a Maud, il rock aggiunge ritmo a una gioventù che in quel momento chiede solo di divertirsi.

Alle 9:20 due kamikaze si fanno esplodere appena fuori dallo stadio. Il presidente Francois Holland viene portato rapidamente via in elicottero. La partita si ferma. I tifosi, rifugiatisi dentro il terreno di gioco, sono terrorizzati. I giocatori sono rinchiusi negli spogliatoi.

Un’altra sparatoria in un ristorante di Parigi.

C’è l’inferno là fuori, vicino a lei. E c’è Antoine che ha paura.

Maud non sa niente, ha spento i contatti con il mondo, la musica è l’unica cosa che riempie quei momenti della sua vita.

È legata al fratello, è legata alla famiglia.

Ha un tatuaggio con la data di nascita di Antoine e uno con il nome dell’altro fratello: Theo.

Nel locale si sentono degli scoppi. Lei pensa che siano effetti scenici, uno scherzo. Pensa a tutto, non può neppure immaginare cosa possano fare gli uomini quando hanno il buio in fondo al cuore.

Le urla sono il segnale di quanto brutta possa essere a volte la vita. Non è uno scherzo, né un effetto scenico. È la tragedia che si presenta in tutta la sua crudeltà.

Il commando spara per uccidere.

In molti si buttano a terra.

Maud e il fidanzato sono con la faccia schiacciata sul pavimento, fanno di tutto per non muoversi. Chiunque dia un segnale di irrequitezza viene brutalmente ammazzato.

Alla fine saranno 130 i morti di quella maledetta giornata, 90 di loro saranno uccisi al Bataclan. Il locale dove Maud Griezmann pensava di trovare un fine settimana spensierato.

L’irruzione della polizia salva molti ragazzi. Lei e Simon scappano via a piedi nudi, raggiungono un taxi, chiedono di essere portati a casa.

Sono le 2:00 del mattino del 14 novembre 2015.

La tragedia si è compiuta, l’incubo è appena iniziato.

 

Ieri, 15 luglio 2018, Antoine ha giocato la finale dei Mondiali 2018 contro la Croazia di Modric. La Francia si è aggrappata al suo estro per conquistare il trofeo.

Non so se In tribuna ci fosse Maud, come nella finale degli Europei 2016, i due si vogliono un mondo di bene.

Quando Antoine era piccolino e tirava il pallone contro la porta del garage di famiglia, lei vestiva i panni del portiere e lo incoraggiava a calciare più forte, più preciso.

Oggi lavora per lui, cura la sua immagine e le pubbliche relazioni.

Maud tifa per Antoine, questo la aiuta a scacciare le immagini di un incubo che sa benissimo l’accompagnerà per tutta la vita.
Per non dimenticare ha aggiunto sulla pelle un nuovo tatuaggio.

L’immagine della voce guida degli Eagles of Death Metal che canta, mentre piange, abbracciato alla Torre Eiffel.

Pensare che la gioia di una vittoria in un’importante partita di calcio possa aiutare a scacciare il ricordo di una tragedia, sarebbe una follia. Ma il piacere di vedere un fratello felice per qualcosa che regala gioia a tanta altra gente, può aiutare a vivere un momento di pace.

Assurdità, difetti e pericoli di un calcio totalmente dipendente dalla Tv

Il calcio in chiaro scompare dagli schermi televisivi italiani. I gol saranno visibili solo dopo le 22, Telegiornali esclusi. E non è tutto. Chi comprerà i diritti della Serie A potrà decidere anche la collocazione delle partite per cui avrà pagato. Sceglierà giorno (sabato, domenica o lunedì) e orario (12:30, 15:00, 18:00 o 20:30). Per finire, chi vorrà essere certo di non perdere una partita dovrà comprare due abbonamenti, salvo accordi commerciali fra gli operatori licenziatari.

E c’è qualcuno che scrive, Giuseppe Cruciani sul Corriere dello Sport-Stadio, che tutto questo è giusto e sacrosanto, che così gira il mondo. E non gira male.

Così facendo usa una chiave di lettura che distorce la visione del problema, che non è il rapporto tra la televisione e il tifoso, ma quello tra la televisione e lo sport. Un rapporto malato da entrambe le parti. Dispotico da un lato, miope dall’altro.

La Lega di Serie A chiede 1,1 miliardi di euro dividendo l’offerta in tre pacchetti: 452 milioni (anticipo del sabato, due partite della domenica: pomeridiana e serale); 408 milioni (una gara pomeridiana del sabato, due della domenica, il serale della domenica); 240 milioni (serale del sabato, 12:30 e 15:00 domenica).

Senza i diritti televisivi, in Italia il calcio morirebbe.

Il 64% del fatturato dell’industria del pallone viene infatti da lì (in Inghilterra è il 53%, in Spagna il 51%, in Francia il 44%, in Germania il 34%). Il resto degli introiti basta a malapena a pagare le spese di gestione: 11% ricavo vendita biglietti allo stadio, 25% sponsor e area commerciale.

Il rapporto calcio/televisione è comunque bilaterale e lo sarà fino a quando il banco riuscirà a pagare.

Sono oltre 23 milioni gli italiani interessati al pallone, quasi cinque milioni si sono abbonati alle pay tv. Ma attenzione perchè 3,7 milioni sarebbero pronti a lasciare Sky e Mediaset Premium nel caso in cui non avessero più la Serie A.

Il calcio non vivrebbe senza quei soldi. Le televisioni a pagamento non vivrebbero senza il calcio.

Prima o poi la contrazione della promozione globale del calcio, data in appalto esclusivo alle tv a pagamento, potrebbe anche ridurne il richiamo sul grande pubblico. E allora ci si renderebbe conto dell’errore madornale fatto in questi ultimi anni. La boxe, tanto per fare un esempio, è caduta nel grande inganno. In America l’avvento della pay per view ha portato a guadagni inimmaginabili per pochi pugili (Mayweather ha un reddito doppio rispetto a quello di Messi), ma ha anche azzerato la popolarità della maggior parte degli attori. Una volta in America erano in trenta milioni a guardare un match mondiale sul piccolo schermo, oggi quando si raggiunge il milione di spettatori si balla il mambo per una settimana. Quasi nessuno, al di fuori della nicchia dei fedelissimi, conosce i protagonisti contemporanei. Tutti, ieri, sapevano chi fossero Ali, Tyson, Benvenuti, Mazzinghi, Loi, Frazier, Hagler o Leonard.

I principali quotidiani americani (New York Times, Washington Post, Wall Street Journal, Boston Globe) hanno recentemente raccontato in un convengo, attraverso le voci dei loro direttori, la svolta epocale nella gestione dell’informazione. I loro giornali hanno ribaltato il concetto che privilegiava la pubblicità rispetto alla vendita nelle edicole o agli abbonamenti sul web. Qualità, rigore e professionalità alle dipendenze di un prodotto che venda il massimo è stata la chiave che ha portato il New York Times a quattro milioni di abbonamenti e gli altri a ridurre il passivo, a guadagnare copie e introiti. La pubblicità accompagna lo sviluppo dell’azienda editoriale, ma non impone tempi e scelte, non ha più un ruolo di debordante protagonismo.

Mi rendo conto che è difficile fare questi esempi a chi ha un ruolo amministrativo nel calcio. I bilanci sono lì a testimoniare quanta poca lungimiranza gestionale abbia la maggior parte delle società.

Uno sport che affida il 64% dei propri introiti a una sola fonte non può vivere sonni tranquilli.

Il mondo gira così, e gira male.

La maleducazione di Sarri, la volontà dei media a perdonargli tutto

Il calcio è uno sport strano, si perdona tutto anche la maleducazione.
Esci nella fase a gironi della Champhions League dopo avere messo assieme due vittorie e quattro sconfitte, dopo non avere mai fatto punti in trasferta.

E a un giornalista che ti sottopone il rilievo statistico chiedendoti di commentarlo, tu Maurizio Sarri rispondi: “Sono troppo intelligente per continuare ad ascoltarti.”

Poi si torna in studio e senti che in fondo Sarri era nervoso e va capito, per Bergomi la domanda era addirittura subdola e i giocatori che il tecnico ha a disposizione non sono poi così bravi e non avrebbero mai ottenuto quei risultati se non ci fosse stato lui in panchina.

Secondo il vocabolario Treccani:  “Subdolo, detto di persona che tende a dissimulare le proprie intenzioni e a comportarsi in modo falso e coperto, allo scopo di trarre in inganno e di conseguire un fine nascosto.”

Ripropongo letteralmente il quesito del giornalista: “L’obiettivo era il passaggio del turno. Cosa dice dopo quattro sconfitte, 0 punti in trasferta e l’eliminazione, a se stesso, alla squadra e al presidente De Laurentiis?”
Dove è la falsità, l’inganno, l’obiettivo nascosto?

Per il tecnico non si è infatti trattato di una domanda subdola, ma più semplicemente: “Una domanda del cazzo.”
La classe al potere.

Maurizio Sarri è un grande allenatore, ma dopo averlo beatificato stampa e commentatori fanno fatica a sottolinearne gli errori (soprattutto di comportamento) anche quando sono evidenti.
E poi, a chiudere, mi piacerebbe girare, in privato, il quesito di Bergomi all’intera rosa di giocatori del Napoli: “Bisogna chiedersi: se questi giocatori che ha a disposizione Sarri li metti in un altro sistema di gioco, gli verrebbero esaltate le qualità o è grazie alla bravura di Sarri che tira fuori da questi giocatori tutto il meglio e il Napoli è lì in testa e pratica quel tipo di gioco?”

 

 

Alla scoperta di Alberto Brignoli, il portiere che a Benevento ha scritto la storia

Alberto ha gli amici a San Paolo d’Argon, un paesino lombardo appena dopo l’inizio della Val Cavallina, a dieci chilometri da Bergamo.
Fino a qualche tempo fa il momento di massima goduria per lui era starsene con quattro o cinque compagni che conosce da sempre a bere birra nel bar della zona, un posto che non mette insieme seimila anime.
Sci, ma soprattutto ciclismo le passioni vere da quelle parti.
Quando Alberto ha otto anni, Marco Pantani è fermato a Madonna di Campiglio, crollano molte certezze. I ciclismo resta sempre uno sport di rispetto e fatica, ma sembra che all’improvviso gli abbiano tolta tutta la poesie.
E allora lui se ne va al campo di calcio, giocano tutti a pallone perché mai non deve farlo lui?
Pierangelo il papà, è il comandante dei Vigili. Ma è anche il preparatore dei giovani della squadra di casa. Nel passato del genitore ci sono decine e decine di partite da portiere. A perenne memoria in casa circolano foto con il signor Pierangelo a guardia della porta, in tanti cassetti ci sono guanti da portiere di ogni tipo a ricordare questa o quella parata.
Inevitabile la scelta di Alberto. Giocherà in porta, anche perchè a San Paolo d’Argon, come nel resto del mondo, nessuno vuole farlo.
È piccolino il ragazzo, diciamo basso per la sua età. Lo sviluppo arriverà dopo, attorno ai 17/18 anni. Ha tecnica, coraggio e personalità. Ma il fisico non lo aiuta. Così quando va a fare un provino per l’Atalanta lo rimandano a casa. Non se la prende. Continua a vedere il calcio come un gioco, e poi ci sono sempre le serate con gli amici in taverna, lo studio e la vita normale ma comunque così bella da essere goduta sino in fondo.


Non se l’era presa neppure quella volta a Zogno, nella bassa Val Brembana, quando un attaccante di cui non ricorda neppure il nome aveva tirato da metà campo, la palla gli aveva fatto uno strano rimbalzo davanti, l’aveva scavalcato ed era finita in porta. Gol, papera memorabile e sorrisi ovunque. Anche sulla sua faccia, quella rete non aveva cambiato il risultato.
Ricorda bene quella volta a Zogno, non dimenticherà mai quando l’ha chiamato la Ternana.
È al terzo anno con la squadra umbra, sta andando veramente bene.
“Alberto, sei della Juventus.”
Silenzio.
“Alberto, hai capito? Ti ha voluto la Juventus! Non dici niente?”


Non riesce a parlare. Dopo un paio di minuti prnde il telefono e per primo chiama Roberto, il marito di sua sorella, quello che gioca a Colusco con i dilettanti. Quello che è juventino perso. Poi informa i genitori. Mamma Mariarosa, segretaria in un’azienda chimica, gli fa una lunga raccomandazione.
Non tradire le tue origini, abbi rispetto per te e per gli altri, sii orgoglioso di quello che hai raggiunto, ma non essere presuntuoso.
Le mamme trovano sempre le parole giuste.
Alla Juventus non riesce mai a giocare, l’anno dopo va alla Sampdoria. Anche lì una stagione in panchina, almeno sino all’ultima di campionato. È  l’estate del 2016 e finalmente ecco l’esordio in Serie A. Proprio contro la Juventus, a Torino. Per qualche giorno vive su un altro pianeta, poi entra nel personaggio. In campo saluta Buffon, il suo idolo, che ricambia con un abbraccio. Si mette in porta. E ne prende cinque. Juventus-Sampdoria 5-0. Poteva andare meglio.
Nella stagione successiva viene trasferito nella Primera Division spagnola, con il Club Deportivo Leganés.
Quest’anno il ritorno in Italia con il Benevento.

Rassapora la gioia della Serie A. Buon rendimento, ma la squadra non ingrana. Zero punti in classifica. Poi arriva domenica 3 dicembre 2017. Una data che Alberto non dimenticherà mai. E con lui non la dimenticheranno i tifosi del Benevento e gli appassionati di calcio del mondo intero.
Milan avanti in trasferta per 2-1. È l’esordio in panchina di Rino Gattuso, sembra che la sorte voglia proteggerlo.
Romagnoli si è fatto espellere per doppia ammonizione e la partita è diventata un assalto al fortino. Gli indiani sono quelli del Benevento. Attaccano, attaccano, attaccano, ma non passano.


Quinto e ultimo minuto di recupero. Punizione sulla fascia sinistra della squadra campana in prossimità dell’area milanista. Cross a rientrare. Alberto ha lasciato la porta, ha messo in atto uno di quei tentativi disperati che abbiamo visto fare decine di volte a tanti portieri. Tentativi quasi sempre infruttuosi.
Stavolta no. La palla scende giù con una traiettoria perfetta e lui va impattarla di testa, a conclusione di un magico tuffo. Donnarumma guarda la sfera che entra in rete alla sua sinistra. Gol. Pareggio. Primo punto del Benevento in Serie A. E ha segnato proprio lui, l’uomo il cui cartellino è ancora proprietà della Juventus.
Alberto Brignoli, il portiere del Benevento, ha appena scritto il suo nome nella storia del calcio.