Messi, le iperboli, i giornalisti, la barbarie, la Televisione…

È perverso comunque
tutto ciò che è troppo.
(Lucio Anneo Seneca)

 

Messi è Dio.

Lo scrive stamattina in prima pagina il Corriere dello Sport-Stadio. E dà del bugiardo a Papa Francesco che non vuole riconoscerlo. Il giornale se ne frega ampiamente del rispetto che dovrebbe avere per gli altri: per il miliardo e 313 milioni di cattolici sparsi nel mondo, per quelli che non hanno mai immaginato Dio come qualcuno che tira calci a un pallone.

Non un dio, ma proprio Lui.

E vai! Gongola il bullo della diretta. È giusto così. Bisogna esagerare, sempre, fino a tornare allo zero assoluto.

Ho visto Barcellona vs Liverpool su Sky e ho sentito definire ogni tocco di Messi pazzesco, straordinario, fantastico, magico, spaziale, eccezionale. E allora mi sono chiesto: quanto vale questo giocatore se per lui usano gli stessi termini con cui ogni domenica definiscono uno stop, un tiro al volo, un assist di un qualunque Pinco Pallo che giochi in Serie A?

E sì perché a forza di urlare si finisce con lo sprofondare nel silenzio.

Dire che Tizio fa una cosa pazzesca, ti dovrebbe spingere a inventare per uno come Messi nuove parole. Ma siccome, purtroppo per noi, Gianni Brera non c’è più, neologismi non se ne trovano. E allora i giocatori diventano tutti uguali.
Spaziali.
Da Pinco Pallo a Messi, senza alcuna differenza.

Il mondo dell’informazione è stato stravolto. E non da un inevitabile e ben accetto concetto di modernizzazione, ma dal ribaltamento dei ruoli. Molti giornalisti televisivi hanno da tempo abdicato al loro. In più di una telecronaca è il commentatore tecnico a dettare i tempi, relegando così il giornalista al ruolo di seconda voce. Un cronista con possibilità di manovra limitata.

Mi capita di sentire commentatori che interrogano il compagno di lavoro come un professore fa con l’alunno, lo riprendono, lo sorpassano nella narrazione dell’evento. Un altro spicchio di autorevolezza che viene strappato a una professione in continua sofferenza.

L’arroganza ha invaso il mondo dell’informazione.

Una volta, parlo della preistoria, l’intervista era costruita per conoscere diversi punti di vista, per avere delle risposte che evidenziassero la chiave di lettura che il personaggio intervistato dava dell’argomento. Oggi, spesso, la domanda ha già in sé una risposta. Fortunatamente non accade sempre così. Paolo Condò e Stefano De Grandis, non a caso due giornalisti, praticano la professione con uno spirito moderno nei concetti e antico nell’eleganza della forma, mantenendo comunque un senso di rispetto nei confronti dell’intervistato. Lo stesso fanno sul campo Andrea Paventi e Angelo Mangiante. Allora, non è così impossibile…

Ho sempre pensato che l’intervista fosse una dei compiti più difficili di un giornalista. Perché presuppone sì conoscenza dell’argomento, ma anche voglia di soddisfare la curiosità, di chi legge o ascolta, attraverso le domande che il professionista fa all’intervistato. Non ci si improvvisa.

Conoscere il calcio non basta. Altrimenti Maradona o Pelè sarebbero stati i più grandi intervistatori di sempre.

I giornalisti continuando a delegare hanno perso autorevolezza.

I giornali invece continuano a perdere copie.

Il Corsport nel 2008 ne vendeva giornalmente 315.000 solo con il cartaceo, dieci anni dopo era sceso a 91.000, oggi viaggia poco sopra le 66.000 compreso l’online.

La Gazzetta era a 445.000, ora fatica a toccare 145.000 tutto compreso.

Tuttosport chiudeva il bilancio quotidiano a 142.000, adesso è a 42.000 contando anche il digitale.

La televisione continua, con progressione lenta ma costante, a mangiare tutto. Sono prerogativa delle tv a pagamento: gli eventi, le interviste del dopo partita, le interviste esclusive, i protagonisti dello spettacolo, la programmazione dello sport a livello nazionale e mondiale (dal campionato di Serie A alle Olimpiadi). Ma soprattutto il danno ai giornali la Tv lo provoca canalizzando la pubblicità, aumentando la sua quota percentuale di mercato anno dopo anno.
E qui accade un curioso balletto.
I giornali in affanno di pubblicità e di vendite scelgono il suicidio mediatico, accettano le inserzioni a pagamento (pagine intere o mezze pagine) delle Tv e diventano mezzi di propaganda di quella che è in realtà una delle cause principali della loro caduta.
Ci troviamo spesso davanti all’esaltazione di ogni notizia riguardi la Tv, alla mancanza quasi assoluta di un’opinione critica nei confronti della politica delle emittenti.
Il flop di DAZN nella prima giornata di campionato era largamente prevedibile, viste le condizioni di fruibilità di Internet sul nostro territorio. Ma i giornali prima hanno esaltato il prodotto, poi si sono attaccati alle inevitabili e giuste lamentele dei clienti per fare da sponda ed esporre il problema. In altri tempi avrebbero picchiato, autonomamente e senza pietà.

L’azzeramento su 2/3 dell’informazione sportiva degli inviati ha contribuito a far scendere la qualità del prodotto. Si vive prendendo da Internet, affidandosi a collaboratori che si dedicano spesso a sport di cui non conoscono nè i fondamentali nè i personaggi, guardando la televisione. Il contatto con i protagonisti non esiste più, le notizie sono scomparse. E allora mi chiedo: perché dovrei continuare a comprare un giornale che mi propone cose che ho già letto, se non addirittura visto?

A questa situazione di sofferenza si aggiunge l’abisso culturale in cui sta scivolando l’Italia, l’imbarbarimento della nostra società: un italiano su dieci non ha mai letto un libro nella sua vita, la radicalizzazione dei comportamenti, l’incapacità di staccarsi dai telefonini, di uscire per una giornata intera dai social network, di dedicarsi alla salutare lettura. Mettendo assieme questo sfacelo si capisce perché si faccia davvero fatica a guardare con un minimo di ottimismo al futuro.

Accade così che sempre più spesso qualcuno pensi che per salvarsi (anche le televisioni non attraversano un periodo di splendore…) sia necessario enfatizzare sempre e comunque il prodotto. Così un Pinco Pallo qualsiasi diventa fantastico, spaziale, magico.

E a quel punto è quasi inevitabile che Messi diventi Dio.

Siete arrivati in cielo pur di giocarvi l’ultima iperbole.

 

 

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