Siete proprio sicuri che il calcio non stia andando verso l’autodistruzione?

Comincia il campionato di calcio.

E gli italiani fanno i conti.

Cinquecentosettanta euro l’anno per vedere l’intera Serie A. Una cifra enorme in un Paese che, per l’83,6% della popolazione, ha un reddito medio lordo tra i 30.000 e i 35.000 euro (fonti Ministero Economia e Finanza, JP Salary Outlook). Un lusso che non potremmo permetterci.

E invece, leggendo un po’ qui e un po’ lì, pare che sia tutto normale.

Sky e DAZN, padrone del prodotto, promuovono l’abbonamento offrendo “il calcio che conta”. Ma il solo fatto che i contratti da sottoscrivere siano due e non più uno, dovrebbe far riflettere sull’offerta.
Tanto per fare un esempio, chi non si abbonerà a DAZN non vedrà oggi pomeriggio, 18 agosto, il serale Lazio-Napoli. Nella seconda giornata non vedrà Napoli-Milan e nella terza Parma-Juventus. Le altre partite chiave visibili solo su DAZN saranno Inter-Juventus, Juventus-Roma, Milan-Napoli e Torino-Juventus.

Per vedere DAZN è necessario avere una connessione Internet.

Per il collegamento sono necessari 2 Megabit per secondo (è la velocità di trasmissione dei segnali digitali). Per guardare la partite in HD in Tv ne servono 6,5. Per usufruire di un prodotto ottimale 8.

Il 29% delle unità abitative in Italia (dato digitalic.it) non ha ancora la banda larga (gran parte è al Centro Sud). Il 9% della zone coperte non arriva a 2 Megabit (fonte Agcom, giugno 2018).

E veniamo alla frammentazione del calendario.

Sette fascie orarie: sabato (18 e 20:30), domenica (12.30, 15, 18, 20:30), lunedì (20:30). Non si esclude un ulteriore allargamento con una partita alle 20:30 del venerdì.

Perchè?

Domanda ingenua. Perché così la Lega vende meglio il prodotto alle televisioni che sono in assoluto le nuove padrone del prodotto.

Lo sono al punto che con un comma inserito nel bando per l’acquisizione dei diritti televivisi (“il broadcaster avrà la possibilità di scegliere l’orario delle partite di campionato”) è stato codificato il diritto dei gestori della diffusione del calcio (Sky e DAZN) di pianificare giorno e ora delle venti gare che a loro giudizio saranno le più importanti del prossimo campionato. Detto e fatto, senza alcun riguardo per chi paga. I fruitori del prodotto devono sopportare tutto. Sulle influenze nefaste che l’atteggiamento delle tv ha sulla vita sociale ne parlerò prossimamente in un altro articolo.

Il pubblico potenziale del calcio diminuisce sempre di più.

E i presidenti delle società italiane continuano a ballare sul Titanic.

Il 64% degli introiti di questa industria è legato ai contratti di cessione dei diritti televisivi (973 milioni di euro, più un bonus potenziale di altri 150 milioni in questa stagione; con l’aggiunta della cessione all’estero). In Inghilterra sono fermi al 53%, in Spagna al 51%, in Francia al 44%, in Germania al 34%. È chiaro, davanti a questi numeri, chi sia il soggetto predominante nella gestione del calcio in Italia.

Gli incassi al botteghino sono fermi all’11%, quelli di sponsor e commercializzazione al 25%.

Tanti soldi in cassa, meno fruitori del prodotto.

Sarebbe necessaria una seria riflessione su questo.

Faccio un esempio sconfinando in uno sport che mi è più familiare.

In tempi lunghi la contrazione della promozione globale del calcio, data in appalto esclusivo alle tv a pagamento, potrebbe ridurne in maniera clamorosa il richiamo sul grande pubblico. E allora ci si renderebbe conto dell’errore madornale fatto in questi ultimi anni.

La boxe è caduta nel grande inganno. In America l’avvento della pay per view (datato 1975 con Ali vs Frazier a Manila) ha portato a guadagni inimmaginabili per pochi pugili (Floyd Mayweather jr ha un reddito doppio rispetto a quello di Lionel Messi e superiore a quello di Cristiano Ronaldo), ma ha anche azzerato la popolarità della maggior parte degli attori.

Una volta in America erano in trenta/quaranta milioni a guardare un match mondiale sul piccolo schermo, oggi quando si raggiunge il milione di spettatori si balla il mambo per una settimana.

Negli ultimi trent’anni di pay per view solo quattro eventi hanno superato i due milioni di spettatori.

Quasi nessuno, al di fuori della nicchia dei fedelissimi, conosce i protagonisti contemporanei. Tutti, ieri, sapevano chi fossero Ali, Tyson, Benvenuti, Mazzinghi, Loi, Frazier, Hagler o Leonard. Lo sapevano perché erano i grandi network a trasmettere in chiaro i loro combattimenti.

In Italia sono tantissimi quelli convinti che il pugilato sia finito con Mike Tyson, anche se Mayweather jr ha guadagnato più soldi, ha vinto più titoli, è stato più talentuoso di lui. Ma Tyson era trasmesso in chiaro da Canale 5 e Italia 1 e lo conoscevano tutti. Floyd va solo sulle pay tv e lo conosce solo la ristretta cerchia di appassionati di boxe.

Il mercato delle pay è fermo a sei milioni di abbonati da anni, quelli della Rai sono 22 milioni a cui vanno aggiunti i fruitori di Mediaset. E adesso che Premium è in fortissima crisi la pay-tv rischia di vedere ridotta anche la fetta di 1,6 milioni di persone che aveva sottoscritto un accordo con il Biscione.

Il calcio ha già venduto alla pay per view pre partita, interviste nello spogliatoio, interviste esclusive, evento, bordocampo e post partita, scelta della programmazione.

Non riesco a vedere cosa altro possa vendergli.

Siamo sempre più vicini a un punto di non ritorno.

I tifosi si divertono a parlare del nulla, non a caso il calcio mercato continua a resistere nonostante si avvicini sempre più alla fiction, tanto somigliare in maniera inquietante al wrestling. Un po’ come avviene, torno ancora lì, con la boxe. Nei social network l’argomento più trattato sono I fantasy match, ovvero improbabili ipotetiche sfide tra due pugili di epoche differenti, distanti anche cento anni!

L’evento, quello che una volta era il momento più importante di ogni sport, è ormai godibile sempre da meno persone.

E poi ci si meraviglia se i Mondiali in Russia su Mediaset hanno raccolto così tanti spettatori. Signori miei, erano una boccata di calcio in chiaro, chiunque avesse un televisore poteva vederli.

Se allarghi l’ascolto potenziale e lo moltiplichi per sette volte, puoi facilmente arrivare per ogni partita da numeri che variano da 3,9 a 11,7 milioni di telespettatori. Riferimenti inimmaginabili per la pay.

Meno fruitori, più soldi. Fino a quando non si accorgeranno che di gente disposta a pagare ne sarà rimasta davvero poca .

Al tempo in cui l’editoria italiana stava cominciando la discesa irreversibile, senza per altro accorgersene, qualcuno paradossalmente ipotizzava un futuro fatto di giornali senza articoli. Solo pubblicità.

I numeri sono lì a testimoniare quanto fossero folli quei sogni.

Per il calcio credo sia solo questione di tempo. Non scomparirà, questo è certo. Ma se non riuscirà a trovare una dimensione economica più equilibrata e a riallacciare il rapporto con il grande pubblico, potrebbe trovarsi assai vicino alla zona pericolosa. Da quel momento in poi ogni risalita equivarrebbe a un miracolo.

Elementare Watson.

 

 

 

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