I Mondiali di Italia ’90 visti dalla parte degli USA Meola, Caligiuri, il calcio

 

San Francisco, febbraio 1990

Ci avviciniamo ai Mondiali. In Italia c’è da tempo una grande frenesia.
Da queste parti sembra tutto molto tranquillo.
Sono qui per raccontare cosa sia il calcio negli Stati Uniti, per scoprire chi siano i giocatori più importanti della squadra che si è qualificata per la fase finale.

Sono a Palo Alto, nella San Francisco Bay Area, per capire.
Il 24 febbraio USA e URSS si affronteranno per la prima volta a livello professionistico.

Tony Meola e Paul Caligiuri sono quelli che più mi interessano. Hanno origini italiane e interpretano ruoli chiave. Uno gioca in porta, l’altro è centrocampista.

Parlo con Meola, un omone simpatico, un vero italo-americano. Mi ricorda gli anni dell’infanzia a Belleville, nel New Jersey; l’adolescenza a Kearny. Mi racconta come l’amore per il calcio glielo abbia trasmesso papà Vincenzo, nativo di Torrella dei Lombardi, ex giocatore dell’Avellino in serie C prima di emigrare negli States nel 1965 assieme alla moglie, Maria. Mi dice come la mamma gli parli sempre dell’Irpinia, del vino, del verde.
“E il tuo papà, cosa ti racconta?”
“Ogni volta che vediamo un film di Clint Eastwood, mi dice che il regista di quei film è Sergio Leone, uno nato nel suo stesso paese. A Torrella dei Lombardi”.
È una mezza verità.
Sergio Leone è romano, irpino di Torrella dei Lombardi è invece suo padre Roberto Roberti. In arte Vincenzo Leone, un pioniere del cinema muto.

“Perché tuo padre ha insistito perché tu diventassi calciatore?”
“A me lo sport piaceva tutto. Al college giocavo a pallacanestro, a baseball. Ero in squadra. Ma lui insisteva. Negli anni Cinquanta/Sessanta era stato con l’Avellino in serie C. Mi parlava sempre di un suo compagno di squadra, Elio Grappone, un difensore. Mi diceva che non dovevo allontanarmi dalle mie origini. Tra la fine degli anni Settanta e quella degli anni Ottanta seguiva alla radio le cronache della squadra in Serie A. Non potevo deluderlo. Così sono diventato un portiere di calcio”.
Antonio Michael Meola, detto Tony, è un uomo di famiglia.
Il papà adesso ha un negozio di barbiere a Belleville, il nonno Vincenzo uno store di alimentari a Brooklyn. E lui gioca al calcio e sogna un giorno di poterlo fare da noi, in Italia.

Intervisto Paul Caligiuri, origini calabresi. È uno dei più popolari calciatori americani, il gol messo a segno contro Trinidad e Tobago è valsa la qualificazione ai Mondiali. I primi per gli Stati Uniti, dopo quarant’anni di assenza, i quarti della loro storia.
“Paul c’è qualche squadra che si sta interessando a te?”
“Sì, la nazionale statunitense. Presto firmerò l’accordo”.
Proprio così. A noi suona strano, ma la USSF (la Federcalcio USA) sottoscrive contratti di esclusiva con i calciatori. Proprio come le squadre di club.

C’è attesa per la partita. Si giocherà all’interno dell’Università di Stanford, in un impianto da quasi sessantamila posti. Il campo presenta qualche stranezza. La prima volta che ne calpesto l’erba, vedo un pericoloso tombino appena fuori dalla linea del fallo laterale.
Mi dirigo verso il custode.
“Scusi, perché quel tombino si trova lì?”
“Perché serve come scarico quando piove”.
“Non ne dubitavo. Ma non è pericoloso?”
“Perché?”
Mi arrendo e passo alla domanda successiva.
“Dove posso trovare la squadra di calcio americana?”
“Calcio?”
“Sì, quello sport che si gioca undici contro undici, i giocatori prendono a pedate un pallone cercando di mandarlo in rete”.
Mi guarda come se fossi pazzo.
“Calcio?”
“Certo, calcio” insisto, sono uno che non si arrende facilmente.
“Credo che siano quelli laggiù”.
Proprio come da noi, stessa asfissiante popolarità.
L’unica differenza è che da queste parti lo chiamano soccer, in Italia qualcuno ancora lo chiama football.

Alla fine l’Urss vince 3-1, ma non ci sono polemiche, né pagelle, niente voti e niente titoloni a nove colonne. Il clima è decisamente meno nevrotico che da noi.

Il viaggio alla scoperta del calcio americano si rivela divertente.
Arrivato a San Francisco, vado in un piccolo ristorante, un paio di chilometri fuori dal centro. Uno stretto corridoio con le pareti di mattonelle rosse. I tavoli in fila indiana sino a quando lo spazio non si allarga fino a poterne ospitare due sulla stessa linea.
Mi siedo e aspetto il cameriere.

“Eccomi, signore. Posso aiutarla?”
“Lei è Lothar Osiander?”
“Ci conosciamo?”
“Sono un giornalista italiano, sto facendo un’inchiesta sullo stato del calcio americano. Lei fino a poco tempo fa ha allenato la nazionale, giusto?”
“Esatto. Nell’88 l’ho portata all’Olimpiade di Seul. Poi ho cominciato il girone di qualificazione per i Mondiali di Italia ’90. Stavamo andando bene, quando mi hanno detto che il mio posto sarebbe stato preso da Bob Gansler. Nessun problema. Io un mestiere ce l’ho.”
Così va il calcio da queste parti.

Chiudo il primo giro di interviste alla Berkeley University, stavolta mi allontano mezz’ora dal centro. Attraverso in macchina l’Interstate 80, passo lungo il Bay Bridge, costeggio Treasure Island con l’isola di Alcatraz a nord ovest, poche miglia più in là.
Ho un appuntamento con l’allenatore della squadra di calcio universitaria.
“Quale è, oggi, lo stato del calcio negli Stati Uniti?” chiedo.
“Mi segua”.

Lo accontento. Mi porta in una stanza enorme, grande come un intero piano di un condominio di lusso.
“Questo è l’ufficio del coach della squadra di football”.
Proseguiamo la visita.
Un’altra stanza bella grande, diciamo un due camere e cucina in cui può stare comoda una famiglia di tre persone.
“Questo è l’ufficio del tecnico del basket”.
Facciamo pochi passi, usciamo all’aperto, attraversiamo tutto il campo da football, passiamo sotto le tribune e entriamo in uno sgabuzzino dove a fatica trovano posto una scrivania e un paio di sedie, il tetto a spiovente chiude il lato corto su una piccola finestra.
“E questo?” chiedo, ma credo già di intuire la risposta.
“Questo è il mio ufficio”.
Più chiaro di così…

 

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