Boxe, la Banda dell’Alfabeto

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Da molti anni la chiamano “La Banda dell’Alfabeto”.

È l’associazione che governa il mondo del pugilato mondiale.

È composta da quattro organizzazioni principali (Wba: World Boxing Association, Wbc: World Boxing Council, Ibf: International Boxing Federation e Wbo: World Boxing Organizzation). Gestiscono 68 campioni del mondo, oltre a supercampioni, campioni a interim, campioni silver, campioni unificati.

Fino al 1913 esistevano solo otto categorie di peso: mosca, gallo, piuma, leggeri, welter, medi, mediomassimi e massimi.

I campioni erano facilmente identificabili, quello dei massimi poi aveva una popolarità incredibile.

Lentamente, con le scuse più varie (quasi sempre facendo appello alla necessità di offrire maggiore sicurezza alla boxe), siamo arrivati a 17 differenti categorie. Si sono aggiunte: paglia, minimosca, supermosca, supergallo, superpiuma, suerleggeri, superwelter, supermedi e massimi leggeri.

Il risultato è che solo pochissimi conoscono i nomi dei campioni del mondo, ma cosa assai più strana è il fatto che questo sport sia l’unico tra quelli più antichi a non avere un solo padrone per categoria. Ne ha almeno quattro. Non esiste “il” campione del mondo, esistono “i” campioni del mondo.

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Alle sigle più popolari sono andate ad aggiungersi Iba, Ibo, Wbu, Wbf, Ibc. E, è cosa recente, è arrivata anche l’Apb: la costola professionistica dell’Aiba che vuol dire International Boxing Association, anche se nell’acronimo c’è ancora la a di amateur. Di dilettantistico in questo ente non è rimasto altro.

Non contenti quelli della Banda dell’Alfabeto hanno creato i sottotitoli. Campionati internazionali, intercontinentali, continentali (Wba e Wbo hanno i loro campioni europei, tanto per fare un esempio), del Mediterraneo. E qui troviamo pugili rumeni e serbi, anche se la Romania si bagna sul Mar Nero e la Serbia non è bagnata da alcun mare.

I campioni sono così tanti che se vai a cliccare sul sito web della Wba e poi clicchi su campioni, appare la scritta “in costruzione”. Neppure loro ce la fanno a stare al passo con la folla dei titolati.

Anche l’Ebu (European Boxing Union) non ha resistito ed ha portato a casa una nuova cintura, quella dell’EU (Unione europea). Così, tanto per complicarci la vita.

E adesso il Wbc ha deciso di entrare a piedi pari sul mondo del dilettantismo. Nell’ultimo convegno ha definito l’Aiba una “tigre di carta” che pensa di gestire un potere che non ha. Per contrastarla, il Wbc ha creato il comitato per il pugilato dilettantistico.

Mesta e rimesta, il caso si ingarbuglia sempre di più.

La mancata identificazione con il campione ha creato disaffezione. Resistono pochi Paesi che lottano con i soldi delle televisioni, nazionali in chiaro o pay tv, per cercare di andare avanti.

Si perdono per strada vecchi mercati, si cerca di sostituirli con nuovi: la Cina ad esempio. Ma la gestione è sempre affidata a vecchi gruppi. Promoter come la Top Rank di Bob Arum, la Golden Boy Promotion di Oscar De La Hoya, Frank Warren in Inghilterra esistono dalla notte dei tempi. Ce ne sono alcuni di molti anni più giovani, ma sembra che lavorino seguendo le stesse strade di chi li ha preceduti.

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Il caos è totale. Uscito di scena Muhammad Ali abbiamo dovuto aspettare fino a Mike Tyson prima ritrovare un personaggio popolare in ogni continente. Ora ci sono Mayweather e Pacquiao, meno universali degli altri due, ma sufficientemente inseriti nell’animo di tutti, non solo degli appassionati di boxe. Ma sono su con gli anni e se non si affronteranno neppure nel 2015 il loro status di eroi della gente subirà un ridimensionamento.

Il pugilato ha sempre trovato la sua forza nella spinta popolare, nella capacità di stimolare passioni, emozioni. Oggi chiunque, o quasi, può battersi per un titolo. Pugili che avrebbero retto a stento la terza fascia in una grande riunione anni Ottanta (senza andare poi così indietro nel tempo) adesso lottano per il campionato. La normalizzazione di questo sport è il pericolo più grande che la boxe ha affrontato negli ultimi quarant’anni.

Sarà strano, ma a me sembra che una conferma di questa teoria arrivi proprio dal comportamento dell’Aiba. Nata come federazione dilettantistica e con questa caratteristica entrata a far parte del Comitato Olimpico Internazionale, si è ora trasformata in un’organizzazione professionistica senza che lo stesso Cio abbia mosso un muscolo. A protestare sul serio, non solo a parole, sono state solo poche persone all’interno degli Enti professionistici. Gran parte del mondo della boxe (tecnici, manager, dirigenti, pugili) in Italia solo recentemente ha cominciato a chiedersi cosa davvero stesse facendo l’Aiba.

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Manca una coscienza di classe.

La boxe ha resistito da lunghissimo tempo e, spero, resisterà ancora. Ma se continuerà a pensare che la soluzione dei problemi sarà un’ulteriore frammentazione nella speranza di creare nuove piccole fonti di guadagno, finirà per piombare nell’indifferenza.

L’Italia, ora che ha ritrovato un po’ di orgoglio di parte, dovrebbe essere la prima ad alzare la voce, a organizzarsi, a spingere sui pedali. In gennaio gli elettori della nuova casa del professionismo sceglieranno chi dovrà gestire questo sport. Il pugilato ha bisogno di una piccola rivoluzione, deve riacquistare la dignità che gli è stata tolta. Può farcela, ma dovrà lottare dentro e fuori dal ring.

Che l’anno nuovo aiuti qualsiasi persona di buona volontà.

 

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