In ricordo di Teo, gli piaceva il tennis, amava la boxe. Quante avventure…

C’è chi ogni anno porta un fiore, chi dedica una messa alla memoria, chi offre una ricordo carico di affetto. Io ripropongo un articolo: sempre lo stesso. È un gesto in cui si può leggere un egoismo neppure tanto nascosto. È l’omaggio a un amico con il quale  ho girato il mondo, dividendo trent’anni di storie, divagazioni e incredibili avventure. Ma è anche un modo per rivivere giorni pieni di serenità.

 

Teo se ne è andato via per sempre il 10 di gennaio del 2014. Dopo una lunga e straziante malattia, si è arreso.
Ricordo quelle visite tristi e l’angoscia che mi prendeva quando uscivo dall’ospedale. Lo vedevo steso sul letto, ricoperto di fili, accanto a macchinari che lo tenevano attaccato alla vita. Aveva la pelle macchiata dalla malattia, ematomi lungo tutto il corpo. Era magro, gli erano rimaste le ossa e poco più, soffriva di qualche momento di abbandono totale. Ma quando apriva gli occhi, mi sorrideva. E non mi risparmiava una battuta. Come aveva sempre fatto.
Teo Betti è stato un vero giornalista, nel senso più pieno del termine. Si è occupato di tennis, sport che ha anche praticato da amatore con buoni risultati. E ha continuato a farlo fino a quando gambe e cuore glielo hanno permesso. Piccolo, esile, correva da una parte all’altra del campo non concedendo tempi di recupero all’avversario. Innervosiva ogni rivale con tristi e snervanti pallonetti. E se quello provava a forzare, lui andava a recuperare la pallina anche negli angoli più lontani del campo. Non era certo un campione, ma amava la competizione, l’agonismo. E anche nello sport, come nel lavoro, metteva dentro ogni risorsa fosse in suo possesso.
Amava il tennis.

Ma la grande passione era la boxe. Ha girato il mondo per Il Messaggero, ha scritto pezzi importanti per Boxe Ring quando direttore della rivista era Roberto Fazi, ha collaborato con la Rai.
Era una rarità. Uno dei pochi giornalisti che il pugilato l’aveva fatto. Aveva indossato i guantoni, era salito su un ring e si era battuto. Per carità, pochi incontri da dilettante, senza raccogliere risultati importanti. Quando volevamo prenderlo in giro, tiravamo fuori dal cilindro le parole di Giuseppe Ballarati. Raccontavamo come l’uomo che si era inventato la Bibbia del Pugilato lo chiamasse la lepre del ring, ripetevamo all’infinito una storia inventata chissà da chi e lui fingeva di arrabbiarsi.
Pochi match, abbastanza comunque per fargli capire che quello era uno sport da amare.
La boxe la conosceva da dentro. Quando sedevamo vicini a bordo ring, non c’era collega che non lo chiamasse per sapere quale fosse il suo cartellino. Gli chiedevamo un giudizio per capire se fossimo sulla giusta strada, per catturare la vera chiave di lettura del match.
Non era uno scrittore raffinato, non sono qui a inventarmi una realtà che non esiste per il solo fatto che racconto memorie di un amico che non c’è più. Non era raffinato nella composizione dell’articolo perché non ne aveva bisogno. Lui aveva un dono, sapeva sempre e comunque come arrivare al  nocciolo della questione. Entrava a piedi pari sulla notizia, la faceva sua, la raccontava ai lettori attraverso le risposte alle cinque domande che un bravo giornalista dovrebbe sempre porsi. Un vecchio credo che oggi sembra essere diventato fuori moda: dove, chi, come, quando e perché.
Voleva sapere, non si accontentava della prima spiegazione.

Con ironia buttava giù ogni muro di indifferenza.
 Indagava fino a quando non arrivava al cuore della notizia.
Aveva la battuta pronta, alcune hanno fatto epoca all’interno del mondo del giornalismo, da sempre restio a lodare gli altri.
Teo era amico di tutti, anche se quasi tutti nel tempo si erano dimenticati di lui. Come spesso accade, quando sei in cima hai la fila di persone che ti danno pacche sulle spalle, ti dicono quanto sei bravo, ti chiamano ogni giorno. Poi invecchi, vai in pensione, ti ammali e tutti si scordano di te. Non è sempre così, ma se tocca a qualcuno a cui vuoi bene ti sembra che l’offesa sia imperdonabile.
Teo era uno che sapeva come si porta un diretto (ma anche un dritto), come tirare un gancio, come avventurarsi sulla strada pericolosa del montante. Sapeva leggere negli occhi di un pugile, capire in anticipo dove avrebbe incontrato la paura e dove avrebbe trovato il coraggio.
E scriveva sempre quello che vedeva, quello che sapeva, anche a costo di farsi un nemico in più, anche a rischio di beccarsi una querela. Qualcuno gliel’ha anche fatta. Ma ha sempre perso, perché contro la verità si può solo perdere.
Assieme a lui ho vissuto momenti di incredibile buonumore, risate senza freni. Di gioia pura. Sia che fossimo in quel Luna Park per adulti che è Las Vegas, che ci muovessimo nella grigia e pericolosa Detroit. Abbiamo riso a Catanzaro, Vibo Valentia, Voghera, New York, Miami, San Juan de Portorico, Londra, Capo d’Orlando e Parigi. Ovunque ci portasse il nostro meraviglioso lavoro.
Ci siamo divertiti, ma ci siamo anche persi in ogni posto del mondo. Fosse Treviso o Barcellona, per noi non faceva differenza. Avevamo un senso dell’orientamento pari a zero, capaci di non ritrovare la giusta via anche dentro i pochi metri quadri di casa nostra. E ogni volta che accadeva, via a ridere, con gli altri che subito cominciavano a guardarci in modo strano.

Amo Mordecai Richler, l’uomo che ci ha regalato La versione di Barney. Scrive lo scrittore canadese: “Ci vogliono settantadue muscoli per fare il broncio, ma solo dodici per sorridere. Provaci per una volta”.
L’antica malattia che porta a confondere il serio con il serioso è un morbo che trova terreno fertile nel giornalismo. Come quello della battuta a ogni costo, che sia scontata o ingiuriosa poco importa.
Lui non era così, aveva il tempo giusto per la stoccata.
Diceva Sugar Ray Robinson: “Il ritmo è tutto nella boxe. Ogni tuo movimento inizia con il cuore”.
E Teo era romano sino in fondo al cuore. Non solo perché tifava Roma, ma anche e soprattutto perché aveva una qualità che aiuta a vivere. L’ironia sempre pronta, una maniglia a cui aggrapparsi quando il mondo sembra rotolarti addosso.
Sdrammatizzava le situazioni più intricate, si lanciava come un cane da caccia quando annusava una notizia. Non si stancava mai di andarla a stanare. E, cosa che gli ho a lungo invidiato, godeva del rispetto dei pugili. Si rivolgevano a lui con una domanda che per tanti anni ho sperato facessero anche a me.
Come sono andato?
Chiedevano un giudizio. Perché lo sapevano esperto, perché lo sapevano sincero.
Non troverete citazioni da intellettuale nei suoi pezzi, né sofisticati riferimenti letterari. Ma andando a rileggere quegli articoli scoprirete la boxe, la vita.
Gli ho voluto bene, gliene vorrò per sempre. È stato un compagno di avventura, un amico, un giornalista a cui chiedere consiglio. Una rarità nel nostro mondo.
Da sei anni Teo non c’è più. La boxe ha perso un altro pezzo importante della sua storia e io ho perso una persona con cui ho diviso almeno tre decenni della mia vita.
Non aveva difetti?
Volete scherzare! Ne aveva in quantità industriale.
Le sento ancora nelle orecchie le sue cento domande, una dietro l’altra, implacabile. Un martello che picchiava sulla mia testa, non si fermava sino a quando non gli davo una risposta. Dovevo interrompere un’intervista importante, smettere di parlare, chiunque fosse l’interlocutore, non guardare un match a cui tenevo perché lui pretendeva attenzione.
A volte mi veniva voglia di mandarlo a quel paese. Ma poi mi guardava con quell’espressione da finto ingenuo, mi chiedeva perché mi infuriassi tanto. E allora gli perdonavo tutto.
Con lui accanto mi sono sentito spesso uno dei due protagonisti della “Strana coppia”. Walter Matthau o Jack Lemmon? Non fa differenza, i ruoli erano interscambiabili.
Perché a me sono sempre piaciuti due aforismi.
Il primo mi sembra sia di Oscar Wilde: “Un amico è qualcuno che ti conosce molto bene e, nonostante questo, continua a frequentarti“.
L’altro è di Stephen Littleword, ricercatore sul miglioramento della qualità della vita: “Un amico vero lo riconosci subito, ti fa scoppiare a ridere anche quando proprio non lo vuoi, se ti domanda come stai dissolve anche il più triste pensiero e basta stare in sua compagnia per sentirsi speciali. Questo è un vero amico, colui che trasforma la tua vita, in una vita speciale!
Teodoro Teo Betti quando se ne è andato per sempre aveva 83 anni, una moglie: Luisa, due figli: Lauretta ed Edo.
Riposa in pace amico mio.

 

 

 

 

Storia di un ragazzo tranquillo. Jannik Sinner, il prodigio del tennis italiano

Jannik Sinner batte Frances Tiafoe (53 del mondo) ad Anversa, conquista la prima semifinale dell’Atp ed entra nella Top 100. Jannick ha 18 anni.

Giovedì 16 maggio c’ero anch’io sugli spalti del campo numero 1, in fondo all’impianto del Foro Italico. Lo ricordo perché non è stata un’impresa da poco. L’ingresso concesso ai possessori del biglietto del mercoledì, programma annullato per pioggia, aveva in pratica raddoppiato il numero degli spettatori. I posti a disposizione, ovviamente, erano rimasti gli stessi.
Dopo un’ora e un quarto in piedi, e in precario equilibrio sull’ultimo gradone, osservavo la scena.
Nessuno spazio libero. Né sulle due tribune di riferimento, né sui lati del terreno dove erano impegnate le americane Madison Keys e Sofia Kenin. Anche la gradinata del numero 3 era stata presa d’assalto dai tifosi del ragazzo. Sotto si esibiva il placido Nick Kyrgios. Innervosito dalle passeggiate degli spettatori alla ricerca di un posto, dal vociare e dagli applausi, che non sempre erano per lui, l’australiano lanciava sul terreno di gioco (in rigoroso ordine cronologico): la racchetta, una bottiglia d’acqua, un seggiolino di legno e tela. Poi rimetteva racchetta e asciugamani nel borsone, e se ne andava.
Un ragazzo, alto, magro e rosso di capelli, indifferente a tanto clamore, continuava a giocare gli ultimi punti della sua sfida.
Jannick Sinner aveva scelto una tenuta casual. Maglietta verde acido, pantaloncini blù, cappellino rosso. Più casuale di così…
All’inizio era stato in affanno, poi aveva imboccato la strada giusta.
Ha gambe esili, poco muscolose. Come le braccia e il resto di un corpo dove 75 chili si perdono lungo 190 centimetri di altezza.
“Ci stiamo lavorando” dicono quelli del suo clan. Poi specificano che il programma di potenziamento ha avuto inizio nel 2017 per terminare nel prossimo inverno. E che la sua maturità tennistica sarà raggiunta a partire dalla stagione 2021.
Fanno gruppo da quattro anni.
Scoperto a Ortisei, portato a Bordighera.
Riccardo Piatti, dopo averlo visto giocare per cinque minuti, sembra abbia espresso un sintetico commento.
“Come facciamo ad adottarlo?”
È cominciata così l’avventura di Jannik Sinner, all’epoca quattordicenne, ultimo arrivato in ordine di tempo nel Club delle Grandi Speranze d’Italia.
Lontano dai campi mostra riserbo e buona educazione. Tranquillità e timidezza.
“Una mattana l’avrà pur fatta, o no?”
“Sì, certo. Una volta ha rotto una racchetta”.
Goran Ivanisevic e Marat Safin arrossirebbero davanti a cotanto ardire.
Mamma e papà l’hanno educato così. Rispettoso e di buone maniere.
Accade però che al primo servizio, lui scateni l’inferno.
Un rovescio che canta, come dicono i poeti del tennis. Un dritto in via di perfezionamento, efficace il giusto quando riesce a metterci su tutto il peso del corpo. Un buon gioco di volo. Migliorabile, ovviamente, ma già di livello. E la battuta? Molto bene, grazie. Come la risposta al servizio.
Ha carattere il ragazzo.
Ma non cercate in lui il campione maledetto. È simpatico, moderno, ma niente follie. Almeno per ora.
Si è imposto nel Challenger di Bergamo, ha vinto la partita d’esordio in un Master 1000, ha fatto un balzo in avanti clamoroso in classifica. A inizio anno era 542, il lunedì dopo gli Internazionali era vicino al 200. E adesso che è Top 100 di posizioni ne ha guadagnate 442 dal gennaio scorso…
Il 16 agosto è diventato maggiorenne. Diciotto anni, un tempo erano l’età giusta per entrare in società. Lui si è regalato l’ingresso nello Slam di fine stagione, gli US Open.
Viene da San Candido, nell’Alta Pusteria. Pochi chilometri più a Est e sarebbe stato cittadino austriaco.
Quando Massimo Sartori è andato a trovare i genitori, per chiedere loro il permesso di portarlo a vivere lontano da casa, si è sentito fare una curiosa domanda.
“È proprio necessario?”
“Se non lo è per lui, non so proprio per chi altro potrebbe esserlo” ha risposto il maestro.
La mamma si chiama Siglinde, il papà Hans Peter. Lavorano al Rifugio Fondovalle sulle Dolomiti, sopra Sesto Pusteria. Lei come cameriera, lui come cuoco.
“Chi pagherà vitto e alloggio?”
La Federtennis ci ha messo del suo, alla fine l’accordo è stato trovato.
“Mi hanno permesso di realizzare un sogno. Loro sono la cosa più bella che ho”. Loro sono la famiglia, nel gruppo c’è anche Mark, il fratello che vive a Bressanone.
I genitori hanno lasciato il ragazzo sempre libero di fare qualsiasi scelta. Senza mettergli pressione, senza mai intervenire in alcun aspetto dell’attività sportiva. Quando vanno a trovarlo a Bordighera, tanto per spiegarmi meglio, lo lasciano in pace durante l’intera giornata di lavoro per poi rivederlo la sera, in famiglia, per parlare attorno a una tavola preparata per la cena.
Il sogno è cominciato quando Jannik aveva ancora gli sci ai piedi.
Era il 2014 e lui andava forte. A livello giovanile primeggiava in slalom e gigante. No, niente discese.
Poi ha capito che quello non era lo sport a cui voleva dedicare la giovinezza. Non gli piaceva lavorare come un pazzo per chiudere il divertimento in una gara sempre troppo breve. Non gli piaceva che un solo errore potesse condizionare in modo totale l’intera prova.
“Il tennis ti concede tempo per recuperare”.
E agli Internazionali ha dimostrato con i fatti quanto sia importante avere quel tempo. Arrivato a Roma dopo la sconfitta in finale al Challenger di Ostrava, ha passato le qualificazione ed è entrato nel tabellone principale. Ha giocato dieci partite in dodici giorni.
Esordio contro il californiano Steve Johnson, numero 59 del mondo.
Sottomesso nel primo set, dominatore nel secondo, professionista esperto nel terzo in cui è stato sotto 2-5, ha rimontato, ha annullato un match point per poi marcare il punto della vittoria.
Al secondo turno ha trovato Stefanos Tsitsipas, 7 della classifica. Un giovanotto che nella stagione aveva messo assieme questi risultati: semifinalista agli Australian Open, finalista a Dubai e Madrid, vincitore a Marsiglia e all’Estoril.
Il ragazzo ha retto lo scontro. Ha giocato senza snaturare un tennis fatto di continua pressione da fondocampo, sfrontato al punto da pensare di poter decidere lui ritmo e andamento della partita.
Non sempre c’è riuscito, non sempre ce l’ha fatta a tenere quel ritmo senza sbagliare. Aggressivo il giusto, ha ceduto a un rivale che ha tre anni più di lui, un divario importante a questa età. Ha pagato pegno alla bravura di uno dei migliori tennisti del circuito, uno che al turno successivo ha spazzato via Fabio Fognini.
Nessun tentennamento, nessuno sbandamento per Jannik Sinner, solo felicità per avere avuto modo di imparare qualcosa in più.

Perché imparare gli piace. Per due volte ha fatto da sparring al re. A Bordighera prima, a Roma poi. E Roger Federer ha avuto parole di elogio.
“Sta crescendo bene. Piatti sta facendo un buon lavoro nello sviluppo della persona, non solo del giocatore”.
C’è da essere soddisfatti. E lui lo è. Raccoglie i complimenti, ringrazia e li mette da parte. Intanto continua a sognare.
Nei sogni c’è il numero 1 del mondo. Lo dice senza arroganza, nè presunzione.
“Lo dico perché sono sincero, perché lo penso. Se fai sport devi puntare sempre al massimo. Questo non significa che io sia certo di arrivare fin lassù. L’ho detto, è un sogno”.
Il ragazzo ha la giornata piena.
Tre ore le dedica al tennis, quattro alla preparazione atletica. Poi c’è la scuola privata: è studente di ragioneria, un po’ di televisione la sera (Prison Break e La casa di carta sono le serie preferite), la musica. E, nei tempi giusti, il divertimento.
Ha pur sempre 18 anni…
Persa la partita contro Tsitsipas, mezz’ora dopo si è presentato in conferenza stampa. Serio, a me è sembrato addirittura in imbarazzo, ma probabilmente era solo una naturale e sana timidezza.
Si toccava continuamente i calzini, tormentava le caviglie, sistemava quegli sbuffi di capelli rossi che andavano costantemente a coprire gli occhi. Rispondeva con calma, senza alcun eccesso.
Insomma, un tranquillo figliolo.

Bastava però che suonasse il via libera che sanciva la fine della chiacchierata con i giornalisti, per ritrovare il teenager pronto alla battuta, scanzonato, sorridente nel botta e risposta con Andrea Volpini con cui vive in simbiosi (nel Clan Piatti, accanto a lui c’è anche Cristian Brandi). Qualche risata di cuore, il volto allegro di chi è felice di quello che fa.
Il tennis è uno sport che ha bisogno del talento, ma anche e soprattutto di serietà e determinazione.
Lui sembra possedere entrambe, di talento ne ha in abbondanza.
Le sorprese non sono finite.
Jannik Sinner ha appena cominciato a stupirci.

 

 

 

Storia di Bianca Andreescu, una furia. L’ultimo incubo di Serena Williams

Le dissero: Non sarai in grado
di sopportare l’uragano.
Lei rispose: Io sono l’uragano.
(Ada Luz Marquez)

 

Lo vedevo in primo piano sul megaschermo, guardavo incantato quelle immagini del cancelletto di partenza. Lui era lì, un attimo prima di buttarsi nel toboga di ghiaccio a bordo del suo amico slittino.
Armin Zöggeler, un tipo da sei medaglie olimpiche di cui due d’oro, si muoveva come un maestro di Tai Chi. Solo, nel castello del silenzio, con gesti lenti ripassava mentalmente ogni tratto della pista, memorizzava ogni curva, ogni traiettoria. Chiudeva gli occhi, si concentrava e mimava con braccia e testa i movimenti che avrebbe dovuto fare. Non lo dimenticherò mai.
Anche Bianca Andreescu pratica la visualizzazione creativa, proietta con la mente le immagini di quello che spera poi accada. Quindici minuti di meditazione ogni giorno per ritrovare la pace, per visualizzare gli obiettivi. Lo fa da quando, aveva tredici anni, mamma Maria le ha regalato dei video che illustravano quel metodo di concentrazione.

Oggi, a diciannove anni, l’Uragano Bianca ha travolto a sorpresa il mondo del tennis. Un inizio di stagione fatto solo di magie: finale ad Auckland e successo a Indian Wells, vittoria su quattro ex numero 1 del mondo, salto in avanti in classifica: da 152 a 24, prima wild card ad alzare il trofeo nel deserto californiano.
E la scorsa notte, la Grande Magia. Il primo Slam, la vittoria su Serena Williams, la possibilità di chiudere da numero 1 l’anno.
È una forza della natura, lo è da sempre.
La mamma ricorda: “Da piccola era così scatenata, addirittura frenetica, che avevamo pensato di metterle un elmetto a protezione della testa. Non aveva paura di niente.”
Maria, la mamma rumena, laurea all’Università di Cracovia, si occupa di finanza. Nicu, il papà rumeno anche lui, è ingegnere meccanico. Sono sbarcati in Canada nel 1995.

Bianca nasce a Mississagua, dieci minuti di macchina da Toronto sul Lago Ontario, ma comincia a giocare proprio in Romania: a Pitesti. Ha sette anni, a farle da maestro è un amico del padre, che nel 2007 è tornato a casa per completare dei corsi di aggiornamento.
Nel 2009 Bianca, Maria e Nicu rientrano in Canada dove la Federazione Tennis comincia a prendersi cura della piccola potenziale campionessa.
La ragazza travolge qualsiasi ostacolo. E lo fa nonostante i tanti infortuni di cui rimane vittima. Braccia, gambe, piedi, spalle. Non si è fatta mancare niente.
In avvio 2016 non gioca per sei mesi, ha un problema ai piedi. Non riesce a correre. Andre Labelle, il coach di allora, trova il modo di non farle perdere gli allenamenti. Recupera, da uno degli uffici federali, una sedia con sotto le rotelle, toglie la spalliera e porta quella sedia sul campo.
Seduta sull’insolita macchina infernale, la ragazza continua la preparazione. Può colpire di volo e ne approfitta per perfezionare il drop shot. Affina il servizio migliorando il lancio della pallina, non può permettersi di sbagliare: sarebbe difficile per lei correrle dietro.
Funziona.

La Andreescu è un’agonista naturale.
Sperimenta più sport: calcio, pattinaggio, nuoto, ginnastica. Poi approda al tennis. La voglia di cambiare le rimane dentro. Dice che se facesse sempre la stessa cosa finirebbe per annoiarsi. Potrebbe essere una delle chiavi di lettura per capire anche il suo modo di giocare.
Mai ripetitiva, cambia ritmo continuamente, fa un uso astuto della smorzata, ha un servizio che fa male: anche la seconda palla viaggia a velocità elevata ed è precisa nelle traiettorie.
Ha forza mentale, è capace di improvvise variazioni tattiche. Può giocare da fondocampo, piatto, slice, in accelerazione e avventurandosi in ripetuti tentativi di palle corte. Usa tutto il repertorio con apparente facilità.
Per approdare in finale in Nuova Zelanda ha battuto lungo il percorso Caroline Wozniacki e Venus Williams. Per vincere a Indian Wells ha superato Garbiñe Muguruza, Eline Svitolina e nella partita per il titolo Angelique Kerber: 29 finali in carriera, 27 milioni di montepremi, ex numero 1 del mondo. A questo curriculum, prima di quella sfida, Bianca poteva opporre: seconda finale della vita, 350.000 dollari di prize money, numero 60 del mondo.
Ha vinto lei.

“Bianca Andreescu hai appena scritto la storia. Congratulazioni!” ha subito twittato il primo ministro canadese Justin Trudeau.
Chissà quale sarà il messaggio dopo il trionfo a New York.
“La Andreescu gioca come la Hingis, ma con più potenza” ha scritto sul sito della WTA il mito Martina Navratilova.
Più cauta la giovane tennista rumeno/canadese…
“Voglio diventare la numero 1 e vincere molti tornei dello Slam.”
Tranquilla Bianca, sei sulla strada giusta.
Vicina all’obiettivo smarrisce per un attimo la sua serenità.
Bisogna capirla, la popolarità le è sbocciata attorno improvvisa.
E lei è una ragazza che non nasconde le emozioni. Urla di gioia per un colpo riuscito, tenta di fracassare la racchetta sul cemento quando le cose vanno male, si rotola sul campo piangendo e coprendosi il viso dopo un punto decisivo.
Quando è lontana dal tennis, la figliola ha l’animo gentile e l’unica guerra che mette in atto è quella contro gli incivili che abbandonano gli animali. Se ne va in giro per le strade a cercare cani e gatti randagi. Li prende, li porta prima a casa e poi da un veterinario, li fa curare e quindi si adopera per trovare qualcuno che accetti di adottarli. Il suo sogno è quello di aprire un giorno più rifugi per animali abbandonati.
Per il momento si concentra sul gioco.
L’Uragano Bianca vuole continuare a travolgere qualsiasi rivale trovi sul suo cammino.
“Sono la fottuta vincitrice di Indian Wells!” ha urlato la ragazza ai giornalisti dopo avere messo a segno il grande colpo.
“È solo il primo Slam, a forza di immaginarle le mie fantasie sono diventate realtà” ha detto ieri notte dopo avere sgretolato Serenona.
Aveva tutte le ragioni per sentirsi euforica.
“È accaduto qualcosa di pazzesco. Potrebbe essere la favola di Cenerentola, ma questa per fortuna è semplicemente la realtà.”
Un titolo pazzesco in più nel curriculum e tanti bei dollari in banca, sono un bel modo per avviarsi verso la chiusura della stagione.
Muscoli tosti, faccia da furbetta, emozioni a vista. Determinazione, gioco spettacolare, personalità. È lei la protagonista di questo 2019. Il tennis femminile era a caccia di un personaggio forte, l’ha trovato in questa teenager che mi ricorda alcune smiling assassin famose. Prima fra tutte, e arrivo secondo, proprio Martina Hingis.
Bianca Andreescu è decisa a lasciare il segno. Gli US Open, dice, sono solo l’inizio.

 

Se non ci metterà troppo,
l’aspetterò tutta la vita
(Oscar Wilde)

 

 

 

La Signorina Grandi Forme ha colpito ancora. Taylor Townsend, che storia!

“Sei una cicciona, è meglio che tu rimanga a casa sino a quando non diventerai presentabile”.
Brutta cosa da sentire, soprattutto se stai inseguendo un sogno.
Taylor aveva sedici anni quando ha ricevuto la lettera della Federazione americana.
“Non sei forma”.
Per questo le tagliava i fondi. Niente più dollari per viaggiare da un torneo all’altro.
Lei ha fatto spallucce ed è andata avanti.
Era numero 1 del mondo tra le junior, aveva vinto l’Australian Open, aveva raggiunto risultati che le americane non toccavano da trent’anni. E quelli le dicevano che era grassa.
“È stata dura. Questa è un’epoca in cui sei davvero consapevole di ciò che sei, soprattutto una ragazza. È un argomento molto delicato. Quelle parole mi hanno fatto davvero male. Perché io non sono come tutte quelle che vedo in giro per il circuito. Loro sono magre, alte. Io sono bassa e muscolosa. Non posso farci niente. Non sapevo cosa volessero da me. Stavo lavorando per tirare giù qualche chilo e loro mi dicevano che ero grassa. Ora non dò più importanza a commenti come quelli. Le persone possono parlare e dire quello che vogliono, non mi importa quello che pensano gli altri. Sono sovrappeso, ma mi sento a mio agio in questo corpo. Non è obbligatorio essere tutte della stessa taglia per giocare a tennis.”

In passato a parlare del bullismo, che offendeva alcune ragazze per il loro aspetto, era stata Serena Williams: “Un mio ex ragazzo mi ha strappato il cuore a metà. La cosa peggiore di quella storia era il fatto che mi aveva lasciato pensare che il lato sbagliato fossi io. Mi aveva lasciato pensare che fossi brutta. Spero rimpianga il modo in cui mi trattava. Vorrei restare nella testa di quel ragazzo, essere un ricordo costante di ciò che aveva e che ora ha perso. Vorrei ricordargli in ogni momento il modo squallido in cui mi ha tartassata. È stata davvero dura levarmi tutta quella sporcizia che mi aveva lasciato dentro. Non è stato facile accettare il mio fisico in questa società in cui sembra esistano solo i magri, ma ora posso dire di amare il mio corpo: nessuna atleta ha un seno come il mio. Ho imparato ad apprezzare le mie curve.”
L’Usta dunque era stata chiara con Taylor: niente soldi per gli US Open junior 2012.
Ci avevano pensato quelli del suo circolo, XS Tennis di Chicago, a reperire fondi. Avevano fatto versare da 10 a 15 dollari a tutti quelli che volevano allenarsi con lei, quando avevano raggiunto la quota di mille euro le avevano comprato il biglietto aereo. Le altre spese le aveva coperte la mamma.
Sheila è sempre stata molto vicina alla figlia, soprattutto da quando ha divorziato da Gary. La bambina ha vissuto con molta ansia quel periodo difficile.
Solo in campo riusciva a trovare un po’ di serenità.
“Il tennis è stata la mia via di fuga dai dispiaceri della vita.”

Taylor Townsend è una ragazza che non sfugge al radar degli appassionati.
Per il suo fisico, 1.68 per 78 chili, e per lo stile. Un serve and volley perfezionato nel tempo, tocchi slice e un ottimo dritto. È una che ama il gioco a rete, al punto che nella fase di riscaldamento è l’unica che comincia con i colpi di volo anziché quelli da fondocampo.
Per due anni ha giocato da destrorsa, con un rovescio a due mani. Poi ha capito che era meglio cambiare e adesso tira ogni colpo da mancina.
Quegli US Open li ha poi giocati. Quarti di finale in singolare e vittoria in doppio.
Taylor è una tosta, anche se lei per definirsi usa il termine spumeggiante.
Per ottenere la wild card del Roland Garros 2014, il primo Slam di una giovane carriera, ha dovuto vincere due tornei. Nel secondo è riuscita ad aggiudicarsi quattro match in un giorno, due in singolare e altrettanti in doppio.

Ed è volata a Parigi. Al secondo turno ha fatto fuori Alizé Cornet, numero 21 del mondo, lei che aveva cominciato il torneo da 205.
Per festeggiare si è lanciata in una divertente danza: il Naè Naè, assai popolare dalle parti di Atlanta. Per concentrarsi e trovare la spinta nei momenti difficili, a ogni cambio campo ha consultato il libretto dei miracoli. Quello in cui appunta pensieri, motti, consigli.
Cosa mai ci sarà scritto in quelle pagine?
“Non vorrete che riveli a tutti i miei segreti’”, un sorriso e via.

Ama il calore della famiglia. Si allena vicino a Englewood a due passi da due nonne e un’infinità di zii, zie e cugini. Quando è a casa coccola Sochi: cagnolino di razza pik-a-poo (un incrocio tra un pechinese e un poodle) e Gilligan: un gatto che adora.
Se le chiedi quale è la persona che vorrebbe incontrare, ti risponde Beyoncé. Se le domandi quale è l’incontro che l’ha segnata, ti dice: “Quello con Martina Navratilova.”. Andy Murray le ha dedicato un Twitter dopo il successo con la Cornet, John McEnroe ha avuto parole di apprezzamento per il suo gioco.
Adesso Taylor è a New York per una nuova grande avventura all’Usta Billie Jean King National Tennis Center.
Da un paio di anni è tornata ad allenarsi con Donald Young sr, papà dell’ex numero 30 del mondo e amico di famiglia.
Negli anni dell’adolescenza aveva sofferto per una severa anemia e carenza di ferro. Ora sono solo brutti ricordi. La ragazza è ancora sovrappeso, ma sembra che in quel fisico si senta davvero a suo agio. In sua difesa si sono mosse Serena Williams e Lindsay Davenport, anche loro più volte accusate di avere chili in eccesso.
Lei ringrazia e va avanti.

Dopo una stagione senza lampi si è presentata agli US Open. Ha superato le qualificazioni, è approdata nel tabellone principale e ha mandato a casa Simona Halep, numero 4 del mondo, dopo avere annullato un match point.
Finora il suo miglior risultato negli Slam è il terzo turno al Roland Garros 2014.
Sembrava che un ciclone fosse pronto ad abbattersi sul mondo del tennis femminile. Poi è tornata a muoversi tra alti (pochi) e bassi. Finendo sui giornali più per qualche episodio curioso che per un successo eclatante.
Subito dopo quel Roland Garros stava giocando il doppio contro Rodionova/Hingis quando con un dritto centrava la nuca della sua compagna Liezel Huber, mettendola in pratica ko! Lacrime della poverina, dolori, ritiro. In qualsiasi torneo di tennis, la coppia avrebbe abbandonato, ma non si stava giocando un torneo qualsiasi.

Difendevano i colori dei Philadephia Freedoms nella World Team Tennis e non potevano dare forfait solo perché una delle due si era infortunata. Lo imponeva il regolamento. Così Taylor ha portato a conclusione una curiosa sfida uno/contro due. Ha perso, come era ovvio che fosse, anche perché le norme della WTT sono davvero bizzarre.
La Townsend non solo doveva opporsi da sola contro le ragazze del Washington Kastles, ma doveva farlo facendosi accompagnare dall’inquietante presenza del fantasma della Huber.
Non poteva rispondere ai servizi a cui avrebbe dovuto rispondere Liezel.
Non poteva sostituirsi alla compagna quando era il suo turno di battuta.
Ha provato a creare dei diversivi, ballando e agitandosi, ma è stato inutile.
Ha anche conquistato qualche punto, accompagnata dalle urla di incoraggiamento da parte del pubblico. E si giocava a Washington! Ma non ce l’ha fatta.

Anastasia Rodionova e Martina Hingis non hanno voluto rischiare. Dopo avere fallito un paio di servizi sul “Fantasma Huber” con la pallina che beffardamente usciva dalle linee, hanno deciso di battere da sotto…
Taylor Townsend l’ha presa bene, una grande risata per ridurre la tensione e poi qualche vincente tanto per non perdere l’abitudine.

 

È diversa dalle altre e per questo fa paura. Lei lo sa, ma fa spallucce. Poi sorride e ti conquista.
In un mondo di picchiatrici parla un linguaggio antico, fatto di slice e colpi di volo. Ma quando c’è da menare non si tira indietro.
Taylor Townsend, 23 anni lo scorso aprile, ha appena messo a segno un altro colpo.
Prossima puntata, oggi, inizio alle 23 (ora italiana) contro Sorana Cirstea.
Comunque vada, la Signorina Grandi Forme la sua battaglia l’ha già vinta.

 

 

 

 

Ivanisevic, Wimbledon 2001. Sette frasi per capire meglio il… Goran pensiero

La mia regola è usare soltanto parole 
che migliorino il silenzio.
(Eduardo Galeano)

Sette frasi per capire meglio GORAN IVANISEVIC.

7.
«Essere papà è fantastico ma c’è un problema. Lei non dorme. Di notte è come se si trasformasse in un vampiro. Si sveglia cinque o dieci volte, chiedendo qualsiasi cosa, cantando, chiamando. Se accade solo cinque volte in una notte è come se avessi vinto la lotteria. Ho provato a urlare, ma se urlo è ancora peggio, lei inizia a piangere e urlare più di me, così le do solo quello che vuole. Forse tra 10 anni dormirà tutta la notte».
(a Nick Harris, Independent, 28 novembre 2005)

6. 
«Balotelli mi piace da morire. Lo metterei sempre in squadra perché può decidere sempre. Vorrei conoscerlo, davvero, mettiamo sul tavolo tutte le nostre personalità e vediamo quant’è grande il tavolo».
(a Vincenzo Martucci, Gazzetta dello Sport, 27 giugno 2012)

5. 
«Sulla terra forse il tennis si gusta di più, ma se permettete a me non interessa, io vado in campo per vincere, non per piacere agli spettatori. Quando gioco un’esibizione scherzo, ma è a Wimbledon che stiamo giocando. Devo divertirmi io, non gli spettatori».
(a Roberto Perrone, Corriere della Sera, 27 giugno 1992)

4. 
«Mio padre mi ha detto: se vuoi colpire un dritto, fallo e basta. È solo una pallina da tennis, non un fantasma».
(a Gaia Piccardi, Corriere della Sera, 9 febbraio 2004)

3.
«Cosa non mi piace nel tennis? L’abitudine di usare l’asciugamano dopo ogni punto. È disgustosa, si perde tempo. Un doppio fallo e un asciugamano, una risposta in rete e un asciugamano…».
(a Stefano Semeraro, La Stampa, 28 giugno 2012)

2.
«Era come una tragedia greca, un film western. Rafter era lì, ma era come se non ci fosse. Era il mio mortale nemico in un duello sotto il sole, ma così lontano che forse mi stavo sbagliando: forse ero sempre io, forse mi stavo guardando allo specchio…».
(a Leonardo Colombati, Il Sole 24ore, 27 settembre 2017)

1.
«Ho guardato in alto al momento del primo match point: Signore, se sbaglio il primo servizio, fammi tirare una seconda molto forte. E fa’ che sia buona. Ma è stato un doppio fallo. Allora ho detto: forse il Signore è a pranzo e non mi vede. Poi ho fatto ace con la seconda di servizio e ho pensato: okay, ora è tornato. È solo grazie a lui se sono in finale. Mi ha dato un’altra opportunità. Ha detto: ragazzo sei così noioso, sempre a chiedere un’altra possibilità. Ma sono buono e voglio dartela. Speriamo continui così».
(Goran Ivanisevic, dopo la semifinale)

Ivanisevic vs Rafter, 18 anni dopo la finale di Wimbledon, il 17 luglio a Umago

A distanza di diciotto anni, Goran Ivanisevic e Patrick Rafter torneranno a sfidarsi su un campo da tennis.
L’ultima volta è accaduto il 9 luglio 2001, in una fantastica finale di Wimbledon vinta dal croato in cinque set appassionati come un ottimo thriller (6-3 3-6 6-3 2-6 9-7).
Il 17 luglio si affronteranno allo stadio di Umago, sul Centrale dedicato a Goran dopo la vittoria sull’erba londinese. L’esibizione avrà inizio attorno alle 22:00.
Dice Ivanisevic sul sito ufficiale del torneo ATP 250 Plava Laguna Croatia Cup: “È un sogno che diventa realtà. Non vedo l’ora di giocare ancora questa partita, farlo in Croazia sarà davvero speciale per me. Un grande ringraziamento a Patrick che arriverà dall’Australia proprio per questa occasione. Grazie a Umago e a tutte le persone che hanno reso possibile l’evento, sono sicuro che ci divertiremo”.
Felice anche Rafter: “Goran è un grande amico, non vedo l’ora di essere in Croazia. Abbiamo cercato di coordinare i nostri programmi per almeno un paio d’anni, così potrò finalmente vedere quanto sia bello quel Paese e finalmente riuscirò a capire perché i giocatori parlino così bene del Torneo di Umago”.
Wimbledon 2001 è stato l’ultimo torneo che Goran Ivanisevic è riuscito a vincere in carriera.
Ha giocato nel circuito ATP sino al 2004.
Nel 2005 è stato membro della squadra croata nella finale di Coppa Davis contro la Slovacchia a Bratislava. La Croazia ha vinto 3-2. Lui non ha giocato, ma ha ricevuto la medaglia e il suo nome è scritto sul trofeo assieme a quelli di Mario Ancic, Ivo Karlovic, Ivan Ljubicic e del capitano Nikola Pilic.
Da settembre 2013 a luglio 2016 è stato l’allenatore di Marin Čilić, che nel 2014 ha vinto gli US Open. Poi è diventato il coach di Tomáš Berdych. Dal 2018 a marzo 2019 è stato con Milos Raonic.
Subito dopo Wimbledon 2001 ha ricevuto l’offerta per un contratto a breve termine con l’Hajduk Spalato, squadra calcistica per cui ha sempre fatto il tifo.
“Avevo due sogni nella vita: vincere Wimbledon e giocare una sola volta con l’Hajduk, mi bastavano tre minuti”.
Ha partecipato a un match di esibizione nell’ottobre 2002, nelle file della Croazia del ’98 contro una squadra di star mondiali, per celebrare l’ultima partita di Zvonimir Boban. Goran ha segnato il gol dell’1-1, la partita si è chiusa sul 2-1 in favore delle stelle internazionali.
Patrick Rafter nel 2001 è stato finalista a Cincinnati e Montreal, ha vinto a Indianapolis. A dicembre 2002, dopo un’intera stagione senza giocare a causa di infortuni vari, ha annunciato il ritiro.
È stato capitano di Coppa Davis per l’Australia dal 2010 al 2015.
Goran Ivanisevic ha 47 anni, Patrick Rafter è un anno più giovane.

Il torneo di Wimbledon 2001 è il tema centrale del mio ultimo libro: “L’estate di Goran” (210 pagine, Edizioni Slam/Absolutely Free, 18 euro), reperibile nelle migliori librerie e sui principali siti di vendita online.

 

 

Giovedì in libreria “L’estate di Goran”, il trionfo di Ivanišević a Wimbledon 2001

È l’estate del 2001.
Un tennista croato, dopo avere perso tre finali, vince a sorpresa Wimbledon. Nessuna wild card c’era riuscita prima, nessuna ci riuscirà dopo.
È il torneo in cui il mondo scopre Roger Federer che, non ancora ventenne, elimina Pete Sampras: l’uomo che aveva alzato sette volte il trofeo nelle ultime otto edizioni.
Ma è soprattutto il momento di Goran Ivanišević. Ha sempre giocato per gli altri: per la sorella malata, per la patria, per il papà sofferente.
È arrivato il momento di giocare per se stesso.
Per centrare l’impresa, riesce a mettere d’accordo le tre personalità che si agitano in lui: i tre Goran da sempre in lotta tra loro. Ce la fa, elimina Jonsson, Moya, Roddick, Rusedski, Safin, Henman. Supera in finale Patrick Rafter in cinque set avvincenti come un thriller.
Il libro racconta i protagonisti di quel fantastico Wimbledon: Federer, Agassi e Sampras inclusi. E poi le superstizioni, i pensieri, le paure, i retroscena.
In questa storia si muovono anche due giovani tifosi croati che hanno chiesto per regalo di nozze i biglietti del torneo; un portiere d’albergo napoletano dall’animo poetico; un barista rumeno che parla in perfetto romanesco; due gemelli indiani che gestiscono un’edicola sempre aperta.
Nelle oltre duecento pagine c’è un po’ di boxe, non riesco a farne a meno. Alcuni personaggi (Ali, Benvenuti, De Piccoli, Musso) appena citati per ricordare un’impresa. Altri (Foreman e Lyle) raccontanti in uno dei match più feroci di sempre. Altri infine (Sylvester Stallone e Rino Tommasi) inseriti per caratterizzare un particolare momento della storia.
Giugno/luglio 2001.
È una calda estate di felicità.
Due mesi più tardi, sarà solo tragedia.

L’autore: Dario Torromeo.
Titolo: L’estate di Goran.
Pagine: 210.
Prezzo: 18 euro.
Edizioni: SLAM/Absolutely Free.
Dove comprarlo: da giovedì 27 giugno nella migliori librerie.
Siti online: già prenotabile.

 

N. 3 nell’era dei Fab Four del tennis, il maratoneta discreto si ritira

Non vi è alcuna ragione per cui un uomo
debba mostrare la sua vita al mondo.
Il mondo non capisce
(Oscar Wilde)

 

Cammina lentamente verso il centro del campo, ha la bandana rossa tra le mani, la depone all’incrocio delle righe. In tribuna Marta ha gli occhi umidi, scuote la testa, accarezza Leo. Moglie e figlio, che il 4 maggio compirà il primo anno di vita, stanno accompagnando il loro uomo nel lungo addio al tennis.

David Ferrer è un campione che ha attraversato lo sport senza urlare, senza gesti clamorosi. Facendo semplicemente il suo mestiere.

Profilo basso. È sempre stato convinto che solo il lavoro paghi. E ha ragione di pensarlo, se nel suo conto in banca sono finiti oltre oltre 31 milioni di dollari, se sul suo curriculum ha potuto scrivere: vincitore di 27 tornei, numero 3 del mondo l’8 luglio del 2013, tre Coppe Davis, un bronzo olimpico.

Non ha mai dato grande importanza al gossip, all’immagine, a quello che i giornali scrivevano di lui. Poche copertine per il maratoneta del tennis.

Eppure è arrivato in alto nella classifica. E l’ha fatto nella stagione dei Fab Four: Federer, Nadal, Djokovic, Murray.

“Ha meritato un posto subito dopo di noi” ha detto Nadal. Quel posto tra i Beatles della racchetta il giovanotto di Xabia, o Javea fate voi, l’ha conquistato con mille corse e pochi errori.

Di lui si è parlato poco.

Profilo basso. Non ha avuto il talento sconfinato di Roger Federer, contro cui ha perso tutte e diciassette le volte che ha giocato. Non ha avuto l’estrosità, la capacità di entrare in contatto diretto col pubblico di Novak Djokovic. Né la scontrosità raffinata di uno scozzese come Andy Murray.

Non ha avuto la potenza devastante di Rafa Nadal. Non ha mai vinto uno Slam. E ha giocato per una nazione che ha campioni in quantità industriale.

Ma è arrivato lì, terzo in classifica.

Lo chiamavano “The Wall”, il muro. Come i tifosi della Roma facevano con il difensore centrale Walter Samuel, la roccia che respingeva indietro ogni avversario. Lui rimandava al mittente ogni battuta.

«Era il migliore alla risposta dell’intero circuito», parola di Roger Federer.

Ma era anche silenzioso e sorridente, binomio che mal si sposa con lo star system.

Li vogliamo pazzi, maleducati, stravaganti o perfetti. Siamo pronti a perdonare solo la mostruosità del talento. E Ferrer di questo non ne ha mai avuto in misura abnorme. Lui correva, ribatteva, correva, sparava bordate profonde, correva, tirava negli angoli, correva. E quasi mai usciva dal recinto della normalità di una vita da mediano. Per trovare lo spunto da inserire in una storia, e renderla più interessante, bisogna andare molto indietro nel tempo, tornare al 1999. L’anno della svolta. Poca voglia di tennis, allergia all’allenamento, predisposizione al divertimento.

Ritardi, scarsa applicazione. Sembra impossibile che io stia parlando dello stesso David Ferrer che abbiamo sempre visto correre come un forsennato da una parte all’altra del campo. Eppure è la verità. Situazione estrema, estremi rimedi.

Javier Piles, era il suo tecnico, ma anche l’uomo che aveva chiuso il diciassettenne David nello stanzino dove il club riponeva vecchie racchette e palline. Un locale due metri per due, con le sbarre alla finestra.

Una sorta di prigione, era solo un magazzino. Attraverso quelle sbarre Javier gli passava pane e acqua. E basta.

Dopo tre ore, Piles aveva riaperto la porta.

David era uscito giurando che in quel circolo non l’avrebbero più rivisto.

I genitori del giovanotto erano gente all’antica, dotati di sani principi. Jaime, il papà, faceva il ragioniere. Pilar, la mamma, l’insegnante elementare. Gli avevano fatto un discorso chiaro.

«Se vuoi i soldi per andare a divertirti, per passare le serate in discoteca, devi lavorare».

Stop, fine delle trasmissioni.

Javea era ed è una bella città sul mare novanta chilometri a est di Ibiza. Lì David Ferrer è nato, lì è cresciuto fino a 13 anni.

Poi c’è stata Gaudia e infine Barcellona.

Residenza a parte, l’unica cosa chiara era che avrebbe dovuto trovarsi in fretta un lavoro. Muratore, ma sì andava bene anche quello. Una settimana a mettere mattoni su una carriola e a scaricarli di qua e di là per il cantiere. Alla fine i soldi in tasca era stati qualcosa di assai vicino ai 40 euro di oggi.

All’ottavo giorno, alle 9 del mattino, puntuale come una cambiale, David Ferrer si era ripresentato al campo di allenamento e aveva giurato a Piles che non avrebbe mai più fatto un minuto di ritardo. Ha mantenuto la promessa. Per tredici anni hanno lavorato assieme.

Marta Tornel è una bella ragazza, figlia di un signore che a Benifaiò aveva un negozio di ottica molto ben avviato. Lei è elegante, discreta, poco disposta a mettersi in mostra. Basso profilo, insomma. Quasi sempre. Meno che a Parigi quando nel 2012, ebbro di felicità per il primo Master 1000 vinto, David aveva saltato la gradinata ed era andato in tribuna ad abbracciare Piles, poi Rafael Garcia (il fisioterapista), Albert Molina (il manager) e infine a baciare la sua ragazza. Click, foto, prima pagina anche per loro.

Vincere non basta, a fare scattare la passione, soprattutto se non sei Federer. E poi David è un tipo davvero strano. Ama leggere, glielo ha insegnato la mamma. Una passione non proprio comune tra i campioni dello sport.

E lui legge, anche negli spogliatoi. In tre giorni è stato capace di divorare “I pilastri della Terra” di Ken Follett, 1300 pagine! Filosofia, mistero, autobiografie. È onnivoro. Divora qualsiasi cosa possa fargli scoprire nuovi mondi, aprirgli la conoscenza. Anche di se stesso.

Stravaganze, non ne ricordo. Se non quella di un legame al limite del feticismo con il suo asciugamano. Un legame così forte che lo ha convinto a inserire su Twitter la foto di loro due. Lui e l’asciugamano.

Vizi? Ne aveva uno, il fumo, ma ora appartiene ai ricordi anche quello.

Il ragazzo che tifa Valencia nel calcio (ma l’unica richiesta di autografo nella sua vita l’ha fatta a Pedrag “Peda” Mijatovic, il genio del Real Madrid), ha applaudito Safin/Ferrero/Hewitt nel tennis, ama il basket, non frequenta la vita guidando in corsia di sorpasso.

Si gode quotidianamente quello che ha. E continua a pensare che l’unica cosa che paghi sia il lavoro.

Picchia da fondocampo, è determinato, veloce, ma non ha un colpo decisivo. Come un pugile senza il pugno da ko, doveva sfiancare il rivale. Lavorarlo ai fianchi, costringerlo ad andare in affanno per poi piazzare la botta risolutrice. Ma doveva anche spendere meno dal punto di vista tecnico e mentale. E ogni volta per portare a casa il risultato era costretto a inseguire la partita perfetta.

Giocava da fondocampo, quello intorno alla rete è sempre stato un terreno sconosciuto.

Dritto e rovescio. Con questi due colpi è riuscito a fare tutto. Il resto lo ha mostrato solo in rarissime occasioni. Forse è per questo che è riuscito a reggere i ritmi massacranti che gli sono stati indispensabile per superare qualsiasi rivale. Ha conquistato titoli sul veloce, sulla terra e sull’erba.

È approdato in finale al Roland Garros, in semi agli Australian Open e agli US Open, a Wimbledon si è fermato ai quarti.

Ha vinto tre volte la Davis: 2008, 2009 e 2011. Ha messo in fila una serie incredibile di momenti positivi, fino a giungere sul podio della classifica, dopo sette stagioni da Top 20.

Profilo basso. È vero, ma navigando sottovento è arrivato quasi in cima alla vetta.

David Ferrer è un giocatore concreto.

Un uomo concreto.

Ossequioso dei consigli della mamma, una moglie che non ha nulla delle figliole che appaiono nelle foto e scompaiono nella vita. L’unica cosa che lega Marta al mondo dei ricchi campioni è la bellezza, ma anche questa senza esibizionismi, senza urla. Come il suo ragazzo.

Il Muro respingeva al mittente ogni pallina.

Correva come un maratoneta e picchiava forte.

Non ha avuto una moltitudine di fan, ma credete che a lui interessasse?

David Ferrer ha imparato una cosa molto importante dalla sua famiglia, la discrezione.

Una rarità nel mondo di oggi.

Soprattutto tra i baciati dalla fortuna e dai guadagni.

Il 5 maggio comincia il Master 1000 di Madrid.

Sarà il suo ultimo torneo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fognini, in fondo è la vittoria di chi diceva: facciamocelo piacere così com’è

Fabio Fognini ha vinto il Master 1000 di Montecarlo. In molti stanno correndo per saltare sul carro, dopo averlo frustato a sangue con le loro parole. Ripropongo (titolo compreso) un articolo che ho scritto nell’aprile del 2017 ed è stato pubblicato su Tennis Match. L’ho solo aggiornato nei tempi dei verbi e in qualche statistica.

Story Teller/ Fabio Fognini. Se non riusciamo a farcelo piacere per quello che è, per ciò che dimostra e sta facendo, la colpa è nostra… Lui è il miglior tennista italiano, per classifica e risultati dopo i miracolosi Anni Settanta. E gioca un tennis di una bellezza unica. Così noi di Tennis Match abbiamo deciso di dare un taglio alle troppe (e inutili) discussioni sul suo carattere.

E se imparassimo a farcelo piacere così come è?

Lui è un tipo un po’ così, come quelli che nascono lì, in Liguria.

Ha un sorriso contagioso quando è in buona, uno sguardo che ti tiene lontano quando le cose non vanno come vorrebbe.

Fabio Fognini è quello che in un video girato per l’Associazione Tennisti Professionisti, alla domanda: “Che consiglio daresti ai giovani che vogliono diventare una stella del tennis?” ha risposto molto seriamente: “Essere pazienti, è sicuramente la prima cosa”.

E se lo dice lui…

Premiata Ditta Fognini
distruggiamo racchette dal 1987

Purtroppo non è mia, ma di Gene Gnocchi che se l’è fatta scrivere su una maglietta.

Fabio è anche quello che sul suo profilo Atp ha messo come prima frase della sua biografia:

Nickname is “Fogna”

Il soprannome è Fogna.

Ne conoscete altri così?

È quello che, assieme a Flavia Pennetta, campionessa, consorte e mamma, per annunciare l’arrivo del primogenito aveva scritto sui social: “Baby Fognetta is coming”.

Lo so, a tutti voi interessa soprattutto il tennista.

E, anche qui, perché sperare sempre che sia diverso da quello che ha finora mostrato di essere? Non è che nella famiglia del tennis italiano ne abbiamo avuti molti più bravi di lui.

In fondo è sempre uno che si è arrampicato sino al numero 12 del mondo. E tutti noi lì a dire: forza, un altro piccolo sforzo e entri nella Top Ten. E se lui non ce la fa, giù con gli insulti. Perché, diciamocela tutta, non è solo Fabio a usare brutte parole in questa storia.

È stato l’unico italiano dopo Adriano Panatta e Corrado Barazzutti a chiudere per due anni consecutivi tra i primi venti.

Ma questo non ci basta.

Ha sconfitto Andy Murray e per quattro volte Rafa Nadal, due consecutive sulla terra rossa, una nella memorabile sfida in rimonta dopo essere stato sotto di due set sul veloce degli US Open 2015, l’ultima l’altro giorno in semifinale a Montecarlo.

Ma questo non ci basta.

È arrivato in semifinale nel Masters 1000 di Miami, livello di torneo in cui non si ricordano vincitori italiani.

Ma questo non ci basta.

È stato il primo italiano a vincere un Master 1000.

Ma questo non ci basta.

Lui ama Valentino Rossi, è amico di Bobo Vieri e tifa Inter.

Dico, segnali di che tipo fosse ce ne ha mandati in quantità.

Ma questo non ci basta.

Lo raccontiamo come uno che non è riuscito a costruire niente. Ne parliamo come se venisse da una scuola italica che da sempre sforna campioni.

Il tennis di casa nostra, tra i maschietti, ha avuto nei tempi lontani Nicola Pietrangeli, in quelli più recenti Adriano Panatta. Poi, a livello di vincenti nei tornei del Grand Slam, ci fermiamo lì in tutta la storia di questo sport.

Fognini mette assieme nove tornei, disputa partite importanti, batte qualche Top Ten, porta punti preziosi in Coppa Davis.

Ma questo non ci basta.

E allora accade che alla fine anche lui cominci a pensarci su, a sognare che stravolgendo tutto potrebbe finalmente dare una risposta alla nostra e soprattutto alla sua voglia di capire dove possa arrivare.

Maggio 2017 doveva essere l’anno della svolta.

Era il mese in cui compiva trent’anni, in cui è nato il primogenito, l’ha chiamato Federico ed è venuto al mondo il 19: tre giorni dopo la sua vittoria agli Internazionali di Roma contro il numero 1 Andy Murray.

Appuntamenti importanti per cui si era messo il vestito della festa.

Aveva cambiato coach, ma siccome sapeva che a noi questo non sarebbe bastato, ha cambiato anche preparatore atletico. Ha preso Douglas Cordero, cubano residente a Miami. Si è allenato in Florida, ha perso qualche chilo, ha dato tonicità ai muscoli.

Poi maggio è scivolato via senza ricordi da incorniciare e il 2017 non gli ha regalato grandi acuti. Il circo ha continuato a lavorare. Lui a giocare, gli altri a riempirlo di: sta gettando a mare un talento unico, non si impegna, spreca cento occasioni. E via così…

Poi arriva una domenica di Pasqua nell’anno di grazia 2019 e accade qualcosa di magico.

A Montecarlo batte il numero 3 Alexander Zverev, nei quarti elimina Coric, sconfigge Rafa in semifinale e supera Lajovic nella partita per il titolo.

In un colpo solo riaccende i sogni.

Soprattutto i nostri.

Ma già so che non riusciremo a goderci il momento. Fantastichiamo sempre su come avrebbe potuto essere il passato, su quello che potrebbe essere il futuro.

La semifinale non ci bastava, la vittoria su Nadal era bella, ma non pienamente appagante. Il torneo Fogna doveva vincerlo. E quando è accaduto, finalmente abbiamo dimenticato in fretta tutto il cattivo che avevamo detto su di lui.

A dirla tutta, anche noi qualche giustificazione la abbiamo.

Fognini è uno che ha movenze fluide e rapide, che tira un rovescio come si deve fino a farlo diventare il suo colpo migliore, che serve meglio di quasi tutti gli italiani, che ha gambe veloci e reattive. Insomma è uno che le speranze te le strappa dal cuore.

Non ce la facciamo proprio a farcelo piacere così come è troppo spesso ne vediamo solo il lato buio, rimanendo ciechi davanti all’altra faccia della Luna.

Travolti dal borghese conformismo dello sport moderno, arriviamo a scambiare per mancata capacità di crescere anche il sano divertimento di uno che non può certo maledire la vita.

Così quando avanza a Miami e dopo una partita chiusa con un successo scrive sullo schermo della tv:

Niña, se vinco non torno più.

O a Montecarlo ricama sulla telecamera:

Fogna 2 ahahahah

diciamo con un pizzico di rimprovero: “Eccolo lì, l’eterno Peter Pan”.

Signori, ma datevi una calmata. La vita è così piena di brutture che un sorriso non può certo farvi male. E poi, letta la prima parte, andate a vedere sino in fondo alla frase: c’è un TA scritto dentro un cuore. Un Ti Amo lanciato via etere alla donna della sua vita. Prendetelo tutto insieme il pacchetto. Gioventù e sentimento non devono farvi paura.

Non so, due anni fa non credevo che Fabio Fognini potesse risalire sino a fare meglio di dove era stato. Tranquilli tutti, giocatore compreso. Era solo la mia opinione e non mi vergogno di ricordarla.
Ma ho anche detto che mi ha regalato e mi regalerà momenti di grande emozione su un campo da tennis.
A me questo basta, non gli chiedo altro. Non pretendo che cambi.

Perché sono sempre più sicuro che solo rimanendo se stesso riuscirà a offrirci altre vittorie. Sbagliano le donne quando sposano un uomo e pretendono di cambiarlo. Sbagliamo noi quando ci innamoriamo di un giocatore e vorremmo che in campo facesse esattemente quello che NOI pensiamo sia giusto fare. Anche se di tennis ne capiamo molto, infinitamente meno di lui…

Quindi, ve lo chiedo ancora.

E se imparassimo a farcelo piacere così come è?

 

 

Si ritira Francesca Schiavone, il suo era un grande tennis tra amori e paure

Che cosa è il genio? È fantasia, intuizione,
colpo d’occhio e velocità di esecuzione
(Gastone Moschin, Amici miei)

 

Questa storia ha inizio nei primi giorni di marzo, in un ristorante sul mare, davanti a uno splendido pesce arrosto e a un bicchiere di buon vino. Da una parte del tavolo il mio amico Andrea, dall’altra io. Lui ama il jazz, io ne so davvero poco anche se mi piace ascoltarlo.

Sono curioso di natura e per curiosita gli chiedo di suggerirmi il nome di un musicista dal suono caldo, che sappia toccare picchi di grande talento, capace di esprimersi in modo diverso dagli altri.

Andrea mi risponde con un consiglio.

“Ascolta “My favorite things” di John Coltrane”.

Lo farò appena tornato a casa, lo prometto.

Ora è lui a farmi una domanda.

“E nel tennis femminile c’è qualcuna che sappia toccare picchi di grande talento e abbia un gioco caldo, musicale?”

“Certo”

“E…”

“Restando in casa nostra dico un nome: Francesca Schiavone”.

Certo il sassofono di John Coltrane ha note di una magia più alta, ma non a caso appena cito la milanese sono proprio alcune parole del jazzista a tornarmi alla mente.

“Ho vissuto per molto tempo nell’oscurità perché mi accontentavo di suonare quello che ci si aspettava da me, senza cercare di aggiungerci qualcosa di mio”.
L’adagiarsi sul mare della tranquillità per paura di affrontare nuovi percorsi è il nemico peggiore per chi ha grande talento, ma non altrettanto coraggio.

Andrea, che sa anche di tennis, aggiunge una frase di Nathaniel Adderley, cornetta e tromba guida nel soul jazz.

“Non ho mai sentito di un musicista jazz che sia andato in pensione. Ami ciò che fai, quindi se vai in pensione, cosa fai, suoni per i muri?”.

Anche in Francesca c’è uno spiccato senso del paradosso. Lo usa con la consapevolezza di chi ha trasformato il proprio lavoro nell’amore di una vita.

“Smettetela di chiedermelo. Una come me non si ritirerà mai”.

La Schiavone firma così la sua dichiarazione di guerra contro coloro che vorrebbero etichettarla in fretta come ex.
In fondo Adderley non ha detto una cosa molto diversa.
Basta mettere il tennis al posto del jazz e il gioco è fatto.
Ed è veloce anche il collegamento con le parole di Coltrane.
In un mondo di picchiatrici, di gente che usa la racchetta come mezzo per offendere, lei con l’attrezzo ricama traiettorie magiche, propone nuovi orizzonti. Perché è così che interpreta il mestiere.

“Una volta ho scritto: se l’arte del frullone fosse materia di studio, Francesca Schiavone sarebbe professoressa emerita. Nel tennis di questa piccolina, comunque dotata di un fascio di muscoli scattanti, c’è la passione di chi cerca la strada migliore da percorrere frugando tra i gesti del passato”.
Lei così minuta, non avrebbe potuto e non può ingaggiare lotte selvagge col popolo delle amazzoni e allora usava e usa le armi di una volta. Un tempo le bastava aggiungere un po’ di grinta per vincere. Oggi che gli anni corrono veloci, deve affidarsi alla costanza di un rendimento decoroso e a un talento che non l’abbandonerà mai.
Perché la Schiavo è una tennista capace di regalare cento emozioni, una guerriera che non si arrende mai.
Mi impegno come se dovessi conquistare un amore” mi ha detto tempo fa. Ogni punto raccolto è un abbraccio, un bacio, una carezza. Perché è lei stessa ad avere bisogno d’amore: “È il dono più grande della vita”.
È una ragazza che si mette costantemente in gioco. Punta forte e chiede la gioia di un fremito, di un’eccitazione che può venire da un bel colpo, da un game portato a casa con grande fatica, di una partita strappata via quando sembrava persa.

Andrea mi chiede cosa faccia di lei una tennista così speciale.
“Ha bisogno di immergersi sino in fondo all’anima nello sport che ama, ma ha bisogno anche di sentirlo sul proprio corpo. Quando ha vinto il Roland Garros 2010 ha prima baciato e poi mangiato la terra rossa del Philippe Chatrier. Si è rotolata sul campo per sporcarsi il bianco del completino, per sentire sulla pelle la terra che le aveva regalato una gioia così grande da riempirle il cuore. La sua è una gestualità pagana che le ha permesso di vivere intensamente l’avventura sino in fondo”.
La Schiavo ha sempre praticato un tennis fatto di tocchi che sembravano e sembrano dimenticati dal resto del gruppo.

Un rovescio a una mano pieno di istinto e naturalezza. E poi smorzate, variazioni di ritmo, top spin esasperati. Una tattica diversa per ogni partita. Perché la signora sa leggere la sfida come poche altre giocatrici, sa scegliere il percorso migliore. Non è detto che oggi riesca portarlo a termine felicemente, ma sicuramente nella sua mente l’idea è chiara e precisa come lo era negli anni della gloria.
Quando sta sotto non si arrende, mette assieme le armi di un tennis pieno di risorse e riprende a lottare. Ma per esprimersi al meglio, per volare sul campo, deve sentirsi amata, perché il suo modo di interpretare il tennis è sentimentale, antico e nobile come i gesti che regalava e (a tratti) ancora regala sul campo. E così non nasconde nulla al pubblico. E’ solare. Si esprime con la faccia, con l’intero corpo. Gioia, delusione, rabbia, felicità sono tutte in vetrina. Vuole che anche la gente si senta partecipe del suo umore. Perché lei alla folla chiede aiuto.

“A questo punto ci starebbe bene uno di quei paralleli che spesso fai con lo sport che più ami” mi provoca Andrea.

Raccolgo la sfida.
“Non so se lei abbia mai visto all’opera Muhammad Ali, anche lui succhiava energia a chi era lì per vederlo combattere. Dagli applausi, dalle urla, dagli incitamenti, prendeva nuova forza per andare avanti”.
Il suo tennis, come penso sia la sua vita, è pieno di domande, di dubbi.

Quando gioca, non sa bluffare. Soffre perché teme che dopo ogni singola partita, un Tribunale spietato possa valutare la sua intera carriera. Perdere, pensa, sminuirebbe anche tutto quello che ha già conquistato. E’ un timore ingiustificato. Chiunque parlasse di lei in questi termini, sbaglierebbe clamorosamente.
E’ nella storia dello sport.
Ma neppure questa certezza riesce a tranquillizzarla.
E’ un tennis fisico e di tocco quello della Schiavo. Con il rovescio a una mano, le volée vellutate, i pallonetti imprendibili, le smorzate assassine. Ma anche con le rincorse su palle disperate, i recuperi miracolosi, la lotta sino all’ultimo colpo. È un modo di giocare che l’ha portata in alto, fino a farle toccare il numero 4 del mondo e a essere etichettata come la numero 1 italiana di sempre. Ma lei respinge il giudizio sulle bocche di chi l’ha pronunciato.
“Non faccio questo sport per impormi su qualcuno. Lo faccio perché lo amo”.
È questa la chiave di lettura per capire cosa l’abbia spinta ad andare avanti fino ai trentotto anni che ha compiuto in giugno, avanti anche quando i risultati negativi si assommavano in modo tale da creare un potenziale imbarazzo.
Sulla terra rossa è stata campionessa di livello assoluto perché su quella superficie ha tempo per pensare, spazio per far valere il tocco contro la potenza, capacità di gestire tatticamente la partita senza rimanere ostaggio del servizio.
Sul campo è da applausi. Regala ancora emozioni, ma anche lampi di classe assoluta. Fuori dal rettangolo di gioco fatica di più.
Ha problemi soprattutto a relazionarsi con la stampa.
Qualche tempo fa mi ha detto.
Ho paura di essere fraintesa, di passare per quella che non sono, di rompere il filo che mi lega agli altri. Io ho bisogno di dividere le mie gioie, non poterlo fare mi darebbe un grande senso di angoscia”.
E allora si lancia in discorsi rincorrendo parole che a volte le scappano via inaspettatamente. Nel tentativo di rimetterle in riga, di dare all’intero discorso un senso logico, si perde per strada e finisce con il creare un nuovo modo di comunicare.
A me sembra che la Schiavo un po’ ci giochi, un po’ ne sia vittima. La realtà è che alla fine non sempre il messaggio arriva nello stesso modo in cui era stato pensato.
Ma resta comunque unica.
Come in campo, anche davanti a un giornalista di cui si fida, Francesca è una donna contro. Esprime concetti mai banali, regala scosse emotive, disegna scenari da scrittrice vera. Ogni intervista che le ho fatto mi ha dato solidi elementi per un buon titolo. E questa è una qualità che, a mio giudizio, pochi sportivi hanno.
Ma è anche una che non ce la fa a fidarsi del tutto.
Scriveva poesie, ha smesso. Scriveva un diario, non l’ha fatto leggere a nessuno. Mi ha detto: “Mi sono fermata. Tutto è troppo contorto. Scrivo quando sento qualcosa di importante nascere dentro di me. O forse me lo immagino. Non le faccio leggere perchè ho paura che dai miei versi si possa capire cosa provo, non mi piace mettere a nudo la mia anima davanti a chiunque.
Non le piace confrontarsi con i giornalisti, ha la sensazione che le rubino qualcosa nell’anima.
Fatico a darle torto.

“Sei conquistato da questa tennista, per come gioca e per come pensa. Regalami con poche parole qualcos’altro di lei che ti ha conquistato”, Andrea comincia a prenderci gusto. La storia gli piace.

“Una volta mi ha raccontato che al mattino appena sveglia le piaceva ascoltare Mozart e che niente come una corsa sulla moto riuscisse a regalare una sensazione di libertà. Mi sembra possa bastare”.
È anche per questo che quando vinceva, non riuscivo a trattenere un sorriso. Ero felice per lei, la piccola guerriera talentuosa aveva colpito ancora.

Andrea sorride, penso proprio che la Schiavo abbia conquistato anche lui.

Entro in uno dei rari negozi di dischi, cerco e trovo My favorite things di John Coltrane. Una magia. Come ho fatto ad arrivare fino a oggi senza averlo mai ascoltato?

Come potete amare il tennis se non vi siete mai emozionati vedendola giocare? Adesso è tardi, ha detto basta ed è uscita di scena. Applausi.