Si ritira Francesca Schiavone, il suo era un grande tennis tra amori e paure

Che cosa è il genio? È fantasia, intuizione,
colpo d’occhio e velocità di esecuzione
(Gastone Moschin, Amici miei)

 

Questa storia ha inizio nei primi giorni di marzo, in un ristorante sul mare, davanti a uno splendido pesce arrosto e a un bicchiere di buon vino. Da una parte del tavolo il mio amico Andrea, dall’altra io. Lui ama il jazz, io ne so davvero poco anche se mi piace ascoltarlo.

Sono curioso di natura e per curiosita gli chiedo di suggerirmi il nome di un musicista dal suono caldo, che sappia toccare picchi di grande talento, capace di esprimersi in modo diverso dagli altri.

Andrea mi risponde con un consiglio.

“Ascolta “My favorite things” di John Coltrane”.

Lo farò appena tornato a casa, lo prometto.

Ora è lui a farmi una domanda.

“E nel tennis femminile c’è qualcuna che sappia toccare picchi di grande talento e abbia un gioco caldo, musicale?”

“Certo”

“E…”

“Restando in casa nostra dico un nome: Francesca Schiavone”.

Certo il sassofono di John Coltrane ha note di una magia più alta, ma non a caso appena cito la milanese sono proprio alcune parole del jazzista a tornarmi alla mente.

“Ho vissuto per molto tempo nell’oscurità perché mi accontentavo di suonare quello che ci si aspettava da me, senza cercare di aggiungerci qualcosa di mio”.
L’adagiarsi sul mare della tranquillità per paura di affrontare nuovi percorsi è il nemico peggiore per chi ha grande talento, ma non altrettanto coraggio.

Andrea, che sa anche di tennis, aggiunge una frase di Nathaniel Adderley, cornetta e tromba guida nel soul jazz.

“Non ho mai sentito di un musicista jazz che sia andato in pensione. Ami ciò che fai, quindi se vai in pensione, cosa fai, suoni per i muri?”.

Anche in Francesca c’è uno spiccato senso del paradosso. Lo usa con la consapevolezza di chi ha trasformato il proprio lavoro nell’amore di una vita.

“Smettetela di chiedermelo. Una come me non si ritirerà mai”.

La Schiavone firma così la sua dichiarazione di guerra contro coloro che vorrebbero etichettarla in fretta come ex.
In fondo Adderley non ha detto una cosa molto diversa.
Basta mettere il tennis al posto del jazz e il gioco è fatto.
Ed è veloce anche il collegamento con le parole di Coltrane.
In un mondo di picchiatrici, di gente che usa la racchetta come mezzo per offendere, lei con l’attrezzo ricama traiettorie magiche, propone nuovi orizzonti. Perché è così che interpreta il mestiere.

“Una volta ho scritto: se l’arte del frullone fosse materia di studio, Francesca Schiavone sarebbe professoressa emerita. Nel tennis di questa piccolina, comunque dotata di un fascio di muscoli scattanti, c’è la passione di chi cerca la strada migliore da percorrere frugando tra i gesti del passato”.
Lei così minuta, non avrebbe potuto e non può ingaggiare lotte selvagge col popolo delle amazzoni e allora usava e usa le armi di una volta. Un tempo le bastava aggiungere un po’ di grinta per vincere. Oggi che gli anni corrono veloci, deve affidarsi alla costanza di un rendimento decoroso e a un talento che non l’abbandonerà mai.
Perché la Schiavo è una tennista capace di regalare cento emozioni, una guerriera che non si arrende mai.
Mi impegno come se dovessi conquistare un amore” mi ha detto tempo fa. Ogni punto raccolto è un abbraccio, un bacio, una carezza. Perché è lei stessa ad avere bisogno d’amore: “È il dono più grande della vita”.
È una ragazza che si mette costantemente in gioco. Punta forte e chiede la gioia di un fremito, di un’eccitazione che può venire da un bel colpo, da un game portato a casa con grande fatica, di una partita strappata via quando sembrava persa.

Andrea mi chiede cosa faccia di lei una tennista così speciale.
“Ha bisogno di immergersi sino in fondo all’anima nello sport che ama, ma ha bisogno anche di sentirlo sul proprio corpo. Quando ha vinto il Roland Garros 2010 ha prima baciato e poi mangiato la terra rossa del Philippe Chatrier. Si è rotolata sul campo per sporcarsi il bianco del completino, per sentire sulla pelle la terra che le aveva regalato una gioia così grande da riempirle il cuore. La sua è una gestualità pagana che le ha permesso di vivere intensamente l’avventura sino in fondo”.
La Schiavo ha sempre praticato un tennis fatto di tocchi che sembravano e sembrano dimenticati dal resto del gruppo.

Un rovescio a una mano pieno di istinto e naturalezza. E poi smorzate, variazioni di ritmo, top spin esasperati. Una tattica diversa per ogni partita. Perché la signora sa leggere la sfida come poche altre giocatrici, sa scegliere il percorso migliore. Non è detto che oggi riesca portarlo a termine felicemente, ma sicuramente nella sua mente l’idea è chiara e precisa come lo era negli anni della gloria.
Quando sta sotto non si arrende, mette assieme le armi di un tennis pieno di risorse e riprende a lottare. Ma per esprimersi al meglio, per volare sul campo, deve sentirsi amata, perché il suo modo di interpretare il tennis è sentimentale, antico e nobile come i gesti che regalava e (a tratti) ancora regala sul campo. E così non nasconde nulla al pubblico. E’ solare. Si esprime con la faccia, con l’intero corpo. Gioia, delusione, rabbia, felicità sono tutte in vetrina. Vuole che anche la gente si senta partecipe del suo umore. Perché lei alla folla chiede aiuto.

“A questo punto ci starebbe bene uno di quei paralleli che spesso fai con lo sport che più ami” mi provoca Andrea.

Raccolgo la sfida.
“Non so se lei abbia mai visto all’opera Muhammad Ali, anche lui succhiava energia a chi era lì per vederlo combattere. Dagli applausi, dalle urla, dagli incitamenti, prendeva nuova forza per andare avanti”.
Il suo tennis, come penso sia la sua vita, è pieno di domande, di dubbi.

Quando gioca, non sa bluffare. Soffre perché teme che dopo ogni singola partita, un Tribunale spietato possa valutare la sua intera carriera. Perdere, pensa, sminuirebbe anche tutto quello che ha già conquistato. E’ un timore ingiustificato. Chiunque parlasse di lei in questi termini, sbaglierebbe clamorosamente.
E’ nella storia dello sport.
Ma neppure questa certezza riesce a tranquillizzarla.
E’ un tennis fisico e di tocco quello della Schiavo. Con il rovescio a una mano, le volée vellutate, i pallonetti imprendibili, le smorzate assassine. Ma anche con le rincorse su palle disperate, i recuperi miracolosi, la lotta sino all’ultimo colpo. È un modo di giocare che l’ha portata in alto, fino a farle toccare il numero 4 del mondo e a essere etichettata come la numero 1 italiana di sempre. Ma lei respinge il giudizio sulle bocche di chi l’ha pronunciato.
“Non faccio questo sport per impormi su qualcuno. Lo faccio perché lo amo”.
È questa la chiave di lettura per capire cosa l’abbia spinta ad andare avanti fino ai trentotto anni che ha compiuto in giugno, avanti anche quando i risultati negativi si assommavano in modo tale da creare un potenziale imbarazzo.
Sulla terra rossa è stata campionessa di livello assoluto perché su quella superficie ha tempo per pensare, spazio per far valere il tocco contro la potenza, capacità di gestire tatticamente la partita senza rimanere ostaggio del servizio.
Sul campo è da applausi. Regala ancora emozioni, ma anche lampi di classe assoluta. Fuori dal rettangolo di gioco fatica di più.
Ha problemi soprattutto a relazionarsi con la stampa.
Qualche tempo fa mi ha detto.
Ho paura di essere fraintesa, di passare per quella che non sono, di rompere il filo che mi lega agli altri. Io ho bisogno di dividere le mie gioie, non poterlo fare mi darebbe un grande senso di angoscia”.
E allora si lancia in discorsi rincorrendo parole che a volte le scappano via inaspettatamente. Nel tentativo di rimetterle in riga, di dare all’intero discorso un senso logico, si perde per strada e finisce con il creare un nuovo modo di comunicare.
A me sembra che la Schiavo un po’ ci giochi, un po’ ne sia vittima. La realtà è che alla fine non sempre il messaggio arriva nello stesso modo in cui era stato pensato.
Ma resta comunque unica.
Come in campo, anche davanti a un giornalista di cui si fida, Francesca è una donna contro. Esprime concetti mai banali, regala scosse emotive, disegna scenari da scrittrice vera. Ogni intervista che le ho fatto mi ha dato solidi elementi per un buon titolo. E questa è una qualità che, a mio giudizio, pochi sportivi hanno.
Ma è anche una che non ce la fa a fidarsi del tutto.
Scriveva poesie, ha smesso. Scriveva un diario, non l’ha fatto leggere a nessuno. Mi ha detto: “Mi sono fermata. Tutto è troppo contorto. Scrivo quando sento qualcosa di importante nascere dentro di me. O forse me lo immagino. Non le faccio leggere perchè ho paura che dai miei versi si possa capire cosa provo, non mi piace mettere a nudo la mia anima davanti a chiunque.
Non le piace confrontarsi con i giornalisti, ha la sensazione che le rubino qualcosa nell’anima.
Fatico a darle torto.

“Sei conquistato da questa tennista, per come gioca e per come pensa. Regalami con poche parole qualcos’altro di lei che ti ha conquistato”, Andrea comincia a prenderci gusto. La storia gli piace.

“Una volta mi ha raccontato che al mattino appena sveglia le piaceva ascoltare Mozart e che niente come una corsa sulla moto riuscisse a regalare una sensazione di libertà. Mi sembra possa bastare”.
È anche per questo che quando vinceva, non riuscivo a trattenere un sorriso. Ero felice per lei, la piccola guerriera talentuosa aveva colpito ancora.

Andrea sorride, penso proprio che la Schiavo abbia conquistato anche lui.

Entro in uno dei rari negozi di dischi, cerco e trovo My favorite things di John Coltrane. Una magia. Come ho fatto ad arrivare fino a oggi senza averlo mai ascoltato?

Come potete amare il tennis se non vi siete mai emozionati vedendola giocare? Adesso è tardi, ha detto basta ed è uscita di scena. Applausi.

 

Adriano attore, in un cammeo ironizza sui peccati del tennis moderno. Fantastico.

Faccio quotidianamente un giro su Twitter. Non cerco slogan o indiscrezioni, inseguo un piccolo aiuto. A volte lo trovo. Stavolta me lo ha dato un tweet di Rosario Fiorello che ha postato una clip da “La profezia dell’Armadillo“, un film di Emanuele Scaringi, sceneggiatura del gruppo di Zerocalcare, Valerio Mastrandrea, Oscar Giloti e Pietro Martinelli. Tra gli interpreti Simone Liberati, Pietro Castellitto, Laura Morante, Valerio Aprea, Claudia Pandolfi.
E poi c’è un cammeo di Adriano Panatta. È quello che ha fatto scattare la scintilla.
Adriano è un romano disincantato. Smorza gli entusiasmi con una risata, ridimensiona le situazioni con una battuta. Nel film interpreta se stesso, nel senso più completo della parola. È lui, sia nella figura che in quello che dice.
Ho visto la clip e ne sono rimasto conquistato. Eccezionale.
E allora mi sono ricordato di una chiacchierata che abbiamo fatto qualche tempo fa.
Le sue parole sul trailer ne rappresentano il riassunto perfetto.

Adriano Panatta, cosa non ti piace del tennis di oggi?

“Non amo i picchiatori. A parte Federer e Nadal giocano tutti uguale. La differenza la fanno quattro pallate a tutto braccio, a volte un po’ casuali. Prima dietro un punto c’era un’idea, un’invenzione, fantasia.”

Quale è stato il momento in cui tutto è cambiato?

“Quando è cambiato l’attrezzo. Le nuove racchette ti permettono di scegliere soluzioni tecniche che con quelle di legno non potevi neppure immaginare.”

Sì, ma non è che basta una racchetta di oggi per tirare botte tremende.

“Con queste tireresti forte anche tu.”

Nella tua epoca c’erano più variazioni tattiche?

“Giocavamo su ritmi più lenti, potevamo prenderci il lusso di pensare. Oggi tirano forte, è più facile.”

Federer è l’eccezione?

“Non ho mai visto uno giocare così bene, Laver compreso. Gli ho visto fare cose che pensavo fossero impossibili per un essere umano. Ha una forza di polso spaventosa. In molti, anche quelli che vincono tanto, non giocano bene a tennis. E’ un fenomeno che è sempre esistito, Borg compreso.”

Cosa ti piace di Federer?

«Sa giocare a tennis. Non vorrei essere frainteso: sono pochi quelli capaci di esprimere un tennis di simile talento. Dico Lendl e Sampras tra tutti quelli che ho visto.»

Come si manifesta sul campo il talento dello svizzero?

«Dal modo in cui colpisce la palla, dal cambio di ritmo, dalle soluzioni tecniche e tattiche che decide di adottare. Colpisce la pallina con violenza, ma lo fa sempre nella maniera giusta. In un modo classico, ma nello stesso tempo moderno. Si è parlato a sproposito della scuola svedese, di quella spagnola. Federer è svizzero, viene dunque da una nazione che non ha una tradizione alle spalle. Lui gioca divinamente, come si deve fare: la palla davanti al corpo, non dietro come avviene spesso oggi. Gioca in lift, in back. Sa come e dove tirare da ogni parte del campo. E’ un grande campione

Altri riferimenti per spiegare meglio quali sono quelli che a tuo giudizio sanno ”giocare a tennis”?

«Dico Laver, Sampras, ma anche Agassi. Insomma è questo il modo di conquistare la gente. Io, tranne nelle occasioni in cui lo faccio per lavoro, mi siedo davanti alla televisione solo se c’è Federer in campo. Ho ancora negli occhi la partita contro Hewitt agli US Open del 2004. Non ho mai visto giocare così, è quasi impossibile farlo.»

Il colpo migliore?

«Fa bene tutto. Certo, il rovescio è straordinario. Ma vogliamo parlare del diritto? Ha una forza di polso eccezionale, riesce a dare angolazioni inaspettate anche in avanzamento. E’ uno spettacolo in assoluto. E’ bello da vedere.»

Cosa avrebbe fatto contro i miti del passato?

«Credo che avrebbe potuto essere il numero 1 in ogni epoca

Anche giocando con la racchetta di legno?

«Lì sarebbe stato un mostro imbattibile

La capacità di vincere partite in cui è sotto pressione, l’abilità con cui risolve situazioni difficili, fanno pensare ad un uomo di grande personalità.

«Ha sicurezza. Gli viene dalla consapevolezza di poter risolvere in qualsiasi momento la partita

Per lungo ha avuto un solo neo: per essere perfetto gli mancava una vittoria al Roland Garros. Poi ce l’ha fatta. Ti ha sorpreso?

«Per niente. Ha l’attitudine alla terra rossa. Più di altri campioni che lì hanno fallito, come Becker o McEnroe. E poi, era ora che qualcuno che sapesse giocare a tennis vincesse a Parigi. Erano tanti anni che non accadeva

Quale è il campione del passato che ti ricorda?

«Lew Hoad, per il modo in cui colpisce la palla. Per il resto, è unico

Tra quelli che hanno giocato nella sua era, se dovessi fare un nome, chi avresti indicato come rivale in grado di creargli grossi problemi in ogni partita anche nel periodo d’oro?

«Marat Safin, se solo avesse cambiato la testa.»

Un miracolo che sarebbe stato possibile?

«Credo proprio di no

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Perché oggi giocano quasi tutti allo stesso modo?

“Da quando il mercato del tennis internazionale si è allargato, si gioca in continuazione. Fa poca differenza arrivare in forma o meno nei tornei più importanti. Lo scopo è guadagnare tanto e fare più punti possibili. Questo ha cambiato il gioco, ma anche il carattere dei giocatori. Li ha resi più chiusi, più introversi.”

Il modo di giocare così simile in tanti tennisti moderni dipende solo dalle racchette?

“I maestri non insegnano tutto ai bambini, insistono solo sulla specializzazione di quei colpi che potrebbero essere determinanti nella carriera professionistica. Così il ragazzo a un certo punto non cresce più e scopre che gli manca qualcosa. Sono bravi di dritto e rovescio. Tirano in allenamento quello che noi tiravamo per fare un passante vincente in partita. Ma se devono ammorbidire una palla, cappottano.”

Adriano Panatta in carriera ha vinto dieci tornei. Nel 1976 ha messo assieme Internazionali d’Italia, Roland Garros e Coppa Davis (con Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli; capitano Pietrangeli). E’ stato numero 4 del mondo. Giocatore d’attacco sapeva rubare il tempo all’avversario. Ottimo servizio, eccezionali riflessi a rete dove le sue doti acrobatiche gli permettevano colpi di grande spettacolarità e di assoluta efficacia. Sapeva mascherare bene la palla corta e aveva grande senso della posizione. 

 

 

Tennis e musica, chitarre e racchette. Quella voglia matta di distruzione…

Dopo dodici anni di terapia il mio psichiatra
ha detto qualcosa che mi ha indotto alle lacrime.
Mi ha detto: “No hablo inglés”
(Ronnie Snakes)

 

Non importa che sia una chitarra o una racchetta.
L’importante è romperla.

Strana gente gli psicologi.
Dicevano che per Jimi Hendrix la chitarra fosse una proiezione del pene.
Se l’analisi fosse stata giusta, ci sarebbe da chiedersi cosa passasse per la testa del più grande di sempre quando nel 1967, prima a Monterrey e poi al Finsburry Astoria di Londra, ha distrutto la chitarra dopo averla incendiata.

L’aveva dipinta personalmente con fiori e cuori. Ma le aveva anche dato fuoco e poi l’aveva fracassata.

Un gesto di ribellione? Forse. Una provocazione? Più probabile. Ma c’è sempre un’anima candida che non accetta l’idea che gli oggetti che hanno contribuito a creare un mito possano andare persi per sempre. Così un tizio che lavorava all’ufficio stampa di Hendrix, quella chitarra l’ha prima recuperata e poi salvata nel garage di famiglia. Qualche tempo dopo, conservata ma non restaurata, la Fender Stratocaster è stata venduta all’asta.

L’americano Daniel Boucher ha pagato 495.000 dollari per averla.

Dubito che qualcuno abbia recuperato le quattro racchette distrutte in 25 secondi da Marcos Baghdatis nel secondo turno degli Australian Open, edizione gennaio 2012. E se anche l’avesse fatto, mi perdoni il cipriota, sono pronto a scommettere che non si troverebbe un solo appassionato disposto a pagarle mezzo milione di dollari. Baghdatis non è certo Jimi Hendrix. E l’unica cosa originale che ha fatto in carriera è stata quella di rompere quattro racchette in uno spazio di tempo molto breve. Un record sì, ma di follia.

Prima di lui il mondo del tennis aveva visto ben altri profeti della distruzione.

la vita. Se spacchi una chitarra in un pub di provincia mentre suoni con un gruppo di amici, chiamano un medico e ti fanno internare.

Se lo fa Paul Simonon dei Clash diventa addirittura il soggetto di una copertina (il disco era in vinile) entrata nella storia della musica. È tutto scritto sui libri. Data: 21 settembre 1979, luogo: il Palladium di New York. Frustrato dalla fredda risposta del pubblico, compostamente raccolto sui sedili del teatro anziché urlante e danzante sotto il palco, Simonon ha fracassato il basso, un prezioso Fender Precision.

Poi, si è pentito.

Ha recuperato i pezzi e li ha donati alla Rock Hall of Fame di Cleveland. In platea quella sera c’era Pennie Smith che ha fotografato la scena. Potete vedere l’immagine sulla copertina di “London Calling”.

Nessuna copertina per Paolo Canè che durante una partita di Davis in Austria è stato preso di mira da uno spettatore ubriaco. Solo dopo essere stato centrato da un bicchiere pieno di vino, Paolino si è deciso a replicare, fracassando la racchetta sulle mani dell’etilico tifoso.

Rompeva le chitarre anche Kurt Cobain. La prima, il 30 ottobre 1988, alla festa di Halloween all’Evergreen State College di Washington.

Il problema era che i Nirvana, in quel periodo, non navigavano nell’oro e una chitarra rotta a ogni spettacolo era un lusso che non potevano permettersi.

Non era senza soldi Goran Ivanisevic. Il suo problema era un altro. Nel 2000, al secondo turno del Samsung Open di Brighton in Inghilterra, si era presentato contro il coreano Hyung Lee con tre racchette.

Nel primo set, sul 5-5, Goran aveva perso game, set e controllo. Inevitibabile che spaccasse la racchetta.

Era però riuscito ad aggiudicarsi il secondo set al tiebreak. Nel terzo, sull’1-1, aveva sprecato alcune palle break attribuendo ogni singolo errore alla racchetta. Aveva così deciso di punirla con il massimo della pena. L’aveva fracassata.

Nel game successivo aveva commesso un doppio fallo. Che poteva fare il povero Goran?
L’unico gesto adatto all’occasione, almeno nella sua testa.
Rompere anche quella.
Riacquistato un minimo di lucidità aveva cercato nel borsone un’altra racchetta, erano finite.

Il giudice arbitro Gerry Armstrong non aveva potuto fare altro che allontanarlo per “lack of appropriate equipment”, mancanza di attrezzatura appropriata.

Pete Townshend, chitarrista degli Who, era un famoso distruttore di chitarre, al punto che aveva scelto per i concerti quelle più durevoli e resistenti (e soprattutto meno costose).

Le massacrava senza fare distinzioni. Un vero democratico. In carriera ha distrutto Fender Stratocaster, Fender Telecaster, oltre a vari modelli di Danelectro. Nella famosa apparizione allo Smothers Brothers Comedy Hour nel 1967, ha scelto una Vox Cheetah, utilizzata solo in quell’occasione perché disintegrata in mille pezzi da lui e dall’esplosione della batteria di Keith Moon.

«Distruggo la mia chitarra sull’altoparlante perché è di grande effetto visivo. È molto artistico. Si ottiene un suono tremendo, grandioso…».

Parola del signor Pete Townshend.

In quanto ad attimi di follia può stargli dietro senza fatica John McEnroe, cacciato dagli Australian Open del 1990. La motivazione ufficiale recitava così: “Squalificato per aver ripetutamente ingiuriato l’onorabilità della moglie del direttore di gara, con l’aggravante di aver lanciato volontariamente la racchetta sul campo di gioco, distruggendola”.

Questo e altro ha fatto uno dei più grandi sfasciaracchette di sempre. Sul podio merita un posto di tutto rispetto Marat Safin, un genio nel genere.
Da loro ci si aspettava momenti di follia a ogni apparizione.
Non deludevano quasi mai.

Genio e sregolatezza anche per Yngwie J. Malmsteen, pseudonimo di Lars Johan Yngve Lannerbäck (svedese del 1963), chitarrista heavy metal che ha raggiunto la notorietà negli anni Ottanta grazie alla notevole velocità esecutiva e all’abilità tecnica. È stato famoso per aver portato all’estremo l’applicazione della musica classica alla chitarra elettrica in un contesto heavy metal. In un concerto del tour The Seventh Sign, Malmsteen infuriato per un motivo mai del tutto chiarito, ha distrutto la chitarra sulla testa del batterista.

Il concerto è stato interrotto dopo un’ora e venti minuti di show. Bel colpo, degno di entrare in classifica. Non si hanno notizie del povero batterista.

 

Pochi a Basilea ricordano quel bambino biondo e paffuto che a 4 anni si muoveva sui campi dell’Old Boys Tennis Club. Molti ricordano un ragazzino di nove anni che dopo ogni sconfitta si rifugiava dietro la sedia del giudice arbitro e scoppiava in un pianto dirotto.

Se la partita si metteva male, cominciava a rompere le racchette, a scagliarle ovunque e a imprecare a ogni punto perso. Se i genitori dalla tribuna gli dicevano di calmarsi, lui rispondeva da vero maleducato.

«Andate a bere qualcosa e lasciatemi in pace».

Faccio fatica a riconoscere in quel bambino l’uomo di ghiaccio che ha dominato il mondo senza mai perdere la calma.

Era il futuro re del tennis, Roger Federer.

Siano racchette o chitarre, l’importante è romperle. Ma quello che ha fatto Mikhail Youzhny a Miami 2008 supera ogni record.

Sotto 7/6 3/6 4/5 40-30 contro Almagro, sbagliava il punto.
Distruggere la racchetta?
Troppo facile.
Doveva fare di più.

Aveva così cominciato a colpirsi con violenza inaudita. Tre racchettate consecutive sulla faccia, fino a quando un rivolo di sangue non ne aveva rigato il volto.

Neppure il medico, prontamente intervenuto, era riuscito a fermarlo.
Jimi Hendrix, Paul Simonon, Kurt Cobain, Pete Townshend?
Dilettanti.

Racconto tratto dal mio libro: “Storie in controtempo”. Federer, Ivanisevic, Serena, Kournikova e… Viaggio senza limiti tra gli eroi del tennis (Edizioni Absolutely Free).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quel giorno indimenticabile. Supero 6-0 6-0 Federer, sconfiggo Monzon…

Un giorno che non dimenticherò mai.

Tutti ne abbiamo uno nella nostra memoria. È legato a un evento particolare che ci ha dato gioia o dolore. A volte però si tratta di una storia che negli istanti in cui l’abbiamo vissuta non ci ha regalato particolari sensazioni. Ma, vista a distanza, rivissuta nel tempo, ha assunto un significato particolare.

Indimenticabile, appunto.

Fine agosto del 1991, Roger Federer ha festeggiato due settimane prima il decimo compleanno. Si trova a Grussenholzli, un’area industriale a Pratteln, vicino alla strada che da Basilea arriva sino a Berna e Zurigo. Gioca in un torneo Under 10, ma gli iscritti di quell’età sono pochi e così si trova davanti un ragazzone più grande di lui di quasi tre anni.

Reto Schmidli è più alto e più grosso. E soprattutto tira più forte.

Alle fine batte Roger Federer 6-0 6-0.

L’unico doppio “bagel” subito nell’intera carriera dal fenomeno svizzero.

Eppure non avevo giocato così male. Ma era solo una sconfitta, niente di grave.

Così la racconterà molti anni dopo Federer. Testimoni oculari giurano che non sia andata esattamente così.

Roger era un pessimo perdente, non accettava l’idea di essere battuto. Si era accucciato sotto il seggiolone dell’arbitro e aveva pianto per mezz’ora.

L’ha detto qualche tempo fa anche Madeleine Barlocher, la prima insegnante.

Roger Federer è stato numero 1 del mondo per 305 settimane, 237 delle quali consecutive. Ha vinto 20 titoli dello Slam. È probabilmente il miglior tennista di sempre.

Reto Schmidli non ha mai giocato da professionista. Vive in un sobborgo di Basilea dove fa il poliziotto. Ha studiato psicologia ad Arlesheim.

La storia è stata pubblicata qualche anno fa sui giornali, da allora gli è capitato più volte che la gente lo fermi per strada e gli chieda se sia stato proprio lui a dare un doppio 6-0 al mito. Sorridendo Reto stringe le mani ai curiosi e corre via.

Una vittoria così è per sempre.

La notte del 9 aprile 1964, Carlos Monzon apriva un nuovo capitolo della sua vita. Perdeva contro Alberto del Carmen Massi: un giovanotto di 24 anni che gli amici di Rio Cuarto chiamavano Pirincho. Uno a cui e Carlos aveva con spregio regalato il soprannome di “el gordo”. Il ciccione.

Avevano combattuto a Cordoba. Monzon era più alto e più bravo, ma aveva perso.

Non è vero. La verità è che sono stato derubato. L’ho battuto ogni volta che l’ho affrontato.”

Quattro sfide, tre verdetti per il mito di Santa Fe. Ma quella volta aveva perso.

Alberto del Carmen Massi, lavorava come cameriere, poi sarebbe diventato muratore e successivamente fuochista su una nave. Era stato campione militare e aveva vinto i primi due match da professionista. Come pugile non era niente di speciale, il record di fine carriera l’avrebbe confermato. Giovane, inesperto e senza grandi potenzialità. La vittoria contro il santafesino sarebbe stato il ricordo più bello di una carriera anonima. Se lo sarebbe portato dietro per sempre.

Yo le gané a Carlos Monzón”.

Ho battuto Carlos Monzon.

L’avrebbe scritto anche sul biglietto da visita, se solo ne avesse mai avuto uno.

All’angolo di Escopeta Monzon non c’era Amilcar Brusa, il maestro era a Santa Fe per assistere Roberto Chetta che affrontava Federico Thompson. Per sostituirlo erano saliti sul ring addirittura in tre: Genaro Ramusio, Alfredo Luna, Manuel Hemida. Ma l’omone non aveva sostituiti. Era unico.

Terza e ultima sconfitta da professionista per Escopeta.

Sei anni dopo Carlos Monzon avrebbe messo kot Nino Benvenuti al PalaEur e sarebbe diventato campione del mondo dei pesi medi. Avrebbe difeso quel titolo 14 volte, mantenendo la cintura per oltre sette anni.

Otto anni dopo Alberto Massi si sarebbe ritirato senza essersi mai battuto per il titolo nazionale, chiudendo la carriera con un record di 22 successi, 28 sconfitte e tre pari.

A volte il ricordo più bello di una vita è una vittoria da custodire gelosamente perché non ce ne sono altre da raccontare.

Salva a un passo dal baratro. Lunedì Marion torna a giocare…

Nella vita si può fare solo una cosa: difenderci,
proteggerci, alzando intorno a noi un muro che ci isoli
(Georg Funkquist, Un’estate d’amore)

 

Marion ama l’arte, la pittura. Dipinge, anche.

Ha una passione per la matematica (la leggenda narra sia in grado di recitare a memoria la successione di Fibonacci), per i libri e per Victor Hugo in particolare.

E soprattutto per i suoi due gatti.

Ha il senso dell’umorismo, la battuta pronta.

Marion Bartoli faceva di tutto per non strappare simpatia quando era sul campo da gioco. Picchiava la palla tenendo la racchetta con entrambe le mani, bimane sia di dritto che di rovescio.

E poi quel servizio così elaborato, con il lancio altissimo e l’apertura di braccia che sembrava volutamente esagerata nel gesto tecnico.

Davano fastidio anche i continui saltelli, i colpi a vuoto tra un punto e l’altro, le corsette liberatorie, il pugnetto ostentato in segno di sfida.

Marion era su di peso.

Eppure aveva vinto otto tornei, compreso Wimbledon 2013 dopo essere andata in finale sei anni prima (undici le finali in carriera). Era numero 7 del mondo. E, cosa non disprezzabile, aveva guadagnato circa 11 milioni di dollari in prize money.

Poche settimane dopo il trionfo sull’erba, era uscita di scena.

David Waldstein sul New York Times di mercoledì ci racconta cosa è successo da quel giorno in poi.

Un ragazzo l’aveva tormentata, le aveva ripetuto ogni giorno le stesse cose.

“Sei grassa, devi dimagrire, guarda le altre. Mettiti a dieta, dimagrisci!”

Alla fine lei aveva ceduto.

Un’infiammazione alla spalla destra e la rottura di un tendine erano state le cause del ritiro. La voglia di accontentare quel ragazzo l’aveva portata assai vicina alla tragedia.

Si era imbarcata in una dieta folle, assai vicina al digiuno totale. In diciotto mesi era scesa da 74 a 52 chili. Poi, durante un viaggio in India, era stata infetta da uno strano virus. Quindici giorni di febbre alta l’avevano portata a 41 chili.

“Ero assai vicina alla morte” ha confessato al New York Times.

Chi l’aveva vista in quei giorni, ma anche qualche mese dopo, aveva messo in giro la voce che fosse anoressica. Altri avevano fatto di peggio, raccontando come ormai fosse condannata a una fine terribile.

Lentamente Marion ha rimesso insieme i pezzi. Ha lasciato il ragazzo, ha ritrovato un’alimentazione decisamente migliore e salutare, ha rimesso su un po’ di chili. E nell’ottobre dello scorso anno ha chiamato attorno a sè la sua squadra.

“Si torna a giocare!” ha annunciato.

Dopo quattro anni e mezzo di assenza dal tennis agonistico, lunedì parteciperà al “Tie Breaks Tens” al Madison Square Garden, assieme a Serena e Venus Williams. Poi spera di essere in campo a Miami, a Monterrey e in altri dodici tornei del circuito, inclusi Roland Garros, Wimbledon e US Open.

Ha cambiato il servizio, ora sforza assai di meno la spalla e batte in modo decisamente più convenzionale. I dolori sembrano averla abbandonata. È pronta a ricominciare.

Mario Bartoli, a 32 anni, vuole rimettersi in gioco.

 

 

 

La bella Caroline, Million Dollar (dimenticati) Baby

Caroline Wozniacki ha battuto in finale Simona Halep 7-6 (2) 3-6 6-4 in poco meno di tre ore, ha vinto gli Australian Open e lunedì dopo sei anni tornerà numero 1 della Wta. A lei ho dedicato un capitolo del libro Storie in controtempo.

 

Il denaro è una parola, è una convenzione: c’è tanta gente che senza denaro riesce a vivere come se avesse milioni. C’è tanta gente poi, carica di milioni, che vive come se non avesse nemmeno un soldo

(Eduardo De Filippo, A che servono questi quattrini?)

Caroline Wozniacki è una tennista fuori dagli schemi.

Non certo in campo, dove picchia la palla come le recenti tradizioni tennistiche impongono. Ma in un contesto più ampio. Nei rapporti con il mondo.

Gli sportivi di successo sono spesso descritti come seguaci di una religione che gode di molta popolarità, quella che venera il dio dollaro.

Caro, come la chiamano gli amici, no.

Lei si è dimenticata di ritirare 1,45 milioni di dollari!

Solo un’ora dopo essere tornata nella sua casa di Manhattan è risalita in macchina per riprendere la strada del Billie Jean King Nazional Tennis Center e intascare così l’assegno che le spettava per la finale degli ultimi US Open, quella persa contro Serena Williams.

Caro non sapeva che le spettavano, e per questo non ha chiesto, mezzo milione di bonus degli sponsor. Ci ha pensato John Tobias, il suo manager, a sollecitare la pratica.

La ragazza non sa quanto ha sul conto in banca, semplicemente perché non lo controlla. Non sa quanto versa a suo padre Piotr che le fa da allenatore (“Non mi interessa, può prendere quello che vuole”). E nei contratti con gli sponsor non è la cifra in fondo ai fogli che va a controllare per prima, ma sta bene attenta a cosa possa rappresentare l’accordo, a quale impatto possa avere sulla sua filosofia di vita.

Non è certo una sprovveduta la 24enne danese che vuole prendere una laurea in gestione aziendale. Parla con proprietà quattro lingue, altre tre le conosce in modo da potere sostenere una conversazione. A 10 anni ha praticamente chiuso da sola il contratto con l’Adidas. A 13, vinto il primo torneo, è passata alla Nike. Quando le cose sono andate ancora meglio ha chiesto al manager di tornare alla casa tedesca, la prima azienda che aveva creduto in lei.

È una potenziale macchina da soldi. Non solo per i quasi venti milioni di dollari intascati come prize money, ma anche e soprattutto per i 10 milioni annuali che vale in sponsorizzazioni.

La gente ama sempre di più questa bella ragazza che ispira allegria. Ha quasi ottocentomila followers su Twitter, un milione e trecentomila amici su Facebook.

Il sogno è un felice futuro di coppia, quello che vivono da molto tempo i genitori. Per lei la rappresentazione del grande amore.

Non le è andata bene con il golfista Rory McIlroy che l’ha lasciata alla vigilia delle nozze. Per due anni avevano vissuto sempre assieme. E Caro aveva pagato caro tanta passione. Il tennis non figurava più in cima ai suoi pensieri, così era lentamente scivolata dal numero 1 al 18 del mondo, perdendo i bonus degli sponsor per un valore totale di otto milioni di dollari.

Se qualcuno glielo faceva notare, lei faceva spallucce.

“Non sono i soldi a motivarmi. Ne ho abbastanza per vivere bene, mangiare e comprarmi le scarpe che sogno.”

Ha dimostrato coerenza quando una rivista si è presentata con un bell’assegno per fotografarla nuda e realizzare un calendario.

“Cosa ho risposto? Semplicemente che preferisco rimanere con i vestiti addosso.”

Rory le aveva regalato un anello da 250.000 $, ma non ci ha messo molto a chiamarsi fuori quando ha capito che il matrimonio non faceva per lui.

Nei giorni scorsi Caro ha ricevuto un omaggio meno impegnativo: un braccialetto di diamanti e oro giallo, valore 15.000 $. Non arriva da un altro fidanzato generoso, ma dalla Moët & Chandon e dai gioiellieri neozelandesi Naveya & Sloane. È una sorta di ingaggio per il torneo che si disputerà ad Auckland dal 5 al 10 gennaio del 2015.

Il 2014 è stato l’anno della riscossa per Caroline Wozniacki, tornata nella Top 10, ora fissa al numero 8. Finalista agli US Open e a Tokyo, vincitrice a Istanbul. Semifinalista in cinque tornei compreso il Master di fine stagione a Singapore.

Il suo sorriso splendente è tornato in prima pagina.

Ha arricchito lo spessore del personaggio con la maratona di New York chiusa in 3h26’. Il tennis non è il suo unico sport.

Le piace, ad esempio, la boxe. C’è lei che tira pugni nel video principale del suo sito web. Quando è sotto stress si prepara come un pugile che deve affrontare un campionato del mondo. Ginnastica, corsa, pallone medicinale, pera, sacco, esercizi a vuoto sul ring. Tutto, tranne prendere cazzotti.

Caro è vestita dalla stilista Stella McCartney, la figlia di Paul. La Wozniacki non era ancora nata quando i Beatles conquistavano il mondo, ma la loro musica le è sempre piaciuta. Come le piace la moda.

Quando lo scorso settembre ha passato i quarti di finale agli US Open ha ricevuto uno splendido mazzo di fiori, accompagnato da un bigliettino firmato Michael Kors. Talentuoso disegnatore di una linea di abbigliamento femminile. Lei ha ricambiato con due biglietti di semifinale per il box di famiglia.

“Non so se questo possa essere l’inizio di un rapporto di lavoro, ma comunque vada sarà una buona pubblicità” ha commentato il manager.

“Sono semplicemente contenta di incontrarlo” ha replicato lei.

A una sfilata ha incrociato la dea della moda Anna Wintour, direttrice di Vouge, quella impersonata da Meryl Streep in “Il diavolo veste Prada” (Miranda Priestly nel film).

“Cara, dovresti cambiare il tuo taglio di capelli. È un po’ antiquato, non ti dona” le ha detto la Wintour.

“Come potrei non seguire un suo consiglio?” le ha risposto la tennista.

E ha mantenuto quei capelli lunghi, biondi, mossi, da bambolina.

È fatta così Caroline Wozniacki, rispettosa con tutti, ma fermamente intenzionata a non lasciarsi influenzare da nessuno.

I giornali l’hanno seguita nella turbolenta storia d’amore con McIlroy, lungo le strade di New York mentre lasciava dietro atleti più abituati di lei alle maratone, mentre picchiava la pallina da tennis con la violenza di un peso massimo nei principali tornei del circuito, quando si lasciava immortalare in tenere foto con il suo cane Bruno.

Poi, si sono tutti meravigliati dell’amicizia con Serena Williams. Un rapporto vero, forte. Come se due campionesse popolari, ricche e vincenti non potessero coltivare un sentimento nobile come è appunto l’amicizia.

Caro non si è curata di questa strana meraviglia ed è andata avanti.

“I miei genitori fin da ragazzina mi hanno dato un consiglio. Divertiti. Hai la fortuna di guadagnare soldi giocando a tennis, non sprecare questo regalo. Non importa se sarai la numero 1 o la numero mille, divertiti per quello che fai.”

È in casa che ha scoperto quanto possa aiutare un sorriso.

E così si è scatenata.

Ha fatto scoppiare un palloncino alle spalle di Maria Sharapova che stava concendo un’intervista televisiva. Si è fatta fotografare dopo avere messo alcuni asciugamani dentro la camicia e nella gonna con l’intento di somigliare a Serena Williams. Ha postato una foto di McIlroy con la bocca aperta e il bicchiere ancora in mano. Si diverte così, la ragazza.

Caroline Wozniacki è tornata a sorridere. Il 2014 è stato un anno difficile, tormentato, ma si è chiuso con un grande sorriso. La ragazza che si dimentica di ritirare quasi due milioni di dollari di premi ha ripreso il suo posto nel mondo del tennis. Ho la sensazione che tornerà a spingere come nella stagione che l’ha portata al numero 1, soltanto tre anni fa.

“La mia motivazione non sono i soldi. A spingermi è la passione per il tennis, la gioia quando vinco un trofeo.”

Dicembre 2014

“Storie in controtempo” Federer, Ivanisevic, Serena, Kournikova e… Viaggio senza limiti tra gli eroi del tennis, di Dario Torromeo (Absolutelyfree editore, 324 pagine, 15 euro)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Federer vs Sampras, 2 luglio 2001. Il giorno in cui tutto è cominciato

 

Domani agli Australian Open il mito del tennis
Roger Federer va a caccia del ventesimo Slam.
La memoria delle storie viste (e raccontate)
aiuta a capire meglio il presente.

 

Wimbledon, 2 luglio 2001.

Cronaca del giorno in cui la grande avventura ha inizio.

Roger Federer dice di non sognare mai. Forse è per questo che, subito dopo aver battuto il Mito, si mette a piangere. Teme di essere svegliato. Pete Sampras è lì, dall’altra parte della rete, con i suoi sette titoli, le trentuno vittorie consecutive, i cinquantacinque successi nelle ultime cinquantasei partite giocate nel tempio. È lì con i quei buffi mutandoni bianchi e la lingua penzolante. Sconfitto, battuto da un ragazzo che non ha neppure vent’anni.

C’è un’umidità infernale, il caldo mi tormenta mentre davanti agli occhi scorrono i fotogrammi di una partita che si gioca solo nel campo dei sogni. Perché solo lì puoi trovare un giovanotto sfrontato che, finalmente limate le esuberanze, butta il re giù dal trono.

È stato Peter Lendgren a smussarne gli spigoli aguzzi. Adesso Roger non spreca energie, non spacca racchette. Ribatte il servizio avversario come un satanasso, gioca un fantastico rovescio a una mano. Non ha soggezione alcuna.

Pistol Pete disputa la migliore partita di Wimbledon, la migliore dell’anno. Ma a trent’anni non si può arrivare a Londra con pochi tornei alle spalle, non si possono fare quasi quattro ore di lotta senza avere la possibilità di riprendere fiato, non si può approdare agli ottavi di finale con il ricordo di tre brutte vittorie nella testa. Anche un fenomeno perde fiducia ed entra in campo sotto pressione. E perde.

È un cambio generazionale. Federer si affaccia nella storia del tennis. E lo fa da protagonista. Roger sa incantare soprattutto con il rovescio, con la capacità di capire un attimo prima cosa fare, con quella straordinaria velocità nella lettura tattica della partita.

Sto vivendo una strana serata. Sento una forte emozione per quello che ho visto sul Centrale, sono contento per un giovane che ha timbrato il cartellino della fama, ma provo un po’ di tristezza per l’Invincibile che esce sconfitto. Lui ha tranquillizzato tutti, non c’è il ritiro dietro l’angolo. Il prossimo anno sarà ancora Wimbledon per vincere.

Pochi metri più in là Roger Federer continua a festeggiare.

A Melbourne il tennis rinnova la battaglia dei sessi…

“La battaglia dei sessi” è un film uscito lo scorso anno e racconta la sfida che nel 1973 ha visto protagonisti l’allora 29enne Billie Jean King (interpretata da Emma Stone) e il 55enne Bobby Riggs (Steve Carell). Nella realtà, e ovviamente anche al cinema, quella partita l’ha vinta Billie Jean King.
Ora la battaglia dei sessi si rinnova.
Da una parte c’è sempre BJK, dall’altra Margaret Court.
La polemica è scoppiata alla vigilia degli Australian Open.
“Se giocassi ancora mi rifiuterei di farlo su un campo che porta il nome di Margaret Court, devono rinominarlo” ha detto la King riferendosi al terzo campo in ordine di importanza dell’impianto di Melbourne Park.
Cosa è accaduto per provocare un attacco frontale di queste forza?
La Court, 75 anni, oggi ministro della Chiesa Pentacostale, ha fatto una pubblica dichiarazione: “La lobby dei gay sta cercando di confondere la mente dei giovani. I transgender sono figli del diavolo.”
Poi ha rincarato la dose condannando la giocatrice australiana Casey Dell’Acqua per avere avuto due bambini con la sua compagna.
La prima a scendere in campo per contestare queste affermazioni è stata Martina Navratilova, subito affiancata dalla King: “Lei chiama i transgender figli del diavolo, quando invece siamo tutti figli di Dio. Se ti intitolano un campo devi meritarti questo onore, devi accogliere tutti allo stesso modo, non fare discriminazioni. Non so perché si sia comportata così, so solo che adesso quel nome suona stonato . Siamo tutti uguali, senza distinzioni di sesso.”
Margaret Court ha vinto 24 titoli dello Slam in singolare e 64 in totale.
Billie Jean King ha vinto 12 titoli dello Slam e 39 in totale.
Due grandi del tennis e dello sport in generale.

Sul Corriere dello Sport si parla di Storie in controtempo…

di Massimo Grilli

Le lacrime di Ivanisevic dopo aver vinto (e in quel modo!) a Wimbledon e l’uncino micidiale di Laver, i tuffi sotto rete di Panatta e il Genio Assoluto di Roger Federer. Una surreale intervista alla star Kournikova, quel viaggio a Los Angeles, al confine tra l’inferno dove sono cresciute le sorelle Williams e il Paradiso che ha visto nascere Sampras, il sorriso di Kuerten e il match vinto in carcere dai gemelli Bryan. Gran parte del tennis dell’ultimo mezzo secolo si ritrova nell’ultimo libro di Dario Torromeo.

Una squisita carrellata dei protagonisti della racchetta, resi umani dalla penna dell’autore, capace di andare oltre punteggi e descrizioni di servizi vincenti. Ecco quindi i lati più nascosti della Schiavone, le bizze da campionessa della Sharapova, la doppia vita di Renee Richards, l’audace ma non troppo parallelismo tra John McEnroe e Jimi Hendrix, geniali anche nell’autodistruzione, la partita infinita a Roma tra Nadal e Coria, che segnò in modo opposto le carriere dei due ragazzi. Campioni e comprimari (la trasgressione della Mattek, quel dritto incrociato di Chardy che fece piangere il grande Roger e con lui tutto il Centrale del Foro Italico…) che svelano i loro lati meno conosciuti.
Campioni sì, ma finalmente umani.

STORIE IN CONTROTEMPO, Federer, Ivanisevic, Serena, Kournikova e… viaggio senza limiti tra gli eroi del tennis; di Dario Torromeo, Absolutely Free Editore, 325 pagine, 15 euro.

Se poi non vi siete rassegnati all’assenza di Federer dai campi romani, potete provare a consolarvi con un altro libro di “Absolutely Free”, questo interamente dedicato al campione dei campioni, vivisezionato in diciotto ritratti d’autore. Diciotto, come il numero degli Slam conquistati.

18, la diciottesima vittoria di Roger Federer nel Grande Slam raccontata da giornalisti, scrittori e campioni del tennis; autori vari, Absolutely Free Editore, 179 pagine, 14 euro.

“Aahhh, aahh, aaaahh!” Sesso durante una partita di tennis a Sarasota…

Il fatto è accaduto nel primo turno del Sarasota Open, Challenger da 100.000 dollari in corso di svolgimento sui campi in terra rossa della cittadina della Florida.
Si stavano affrontando Frances Tiafoe, numero 87 dell’Atp e terza testa di serie del torneo, e Mitchell Krueger 182 Atp.
Aahhh, aahh, aaaahh!
Le urla erano udibili nell’intero impianto.
Nessuno voleva crederci, neppure il commentatore televisivo che in un primo momento ha pensato provenissero da un telefonino di qualche spettatore in tribuna e poi da un film porno al massimo volume.
Frances e Mitchell sono due giovanotti, rispettivamente di 19 e 23 anni. Non si sono di certo scandalizzati, ma quelle grida li disturbavano.
Qualcuno in tribuna rideva, una signora ha suggerito al ragazzino che le sedeva accanto di mettersi le mani sulle orecchie per non sentire. Non aveva ancora l’età per fare o ascoltare sesso spinto.
Aahhh, aahh, aaaahh!
Aahhh, aahh, aaaahh!
Le grida andavano avanti e ormai a tutti era chiaro che non si trattava di un film pornografico, ma di vita vera. La voce apparteneva in modo inequivocabile a una donna. Una coppia si stava dando da fare in un appartamento sopra il campo, le finestre erano state lasciate aperte e loro si erano completamente dimenticati del mondo intero.
Aahhh, aahh, aaaahh!

Frances Tiafoe era al servizio. Conduceva 6-3 3-2 e non voleva assolutamente perdere la concentrazione. Ma quei due proprio non avevano alcuna intenzione di fermarsi. Ci davano dentro alla grande.
Frances si è fermato, si è girato verso l’appartamento e ha urlato.
He can’t be that good!
Lui non può essere così bravo!
Un mini boato fatto di risate ha riempito l’impianto.
Si è andati avanti sino alla fine.
Tiafoe e Krueger giocando.
La coppia dell’appartamento di sopra facendo l’amore.
La partita si è conclusa con la vittoria di Frances per 6-3 6-2.
E la coppia impegnata in una serata di sesso scatenato?
Aahhh, aahh, aaaahh!
Azzardo, avranno vinto entrambi…

“Storie in controtempo” di Dario Torromeo (AbsolutelyFree editore). Per chi ama il tennis, per chi vuole imparare ad amarlo.