Matteo è nato per combattere. Un guerriero con il pugno di Joe Louis

Ha chiuso con un ace, la specialità della casa.
Due volte ha giocato il Queen’s, due volte ha alzato la coppa.
Matteo Berrettini respinge al mittente l’idea che l’italiano medio sia uno che crolla sotto il peso delle tensioni. È tornato in campo dopo 83 giorni. Dopo un’operazione al polso. E ha messo in fila due vittorie. Prima Stoccarda e poi il Queen’s. Ha vinto 20 degli ultimi 21 match sull’erba. Solo Djokovic è riuscito a batterlo, nella finale di Wimbledon.
Matteo è un’eccezione perché in un secolo e mezzo di storia, nessun tennista italiano ha mai picchiato forte come Joe Louis, il re dei pesi massimi.
Ha testa, tocco e capacità di gestione delle situazioni difficili.
Oltre a servizio e dritto da urlo, ovviamente.
Sull’erba il suo servizio e il dritto sono i migliori. Mi fanno pensare a Roddick, ma l’italiano è su un altro livello, più alto. Non riesco a vedere in giro un migliore uno-due del suo” (Pat Cash, campione a Wimbledon 1987, in un’intervista al Sunday Times).
Di giocatori con queste caratteristiche non ne abbiamo mai avuti. Il colpo da ko aiuta nelle situazioni disperate, l’avete visto anche nella finale. Risolve momenti difficili. Se devi annullare un set point, spara il dritto dei sogni, realizza l’ennesimo ace e rimettiti in cammino sulla giusta via. Pratica un gioco offensivo in un Paese che non ha molti guerrieri in organico.
È romano, come è romano Vincenzo Santopadre, il coach. Come Adriano Panatta, l’ultimo italiano a vincere un torneo dello Slam.
Roland Garros 1976, e chi se lo dimentica.
Ma è una romanità con più sfaccettature.
Pacato, erudito, elegante, di bella presenza. È capace di quelle uscite che noantri non riusciamo a trattenere, un’esternazione che è una via di mezzo tra arroganza e ironia.
Non vi sento!”
Più forte! Non vi sento!”
Uno sberleffo lanciato ai trucidi che, dalle gradinate della Rod Laver Arena lo scorso gennaio, lo insultavano durante la sfida contro Monfils.
Berrettini, l’uomo nato per combattere, si presenta in campo con la visiera del cappelletto sulla nuca e due cavigliere nere che sembrano appartenere a un’armatura medievale. Sono lì per evitare guai. Scarica, scherzando, ogni colpa sulla nonna brasiliana (quella che, dopo averlo visto tra gli ospiti all’ultimo Festival di Sanremo, gli ha detto: “In smoking sei più bello di James Bond”). Le sue sembrano gambe buone per ballare, non per giocare a tennis. Con il fisico possente che si ritrova, sforza in modo esasperato le articolazioni. Caviglia, polso, ginocchio… Meglio prevenire.
Nella finale del Queen’s ha ripreso un’antica abitudine. Ha parlato spesso da solo, ma questo lo fanno in tanti. C’è stato un tempo però in cui esagerava, al punto che lo chiamavano Radio. Il maestro Raul Pietrangeli gli ha regalato un libro: Io non mi lamento, dello psicologo statunitense Will Bowen. È servito.
Adesso a parlare da solo è Santopadre.
Dritto bastardo, coraggio da guerriero, servizio che intimidisce, capacità di regalare emozioni. Rovescio da perfezionare. Il giovanotto ha dalla sua la concretezza dei risultati. Sarebbe facile ammetterlo, non tutti ci riescono. Se un italiano vince due volte su due il Queen’s (sfogliate l’albo d’oro del torneo …), se è l’unico nella storia del nostro tennis ad andare in finale a Wimbledon, il solo a centrare tre semifinali Slam. Forse vuol dire che è davvero forte. Non ci si ritrova per caso al numero 6 del mondo. A lui è già successo.
Se continuiamo a guardare il dito, non riusciremo mai a vedere la Luna.

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