Libero a un passo dall’esecuzione, dopo 46 anni nel braccio della morte

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“Un colpevole punito è un esempio per la canaglia; un innocente condannato è cosa che riguarda tutti gli uomini onesti.” (Jean de La Bruyère, I caratteri, 1688)

L’ex pugile Iwao Hakamada ha ottant’anni, quarantasei li ha vissuti nel braccio della morte. I giudici l’avevano ritenuto colpevole di quattro omicidi. Era innocente. Questa è la sua storia.

L’incubo comincia una calda sera di fine giugno del ’66. Iwao Hakamada è un uomo di trent’anni che dopo avere chiuso con il pugilato ha trovato occupazione in una fabbrica di soia. Nelle prime ore della notte un violento incendio scoppia all’interno della casa del suo datore di lavoro. Iwao, che dorme in una costruzione vicina, corre subito a dare una mano e aiuta a spegnere l’incendio.

Stesi sul pavimento di casa vengono scoperti quattro corpi. Il padrone della fabbrica, sua moglie e i loro due bambini. Tutti pugnalati a morte. Sono stati rubati 200.000 yen. Viene trovata l’arma del delitto, un coltello con una lama di 14 centimetri.

La polizia ferma Hakamada. Sembra che sul suo pigiama ci sia una minima quantità di sangue.

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Viene portato in Centrale e interrogato. Duecentosessantaquattro ore di interrogatorio con turni ininterrotti di sedici ore. Per 23 giorni Iwao Hakamada subisce ogni forma di tortura. Lo prendono a calci, lo incappucciano, gli impediscono di dormire, non lo fanno andare al bagno, non lo fanno bere.

Non potevo fare altro che accovacciarmi sul pavimento cercando di evitare di defecare.”

Uno dei poliziotti gli fa mettere il pollice su un tampone di inchiostro, gli fa vedere una confessione già scritta e gli urla un ordine mentre gli torce il braccio.

Scrivi qui il tuo nome!”

Iwao confessa gli omicidi.

Il processo è solo il proseguimento della persecuzione. Il pigiama è scomparso, al suo posto appaiono cinque pezzi di vestiti con macchie di sangue. Una t-shirt e un paio di pantaloni sono le prove chiavi.

La difesa fa presente che se l’assassino ha colpito con una lama così lunga non possono non esserci ferite anche sul suo corpo. E Hakamada non presenta alcun taglio.

Nel 1968 una commissione di tre giudici lo dichiara colpevole di strage e lo condanna a morte per impiccagione. Comincia il lungo viaggio nel braccio della morte.

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Hakamada è forte. E’ stato un pugile di valore che ha avuto un’intensa attività dal 1959 al 1961 come peso gallo e piuma, riuscendo a mettere assieme 29 combattimenti di cui 16 vinti. L’anno migliore è stato il 1960 (13+ 4- 1=) quando lottava per battersi con i migliori.

E’ forte, ma la macchina della giustizia giapponese è pronta a stritolarlo.

Lui continua a dichiararsi innocente, proclama l’assoluta estraneità al fatto. Gli credono solo le persone che gli stanno vicino, così si pensa per quasi quindici anni. Poi, una lenta, sofferta svolta.

Nel 1980 la Corte Suprema rifiuta la richiesta di un nuovo processo. Ma il Ministro della Giustizia continua a non firmare l’ordine di esecuzione. Non è sicuro che il modo in cui si è giunti al verdetto sia stato del tutto corretto.

Il mondo del pugilato si schiera in difesa di Hakamada.

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Rubin Carter, uno che ha vissuto sulla sua pelle una situazione simile, parla in favore del collega.

La Japan Pro Boxing Association è la più attiva. Forma il comitato “Free Hakamada Now” (foto sopra), raccoglie firme. L’ex presidente e campione mondiale dei paglia Hideyuki Ohashi crea un team di appoggio assieme al segretario generale Shosei Nitta e all’avvocato Tomoyuki Kataoka.

L’attore Jermy Iron interviene pubblicamente sul caso.

Nel braccio della morte Iwao continua a vivere immerso nell’incubo.

Gli impediscono di parlare con le guardie, può ricevere rarissime visite. La sorella Hidako lotta al suo fianco con tutte le forze.

Norimichi Kunamoto, uno dei tre giudici che hanno decretato la condanna a morte, parla pubblicamente dei suoi dubbi. Dice di non essere mai stato convinto della colpevolezza. Confessa di avere cercato di convincere gli altri due giudici ma di non esserci riuscito. E’ stato un verdetto a maggioranza.

In Giappone scoppia lo scandalo. Nessuno aveva mai parlato prima dei conflitti all’interno di un gruppo di giudici alla vigilia di una sentenza.

Gli avvocati che difendono Hakamada scoprono nuove prove a supporto dell’innocenza. La tortura per estorcere la confessione è ormai assodata. Il DNA trovato sulle macchie di sangue dei vestiti portati in tribunale come prove evidenti non combacia con quello di Iwao. I pantaloni sono di almeno tre misure più piccoli della taglia del condannato (foto sotto).

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Crescono le grida di giustizia da parte del mondo della boxe. Il World Boxing Council nel Congresso del 23 novembre 2014 raccoglie le firme di campioni e dirigenti per “Free Hakamada Now”. L’ex campione dei massimi Vitali Klitschko è il testimonial più importante.

Finalmente la Corte riconosce le nuove prove a discolpa e ordina un processo di revisione. Nell’attesa libera subito Iwao Hakamada.

E’ insopportabilmente ingiusto prolungare ulteriormente la detenzione dell’imputato” dice il giudice Hiroaki Murayama in un comunicato “La possibilità della sua innocenza è diventata chiara a un livello più che rispettabile.

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Giovedì 27 marzo 2014 Iwao Hakamada (nella foto con la sorella Hidako) esce dal carcere di Shizuoka, lascia nel braccio della morte 129 condannati. Gente che come lui non sa quando e quale sarà la sua fine. La notizia dell’esecuzione viene infatta data ai detenuti solo un paio d’ore prima dell’impiccagione.

L’ex pugile è in condizioni fisiche e mentali disastrose a causa degli ultimi anni di detenzione. In isolamento, privo di contatti anche con l’esterno e in angosciante attesa di una guardia che gli comunicasse quante ore avesse ancora da vivere, ha accumulato uno stress insopportabile.

Fuori dal carcere ha trovato la sorella. Hidako, che oggi ha 83 anni, tre più del fratello, è stata la prima ad abbracciarlo.

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Il 6 aprile 2014 a Tokyo il Wbc gli consegna la cintura verde e oro di campione onorario.

Dopo  46 anni nel braccio della morte (mai alcun altro detenuto vi è rimasto tanto), l’innocente Iwao Hakamada era finalmente libero.

(da “Non fare il furbo, combatti” di Dario Torromeo, Absolutely Free editore)

Quasi fatta. Vedremo Spence jr vs Bundu in diretta su Sportitalia

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Il match tra Errol Spence jr e Leonard Bundu, valido per designare lo sfidante ufficiale al titolo Ibf dei welter detenuto da Kell Brook (che il 10 settembre affronterà Gennady Golovkin per la corona dei medi), sarà trasmesso in diretta il 21 agosto dalla NBC dalle 5 del pomeriggio. Subito dopo la finale olimpica di basket da Rio de Janeiro. E gli americani si sa, danno per scontata la vittoria del dream team USA quel giorno.
Spence jr (20-0, 17 ko) ha stima di Bundu (33-1-2, 12 ko), ma conta di metterlo ko per far capire a tutti chi sia a comandare nella categoria.
Bundu è un pugile anziano, ma è forte e ha molta esperienza. Ha combattuto bene contro Keith Thurman che è riuscito a dominarlo, ma non a mandarlo ko. Penso che darei un avviso importante a tutti i pesi welter del mondo se riuscissi a fermarlo prima del limite come ho fatto con Chris Algeri”.
Il match segnerà l’esordio della nuova arena sulla Coney Island Boardwalk, Brooklyn.
Molti i campionati del mondo dei massimi svolti nella zona, primo fra tutti quello in cui James J, Jeffries mise ko all’undicesimo round Bob Fitzsimmons il 9 giugno del 1899. Ma su quei ring si sono esibiti tanti altri pugili importanti, dal leggero Joe Gans al medio Jack “Nonpareil” Dempsey.
Una location di prestigio per un match che Leonard Bundu sta preparando nel migliore dei modi. Il toscano della Sierra Leone è particolarmente soddisfatto di come stiano andando le sessioni di sparring con il mancino svizzero Riccardo Silva, imbattuto peso welter di Ascona.
Certo il network che manderà in diretta il match negli Stati Uniti, forti indiscrezioni su quello che potrebbe accadere in Italia. Da noi la concomitanza con l’evento olimpico ha reso tutto molto più difficile, ma è quasi fatta per la diretta su Sportitalia (sul canale 60 del digitale terrestre in chiaro, canale 225 del bouquet Sky) che poi lo manderà in replica nella giornata del 22 agosto.

Il nipote di Ali, un match e già i giornali lo paragonano al nonno…

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I primi a scatenarsi sono stati i siti web, poi è toccato alle televisioni. I giornali sono arrivati a rimorchio e forse per questo hanno dovuto alzare la posta. Così, dopo solo un match il nipote è già stato paragonato al nonno.
Lui si chiama Nico Ali Walsh, ha quindici anni ed è figlio di Rasheda Ali e Robert Bob Walsh: chef e proprietario del ristorante Biaggio’s a Chicago. Il ragazzo vive con la famiglia a Las Vegas. Del gruppo fa parte anche il fratello Biaggio: forte giocatore di Football Americano nei college e modello di successo.
Ma non sono i cibi preparati dal padre o i contratti firmati dal fratello ad avere scatenato i media.
Nico Ali Walsh è il nipote di Muhammad Ali e vuole fare il pugile.
Ha cominciato da più di un anno a tirare pugni in palestra. Ha esordito con una vittoria per kot al secondo round contro Joaquin Sulleven in una riunione organizzata al Valley College’s South Gym in zona Las Vegas.

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Fisico robusto, prossimo peso massimo. Gli ingradienti per una storia interessante ci sono tutti.
Rasheda è la figlia quarantaseienne di Muhammad Ali e della seconda moglie Belinda. Rasheda ha una gemella, Jamillah, ed è mamma di due ragazzi: Nico e Biaggio, di due anni più grande del fratello.
Nico ha preso molto da papà. Fisico, velocità, bellezza. Sono certa diventerà un peso massimo di successo“.
Ai media è bastata questa dichiarazione per costruire il primo parallelo.

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Gli appassionati hanno fretta e stilano paragoni. Qualcuno pubblica la mitica foto del knock out inflitto da Muhammad Ali a Sonny Liston e sotto associa il kot del primo e finora unico incontro di Nico.

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A dare una dimensione ancora più pubblica alla vicenda c’è l’inserimento di Flavor Fav, rapper di successo, membro dei Public Enemy e padrino di Biaggio. Ma, anche e soprattutto, autonominatosi manager di Nico.

Nel video del match di esordio (Ali Walsh è in tenuta bianca), il rapper non sta mai fermo.
Il 30 luglio a Los Angeles secondo appuntamento con il nipote di Ali.
Non ho fretta, aspetto almeno un’altra quindicina di match prima di dire qualcosa su di lui pugile.

Todisco, Giochi di Los Angeles ’84. Storia di un piccolo grande uomo

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Salvatore Todisco aveva i capelli scuri tagliati a caschetto, il fisico snello. Magro, agile, grande tempista e nessuna paura. Ha vinto un argento olimpico a Los Angeles ’84. Sei anni dopo la sfortuna ha presentato il conto. Una giornata di pioggia torrenziale, la macchina che sbanda sulla E45 all’altezza di Colle Valenza, lo schianto contro il muretto spartitraffico. La morte. Tornava da Napoli per andare a Santa Maria degli Angeli dove aiutava come allenatore Franco Falcinelli. Era il 25 novembre del 1990,  aveva solo 29 anni. Mi piace ricordarlo così, con il racconto di quell’impresa californiana.

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Soffre in modo diverso Salvatore Todisco. Ha il braccio destro ingessato, si presenta così alla finale contro Paul Gonzales.

Sconfitta per giustificata rinuncia. L’argento è comunque un premio che il ragazzo del Vomero ha meritato.

Il cammino è stato pieno di ansie. Per ogni match, identico finale. Lui che torna all’angolo e fa ai maestri Falcinelli e Mela la stessa domanda.

«Ditemi la verità, ho vinto? La verità per favore!»

«Hai vinto» due parole come risposta, un sorriso a rafforzare il concetto.

Boxare da minimosca, a quarantotto chili, è davvero dura.

Soprattutto se sei alto 1,62. Lo scorso anno agli Europei di Varna l’ho visto soffrire al limite del dolore fisico. Dopo le operazioni di peso si è precipitato al tavolo dove gli hanno fatto trovare un piatto di spaghetti al pomodoro. I compagni di squadra, un po’ giocherelloni e un po’ bambinoni, gliel’hanno tolto dalle mani minacciando di buttarlo sul pavimento del pianterreno. Eravamo sul ballatoio del terzo e Salvatore per recuperare quel piatto ha rischiato di finire di sotto anche lui.

Qui in California ha battuto un irlandese, un portoricano (sopra il video della vittoria su Rafael Ramos, la telecronaca è di Howard Cossell) e un pugile dello Zambia. Proprio la semifinale contro Keith Mwila è stato l’ostacolo più duro.

Tornato all’angolo alla fine del secondo round, si è accasciato sullo sgabello scuotendo la testa.

«Salvatore, non devi cedere proprio adesso, c’è la finale in palio. Dai tutto quello che hai e portiamo a casa una medaglia importante» l’ha incitato Franco Falcinelli.

«Mae’, so’ stanco. Chillu, o niro, se mangia ‘e cape de’ criature!»

Traduzione per i non napoletani.

«Maestro, sono stanco. Quello, il nero, si mangia le teste dei bambini!»

Ma al suono della terza e ultima ripresa si è alzato e ha vinto anche quella.

Il peso è l’incubo più grande, da sempre. L’ha scacciato con tanto allenamento e la rinuncia a qualsiasi mezzo di trasporto. Sia esso pubblico o privato. Todisco a Napoli viene giù dal Vomero a piedi ogni mattina e risale a piedi il pomeriggio.

Va a scuola all’Istituto Professionale Gianlorenzo Bernini. Tre chilometri all’andata, tre al ritorno con il passaggio più faticoso alla Calata San Francesco. Gradini e gradoni da superare in velocità, senza fermarsi mai. Da via Belvedere a via Arco Mirelli. Per lui una passeggiata, li facessi io avrei il fiatone per una settimana.

La frattura toglie dalla finale l’artista del Vomero.
Gli resta la gioia di un argento prestigioso.

Una medaglia da dedicare al passato, Nino Camerlingo.

E al presente, Geppino Silvestri.

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(da I miei Giochi di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free, 314 pagine, 16 euro)

 

 

Higuain ha portato al Napoli 30 punti, con chi giocherà la prossima stagione?

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Gonzalo Higuain nella stagione 2015-2016 ha giocato 35 partite segnando 36 gol (24 di destro, 8 di sinistro, 3 di testa, 1 di pancia).

È il miglior marcatore nella storia del campionato italiano (precedente Gunnar Nordhal con 35) e miglior cannoniere come media gol: 1,02 (precedente Valentin Angellillo con 1,00).

Higuain è stato determinante nel raggiungimento del secondo posto del Napoli. Le sue marcature hanno portato alla squadra 30 (trenta) punti. È stato decisivo in 15 partite trasformando pareggi in vittorie e sconfitte in successi.

Da solo ha fatto più gol di Verona, Frosinone, Udinese e Bologna nell’intera stagione.

Il 45% delle rete realizzate dal Napoli portano la sua firma.

Con chi giocherà la prossima stagione?

De Carolis vs Zeuge, in autunno rivincita mondiale in Germania

epa05428710 Italian boxer Giovanni De Carolis (R) fights against German boxer Tyron Zeuge (L) at the Max-Schmeling-Halle in Berlin, Germany, 17 July 2016. Carolis won the fight against Zeuge.  EPA/SOEREN STACHE

Giovanni De Carolis (24-6-1, 12 ko) difenderà il mondiale supermedi Wba a fine ottobre/inizio novembre in Germania contro Tyron Zeuge (18-0-1, 10 ko). È stato lo stesso Sauerland ad annunciare la rivincita.

Il match ha soddisfatto pubblico, tecnici e televisione. Il pari è un punto di partenza interessante per rivedere De Carolis e Zeuge sullo stesso ring“.

Si temeva che l’infortunio subito dallo sfidante nel finale di match potesse essere un ostacolo per la rivincita, la risonanza magnetica ha escluso la lesione della cuffia dei rotatori della spalla sinistra. Il tedesco avrà solo bisogno di un po’ di riposo, scongiurato l’intervento chirurgico.

A questo punto Arthur Abraham viene relegato a soluzione di riserva, nel caso in cui per qualsiasi motivo Zeuge dovesse rinunciare alla rivincita.

Assolvendo alla seconda opzione (con un incontro in cui guadagnerà una borsa più alta rispetto a quella percepita sabato scorso) il romano sarà libero di gestire il futuro della sua carriera.

I racconti del maresciallo. De Camillis, una vita tra boxe e polizia

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Il maresciallo racconta.

La nostra storia parte da Donna Olimpia, zona Monteverde, Roma.

Così passavano i pomeriggi a far niente, a Donna Olimpia, sul Monte di Casadio, con gli altri ragazzi che giocavano nella piccola gobba ingiallita al sole… Oppure andavano a giocare al pallone lì sullo spiazzo tra i Grattacieli e il Monte di Splendore, tra centinaia di maschi che giocavano sui cortiletti invasi dal sole, sui prati secchi, per via Ozanam o via Donna Olimpia, davanti alle scuole elementari Franceschi piene di sfollati e di sfrattati.  (Pier Paolo Pasolini, Ragazzi di vita).

Il maresciallo capo Claudio De Camillis a Donna Olimpia è nato.

Alla Gianicolense, in piazza San Giovanni di Dio, ha scoperto la boxe.

A insegnare pugilato c’era Gigi Proietti.

Luigi detto Gigi, il sor Gigi, procuratore di pugili, amministratore  di uomini e di anime, manager dalla a alla zeta. Allenatore raffinato, abile uomo d’angolo, uno stratega come pochi. (Franco Esposito, Nel nome del padre del figlio e dello sport).

In quella palestra, che nel tempo diventerà la Efrati Leone, sono passati Giulio Rinaldi, Enzo Petriglia, Mario Lamagna, Domenico Tiberia, Tommaso Galli, Mario Romersi.

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Era il luogo sacro dove maestri come Fausto Alegiani e Sangiorgi spiegavano ai ragazzini come la boxe fosse soprattutto sacrificio.

Per sei mesi mi sono messo tutti i giorni davanti allo specchio solo per imparare a tirare il sinistro” ricorda Claudio.

E a Monteverde il papà Emilio una palestra l’ha anche messa su.

La De Camillis Boxe, in via Paola Falconieri. Papà aveva dentro la passionaccia. Per toglierci dalla strada ha convinto me e i miei due fratelli a salire sul ring”.

Marco ha vinto anche un titolo nazionale novizi, poi ha deciso che il ballo sarebbe stato il suo futuro. Ha lavorato con Raffaella Carrà, Pippo Baudo. Da vent’anni è uno stimato coreografo che vive a Lisbona, in Portogallo.

Vincenzo, detto Enzo, due anni da professionista come superwelter. Imbattuto, sette vittorie e un pari. Presa la laurea ha lasciato il ring. È un architetto che lavora nel cinema come scenografo e a volte regista.

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Poi c’è lui, Claudio. Esordio da minimosca e come ricordo da incorniciare la finale dei campionati italiani da superwelter. In platea, al Palazzetto dello Sport di viale Tiziano, centoventi Vigili del Fuoco (è in quel corpo che ha fatto il militare) in divisa. Tutto esaurito. Era il 1977, una stagione felice per la boxe romana. Ogni venerdì una riunione. Roberto Felicioni, Nicola Cirelli, Lino Lemma, Rosario Sanna in cartellone.

Quella finale De Camillis l’ha vinta contro un avversario forte, un picchiatore allenato da Pipero Panaccione alla Santa Croce.

Avrei scommesso casa sulla vittoria del mio Fioretti, ma tu lo hai battuto. Sei stato bravo”.

De Camillis ha continuato a tirare di boxe per divertimento. I suoi compagni di avventura si chiamavano Pomponi, D’Elia, Grillone, Zaccheo. A Roma e nel Lazio non c’era certo crisi di vocazioni

La passionaccia era entrata anche nel cuore di Claudio. Chiusa l’attività si era arruolato in Polizia, poi era diventato arbitro. Agli inizi degli anni Ottanta cominciava l’attività con il Gruppo Sportivo Fiamme Oro, nell’89 diventava il più giovane capo settore del pugilato. Aveva solo 31 anni.

I primi pugili di quel periodo si chiamano Michele Piccirillo e Giorgio Campanella. Nel ’99 arriva un colosso con la faccia seria seria e la voglia di andare lontano.

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Si chiama Roberto Cammarelle. Ha mantenuto la promessa. Con il tempo ha vinto oro, argento e bronzo alle Olimpiadi ed è stato per due volte campione del mondo.

Sì, penso proprio sia il più forte dilettante italiano di sempre. Non solo per le medaglie conquistate, ma anche per la voglia infinita di allenarsi. Roberto ha la testa del pugile, non è mai stanco e ha sempre il desiderio di imparare”.

A maggio, quando Claudio De Camillis è andato in pensione, ha lasciato il suo posto da capo tecnico proprio a Cammarelle. Così, da qualche mese, il vincitore dei Giochi di Pechino è sceso dal ring e ha indossato i panni del dirigente.

I ricordi di trentaquattro anni nelle FF.OO si intrecciano.

De Camillis cerca di metterli in fila, poi si rende conto che è difficile. E allora li elenca, così come gli vengono in mente.

Come dimenticare la trasferta a Berlino. C’era la crisi, sembra che nel nostro Paese ci sia sempre stata, e allora ci avevano detto di risparmiare. Siamo andati su in pullman. Prima sosta a Bolzano, una dormita in caserma e la mattina dopo seconda tappa nei dintorni di Monaco. Dopo due giorni di viaggio siamo arrivati a destinazione. È la prima cosa che mi viene in mente. Ricordo anche un risultato sorprendente. La vittoria del mediomassimo Matteo Giovannini agli Assoluti di Roma a fine anni Ottanta. Non l’avrei mai pensato. Mi rese felice”.

Con le Fiamme Oro di De Camillis hanno combattuto, oltre a Cammarelle, anche Russo, Picardi (“Lo convinsi ad arruolarsi proprio quando aveva deciso di chiudere con il pugilato”), Valentino.

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Due atleti della Polizia saranno presenti nel pugilato anche ai Giochi di Rio 2016: Manuel Cappai e Irma Testa.

Spero che tornino con una medaglia, devono regalarci questa gioia”.

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De Camillis ha aperto la sezione di pugilato femminile in seno alla Polizia. Le soddisfazioni non sono mancate. Oltre a Irma Testa ha raccolto un risultato prestigioso anche Alessia Mesiano che quest’anno ad Astana è diventata campionessa del mondo nei 57 chili.

L’intera esperienza di Claudio con le FF.OO è stata appagante.

Ho dato tanto, ho ricevuto tantissimo. Devo ringraziare tutti, in particolarmodo il capo della Polizia, Antonio Manganelli. Ci è stato sempre vicino. E noi lo abbiamo ripagato. Non salivamo sul podio olimpico da Roma 1960, siamo diventati una presenza fissa ”.

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Cosa sarebbe il pugilato dilettantistico italiano senza i gruppi militari?

Diciamo che siamo importanti. Diamo uno stipendio e un futuro a tutti gli atleti della nazionale. Senza i gruppi militari sarebbe davvero dura”.

Da arbitro si è tolto molte soddisfazioni.

Ha diretto all’Olimpiade di Atene 2004; ai Mondiali di Argentina ’98, Cuba ’00, Ungheria ’02, Thailandia ’03 e Cina ’05 dove è stato eletto miglior arbitro del mondo. Ha diretto anche in due edizioni della World Cup: Mosca 2005 e Baku 2006.

L’ultimo match Aiba è datato 2007, Giochi Panamericani di Rio. Poi è entrato nel Comitato Esecutivo, da cui è uscito per motivi personali nel 2011. Oggi, per hobby, sale sul ring in Portogallo per dirigere qualche match professionistico.

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Nato alla scuola di Bellagamba e Tallarico, fatica a ritrovarsi nella classe arbitrale della nuova Aiba.

Una volta c’era più selezione. Questo permetteva una scelta migliore e costringeva gli arbitri stessi a cercare di dare il massimo per vincere una concorrenza che era spietata. Il modo di dirigere il match era personale, modellato sulle proprie caratteristiche. Oggi mi sembrano tutti uguali. Spero che abbiano la stessa passione che avevamo noi”.

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La nostra storia, per ora, si ferma qui.

Claudio De Camillis ci ha fatto percorrere cinquant’anni di boxe. Ne aveva otto quando papà Emilio l’ha portato per la prima volta in palestra. Ne ha 58 ora che se ne è andato in pensione.

Riposo e basta?

A dire la verità, la Polizia mi ha nominato supervisore del settore giovanile con particolare riferimento al pugilato. La passionaccia non mi abbandona mai…

Le Tv ignorano la boxe? Non sarà perchè siamo rimasti in pochi ad amarla?

Televisore+in+standby

Per il match di Giovanni De Carolis in Germania ho letto e sentito accuse, lamentele, attacchi alle televisioni colpevoli di non dare risalto all’evento.

Voglio dire anch’io qualcosa in proposito.

Le televisioni non sono interessate alla boxe anche e soprattutto perché i numeri dell’audience dei recenti tentativi (parlo degli ultimi dieci anni) sono decisamente bassi, molto bassi.

E non solo quando lentamente questo sport è scivolato sotto la terza serata, ma anche quando era attorno alle 22:30/23:00.

Non solo quando è stato trasmesso nel bouquet di Sky e quindi visibile solo per chi aveva l’abbonamento alla tv via cavo, ma anche quando è stato mandato in chiaro, gratis, fruibile per tutti senza versare un euro.

Il clan dei patiti del pugilato è composto da pochi fedelissimi. Gli altri, quelli che continuano a sparare a pallettoni sulle televisioni non sanno neppure su quale canale andrà il match, a che ora comincerà.

Se mi interessa una serie televisiva o un film, cerco nella programmazione giorno e orario in cui potrò vederlo. Loro no, chiedono aiuto su Facebook.

E se dal salotto di casa si passa allo spettacolo dal vivo, le cose vanno ugualmente male. L’incasso è l’ultima delle voci nel borderò di un organizzatore.

Sento e leggo: “Avete visto in Germania?”.

Ho visto, c’erano diecimila persone che hanno comprato il biglietto e quando si parla di audience si parla di milioni di telespettatori. Da noi se si arriva a 300.000 si celebra con una settima di festeggiamenti.

Nel periodo in cui Italia 1 ha trasmesso in chiaro, prima a orari accettabili e poi con una programmazione dedicata a chi soffre di insonnia, l’audience era compresa nella forbice tra 200.000 e 360.000, con uno share calcolato tra il 2 e il 3.50 (per share si intende il rapporto percentuale tra gli spettatori di un canale televisivo ed il totale degli spettatori che in quel momento hanno il televisore acceso). Non sono certo riscontri da scatenare scene di esultanza all’interno di un network nazionale.

Poi le cose, se possibile, sono andate ancora peggio per quel che riguarda audience e share.

È la realtà. E con la realtà bisogna fare i conti, i numeri non mentono.

Siamo talmente pochi che potremmo anche contarci…

De Carolis soffre, fa pari con Zeuge e resta mondiale. Per me aveva vinto…

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Finisce pari e Giovanni De Carolis può riportare a casa il titolo mondiale. Ma, credetemi, stavolta il romano ha tutto il diritto di recriminare. E può farlo a voce alta. La sfida con il giovane Tyron Zeuge lui l’aveva vinta. E pure in maniera chiara.

È stato un match equilibrato, una sfida condotta per due terzi su ritmi alti, un incontro intenso. Nessuna sorpresa. Giovanni in attacco a cercare di piazzare i suoi colpi, soprattutto il gancio destro. Zeuge ad aspettarlo per centrarlo di rimessa.

Il tedesco ha confermato le sue qualità e i suoi limiti. Ha buona tecnica, discreta velocità di esecuzione, soprattutto quando agisce d’incontro, e colpi puliti. Manca però di quella personalità che lo dovrebbe portare a rischiare quando è necessario. Non si vince la corona mondiale se non si esce dalla tana, se ci si limita alla bellezza dell’esecuzione e non si dà costanza all’azione.

Personalità, e tanta, ne ha invece Giovanni. Ha cercato per tutto il match di andare incontro al successo. Ha fatto mulinare le braccia, muovere le gambe e ha messo a segno dei bei colpi. Nel finale poi, stanco e decisamente in debito d’ossigeno, ha boxato solo di cuore. E non è andato certo male.

A dargli una mano ci si è messo un infortunio a Zeuge nel finale del decimo round. Un problema alla spalla sinistra che lo ha costretto a combattere le ultime due riprese in guardia destra e senza poter forzare i colpi.

Un mondiale di grande intensità emotiva, sempre in equilibrio, ma che alla fine a mio parere aveva un sicuro vincitore. Sul mio cartellino avevo tre punti per Giovanni De Carolis e invece ci siamo dovuti attaccare a un doppio verdetto di parità (il finlandese Meironen ha dato addirittura vincitore lo sfidante) per conservare la cintura.

Un buon De Carolis per volontà e consistenza dei colpi per due terzi della sfida, poi gli è rimasta solo la voglia di non farsi strappare quello che con tanta fatica aveva conquistato.
E paradossalmente sono state proprio le ultime due riprese a far sì che non assistessimo all’ennesimo verdetto ingiusto su un ring di pugilato.

Adesso per il campione ci sarà il meritato riposo, poi dovrà onorare la seconda opzione che ha con Sauerland, opzione confermata nero su bianco da un contratto. A fine anno tornerà in Germania e con molta probabilità si troverà davanti Arthur Abraham che ha travolto il tenero norvegese Tim-Robin Lihaug, fermato per kot all’ottavo round. Un match che grida vendetta per quella che giudico una conduzione scandalosa da parte dell’arbitro che ha fatto prendere al giovane nordico una punizione oltremisura. Michael Hook è il nome del terzo uomo sul ring, sua la più brutta figura della serata.

King Arthur si è confermato cliente pericoloso, potente e concreto. Un rivale sicuramente scomodo, anche se è difficile giudicarlo vista l’inconsistenza dell’avversario. Tre anni fa ha sconfitto nettamente ai punti De Carolis. Questo e gli ultimi tre spettacoli in terra tedesca del pugile romano fanno pensare a una sfida che strapperà sicuramente grande interesse da quelle parti.

E chissà che Giovanni non regali un altro dispiacere a quei signori…

RISULTATISupermedi (mondiale Wba) Giovanni De Carolis (75,600 kg, Italia, detentore) e Tyron Zeuge (76,800, Germania) MD 12. Arbitro: Mora (Usa), giudici Martinez (Usa) 114-114, Meironen (Fin) 114-115, Reyes (Spa) 114-114. (Internazionale Wbo) Arthur Abraham (76,200, Arm) b Tim-Robin Lihaug (76,000, Nor) kot dopo 1:09 dell’ottavo round.

De Carolis è pronto a dare un altro dispiacere alla Germania

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Giovanni De Carolis (foto Renata Romagnoli) torna a fare l’emigrante, per la terza volta nel breve spazio di nove mesi va a lavorare in Germania.

E non è finita qui, dovesse superare anche questo ostacolo dovrà ripresentarsi da quelle parti prima della fine dell’anno per onorare la seconda opzione firmata con l’organizzazione Sauerland.

Sabato sera salirà sul ring della Max Schmeling Arena per difendere il mondiale Wba dei supermedi contro Tyron Zeuge, un giovanottone più giovane di lui di sette anni. Ma non sarà questo il problema, il nostro campione ormai è abituato a battersi con ragazzi carichi di energia.

Zeuge è un buon pugile. Uno pericoloso. Sa fare la boxe, ha un jab sinistro veloce e il suo gesto tecnico non è mai volgare, al contrario è proprio la pulizia dei colpi a lasciare il segno.

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È bravo tecnicamente, ma fondamentalmente pigro. Raramente si lancia in attacco, preferisce aspettare. Si piazza lì, attende con pazienza e poi colpisce di rimessa.

Per uno come De Carolis, fighter a cui piace il pugilato a corta distanza, potrebbe essere l’elemento tattico da risolvere per portare ancora una volta a casa il match.

Giovanni è volato a Berlino con il suo gruppo. Ha cercato nel calore del clan le certezze che ha faticato a trovare altrove. Con lui ci sono i maestri di sempre Italo Mattioli e Gigi Ascani, il dietologo Antonello Regina, il terzo coach Paolo Moresi. E c’è ache Cristian Paraskevas, l’esperto di medicina integrata che lo sta seguendo. A chiudere la storia è in Germania anche Alessandro Ferrarini, il match maker che ha curato i rapporti all’estero e pianificato la trattativa con Sauerland.

zeuge

Match difficile, dicevo. Zeuge combatte a due passi da casa, spinto da un pubblico a caccia di rivincite. De Carolis è andato lì  e si è portato via un titolo che i tedeschi pensavano appartenesse a Vincent Feigenbutz. Un kot all’undicesimo round ha fatto capire a tutti che quella cintura stava bene alla Montagnola, nella sede della palestra di Roma XI dove il campione de noantri si allena.

Ma adesso quelli ci riprovano.

E Zeuge va su per mettere a segno il grande colpo. Anzi tre colpi in uno.

La conquista del mondiale e quella di due record.

Diventerebbe il più giovane campione tedesco, togliendo per soli otto giorni il primato a Graciano Rocky Rocchigiani che lo detiente con 24 anni e 73 giorni.

E regalerebbe al suo coach, Juergen Brahmer (mediomassimi Wba), la possibilità di essere il primo uomo d’angolo di un vincitore del titolo essendo lui stesso campione in carica.

Ma questi sono dettagli. Il tema centrale della sfida sarà un altro.

Vincent+Feigenbutz+v+Giovanni+De+Carolis+WBA+MCGzJFeaXbTl

Zeuge è un pugile massicio, meno alto di qualche centimetro rispetto a Giovanni. Uno che ha sempre e solo combattutto in casa. Un limite, ma solo quando sarà costretto a emigrare anche lui. Per ora si porta dietro l’amore dei tifosi che riempiranno l’Arena.

Un amore che De Carolis non può sentire.

In Italia mancano quelle condizioni che permettono a un pugile di lavorare senza andare a cercare altrove il giusto compenso. Manca anche il supporto d’affetto, l’attenzione dei media. Solo a quattro giorni dal mondiale è stata trovata una televisione interessata alla trasmissione del match. Solo nelle edizioni locali dei quotidiani si è parlato di un incontro che in questo momento rappresenta il massimo per uno sport dalle antiche tradizioni come è il pugilato.

Faccio mie le parole di Gualtiero Becchetti: “Circondato dalla noncuranza di chi attende di mettersi al suo fianco in caso di vittoria, ma che non perde tempo a stargli accanto quando il risultato è ancora indefinito; tra il fragoroso silenzio dei media superficiali e disinformati. Così va a Berlino il campione del Mondo Giovanni De Carolis”.

A questo aggiungo un mio dubbio. Ho sentito strane voci in giro. C’è preoccupazione per l’andamento della preparazione del campione, distratto da troppi impegni. Ricordo che soprattutto il vestito dell’uomo d’affari poco si adatta con quello ascetico del pugile. Come diceva Giovanni Parisi, un atleta dovrebbe pensare solo a prepararsi, a soffrire fino all’estremo in allenamento, a curare i dettagli tecnici. Il resto dovrebbe essere affidato ad altri. Perché distrae, allontana dall’obiettivo, crea dubbi. E questi sono il primo nemico di un fighter.

Accantonato per il momento questo aspetto, resta da chiudere il discorso essenzialmente sportivo.

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Contro chi, riuscisse a superare anche l’ostacolo Zeuge, Giovanni dovrebbe andare a misurarsi prima della fine del 2016? Le indicazioni in mio possesso portano nella stessa direzione.

Sabato in cartellone c’è anche Arthur Abraham che affronta il 23enne Tim Robin Lihaug. Dovesse vincere, sarebbe proprio lui lo sfidante al mondiale Wba dei supermedi. Il match avrebbe tutte le caratteristiche per riempire addirittura uno stadio. Si tratterebbe di una rivincita, l’armeno ha sconfitto ai punti l’italiano il 26 ottobre del 2013. In questi tre anni Giovanni ha dato dei forti dispiaceri ai tedeschi. Cosa volete di più?

Ho fatto un salto in avanti, un piccolo errore nato dalla mania di noi giornalisti di non accontentarci di una notizia, ma di cercare sempre di presentarne qualcuna in più.

Torno alla realtà, lascio da parte le supposizioni.

La sfida di sabato è dura, difficile. Ma Giovanni De Carolis ha tutti i mezzi per vincerla. Il suo gancio destro (un colpo che anche Zeuge ha in repertorio) ha risolto l’ultima sfida per il titolo, potrebbe farlo ancora.

Ci siamo entusiasmati fino a qualche giorno fa per una squadra poco spettacolare, modesta sul piano tecnico e priva di bomber, per di più eliminata nei quarti di finale. Sì, lo so. Il calcio è distante anni luce dalla popolarità della boxe. Ma se per una notte ci stringessimo tutti attorno a un uomo che affida ogni risultato alla fatica, al coraggio e alla personalità non sarebbe male. Non dico che vorrei i 18 milioni di audience di Italia-Belgio, mi basterebbero trecentomila persone che per una volta spingessero il tasto giusto sul telecomando.

Il prossimo appuntamento è per sabato notte, dopo il match.

locandina

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PROGRAMMAMedi: Anthony Ogogo (10-0) vs Bronislav Kubin (19-20-2); Stefan Haertel (10-0) vs Mateo Damian Veron (24-17-3); mosca: Charlie Edwards (7-0) vs Josè Aguilar (16-25-4); massimi: Burak Sahin (9-0) vs Jakov Gospic (17-14); superweiter: Sebastian Formella (12-0) vs Nico Salzmann (17-7-3); massimi leggeri: Alexander Peil (4-0) vs Igor Pilypenko (5-27-2); superpiuma (campionato mondiale femminile Wbo, 10×2) Ramona Kuehne (24-1) vs Iskram Kerwat (6-0); supermedi (campionato internazionale Wbo, titolo vacante, 12×3) Arthur Abraham (44-5) vs Tim Robin Lihaug (15-1); supermedi (campionato del mondo Wba, 12×3) Giovanni De Carolis (24-6, detentore) vs Tyron Zeuge (18-0).

TELEVISIONEDiretta dalle 23:00 su Fox Sports (canale 204 del bouquet di Sky) per Abraham vs Lihaug e De Carolis vs Zeuge. Telecronista Mario Giambuzzi, commentatore tecnico Alessandro Duran.