Pacquiao sul ring il 5 novembre, parola di Arum. È solo un modo per promuovere Crawford vs Postol?

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Manny Pacquaio (58-6-2, 38 ko) combatterà il 5 novembre a Las Vegas“, lo ha detto Bob Arum.
Pacquiao da maggio è un membro del senato filippino, ma sarà libero da impegni politici dopo il 15 ottobre quando verrà approvato il bilancio del suo Paese.
Pacman si allenerà nelle Filippine, si sposterà negli Stati Uniti il 16 ottobre. Continuerà la preparazione per due settimane e poi verrà a Las Vegas“, ha raccontato Arum al Los Angeles Times.
Era stato annunciato Adrien Broner come potenziale rivale, ma ha chiesto gli stessi soldi di Pacquiao. La trattativa è finita ancor prima di cominciare.
Il nome più gettonato è quello di Jessie Vargas (27-1-0, 10 ko), che lavora per la Top Rank e detiene il titolo dei welter nella versione Wbo.
Seconda possibilità: il vincente del match tra i superleggeri Terence Crawford e Viktor Postol del 23 luglio all’MGM Grand di Las Vegas. E questo appuntamento porta con sè l’interrogativo più grande dell’intera storia. La notizia del ripensamento di Pacquiao viene direttamente da Bob Arum che organizzerà anche la sfida del 23 tra Crawford e Postol. E se fosse soltanto una manovra per promuovere ancora di più un prodotto su cui la Top Rank punta molto?
Aspettiamo prima di pronunciarci in maniera definitiva.
Il match di novembre dovrebbe essere trasmesso in pay per view dalla HBO.
Ancora incerta la sede dell’evento.
Ci sono alcuni problemi con le tre proprietà di Richard Sturm: T-Mobile Arena da ventimila posti (prenotata per il 5 novembre da un rodeo), MGM Grand e Mandalay Bay.
Pacquiao, che salirà sul ring da welter, non combatte da aprile quando ha sconfitto Timothy Bradley.
In caso di vittoria di Manny, non è detto che nel 2017 non si possa fare la rivincita con Floyd Mayweather jr” ha detto Carl Moretti, boss della Top Rank di Arum, al Los Angeles Times che per primo ha raccontato tutta la storia.

Il mondiale di De Carolis in diretta Tv (sabato dalle 23:00) su Fox Sports

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Alla fine un accordo è stato trovato.

Boxe In Progress ha ceduto a Fox Sports (canale 204 del bouquet Sky) i diritti televisivi del mondiale supermedi Wba tra il detentore Giovanni De Carolis (24-6, 12 ko) e lo sfidante Tyron Zeuge (18-0, 10 ko).

Fox Sports aprirà la diretta dalla Max Schmelling Arena di Berlino alle 23:00 di sabato 16 luglio con la sfida sui 12 round (titolo vacante Wbo internazionale dei supermedi) tra Arthur Abraham (44-5-0) e Tim Robin Lihaug (15-1-0).

A seguire il mondiale supermedi Wba.

Telecronista Mario Giambuzzi, commentatore tecnico Alessandro Duran.

Ancora una volta Fox Sports regala una bella notizia agli appassionati di pugilato.

E non è finita.

La speranza è che la trattativa tra il network e la società Matchroom di Eddie Hearn si concretizzi positivamente in tempi brevi e porti sui teleschermi italiani altri appuntamenti di grande interesse.

L’UFC venduta per quattro miliardi di dollari: il più grande affare nella storia dello sport

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The Ultimate Fighting Championship (UFC) è stata venduta per la cifra record di circa quattro miliardi di dollari. Rappresenta il più grande affare nella storia dello sport.
Lo scrive il sito TMZ.com.
Se ne parlava da tempo, sembra che l’accordo sia stato concluso sabato notte a Las Vegas in occasione di UFC 200, il più importante evento nella storia della società.

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I titolari, i fratelli Lorenzo e Frank Fertitta, avevano comprato l’80% del network sportivo per due milioni di dollari.
La nuova proprietà è formata dalla WME (William Morris Endeavor), dalla IMG (International Management Group) e da MSD (un gruppo che ha come presidente Michael Dell).

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Secondo il New York Times gli show dell’UFC (al suo ventitreesimo anno di attività) sono visti in più di 156 Paesi e i loro eventi si sono svolti in tutti gli Stati americani. Gli spettacoli generano duemila ore di materiale ogni anno, la maggior parte del quale è visibile in streaming sul Fight Pass dell’organizzazione.

Dagli ori di Stecca, Parisi e Cammarelle alla magia di Ali, Phelps e Michael Johnson

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di Flavio Dell’Amore

Dario è un capitano di lungo corso. In questa sua  ultima opera pilota la nave  del suo talento nell’oceano dello sport a caccia di pensieri, personaggi e storie . Gli approdi sono emozionanti come solo lo possono essere dieci olimpiadi vissute da inviato .Il mondo  che sa creare  Torromeo è tratteggiato a forti tinte con tagli di luce che abbagliano e ombre  che intristiscono, ma questo è l’essenza  dell’universo sportivo che vive il suo momento più alto.

Con Dario al timone  approderemo in dieci porti accompagnati da una melodia che celebra l’uomo, l’atleta  , il prodigio dell’evento. Leggendo “I miei Giochi”, 300 pagine per i tipi di Absolutely Free Editore  vi  troverete a vivere momenti luminosi di accecante umanità che solo l’eccitante autore  sa descrivere.

In ogni approdo Torromeo tratteggia, punge ,circumnaviga vincitori e vinti e ce li presenta così come sono a volte geniali, e fenomenali a volte un po’ storti, labili perfino sghembi ma sempre  intriganti .

La prima tappa del “capitano” ci porta  a Los Angeles 1984.
Ci guida tra  il pazzesco traffico e le colline di Hollywood che fanno da cornice. Dario si fa fotografare con tutte le medaglie dei vincitori azzurri  al collo. C’è Maurizio Stecca  che non si separa mai dal suo oro e a suon di telefonate in piena notte sveglia mezza Rimini. Sara Simeoni cattura ogni attenzione e riempie  tempi e spazi. Per l’autore anche se solo per una sera , Los Ageles, gli sembra casa sua .
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Al mercato di Seul 1988 si compra di tutto ma quello che non  ti abbandona mai è l’odore dell’aglio. Rino Tommasi commenta: “Qui in Corea i pugili sono dilettanti ma i giudici sono dei veri  ladri professionisti”. Nardiello è turlupinato, Roy Jones jr derubato e anche beffato perché dopo avergli negato l’oro gli assegnano la Coppa Val Barker come miglior pugile. Giovanni Parisi ha l’oro al collo, capelli ricci e un codino che volevano fargli  tagliare. E’ bastato un lampo per battere Dumitrescu ed agguantare un sogno che dedicherà a sua mamma. Poi c’è Florence Griffith. Si muove come una modella, sorride come un’attrice, si veste come una cantante rock e domina nei 100 metri.

L’attracco a Barcellona 1992 è fantastico. La città è un museo a cielo aperto e il suo fascino si coglie ovunque. Il duello più avvincente mai visto esplode sulla pedana del salto in lungo. Carl Lewis  è in testa con 8,67. Mike Powell prende la rincorsa  e spicca il volo verso il sogno atterrando lontano. Esplode il rumore, segue il brusio, poi il silenzio… 8,64 ha vinto Lewis. Nelson Diebel, ha conosciuto il dramma, ha sfiorato la tragedia. Qualcuno gli dice che si può vivere senza droga e alcool, e lui sceglie il nuoto. A Barcellona vince l’oro nei 100 rana e nella staffetta: “Ero un ribelle di strada senza meta. Oggi sono un campione  olimpico”.

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Ad  Atlanta  1996 l’emozione corre sul filo e avvolge tutto. Quando il presidente del Cio appenda al collo di Muhammad Ali l’oro perduto tutti piangono e Lonnie Ali  sussurra: “E’ la restituzione di un sogno perduto”. Michael Johnson ha gli occhi di fuoco, divora la curva in un attimo e corre impettito verso la vittoria. Ricorda Bip- Bip dei cartoni animati e il Vilcoyote che lo insegue non lo prende mai. Alessando  Lambruschini festeggerà a Firenze con una bistecca e un Chianti il  bronzo  nei 3000 siepi. Che effetto fa sul podio: “Stavolta i kenioti sono solo due poi c’è lui: l’italiano che corre come i re degli altipiani”.

Torromeo veleggia verso Sidney 2000. Un città  splendida per viverci. Ci sono superspiagge  e le onde da surf. Domenico Fioravanti è leggero, ha un galleggiamento invidiabile, un sughero e un talento che ricama le sue vittorie con una classe innata. Mancano solo dieci metri quando Fioravanti passa Moses e tocca per primo. E’ il re del 100 e 200 rana. Mai nessuno  italiano si era spinto così lontano. A Paolo Vidoz piace giocare  e invece è un supermassimo. Conquista il bronzo serenamente. In semifinale scivola nei gorghi di una timidezza agonistica che sul  ring paga cara.

Atene 2004 ha posti d’incanto e spazi di disperazione, è l’Olimpiade della tensione per Torromeo che accende la Tv e vede i bombardamenti di Bagdad. Lucia Morico è una ragazza speciale ora che si è liberata dal pesante gioco maschile. Nel Judo guadagna  la medaglia di bronzi ed è  felice. Federica Pellegrini è poco più di una bambina ma ha talento, forza fisica e determinazione. Vince l’argento nei 200  stile libero e lo fa nascondendo qualsiasi tensione. Ha preso il nuoto italiano e gli ha dato uno scossone: il domani è suo.

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A Pechino 2008  una volta raggiunta la Grande Muraglia ci se sente sereni, attorno c’è il verde degli alberi a vista d’occhio. Da quelle parti Liu  Xiang è un dio. Oro ad Atene e campione del mondo quando scende a 12:88 nei 110 ostacoli la tv di stato si ferma per raccontare l’impresa.  La Cina vuole il secondo oro. Lo starter dà il via ma è una partenza falsa. Liu fa quattro passi e una smorfia di dolore. E’ fuori e la Cina piange, lo stadio si svuota. E’ mezzogiorno ma la giornata è già finita. Michael Phelps è un uomo blindato. Un  fantasma che si muove  senza farsi vedere. E’ ricco in modo esagerato ma se lo guardi negli occhi capisci che vuole solo essere lasciato in pace. A Pechino vince otto medaglie d’oro  nel nuoto. Nessuno c’è mai riuscito. Lui vorrebbe cambiare il nuoto, troppo poco ricordarlo ogni quattro anni. Roberto Cammarelle è un gigante gentile che non ama il ko. È un supermassimo che non fa footing da quattro anni perché ha due vertebre schiacciate. Contro il gigantesco Zhilei Zhang  in finale nessuna sbavatura, nessun colpo a vuoto. Prima lo punisce, poi lo demolisce, infine lo distrugge. L’Italia torna a vincere un oro olimpico nel pugilato venti anni dopo Parisi . Un trionfo, ma Roberto ha fretta di tornare a casa per mangiare la pasta al forno della mamma.

L’approdo a Londra 2012 è diverso dagli altri. Ora  Torromeo è un freelance che scrive per un sito web, Gli fa effetto vedere i suoi articoli online dopo pochi minuti. La boxe è al centro del suo interesse. Ha faticato ad accettare che due donne potesero picchiarsi sul ring poi Katie Taylor e Claressa Shields gli hanno fatto capire che il pugilato  femminile è entrato di diritto nella storia olimpica. Due storie di donne, due medaglie d’oro meritate. Clemente  Russo dice che ci vuole cuore e testa: “Il cuore per trovare il coraggio di soffrire, la testa per  motivazioni e orgoglio”. Il suo maestro  gli fa notare che per  vincere  ci vuole “cazzimma” per portare a casa il massimo. Clemente perde e riceve un messaggio: “Hai esagerato con la cazzimma”. E’ il secondo argento  consecutivo. Peccato. Dario è scandalizzato dai verdetti. Gli rovinano l’avventura. Cammarelle è punito ingiustamente in finale. il gigante italiano non è furioso ma infintamente triste. Torromeo  è colpito da una malinconia che fa male. Patrizio Oliva  urla :- “’ Nu furto clamoroso,il più grande che aggio visto inta  ‘a vita mia”.

Dario è seduto sulla panchina e aspetta il prossimo bus che lo porterà al porto dove è ancorata la sua anima, lì pronta per ripartire.

I MIEI GIOCHI, In dieci Olimpiadi da inviato ho visto cose che gli umani… di Dario Torromeo (Edizioni Absolutely Free, 312 pagine, Euro 16,00). Nelle migliori librerie negli store online.

Film e libri sulla boxe. I miei dieci preferiti di sempre

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Estate, ferie, tempo libero. Una buona occasione per rivedere in DVD vecchi film sul pugilato. O magari per leggere un bel libro sullo stesso tema. Sia chiaro, non dico che siano i migliori di sempre. Dico solo che a me sono piaciuti molto. Ovviamente ogni suggerimento è ben accetto. Mi piacerebbe conoscere la vostra Top Ten. In fondo troverete anche un elenco dei miei libri sul tema. Ultimo avviso: l’ordine è cronologico.

 

I FILM

stasera

Stasera ho vinto anchio
(The set-up, 1949, 72 minuti) Robert Ryan, Aydrey Totter, George Tobias, Alan Baxter, Wallace Ford. Percy Helton. Regia di Robert Wise.

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Il colosso d’argilla
(The harder they fall, 1956, 109 minuti) Humphrey Bogart, Rod Steiger, Jan Sterlin, Mike Lane, Nehmiah Persoff, Jersey Joe Walcott, Max Baer, Edward Andrews. Regia di Mark Robson.

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Lassù qualcuno mi ama

(Somebody Up There Likes, 1957, 113 minuti) Paul Newman, Annamaria Pier Angeli, Everett Sloane, Sal Mineo, Steve McQueen, Eileen Heckart, Harold J. Stone. Regia di Robert Wise.

città

Città amara
(Fat city, 1972, 100 minuti) Stacy Keach, Jeff Bridges, Suan Tyrrell, Candy Clark, Nicholas Colasanto. Regia John Huston.

Rocky

Rocky
(Rocky, 1976, 119 minuti) Sylvester Stallone, Talia Shire, Burt Young, Carl Weathers, Burgess Meredith, Thayer David, Joe Spinelli. Regia John G. Avildsen

toro

Toro scatenato
(Raging Bull, 1980, 129 minuti) Robert De Nito, Joe Pesci, Cathy Moriarty, Frank Vincent, Nicholas Colasanto. Regia di Martin Scorsese.

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Quando eravamo re
(When we were kings, 1996, 89 minuti) Regia di Leon Gast.
Documentario vincitore del premio Oscar 1957. I personaggi sono i protagonisti della magica notte di Kinshasa: Ali, Foreman, Dundee, Don King…
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Hurricane – Il grido dell’innocenza
(The Hurricane, 1999, 145 minuti) Denzel Washington, Vicellous Reon Shannon, Deborah Kara Unger, Liev Schreiber, John Hannah, Rod Steiger, Vincent Pastore. Regia Norman Jewison.

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Million dollar baby
(Million dollari baby, 2004, 127 minuti) Clint Eastwood, Hilary Swank, Morgan Freeman, Jay Baruchel, Mike Colter, Lucia Riijker. Regia di Clint Eastwood.

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Cinderella man, una ragione per lottare
(Cinderella man, 2005, 139 minuti) Russell Crowe, Renée Zellweger, Paul Giammatti, Craig Bierko, Paddy Considine, Bruce McGill. Regia di Ron Howard

I LIBRI

ko

KO, storie, avventure e segreti del pugilato mondiale
(Un viaggio pieno di sorprese attraverso luoghi e protagonisti della boxe, Mondadori 1978) di Giuseppe Signori.

toro

Toro scatenato
(L’autobiografia di Jack LaMotta, miserie, gloria e violenza, Mondador 1980) di Jack LaMotta

uragano

L’anno dell’uragano
(Jack Johnson, intrighi, pugni e bugie, razzismo e furia della natura, Fanucci 2004) di Joe R. Landsdale

pugni

Pugni
(Tre racconti, quello del titolo è la sfida tra Il Ballerino e La Capra, dove il ring è la vita, Sellerio 2006) di Pietro Grossi

remnick

Il re del mondo
(La vera storia di Muhammad Ali, Feltrinelli 2008) di David Remnick.

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Hurricane
(La drammatica storia di un uomo ingiustamente accusato di triplice omicidio. Ladri di sogni gli hanno distrutto la vita, 66th and 2nd 2010) di Hirsch James S.

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La sfida
(Il magico racconto di Ali vs Foreman a Kinshasa, Einaudi 2012) di Norman Mailer

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Una bistecca
(Un lungo racconto che narra le frustrazioni di un pugile, Ortica editrice 2012) di Jack London

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Mal tiempo
(L’ultima occasione di un pugile al tramonto, Cuba è lo scenario della storia, Keller editore 2012) di David Fauquemberg

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Città amara
(L’unico romanzo di un autore fantastico, Fazi 2015) di Leonard Gardner

 

I MIEI LIBRI DI BOXE

 

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Saper vedere un incontro di pugilato (un manuale che aiuta a capire come analizzare un match, Compagnia Editoriale)

Uomini

Uomini e pugni (ricordi, aneddoti, curiosità di due innamorati della boxe, scritto assieme a Roberto Fazi. Marchesi Grafiche editoriali)

giganti

Dodici giganti (la storia di dodici pesi massimi, da Jack Johnson a Mike Tyson, Libreria dello Sport). Vincitore secondo premio Coni Letteratura.

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E chiamavano me assassino (la vita spericolata e difficile di Stanley Ketchel, un dei più grandi pesi medi di sempre, Absolutely Free Editore)

oro

L’oro dei gladiatori (la meravigliosa avventura della nazionale azzurra all’Olimpiade di Roma 1960, Edit Vallardi)

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Meraviglioso (Marvin Hagler e i favolosi anni Ottanta, un periodo magico per tutto il pugilato, Absolutely Free editore)

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Monzon (il professionista della violenza, scritto assieme a Riccardo Romani, Absolutely Free editore)

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I pugni degli eroi (Robinson, Ali, Chavez e tutti i grandi della boxe. Scritto con Franco Esposito, Absolutely Free editore)

galassi

A modo mio (Simona Galassi: storia di pugni e di passione, scritto con Flavio Dell’Amore, Edizioni InMagazine)

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Non fare il furbo combatti (Perdenti ed eroi tra droga, sesso e un po’ di gloria, Absolutely Free editore)

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Stanley Ketchel (il più grande dei selvaggi del ring, nuova edizione rielaborata e ampliata di “E chiamavano me assassino”, Absolutely Free editore)

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Anche i pugili piangono (la tormentata storia di un grande del pugilato italiano. Sandro Mazzinghi: un uomo senza paura, nato per combattere. Absolutely Free editore). Vincitore Premio Selezione Bancarella Sport 2017.

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Il match fantasma, un viaggio nella boxe e nella società americana inseguendo una sfida impossibile: quella tra un quarantacinquenne George Foreman appena tornato campione del mondo e Mike Tyson dopo il ko contro Douglas e la prigione.  Il più anziano contro il più giovane campione del mondo nella storia dei pesi massimi. Un racconto che parte da Kinshasa e passa attraverso Las Vegas, Atlantic City e l’Europa. I protagonisti della categoria più prestigiosa visti da vicino.

 

Piatti, Moya, McEnroe. Tre maestri per regalare a Raonic la magia di una finale a Wimbledon

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Milos Raonic ha sconfitto Roger Federer a Wimbledon. Per la prima volta un canadese è in finale in un torneo del Grand Slam. Domani affronterà Andy Murray

 

MILOS in alcuni momenti ha quell’espressione un po’ strana da pitbull, un pitbull buono al punto che più di uno lo chiama Baby Face. E poi c’è quel fisico da gigante, 1.96 per 90 chili, che un po’ ti intimidisce. Ma Milos Iron Raonic è cattivo solo sul campo. Un bomber che spara servizi costantemente superiori ai 225kmh, uno che è stato anche capace di toccare i 241kmh!

Un bombardiere, un uomo in grado di risolvere velocemente qualsiasi sfida, è da sempre un soggetto affascinante. Il pugile che ha nelle sue mani il pugno da knock out sollecita la fantasia, cattura l’attenzione. Ha la strada più facile verso la celebrità. Uno di loro, Mike Tyson, con la forza dei pugni ha costruito una fortuna. Per poi buttarla via assieme agli anni migliori della sua vita.

A Milos questo non accadrà, lui ha una diversa cultura e soprattutto una diversa famiglia alle spalle. Ma come Tyson (che studiava i vecchi campioni come Joe Louis, Jack Dempsey o Sonny Liston) anche Raonic passa qualche ora davanti al video facendo scorrere le immagini degli eroi del passato. Chiedetegli di Jack Kramer o Pancho Gonzalez, le sue risposte vi sorprenderanno.

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E ora che si è affidato a John McEnroe per scoprire sino in fondo la magia del tennis, il cerchio si è chiuso. Non tutti i tennisti sono convinti che il giusto coach possa aiutarti a vincere, Raonic va controcorrente e di allenatori ne ha addirittura tre.

Riccardo Piatti, che cura l’impostazione generale, lo ha formato.

Carlos Moya, che lo prepara soprattutto sul rosso, lo ha motivato.

John McEnroe, assunto come consulente per i tornei sull’erba, lo ha cambiato.

Come Iron Mike su un ring di pugilato, Milos picchia su un campo da tennis. Ha la più alta percentuale di punti fatti con la prima di servizio e il numero degli ace aumenta a doppia cifra partita dopo partita. Battuta dopo battuta ha scalato velocemente la classifica. Era 425 nel marzo 2010, un anno dopo era già 35 (avendo cominciato la stagione da 156!). Oggi è 7 del mondo, dopo avere raggiunto il vertici della quarta posizione. Mai nessun canadese si era spinto fin lassù.

In realtà lui è un canadese acquisito.

TENNIS - INTERNATIONAUX DE FRANCE 2014

Raonic è nato il 27 dicembre del 1990 a Podgorica, che all’epoca si chiamava Titograd, in Montenegro. Una città dolce, bagnata da sei fiumi. Le acque della Moracia e della Ribuiza la attraversano; quelle di Zeta, Situiza, Mareza e Zilvna le passano molto vicino. Ma l’uomo è capace di rovinare anche il quadro più bello.

Una guerra etnica spietata, crudele, tragica, aveva appena cominciato a dilaniare la Jugoslavia. Il fratello uccideva il fratello. Si faticava a capire come tanto dolore avrebbe potuto essere un giorno dimenticato.

“Ok ok lo so che capisci
ma sono io che non capisco cosa dici
Troppo sangue qua e là sotto i cieli di lucide stelle
Nei silenzi dell’immensità
Ma chissà se cambierà
oh non so se in questo futuro nero buio
Forse c’è qualcosa che ci cambierà
Io credo che il dolore
è il dolore che ci cambierà
Oh ma oh il dolore che ci cambierà”
(Henna, Lucio Dalla)

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I genitori di Milos, Dusan e Vesna, in Montenegro lavoravano come ingegneri nucleari. Avevano subito capito che il futuro avrebbero dovuto costruirlo altrove. Erano così volati in Canada, erano andati a vivere con tutta la famiglia in Ontario, alla periferia di Toronto. Comincia così la storia di un ragazzo che, per necessità o scelta, è diventato cittadino del mondo.

Nato in Montenegro, cresciuto in Canada, studente negli Stati Uniti (ha avuto una borsa di studio dall’Università della Virginia), tennista professionista in Spagna, residente a Montecarlo.

Aveva tre anni quando lasciava il Montenegro. A 8 dopo cominciava a giocare a tennis. A 12 lo faceva già con discreta costanza. Doveva allenarsi molte ore al giorno e soldi da sprecare non ce ne erano. Toccava al papà trovare la soluzione migliore. Così Dusan aveva preso in affitto, al Blackmore Tennis Club di Richmond Hill, una macchina sparapalle. Per spendere meno dei 24 dollari l’ora dei momenti di maggiore richiesta, se l’era fatta dare nello spazio in cui il flusso dei soci era praticamente inesistente. Alle 6 del mattino e dopo le 9 di sera. Il problema era risolto. E aveva un vantaggio da non sottovalutare. Figlio e papà sarebbero stati assieme. Dusan era con lui sul campo al caldo o al freddo, ma sempre rispettoso dei ruoli. Da papà intelligente sapeva che era responsabile dell’educazione del ragazzo e doveva vigilare sui suoi studi, ma sapeva anche che era compito del maestro di allora (Casey Curtis) gestire il giovanotto come tennista. Non aveva mai invaso gli spazi altrui.

Un incoveniente era però stato impossibile cancellare. Visti gli orari, Milos si trovava spesso ad allenarsi da solo, una situazione che lo costringeva a provare l’unica cosa che potesse fare senza avere un compagno con cui confrontarsi. Migliorare il servizio.

Oggi picchia sulla pallina con classe e potenza. A questo ha saputo aggiungere nel tempo molte altre cose. Un gioco più solido da fondocampo, un buon rovescio slice, la padronanza nel gioco di volo. E un carattere finalmente tosto.

“E’ stato eccitante vedere un talento come lui, non mi accadeva da parecchio tempo. Non mi sorprenderei se entrasse presto tra i migliori dieci del mondo”, aveva detto cinque anni fa Andy Roddick, uno che se ne intende, dopo averci giocato in finale a Memphis.

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“Fight, run and hit the ball”. Combatti, corri e picchia la palla. Marat Safin diceva che i suoi comandamenti erano tutti qui e tu avevi la tentazione di credergli. Come il russo, anche Raonic è entrato come una palla da bowling nel mondo del tennis. Come lui combatte, corre e picchia la pallina. Ha meno talento naturale, minore solidità e gioca peggio sulla terra battuta. Ma sul piano della tenuta mentale mi sembra che gli sia già superiore.

Il mondo della racchetta si chiedeva da anni fin dove potesse spingersi il giovanotto. Sul veloce era una garanzia, sulla terra doveva migliorare molto, sull’erba aveva il potenziale per fare bene, ma era frenato dalla mancanza di sicurezza nei suoi mezzi. Ora ha confermato di sapere essere da corsa contro chiunque.

Il giovanotto ha fatto scoprire il tennis a un Paese che sembrava appassionarsi solo all’hockey su ghiaccio o, al limite, al basket. Milos è uno che rispetta la tradizione della nazione che lo ha visto crescere, per questo tifa Toronto Raptors e Toronto Maple Leafs, ma è lo sport che si gioca con racchetta e pallina ad entusiasmarlo. Una passione che, assieme ai risultati (otto titoli Atp ; il raggiungimento, per la seconda volta nella storia canadese, della semifinale di Coppa Davis), ha fatto lievitare l’interesse di questo bel Paese che sa regalare calore ai suoi eroi.

E’ uno che non si tira indietro. Il punto va a cercarlo, non aspetta che il rivale sbagli. E’ un tipo tosto, un giovane che a venticinque anni ha già raccolto esperienze in ogni parte del mondo. E adesso guida un movimento, quello canadese, in continuo sviluppo. Lui e Eugenie Bouchard hanno tracciato la strada, altri li seguiranno.

E noi siamo qui a farci ancora la stessa domanda.

Dove potrà arrivare Milos Raonic?

Antoine Griezmann, idolo di Francia. Maud, la sorella testimone di una tragedia

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Lui è Antoine Griezmann, 25 anni, idolo della Francia. Il calciatore a cui un’intera nazione domani affiderà un sogno, la piccola furia che con sei gol ha portato la squadra in finale agli Europei 2016.

Lei è Maud Griezmann, 28 anni, la sorella. Una donna che cerca di scacciare un incubo.

Parigi, 13 novembre 2015.

Ore 9:00 della sera.

Maud è con Simon Degoul, il fidanzato, all’interno di un grande locale dove si suona musica dal vivo.

Antoine sta uscendo dagli spogliatoi dello Stade de France dove tra poco affronterà la Germania in amichevole.

Qui comincia la storia.

Un dramma, anzi una tragedia.

Maud ha raccontato quella notte maledetta a Sam Borden del New York Times.

Lei spegne il cellulare, la musica degli Eagles of Death Metal è troppo forte per sentirlo, per parlare. C’è allegria attorno a Maud, il rock aggiunge ritmo a una gioventù che in quel momento chiede solo di divertirsi.

Alle 9:20 due kamikaze si fanno esplodere appena fuori dallo stadio. Il presidente Francois Holland viene portato rapidamente via in elicottero. La partita si ferma. I tifosi, rifugiatisi dentro il terreno di gioco, sono terrorizzati. I giocatori sono rinchiusi negli spogliatoi.

Un’altra sparatoria in un ristorante di Parigi.

C’è l’inferno là fuori, vicino a lei. E c’è Antoine che ha paura.

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Maud non sa niente, ha spento i contatti con il mondo, la musica è l’unica cosa che riempie quei momenti della sua vita.

È legata al fratello, è legata alla famiglia.

Ha un tatuaggio con la data di nascita di Antoine e uno con il nome dell’altro fratello: Theo.

Nel locale si sentono degli scoppi. Lei pensa che siano effetti scenici, uno scherzo. Pensa a tutto, non può neppure immaginare cosa possano fare gli uomini quando hanno il buio in fondo al cuore.

Le urla sono il segnale di quanto brutta possa essere a volte la vita. Non è uno scherzo, né un effetto scenico. È la tragedia che si presenta in tutta la sua crudeltà.

Il commando spara per uccidere.

In molti si buttano a terra.

Maud e il fidanzato sono con la faccia schiacciata sul pavimento, fanno di tutto per non muoversi. Chiunque dia un segnale di irrequitezza viene brutalmente ammazzato.

Alla fine saranno 130 i morti di quella maledetta giornata, 90 di loro saranno uccisi al Bataclan. Il locale dove Maud Griezmann pensava di trovare un fine settimana di spensieratezza.

L’irruzione della polizia salva molti ragazzi. Lei e Simon scappano via a piedi nudi, raggiungono un taxi, chiedono di essere portati a casa.

Sono le 2:00 del mattino del 14 novembre 2015.

La tragedia si è compiuta, l’incubo è appena iniziato.

Domani Antoine giocherà la finale degli Europei 2016 contro il Portogallo di Cristiano Ronaldo. E la Francia si aggrapperà al suo estro per conquistare il trofeo.

In tribuna ci sarà Maud, i due si vogliono un mondo di bene.

Quando Antoine era piccolino e tirava il pallone contro la porta del garage di famiglia, lei vestiva i panni del portiere e lo incoraggiava a calciare più forte, più preciso.

Oggi lavora per lui, cura la sua immagine e le pubbliche relazioni.

Maud tiferà per Antoine, questo la aiuterà per un attimo a scacciare le immagini di un incubo che sa benissimo l’accompagnerà per tutta la vita.
Per non dimenticare ha aggiunto sulla pelle un nuovo tatuaggio.

L’immagine della voce guida degli Eagles of Death Metal che canta mentre piange, abbracciato alla Torre Eiffel.

Pensare che la gioia di una vittoria in un’importante partita di calcio possa aiutare a scacciare il ricordo di una tragedia, sarebbe follia. Ma il piacere di vedere un fratello felice per qualcosa che regala gioia a tanta altra gente, può aiutare a vivere un momento di pace.

All’asta il sospensorio indossato da Frazier quando ha sconfitto Ali. Offerta minima 5000$…

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Il sospensorio che ha protetto la virilità di Joe Frazier quarantacinque anni fa in occasione del primo match contro Muhammad Ali, quello vinto da Smoking Joe al Madison Square Garden di New York, sarà messo all’asta.
Joe l’aveva regalato a un suo amico la notte del match, l’8 marzo 1971. L’amico lo ha conservato per circa quarant’anni, vendendolo a un commerciante di memorabilia nel 2009.
Il collezionista ha ora raggiunto un accordo con la Goldin Auctions che lo metterà all’asta dal’11 luglio con un prezzo base di cinquemila dollari.

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La notizia è apparsa sul sito TMZ.com che ha voluto sottolineare il pregio principale di quel sospensorio.
Non è stato mai lavato!

Quarant’anni fa la pazzesca sfida tra Foreman e Lyle

LAS VEGAS, NV - JANUARY 24, 1976:  George Forman (R) throws a punch to the head of Ron Lyles (L) during a Heavyweight elimination fight January 24, 1976 at Caesars Palace in Las Vegas, Nevada. Forman KO'd Lyles in the 5th round. (Photo by Focus On Sport/Getty Images)

Sabato, 24 gennaio 1976.
Sul ring allestito sotto un tendone all’interno del Caesars Palace di Las Vegas, Ron Lyle guarda Foreman steso al tappeto. L’ex galeotto lo ha messo giù con un colpo tremendo.
Il più duro che io abbia mai subito” ricorda Big George.
È il quarto round di un match drammatico.
Foreman barcolla su un diretto destro quando mancano venti secondi alla fine del primo round.
Lyle è in evidente difficoltà nel secondo, poi mette kd Big George nel quarto.
L’ex campione del mondo si riscatta subito e spedisce il rivale al tappeto. I due continuano a scambiarsi colpi terribili fino a quando Lyle non rispedisce giù Big George. Mancano solo tre secondi al suono del gong che chiude la ripresa.
È giunta la mia ora, morirò prima che l’arbitro abbia contato fino a otto.”
Il pubblico assiste stupefatto alla distruzione di quel gigante che fino a due anni prima spaventava il mondo intero.
Ma Big George non è uno tenero.
Si rialza e dopo il minuto di riposo è pronto a riprendere il combattimento.

È di nuovo in difficoltà in avvio della quinta ripresa, sbarella, sembra sul punto di arrendersi di conoscere ancora l’amarezza del knock down se non quella del definitivo ko.
Ma tutto cambia velocemente in questo pazzesco combattimento. L’ex campione del mondo travolge di colpi Ron Lyle, lo manda giù. E stavolta non c’è spazio per il recupero. Lyle è knock out.
Sono passati 2:28 dall’inizio del quinto round quando l’arbitro Charley Roth ferma uno dei più violenti match nella storia della boxe. Ognuno degli atterramenti sembrava dovesse essere quello definitivo.

Lyle Foreman
I cartellini al momento dell’interruzione sono estramamente equilibrati, come del resto lo è stato l’incontro.
Bill Kipp 17-18, Lou Tabat 17-18, entrambi per Foreman.
John Mangriciana 18-18.
Big George può guardare avanti, chiuderà la carriera ventuno anni dopo questa drammatica sfida…

 

Rick, 61 anni, affronta un’orsa e la mette due volte kd a pugni nudi

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Rick Nelson ha 61 anni e viene dall’Ontario. Stava camminando in una regione selvaggia fuori Sudbury, la più grande città a nord dello Stato, con il cane preferito dalla moglie: un meticcio di cinque anni di nome Maggie. Appena arrivato in cima a un burrone aveva legato l’animale a un albero, era stato in quel momento che un cucciolo d’orso era uscito dal bosco vicino.

Quello che è accaduto dopo, Rick l’ha raccontato in un’intervista al National Post.

Tremavo all’idea che presto sarebbe potuta arrivare la mamma“.

Nelson è un tipo robusto, da giovane ha tirato di boxe e ancora oggi si allena in palestra. Sacco e qualche seduta di sparring ogni pomeriggio. Ma sfidare a pugni nudi un orso non è la migliore idea del mondo.

Il primo pensiero era stato quella di scappare. Ma aveva il burrone alle spalle, avesse deciso di tentare la discesa avrebbe lasciato Maggie in grave pericolo. Dovevano andare il più lontano possibile prima che arrivasse mamma orsa. Dovevano farlo subito e dovevano farlo assieme.

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Il tempo però era appena scaduto. Il gong aveva dato inizio all’insolito match.

L’orsa (“Sarà stata assai vicina ai 150 chili” ha detto Rick) è sbucata dalla boscaglia e si è diretta verso Maggie che aveva preso ad abbaiare sempre più forte. Il cucciolo, lì vicino, assisteva alla scena in silenzio.

Nelson si è messo in mezzo tra l’orsa e il suo cane.

Era nel panico totale, ma l’unica cosa di cui era certo era che doveva difendere Maggie.

L’orsa provava con uno swing di buona fattura. Un gancio, tirato con la zampa anteriore sinistra quasi distesa, centrava la spalla destra di Rick e gli procurava brutte ferite anche sul braccio.

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Nelson reagiva con un gancio sinistro, centrava l’animale sulla bocca facendosi male alle nocche. Ma l’orsa crollava a terra. Primo knock down.

Una scrollatina e l’animale ripartiva in attacco, una zampata destra prendeva di striscio il nostro eroe che rotolava sull’erba per non offrire un punto di riferimento. Il sangue intanto cominciava ad uscire anche dalla guancia.

Rick si tirava velocemente su e sparava un montante che mandava nuovamente l’orsa con il sedere per terra.

È stato esattamente a quel punto che Rick Nelson ha temuto per la sua vita.

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Mamma orsa era furiosa. Sicuramente l’avrebbe ucciso.

Ma come nelle migliori favole, il lieto fine era dietro l’angolo.

Evidentemente stanco di vedere quella scena poco edificante, il cucciolo lanciava un segnale di richiamo alla mamma che andava verso di lui. Assieme rientravano nel bosco.

Rick si lavava le ferite in un ruscello, si medicava alla meglio e tornava a casa con Maggie.

Era appena finita una storia che, fortunatamente, poteva raccontare.