Mayweather, Golovkin, sigle, pay per view. Le colpe della boxe

kover1

Floyd Mayweather jr è una spaventosa macchina da soli.

Tutti vorrebbero il suo bancomat, molti si propongono per poterlo usare almeno una volta. Un match contro Pretty Boy vuol dire il guadagno più alto della carriera di qualsiasi atleta in circolazione.

C’è una ressa da fare impallidere la spiaggia di Ostia a Ferragosto.

Hanno promosso la loro disponibilità Anthony Mundine, Amir Khan, Kell Brook, Timoty Bradley, Shawn Porter, Keith Thurman.

Ha ragione Ray Boom Boom Mancini quando dice che scegliere Andre Berto è stato “terribile”. Il guerriero italo-americano ha aggiunto: “Ha coraggio, è un combattente. Ma ha la mascella fragile, non è il rivale per uno che si proclama il “migliore di sempre”. Io dico che potrebbe entrare nella Top Ten solo se affrontasse e battesse Gennady Golovkin!

Eccolo qui il nome ricorrente.

Mettere assieme Mayweather e Golovkin assicura fascino e interesse.
Entrambi imbattutti, entrambi dominatori del momento.

Golovkin, che è il campione dei medi, ha dichiarato di essere pronto a scendere al limite dei superwelter per misurarsi con Money. E Mayweather è il titolare della categoria per Wbc e Wba. Ma è anche vero che non ha mai sfiorato il limite delle 154 libbre ed è salito sul ring solo tre volte per la categoria (De La Hoya, Cotto e Alvarez) segnando al massimo 151 libbre. Lo stesso clan del campione ha già fatto sapere a Golovkin che l’unica possibilità per lui di misurarsi con Floyd sarebbe quella di accettare un match al catchweight di 149 libbre.

In altre parole l’incontro rimarrà nella categoria Fantasy.

berto1

La realtà parla ancora di Andre Berto, ma nessuna fonte ufficiale ha confermato quello che è per (quasi) tutti un match già chiuso.

L’altra realtà è che Floyd Mayweather continua a comportarsi da padrone assoluto del pugilato mondiale. Insulta la Wbo che gli ha giustamente tolto il titolo dei welter, gestisce le cinture Wbc e Wba dei superwelter a proprio piacimento.

E qui mi sembra giusto aprire una parentesi sulle storture delle sigle professionistiche.

Il 14 settembre del 2013 Floyd Mayweather jr e Saul Canelo Alvarez si sono affrontati per i titolo Wba e Wbc dei superwelter. Il primo era il “supercampione” della Wba, l’altro oltre a detenere la corona Wbc era il campione unificato della Wba. A parte il ridicolo delle definizioni (supercampione, campione unificato, campione a interim, campione del mondo) create solo per avere quattro possessori di un unico titolo, qualcuno dovrebbe spiegarmi per quale motivo è stato possibile che i due si accordassero al catchweight di 152 libbre, quando il limite della categoria è di 154.

alvarez1

La cosa non ha destato scandalo. Il pugilato è diventato una giungla e tutti sono abituati a muoversi in mezzo al caos al punto che qualsiasi orrore assume i contorni della normalità.

Nessuno fa più caso al fatto che le categoria siano passate da otto a diciassette, che ogni singola categoria sia passata da un unico detentore a quattro (calcolando le sigle maggiori) o otto (mettendoci dentro tutto il resto della banda dell’alfabeto), che la Wba si sia inventata la possibilità di dare lo stesso titolo a quattro persone diverse. Tutto normale. E da qualche tempo ecco riuscire fuori il catchweight.

Fate pure un match a un limite di peso concordato tra i due clan, ma per quale stramaledetto motivo deve essere considerato campionato di una categoria che prevede un altro limite?

Ci si scandalizza della scelta di Mayweather. Vuole affrontare Andre Berto in quello che dovrebbe, e sottolineo dovrebbe, essere il suo ultimo match. Ci si indigna che non si misuri con Golovkin, quando non ci si è indignati del fatto che in passato gli sia stato permesso da un giudice della Corte di Las Vegas addirittura di posticipare “l’ingresso” in prigione per difendere i suoi titoli sul ring.

cinture1

Quando mi chiedono perché la boxe non abbia più la popolarità di un tempo, rispondo che i motivi fondamentali sono due. Il caos mostruoso creato dalla politica pugilistica mondiale e l’avvento della pay per view.

Del primo colpevole ho già detto, del secondo dico semplicemente che ha generato maggiori guadagni per organizzatori, televisioni e (pochi) pugili. Ma ha anche tolto a questo sport il valore di fama universale.

Una volta, fuoi classifica Muhammad Ali che è stato il più popolare sportivo di sempre, se chiedevi in giro chi erano Foreman, Frazier, Liston trovavi una risposta immediata. Oggi neppure Floyd Mayweather ha fama totale.

E gli altri?

alifrazier1

Sono ancora tantissime le persone che pensano che dopo Mike Tyson non si sia disputato più alcun combattimento.

La televisione in chiaro, i grandi network, erano un megafono fantastico. Regalavano popolarità, facevano entrare il volto e le parole dei protagonisti nella case di tutti. Ora solo chi può permettersi i 50/100 dollari della ppv può vederli in diretta.

Non penso che gli Enti si unificheranno, come non penso che la televisione lascerà la miniera della pay per view a livello mondiale. Rassegniamoci dunque a essere la minoranza (certamente non silenziosa) del grande sport mondiale. Le colpe che portiamo sulle spalle pesano troppo per sperare di liberarcene.

Thomas sbatte la testa contro un palo al Tour de France

thomas

Incredibile incidente nell’odierna tappa del Tour de France.
Ne è rimasto vittima il gallese Geraint Thomas, 29enne campione olimpico ad Atene 2004 nell’inseguimento su pista, spinto involontariamente fuori traiettoria da un Warren Barguil completamente fuori controllo nell’affrontare una curva pericolosa durante la discesa del Col de Manse verso Gap.
Thomas è andato direttamente contro un palo della luce ai bordi della strada, ha sbattuto la testa ed è caduto in una piccola fossa.

 

Ha recuperato subito, ha ripreso la tappa e alla fine ha anche scherzato sull’accaduto.
Mi sento bene, credo che ora il dottore mi chiederà come mi chiamo e la mia data di nascita“.
Se dovesse chiedermelo, gli risponderò che sono Chris Froome…
Un gentile signore francese mi ha aiutato a tornare sulla strada e a rimettermi in sella, ma ho perso i miei occhiali. Non ne fanno più così“.
Geraint Thomas ha conservato la sesta posizione nella classifica generale, ma il distacco dalla maglia gialla Chiris Froome è salito a 5’32”.

Surfista tre volte campione del mondo attaccato da uno squalo!

Fanningv2

Terrore in acqua.
Questa mattina ll 34enne australiano Mick Fanning aveva appena concluso la sua prova nel corso della World Surf League’s JBay Open in Sudafrica, quando è stato attaccato da uno squalo.
Il tre volte campione del mondo non ha perso il controllo dei nervi e si è difeso come ha potuto, facendo uso della sua tavola da surf.
Immeditamente sono scattati i soccorsi.

Una barca e due moto d’acqua si sono lanciate a grande velocità verso il luogo dell’incidente e hanno portato in salvo sia Fanning che il connazionale Julian Wilson, in gara contro di lui per il secondo posto.
La competizione è stata sospesa.
I due australiani hanno deciso che non era consigliabile tornare in mare per lo spareggio e hanno preferito dividersi il premio in denaro e i punti in classifica.

Due giudici azzerano il sogno, la favola di Crolla finisce male

2AA85D9000000578-3166703-image-a-5_1437257913317

Il sogno è sfumato davanti a un verdetto ingiusto. Non un vero e proprio furto, ma certamente un giudizio che non rende giustizia all’andamento del mondiale.

Anthony Crolla aveva sperato di dimenticare l’incubo che lo aveva accompagnato negli ultimi mesi, voleva una sorta di risarcimento al dramma che aveva vissuto. Era riuscito a centrare l’impresa, ma una giuria disattenta l’ha punito con un pari che non meritava. Ho sempre qualche dubbio profondo quando due giudici hanno sei punti di differenza su dodici riprese.

Darleys Perez è salito sul ring con venti vittorie su 32 per ko, una sola sconfitta contro Yuriorkis Gamboa. È un brutto cliente per tutti. Crolla ha 29 successi (undici prima del limite), quattro sconfitte e due pari. Sul ring c’è salito da sfavorito.

Ma la boxe a volte vive di avventure che sembrano favole, anche se non sempre si concludono con un lieto fine.

Così qualche mese fa avevo raccontato la sua storia.

11

Il 16 dicembre scorso era un martedì come tanti a New Moston nella grande area di Manchester, Inghilterra.

Anthony Crolla se ne stava in casa assieme alla compagna Fran Sonderson e al piccolo Jesse che non aveva neppure un anno di vita. Si stavano godendo un pomeriggio in famiglia.

C’erano stati dei rumori poco prima, Anthony non ci aveva fatto caso. Ma quando si erano ripetuti aveva capito che qualcosa non andava in casa di Craig Townsend, il suo vicino. Un amico.

kover

Fran era spaventata. Anthony l’aveva tranquillizzata, dicendo che sarebbe stato molto prudente, ed era andato a controllare.

L’allarme era in funzione, la porta del patio aperta, una finestra distrutta. Sì, decisamente Craig era fuori e qualcuno si era introdotto in casa.
Ehi chi c’è lì? Uscite fuori! Che fate?

Anthony aveva cominciato a urlare e un istante dopo due giovani era usciti di gran corsa dal villino fuggendo lungo Thorley Close.

Fermati! Non andare! È pericoloso!

Fran era terrorizzata.

Ma l’istinto diceva ad Anthony che non poteva lasciare andare via quei due che avevano sicuramente rubato in casa dell’amico. E così gli era corso dietro.

Subito dopo Thorley Close, eccoli in Butterworth Lane, quindi Crescent Road.

Preso!

Anthony era in forma, correva veloce. Riusciva a bloccare uno dei due. Lo teneva per le braccia, gliele aveva messe dietro la schiena così che non potesse muoversi. Poi si era guardato attorno.

Troppo tardi.

2

SBAAM!

L’altro delinquente lo aveva colpito sulla testa con una lastra di cemento.

Lui era crollato a terra, andando giù aveva sentito anche un dolore terribile al piede. Quei due erano scappati via veloci.

Fran aveva chiamato il 999, polizia e ambulanza erano corse sul posto.
Anthony era stato ricoverato al Royal Oldham Hospital, meno di un quarto d’ora di distanza, a sirene spiegate.

Trauma cranico, larga ferita sulla fronte suturata con dodici punti, caviglia fratturata in due parti. Il giorno dopo era stato operato.

Anthony Crolla piangeva.

Non per il dolore e neppure per la rabbia. Piangeva perché pensava non potesse più sognare.

Il giovanotto, 28 anni di età e due soprannomi Mr Nice o Million Dollar Crolla, di mesterie fa il pugile. Dopo aver rischiato di morire, adesso rischiava di non poter più salire sul ring.

Aveva subito dovuto dire addio al mondiale programmato per il 23 gennaio a Manchester contro Richar Abril, il cubano campione dei leggeri per la Wba.

Anthony è davvero un bravo figliolo (Mr Nice la dice lunga sul suo carattere), ma è anche un lottatore. È sempre stato convinto di potercela fare. La botta alla testa era stato assorbita senza danni, gli esami, le lastre, la TAC avevano dato responsi positivi. Preoccupavano di più, paradossalmente, le fratture alla caviglia.

Lentamente, con grande pazienza e infinita forza di volontà anche questo problema veniva risolto. Il giovanotto tornava in palestra con grande gioia del suo maestro Joe Gallagher. Riprendeva ad allenarsi e finalmente era pronto.

3

Ieri alla M.E.N. Arena di Manchester ha affrontato il colombiano Darleys Perez per il titolo Wba dei leggeri.

Numero 11 dell’associazione, Crolla ha ricevuto questa sorta di regalo da parte della Matchroom Boxing Promotion di Eddie Hearn.

Un omaggio a compensazione della sfortuna che aveva azzerato i suoi sogni, un riconoscimento del suo atto generoso a difesa dei beni di un amico.

E lui ci ha dato dentro da campione. A molti di noi sembrava ce l’avesse fatta.

A molti tranne a due giudici che l’hanno punito oltremisura: uno stilando un cartellino che lo vedeva sconfitto, l’altro fermandosi al pari.

v2-Crolla

Adesso il vice presidente della Wba Gilberto Mendoza ha ordinato una revisione del filmato del campionato del mondo dei leggeri disputato sabato a Manchester tra il detentore Darleys Perez e Anthony Crolla. L’Indice Pod effettuerà l’esame per conto della WBA e utilizzerà dieci giudici, cinque adotteranno il sistema tradizionale e cinque avranno la possibilità di utilizzare il mezzo punto.

L’Indice Pod è un metodo per valutare le prestazioni dei giudici attraverso la determinazione della percentuale di casi in cui i suoi punteggi siano coerenti con quelli degli altri due giudici impegnati nello stesso match.

Il risultato dell’incontro è stato di pari per split decision, un giudice 114-113 per Perez, un altro 116-111 per Crolla, il terzo ha assegnato il pari: 113-113. I tre erano Terry O’Connor, Jesus Morata Garcia e Josè Roberto Torres.

Cinque punti per uno, un punto per l’altro. Qualcuno dovrà spiegare ad Anthony Crolla perché ieri sera non è andato a dormire con la cintura di campione dle mondo accanto al letto….

 

Espn ricorda con un premio il coraggio di Lauren Hill

kover1

È una storia che mi ha regalato grandi emozioni.

Il racconto drammatico di una giovane vita spezzata.

ESPN ha voluto sottolineare ancora una volta la grandezza della ragazza protagonista della vicenda, assegnando nei giorni scorsi a Lauren Hill l’ESPYS Award per il “miglior momento” della stagione, un premio alla memoria.

Ho già raccontato la tragedia di questa giovane giocatrice di basket che non si è fermata davanti a nulla. Ripropongo la storia perché sono sempre più convinto che si possa imparare molto da chi ha avuto la forza di lottare contro un male terribile con dignità e coraggio.

35546123001_4164962458001_lauren-hill01thumbLG

Lauren Hill è morta il 10 aprile. Se ne è andata per sempre la ragazza che ha commosso il mondo. Malata di un inguaribile tumore al cervello, non si è mai arresa. Ha continuato a lottare sino all’ultimo. La ricordiamo il 2 novembre dello scorso anno quando ha realizzato il desiderio di giocare ancora qualche secondo con la sua squadra di basket del Mount St Joseph. Un canestro ad inizio partita e uno alla fine nella vittoria sull’Hiram College, è questo il “miglior momento” che Espn ha voluto premiare. Gli ultimi sprazzi di intensa felicità prima del buio. La gioia per avere realizzato un sogno.

Da quel giorno il campo di battaglia si è spostato su un altro terreno.

LB

Alla fine di quella partita sono stati raccolti 40.000 dollari per la fondazione The Cure Starts Now che aiuta la ricerca sul cancro. Quando Lauren se ne è andata i fondi avevano raggiunto i 2 milioni di dollari.

Lauren Hill aveva 19 anni.

-1

Ha esordito con la squadra di college della Mount St Joseph University, scrivevo il 2 novembre del 2014.

Dopo diciassette secondi è andata a canestro. Ha poggiato il peso sulla gamba destra ed ha messo la palla dentro con la sinistra.

Il suo coordinamento non era perfetto.
Era una delle conseguenze del tumore al cervello che le è stato diagnosticato alla fine dello scorso anno.

È rimasta in panchina per il resto della partita. Nausea e mal di testa l’hanno tormentata, il male e le medicine non le hanno dato tregua. Quando mancavano trenta secondi alla fine il pubblico ha cominciato a ritmare

Noi amiamo Lauren, Lauren, Lauureeen, Lauureeen!

Il coach l’ha rimandata in campo. Ha fallito un primo tiro, ha fatto centro con il secondo. Stavolta con il destro. Quasi un miracolo. La folla è scattata in piedi, l’hanno applaudita anche le ragazze dell’altra squadra.

Non dite che questa è stata la mia ultima partita. Dite che è stata la mia prima gara di college.

Oltre diecimila persone stipavano l’arena della Xavier University di Cincinnati, il match era trasmesso in diretta da Fox Sport Ohio. Un boato ha accompagnato il canestro in apertura, la gente ha ritmato il suo nome mostrando al mondo LAUREN 22, la scritta sulla maglietta che ha sempre indossato.

Mi sembrava bello sognare assieme Lauren, pensare che quella non fosse stata l’ultima partita.
Non è una favola a lieto fine, resta un racconto profondamente triste anche se è stato comunque capace di regalare attimi di gioia. In fondo lo sport fa parte della vita e nessuno in questo mondo ha la fortuna di essere immune dal male.
A raccontare la storia per primo è stato il notiziario pomeridiano di una televisione americana, la WKRC di Cincinnati.
Brad Johansen, il giornalista che ha realizzato il servizio, ha confessato di non essersi mai commosso così tanto.
È il primo giorno di ottobre 2013, Lauren Hill festeggia i 18 anni e viene raggiunta da una telefonata. È il più bel regalo che potesse ricevere, la Mount St Joseph University l’ha presa in squadra, giocherà con loro la stagione di basket che sta per cominciare.

kover
Lauren andrà via da Lawrenceburg nel Kentucky e si trasferirà nel College sulle sponde del fiume Ohio. A poco più di un quarto d’ora d’auto da Cincinnati.

È felice, euforica.
Comincia ad allenarsi, ma sente subito che qualcosa non va. Non regge il ritmo delle compagne, cede ad ogni scontro di gioco. Pensa di essere fuori forma.
Ha le vertigini, la parola in alcuni momenti le esce impastata, lei stessa sembra intorpidita. Lisa, la mamma, la porta in ospedale.

La risonanza magnetica rivela una spietata verità. Lauren ha un tumore al cervello, un cancro inoperabile.
I medici le danno due anni come speranza di vita.
Lei chiede agli oncologi se può continuare a giocare.
Le rispondono che sarà possibile per un breve tempo solo se si sottoporrà a chemioterapia e radioterapia.
Va avanti.
Non ho mai rinunciato al basket per un secondo anche quando ho ricevuto la diagnosi terminale. Non ho mai pensato di sedermi e non vivere sino in fondo la mia vita.”
L’ultimo anno lo passa in viaggio con la famiglia.
Grand Canyon, Cascate del Niagara, Hawaii.
Nel settembre scorso si sottopone a una nuova risonanza magnetica.

1

Il tumore è cresciuto. L’aspettativa di vita non va oltre dicembre.
Una partita. Voglio giocare solo un’ultima partita.”
Dan Benjiamin è il coach del Mount St Joseph e a quelle parole decide che bisogna dare una risposta importante.
Il campionato però gioca la sua prima giornata il 15 novembre e prevede la trasferta contro l’Hiram College.
Lauren insiste.
Amo il suono della palla che rimbalza, il cigolio delle scarpe sul parquet. Fatemi giocare un’ultima partita.”

TW

L’Hiram College accetta di invertire i campi e di disputare la prima in casa del Mount St Joseph.
Ma quel 15 novembre è troppo in là nel tempo.
La NCAA, la National Collegiate Athletic Association che gestisce il mondo sportivo universitario americano, violenta le sue stesse regole e anticipa l’inizio del torneo al 2 novembre. Per una sola partita, quella che conta.
Non vedo l’ora di entrare in campo e indossare la mia maglietta numero 22.”
L’appuntamento era per le 14:00 di domenica 2 novembre.
Quella partita si è giocata e Mount St Joseph l’ha vinta per 66-55, Hill ha segnato quattro punti. Ma credete davvero che questi numeri contino qualcosa?
Non mi sono mai sentita così bene in vita mia.”
Ha appena realizzato un sogno. Non fa progetti, non pensa alla tragedia che incombe. Sorride felice mentre le compagne la circondano d’affetto.
Ci vuole coraggio ad affrontare la vita, soprattutto quando sai che non te ne resta poi tanta.
È questo che deve insegnarci la storia di Lauren Hill che se ne è andata via per sempre a 19 anni appena compiuti.

Mayweather jr e il record di Rocky Marciano

kover

Mancano ancora le firme sul contratto, ma tutti dicono che l’affare è fatto. Poniamo che sia vero e il piano si realizzi. Il 12 settembre all’MGM di Las Vegas saliranno sul ring Floyd Mayweather jr e Andrè Berto. Il match sarà trasmesso in chiaro dalla CBS. A Pretty Boy andrà una borsa di 30 milioni di dollari più un bonus legato agli introiti pubblicitari. Il network ha già venduto gli spazi per tutti i sabato di settembre, ma sembra che ci siano i margini per un rialzo dei prezzi vista la possibilità di trasmettere un mondiale del pugile più popolare del momento. E quando dico popolare intendo in senso positivo, ma anche negativo.

I bookmaker hanno già espresso la loro opinione su questa sfida, Bet365.com ha dato le quote: Mayweather paga 1,012 (1,2 dollari ogni 100 di puntata), Berto è dato a 17 (1.700 dollari ogni 100 di puntata).

Quote e avversario a parte sembra che la cosa più importante sia il fatto che il 12 settembre Mayweather uguaglierà il record di Marciano: 49+. Lo scrivono tutti. I giornali, i siti specializzati, l’intera rete. E allora io mi faccio alcune domande.

Che vuol dire “uguaglierà il record di Marciano?”

pep

Andando a scomodare il passato troviamo Willie Pep che ha vinto i primi 62 match della carriera prima di perdere contro Sammy Angott il 19 marzo del ’43.

Carlos Zarate ha vinto i primi 52 prima di essere sconfitto da Wilfredo Gomez il 28 ottobre del 1978.

Un precedente anche in casa nostra, seppure di livello decisamente inferiore ai due fenomeni che ho appena citato. Nino La Rocca ha vinto i primi 56 match da professionista prima di perdere per ferita contro Gilles Elbilia nell’europeo del 15 febbraio 1984 a Capo d’Orlando.

Se poi vogliamo indicare il maggior numero di vittorie tra i massimi che dire di Sam Langford che ne ha messe assieme 179?

Sugar Ray Robinson ha vinto i primi 40 match, ha perso contro Jake La Motta e dei successivi novanta incontri ne ha vinti 88 e pareggiati due.

R

Da tutti questi numeri si deduce che l’unica cosa che rende unico il record di Marciano non è né il numero di vittorie consecutive, né tantomeno il numero di successi. Ma il fatto che lui si sia ritirato imbattuto dopo, appunto, 49 vittorie.

Leghiamo quindi il primato a un fatto così soggettivo?

Se il 16 aprile del 1999, dopo aver battuto per kot4 Tim Witherspoon il danese Brian Nielsen fosse sceso dal ring e avesse annunciato il ritiro avrebbe uguagliato il record di Marciano? E sì perché a quel momento anche il giovanottone aveva un bel 49+ da mostrare al mondo.

In qualsiasi sport le strisce positive si calcolano in assoluto. Il primato va a chi ha ottenuto quella più lunga. Il pugilato deve essere un’eccezione anche in questo.

Mettiamoci l’anima in pace e aspettiamo di leggere articoloni e paginate sul record che Mayweather uguaglierà dopo la vittoria su Berto o su qualsiasi altro pugile dovesse sfidarlo il 12 settembre.

Tanto poi si cambierà discorso e si comincerà a parlare del nuovo record, 50+, per il combattimento di maggio nella nuova arena dell’MGM. La rivincita contro Manny Pacquiao…

Lo strano caso di Ugo e della Pornonana, storia di un equivoco

sportdoc

Avvolto in un mantello nero, con cappuccio dello stesso colore, altezza più o meno di un comodino, l’esorcista si muove sicuro. Con la mano destra scansa Marilyn e a rapidi passi raggiunge la stanza dove Ugo sta declamando l’intero “Francisci Petrarchae laureati poetae Rerum vulgarium fragmenta”. Roba da far accapponare la pelle.

Elvis è terrorizzato. E quando è terrorizzato, cominciava a cantare.

It’s now or never

Bastaaa. Amore, non ce la faccio più. Almeno tu, aiutami. Stai zitto!

L’esorcista si chiude la porta della stanzetta alle spalle. Non vuole nessun altro lì dentro.

Le pareti della camera di Ugo raccontano l’appartenenza a una setta. I colori sono sempre uguali e si ripetono ritmicamente. Giallo e rosso. Giallo e rosso. Vietata qualsiasi altra tonalità. Giallo anche il lenzuolo, rossa la coperta.

I quadri appesi al muro ritraggono un uomo adulto in maglietta e pantaloncini corti. E con un dito in bocca. Deve essere l’abbigliamento e la gestualità richiesta agli adepti.

Su un’enorme bandiera accanto alla finestra è ritratta una lupa. I membri della setta devono essere devoti a quell’animale.

L’esorcista si leva mantello e cappuccio. Davanti a Ugo appare una donna. Ha belle tette, sedere sodo, non più di 1.53 di altezza.

È la Pornonana.

Arrotonda le entrate accettando lavori ad altrui domicilio. Le hanno parlato di un tizio che pagherebbe bene pur di fare sesso con lei. Ma vorrebbe farlo in modo strano, in un ambiente particolare.

Sarebbe tutto perfetto, se la Pornonana non sbagliasse casa. Va dai Ceccarelli. L’esorcista, quello vero, suona invece ai Cesaroni. I dirimpettai.

Gli apre Mariuccio detto “er Caccola”. Meglio non indagare sul perché. Quando vede l’uomo in nero, Mariuccio comincia a urlare cercando contemporaneamente di chiudergli la porta in faccia. Ma padre Adolf Goebbels è un duro. Con un colpo secco, rimanda la porta indietro centrando er Caccola proprio sul naso. Il giovanotto finisce steso sul pavimento e perde sangue.

Mariuccio tenta di tirarsi su, ma padre Adolf lo prende per il collo e lo porta nella stanza da letto, dove trova quello che il poveretto ha preparato per la donna che avrebbe dovuto regalargli piacere. Una frusta con frange in pelle nera, un paio di manette, un inginocchiatoio che tale non è, un mini abito in vinile lucido con aperture e lacci.

Il povero Caccola lotta con tutte le forze per evitare la tragedia che sente incombere sul suo immediato futuro. Il sacerdote lega al letto polsi e caviglie di quello pensava fosse l’indemoniato. Er Caccola è in balia di quel pazzo vestito di nero che l’agenzia gli ha mandato in casa. Vero, aveva chiesto di farlo strano. Ma doveva essere lui a comandare il gioco. E poi aveva chiesto una donna!

L’uomo in nero comincia a urlare.

Ti ordino Satana,

seduttore del genere umano:

riconosci lo Spirito di verità e di grazia,

lo Spirito che respinge le tue insidie

e smaschera le tue menzogne

Esci da questa creatura

Prima di perdere i sensi, Mariuccio er Caccola riesce a urlare la sua disperazione.

Tu non stai bene!

La Porononana, dopo il mantello, si toglie anche camicetta, gonna, reggiseno e scarpe. Indosso ha solo il perizoma e si avvicina, minacciosa e ancheggiante, verso il letto dove Ugo sta da qualche minuto immobile e con gli occhi sbarrati. Per restare concentrato ripete ad alta voce versi amici che pensa appartengano di diritto al momento che sta vivendo.

“Ho amato da tempo il tuo corpo di madreperla soleggiata

Voglio fare con te

Ciò che la primavera fa con i ciliegi”

La Pornonana rimane conquistata dalla musica di quelle parole. Un tipo strano, ma così romantico. Merita il trattamento di lusso.

Salta sul letto. L’uomo è attaccato con le spalle al muro, le gambe flesse, spinte dalle braccia verso il petto. Anche così raggomitolato, è grosso. Ma ha la faccia da buono. E quei versi raccontano di un animo gentile. Gli occhi di Ugo sembrano fissare il vuoto, in realtà guardano il poster di Totti sulla parete di fronte.

“A capita’, damme forza. Nun me tradì. Capisci a me, è come se te chiedessero de giocà co’ la Lazio”.

Poi, torna aulico.

“Amore, ch’al cor gentil ratto s’apprende

Amor, ch’a nullo amato amar perdona

Amor condusse noi ad una morte”

Di nuovo cittadino della Garbatella.

“A capita’ nun voglio morì. Porteme via de qui. Questa c’ha brutte ‘ntenzioni”.

La Pornonana è ormai decisa a portare a termine il lavoro.

Adesso basta romanticherie. Il sesso va fatto con passione. Al mio via, scateniamo l’inferno”.

Si toglie il perizoma e comincia la battaglia.

Racconto tratto dallo spaghetti noir “E MO T’AMMAZZO” di Dario Torromeo (edizioni Absolutely Free)

Il fantino dichiarato morto è tornato a gareggiare

kover

Brian Toomey giaceva sul lettino nel freddo della sala operatoria.

Era il 4 luglio del 2013.

Un’equipe di chirurghi si preparava a un’operazione ad alto indice di pericolosità.

I medici avevano avvertito i genitori che erano arrivati di gran corsa dall’Irlanda.

C’era solo il 3% di possibilità di sopravvivenza.

Nel caso in cui ce l’avesse fatta, esisteva il 60% di possibilità di una grave disabilità.

Tom era stato appena sbalzato dal suo cavallo Solway Dandy a Perth. Una caduta rovinosa, la testa che andava a impattare rovinosamente sul terreno. Era stato dichiarato morto per sei secondi, poi i paramedici l’avevano miracolosamente riportato in vita e ora il giovane jockey professionista, 24 anni, era nelle mani dell’abilità dei chirurghi del Ninewell Hospital di Dundee.

CIW7kd1XAAAbZpT

Tagliavano una parte del cranio grande come una mano, impedivano all’ematoma di comprimere il cervello. Più tardi avrebbero sostituito quel pezzo di calotta cranica con titanio. Gli stimolavano un coma indotto.

Il volto di Brian era devastato, la testa deforme, ma lui alla fine era salvo.

E gradualmente recuperava. Estetica e forze, coraggio ed energie.

Quasi sei mesi in ospedale, cure intensive, fisioterapia, ripresa graduale degli allenamenti.

Un mese fa il rinnovo della licenza.

Martedì è tornato in pista in sella a Kings Grey a Southwell e ha chiuso secondo. Domenica ci riproverà e il miracolo sarà completo, qualsiasi risultato raggiunga.

Ghiggia se ne è andato 65 anni dopo il gol che fece piangere il Brasile

kover

Era il 16 luglio del 1950.

La finale del Mondiale sembrava una formalità. Si giocava a Rio de Janeiro davanti a quasi duecentomila tifosi della squadra di casa e a poche centinaia di uruguaiani. Nelle prime due gare del girone il Brasile aveva battuto per 7-1 la Svezia e per 6-1 la Spagna. Bastava un pari per diventare campione del mondo. Nessuno aveva il minimo dubbio su come sarebbe andata.

Alla vigilia della partita era stato celebrato il carnevale, tanto per fare una prova generale della mega festa che ci sarebbe stata dopo l’inevitabile trionfo. Erano state preparate 500.000 magliette con la scritta “Brasil campeao 1950”. Ventidue medaglie d’oro erano state coniate per celebrare il trionfo. Lo stesso Julius Rimet, che avrebbe dovuto consegnare la Coppa, si era scritto un discorso in portoghese.

Il Diario de Rio era uscito con due titoli che non regalavano nulla alla scaramanzia: “O Brasil vencerà” e “A Copa serà nossa”. O Mundo non era stato da meno, sopra una grande foto con tutti i giocatori della rosa campeggiava un titolone: “Estes sao os campeos do mundo”.

Nel suo discorso prima del fischio d’inizio Angelo Mendes de Moraes, prefetto del Distretto Federale, aveva detto: “Voi, brasiliani, che io considero vincitori del Campionato del Mondo.Voi, giocatori, che tra poche ore sarete acclamati da milioni di compatrioti.
 Voi, che avete rivali in tutto l’emisfero. Voi che superate qualsiasi rivale. Siete voi che io saluto come vincitori!

Friaca apriva le marcature dopo due minuti della ripresa.

Cori, abbracci, lacrime di gioia, salti di felicità.

Schiaffino pareggiava.

Undici minuti alla fine.

Alcides Ghiggia, baffetto da sparviero e scheletro ingeneroso, si ingobbiva in una corsa verso il sogno. Nessuno lo contrastava. Improvvisamente quel fisico goffo e imbarazzante si era trasformato, aveva acquisito la bellezza di un purosangue che galoppa felice.

Aveva 24 anni il giovanotto di Montevideo e soprattutto aveva sui suoi piedi gli occhi dei ducentomila del Maracanà. Alzava leggermente la testa verso la porta e un attimo dopo calciava di mezzo collo, un tiro rasoterra che beffava Moacyr Barbosa, sfiorava il palo e entrava in rete.

Gioiva, strillava assieme ai suoi compagni. Urla solitarie rompevano il silenzio dello stadio, un’atmosfera irreale. Era come se una scheggia impazzita avesse rotto il ghiaccio perfetto di un lago d’inverno. Una prima crepa, poi un’altra e un’altra ancora. Lacrime di dolore profondo bagnavano le tribune.

Quel gol condannava il Brasile alla più grande delusione della sua storia calcistica.

Il Maracanazo.

“Nossa Hiroshima”.

La “Nostra Hiroshima” titolava senza paura di scivolare nell’esagerazione un giornale. C’erano stati almeno dieci suicidi, persone che avevano scommesso tutto sulla vittoria del Brasile e ora si ritrovavano senza Coppa e senza un real. Una vera tragedia raccontata con grande sensibilità dallo scrittore Josè Lius do Rego.

Ho visto un popolo a testa bassa, con le lacrime agli occhi, senza parole, abbandonare lo stadio come se tornasse dal funerale di un amatissimo padre. Ho visto un popolo sconfitto, e più che sconfitto, senza speranza. Questo mi ha fatto male al cuore. Tutto l’entusiasmo dei minuti iniziali della partita ridotto a povera cenere di un fuoco spento”.

Oggi, il 16 luglio del 2015, Alcides Ghiggia è morto, aveva 88 anni. Ne sono passati esattamente 65 dal momento magico in cui si è sentito improvvisamente un re.

ghiggiaroma

Ha conosciuto altri tempi felici, otto stagioni alla Roma e una al Milan.

Ha vissuto momenti difficili.

Non vive da eroe, non lo è mai stato, non ha mai potuto. Abita con estrema umiltà a Las Piedras, dipartimento di Canelones, venti minuti dal centro di Montevideo. Vive di ricordi che cerca di monetizzare senza pudore, interviste a pagamento per scavare nel suo ricordo vecchio di sessant’anni, sbarca il lunario con una tardiva e scarna pensione che lo Stato si è deciso infine ad attribuirgli. Non ha le medaglie di quel giorno, divorate dall’avidità dei dirigenti uruguaiani di quella Nazionale, gli stessi che uscendo dall’albergo per andare a giocare la finale del Maracanà li ammonirono: “Vediamo di non perdere più di quattro a zero, almeno”. Con i soldi, Ghiggia ha comprato un terreno da lasciare alla seconda moglie, più giovane di 35 anni, e ai suoi tre figli. In casa, don Alcides ha il libro autobiografico di cui detiene ancora i diritti, e che cerca disperatamente di far pubblicare anche all’estero, per chi abbia voglia e pazienza di leggere – quando non ci sarà più lui a raccontarla – quella partita fantastica e maledetta. Il titolo? «Un gol per l’eternità», ovviamente” ha scritto qualche anno fa il mio amico e valido collega Pietro Cabras sul Corriere dello Sport.

Ora Alcides Ghiggia non c’è più, di lui resterà per sempre il ricordo di quel gol che ha fatto piangere un’intera nazione.

Il racconto del 16 luglio 1950 al Maracanà è tratto da “DENTRO I SECONDI” di Franco Esposito e Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free, in libreria ad ottobre.

 

Ronda Rousey mette ko Mayweather

Ronda-Rousey-Ex-BF-Nudes

Ronda Rousey è stata premiata da ESPN come miglior combattente dell’anno. Sul tappeto rosso ha ricevuto l’ESPYS Award, l’ambito riconoscimento assegnato dal network sportivo agli atleti che si sono distinti nella stagione. Nella corsa a questa sorta di Oscar degli sport da combattimento, ha sconfitto anche un pugile di fama mondiale come Mayweather jr.
Ronda non si è smentita neppure nel momento della celebrazione e ha colpito duro ancora una volta. Giocando con le parole ha lanciato un montante ben assestato al pluricampione del mondo e lo ha messo ko.
Mi chiedo come si senta Floyd ad essere stato battuto da una donna, per una volta“.

Dove beaten, sta anche per picchiato…

Floyd Mayweather jr nel 2012 ha subito una condanna per violenza domestica. Ha picchiato la sua ex fidanzata davanti ai loro bambini di 9 e 10 anni.
Mi ha preso per i capelli e mi ha buttato a terra, ha cominciato a colpirmi con i pugni sulla testa. Mi ha girato il braccio destro dietro la schiena mentre urlava che mi avrebbe ucciso”.
Questa l’agghiacciante testimonianza di Josie Harris che con Floyd ha avuto tre figli. Il tribunale ha giudicato l’accusato colpevole e lo ha condannato a 90 giorni di prigione.

Ronda Rousey è famosa anche fuori dagli Stati Uniti, per chi conoscesse ancora poco di lei ripropongo un servizio che ho scritto qualche mese fa.

ufc

Il suo nome è Ronda, Ronda Rousey.

È imbattuta dopo undici combattimenti, nove vinti per sottomissione e due per knock out. È la regina dell’MMA (Mixed Martial Arts) e della sua più potente organizzazione, l’Ultimate Fighting Championship. Si affrontano all’interno di un gabbia e se le danno di santa ragione. L’ultimo match, contro Cat Zingano un’altra senza sconfitte, l’hanno trasmesso in pay per view.

Lei è sulle prime pagine dei giornali. Ha posato nuda per ESPN Magazine e Maxim, è nel numero ancora in vendita di Sports Illustrated, quello dedicato ai costumi da bagno. Ha fatto l’attrice in tre film, ha contratti con quattro sponsor importanti tra cui la Reebok. Ha regalato alle donne popolarità anche in uno sport tipicamente maschilista come l’MMA. Era già una diva, ma quando sabato scorso ha messo via in quattordici secondi una come Cat Zingano, la gente è impazzita.

X158908_TK1_00735

L’hanno paragonata a Mike Tyson.

Non ci sono dubbi. È la sua versione femminile. Ci sono poche situazioni in cui la gente paga il biglietto e anche se il match dura appena 14 secondi tutti saltano in piedi e applaudono, invocano il suo nome ed escono dall’arena felici per quello che hanno visto.”

Il presidente dell’MMA, Dana White, fa il suo lavoro. Ma ci sono alcune verità in quel che dice. La presa popolare soprattutto.

E poi Ronda, come Iron Mike, ha un’incredibile storia alle spalle.

ronda

Da piccola faticava a parlare. Le sue sorelle più grandi erano state tutte molto più veloci di lei. Ma Ron, il papà, non si preoccupava.

È una dormigliona, quando si sveglierà vincere le Olimpiadi e diventerà famosa.”

Così ogni mattina alle 3 la svegliava e la portava a nuotare. Non era proprio una meraviglia per la piccola, anche perché all’epoca vivevano a Jameson in Nord Dakota dove la temperatura d’inverno scende sotto i 50°!

Ma questo fare sport assieme aveva legato un legame profono tra Ron e Ronda. Andavano spesso a divertirsi sulla neve, fino a quando un maledetto inverno la slitta del papà non si è capovolta e la schiena è andata in pezzi. Ricovero d’urgenza in elicottero nel più vicino ospedale, recupero lento e difficile, reso ancora più complicato da una rara malattia come la sindrome Bernard Soulier. I medici non avevano nascosto la verità. A Ron restavano al massimo due anni di vita.

Non aveva resistito. Aveva guidato fino al laghetto dove nei giorni di primavera si divertiva con Ronda, aveva inserito il tubo a copertura dello scarico dei gas del motore, aveva messo in moto la macchina e se ne era andato in silenzio. Per sempre.

ronda1

La ragazzina era piombata in una profonda depressione. Aveva otto anni e ancora faticava a mettere in piedi un discorso. La famiglia si era trasferita nel sud della California. A badare alle quattro ragazze di casa c’era Anna Maria De Mars, campionessa del mondo di judo nel 1984. La signora pensava che lo sport potesse dare una mano anche sotto il profilo psicologico. Aveva insistito e alla fine Ronda aveva lasciato il nuoto, che le ricordava troppo il papà, e si era dedicata anche lei al judo.

Nel 2004 era ad Atene, nella squadra olimpica americana. Aveva solo 17 anni. Combatteva al limite dei 63 kg. Praticamente digiunava in continuazione. Era tornata dalla Grecia piena di problemi e aveva cercato rifugio nel cibo. Per due stagioni aveva lottato contro la bulimia. Il passaggio nei 70 chili l’aveva tirata fuori dai guai.

Armbar.0

Ma Ronda non ha mai avuto un carattere facile. Durante uno torneo in Germania nel 2005 il coach l’aveva trovata in stanza con il fidanzato proprio nel momento in cui sarebbe dovuta essere al meeting tecnico. Espulsa dalla nazionale, rimproverata duramente dalla mamma al ritorno in California.

Ribelle per natura, aveva fatto le valigie e se ne era andata ad Albany, nello stato di New York, a casa di un’amica.

Era poi passata per Chicago e Montreal, facendo vita comune con il ragazzo.

L’Olimpiade di Pechino, nel 2008, aveva segnato la grande svolta.

Bronzo nei 70 kg, la prima americana ad andare a medaglia nel judo ai Giochi.

Bisognava far fruttare quel risultato. La via migliore, aveva subito pensato l’esuberante Ronda, era quella che portava alle arti marziali.

Ronda-Rousey-Maxim2013_3

Talento, forza, abilità. Le doti per imporsi le aveva, poco le interessava che gli altri le sconsigliassero di misurarsi in uno sport che ritenevano pericoloso.

È proprio per questo che mi piace”, ci scherzava su.

Ronda ha qualcosa che a molte mancava. Il carisma per diventare un personaggio e uscire dai confini dell’MMA, dello sport, e diventare una protagonista in assoluto.

Parla senza preoccuparsi di non toccare la suscettibilità delle avversarie o dell’ambiente. Si propone nel ruolo di provocatrice. Poi quando comincia la lotta, alle parole fa seguire i fatti. Sempre.

Ora vive a Venice, Los Angeles. È tra i personaggi più noti dello sport americano. Bob Arum, il mega boss della Top Rank, l’ha invitata a bordo ring per il match tra Floyd Mayweather jr e Manny Pacquiao del 2 maggio scorso. Ronda ci è andata e si è seduta accanto alle stelle dello sport e dello spettacolo.

La bambina che faticava a mettere assieme una frase, la ragazzina che è stata traumatizzata dal suicidio del papà, l’adolescente che ha lottato contro la bulimia, la diciassettenne che è scappati di casa. Tutte queste personalità convivono ora nella stessa donna. A 28 anni da poco compiuti Ronda Rousey ha realizzato il sogno di Ron. Ha vinto una medaglia olimpica ed è diventata famosa.

Un motivo in più per sorridere.