Ghiggia se ne è andato 65 anni dopo il gol che fece piangere il Brasile

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Era il 16 luglio del 1950.

La finale del Mondiale sembrava una formalità. Si giocava a Rio de Janeiro davanti a quasi duecentomila tifosi della squadra di casa e a poche centinaia di uruguaiani. Nelle prime due gare del girone il Brasile aveva battuto per 7-1 la Svezia e per 6-1 la Spagna. Bastava un pari per diventare campione del mondo. Nessuno aveva il minimo dubbio su come sarebbe andata.

Alla vigilia della partita era stato celebrato il carnevale, tanto per fare una prova generale della mega festa che ci sarebbe stata dopo l’inevitabile trionfo. Erano state preparate 500.000 magliette con la scritta “Brasil campeao 1950”. Ventidue medaglie d’oro erano state coniate per celebrare il trionfo. Lo stesso Julius Rimet, che avrebbe dovuto consegnare la Coppa, si era scritto un discorso in portoghese.

Il Diario de Rio era uscito con due titoli che non regalavano nulla alla scaramanzia: “O Brasil vencerà” e “A Copa serà nossa”. O Mundo non era stato da meno, sopra una grande foto con tutti i giocatori della rosa campeggiava un titolone: “Estes sao os campeos do mundo”.

Nel suo discorso prima del fischio d’inizio Angelo Mendes de Moraes, prefetto del Distretto Federale, aveva detto: “Voi, brasiliani, che io considero vincitori del Campionato del Mondo.Voi, giocatori, che tra poche ore sarete acclamati da milioni di compatrioti.
 Voi, che avete rivali in tutto l’emisfero. Voi che superate qualsiasi rivale. Siete voi che io saluto come vincitori!

Friaca apriva le marcature dopo due minuti della ripresa.

Cori, abbracci, lacrime di gioia, salti di felicità.

Schiaffino pareggiava.

Undici minuti alla fine.

Alcides Ghiggia, baffetto da sparviero e scheletro ingeneroso, si ingobbiva in una corsa verso il sogno. Nessuno lo contrastava. Improvvisamente quel fisico goffo e imbarazzante si era trasformato, aveva acquisito la bellezza di un purosangue che galoppa felice.

Aveva 24 anni il giovanotto di Montevideo e soprattutto aveva sui suoi piedi gli occhi dei ducentomila del Maracanà. Alzava leggermente la testa verso la porta e un attimo dopo calciava di mezzo collo, un tiro rasoterra che beffava Moacyr Barbosa, sfiorava il palo e entrava in rete.

Gioiva, strillava assieme ai suoi compagni. Urla solitarie rompevano il silenzio dello stadio, un’atmosfera irreale. Era come se una scheggia impazzita avesse rotto il ghiaccio perfetto di un lago d’inverno. Una prima crepa, poi un’altra e un’altra ancora. Lacrime di dolore profondo bagnavano le tribune.

Quel gol condannava il Brasile alla più grande delusione della sua storia calcistica.

Il Maracanazo.

“Nossa Hiroshima”.

La “Nostra Hiroshima” titolava senza paura di scivolare nell’esagerazione un giornale. C’erano stati almeno dieci suicidi, persone che avevano scommesso tutto sulla vittoria del Brasile e ora si ritrovavano senza Coppa e senza un real. Una vera tragedia raccontata con grande sensibilità dallo scrittore Josè Lius do Rego.

Ho visto un popolo a testa bassa, con le lacrime agli occhi, senza parole, abbandonare lo stadio come se tornasse dal funerale di un amatissimo padre. Ho visto un popolo sconfitto, e più che sconfitto, senza speranza. Questo mi ha fatto male al cuore. Tutto l’entusiasmo dei minuti iniziali della partita ridotto a povera cenere di un fuoco spento”.

Oggi, il 16 luglio del 2015, Alcides Ghiggia è morto, aveva 88 anni. Ne sono passati esattamente 65 dal momento magico in cui si è sentito improvvisamente un re.

ghiggiaroma

Ha conosciuto altri tempi felici, otto stagioni alla Roma e una al Milan.

Ha vissuto momenti difficili.

Non vive da eroe, non lo è mai stato, non ha mai potuto. Abita con estrema umiltà a Las Piedras, dipartimento di Canelones, venti minuti dal centro di Montevideo. Vive di ricordi che cerca di monetizzare senza pudore, interviste a pagamento per scavare nel suo ricordo vecchio di sessant’anni, sbarca il lunario con una tardiva e scarna pensione che lo Stato si è deciso infine ad attribuirgli. Non ha le medaglie di quel giorno, divorate dall’avidità dei dirigenti uruguaiani di quella Nazionale, gli stessi che uscendo dall’albergo per andare a giocare la finale del Maracanà li ammonirono: “Vediamo di non perdere più di quattro a zero, almeno”. Con i soldi, Ghiggia ha comprato un terreno da lasciare alla seconda moglie, più giovane di 35 anni, e ai suoi tre figli. In casa, don Alcides ha il libro autobiografico di cui detiene ancora i diritti, e che cerca disperatamente di far pubblicare anche all’estero, per chi abbia voglia e pazienza di leggere – quando non ci sarà più lui a raccontarla – quella partita fantastica e maledetta. Il titolo? «Un gol per l’eternità», ovviamente” ha scritto qualche anno fa il mio amico e valido collega Pietro Cabras sul Corriere dello Sport.

Ora Alcides Ghiggia non c’è più, di lui resterà per sempre il ricordo di quel gol che ha fatto piangere un’intera nazione.

Il racconto del 16 luglio 1950 al Maracanà è tratto da “DENTRO I SECONDI” di Franco Esposito e Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free, in libreria ad ottobre.

 

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