Serena e Djokovic ballerini scatenati, disco music e gangnam style

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Hanno entusiasmato e vinto in campo, hanno ricevuto applausi e consensi anche sul palcoscenico. Serena Williams e Novak Djokovic alla festa dei campioni di Wimbledon si sono esibiti in una disco dance originale sulle note di Night Fever dei Bee Gees.

Non è la prima volta che i due si scatenano in passi di danza.

Durante la giornata dei bambini agli Australian Open del 2013 si erano lanciati in un ballo gangnam style.

Forti, bravi e simpatici.

Il più divertente autogol di sempre

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Stavo guardando alcuni video di YouTube quando mi sono imbattuto in questo. Non so se sia il più divertente autogol di sempre (dipende dai punti di vista…), come dice la didascalia, ma credo che sia sicuramente uno dei più curiosi.

Lo realizza Chris Brass che nel tentativo di calciare lontano il pallone nella sua area si colpisce in pieno viso e realizza un incredibile autorete.

Per sua fortuna quella partita i suoi Burns finirono per vincere 3-2 (gol al novantesimo di Matt Tipton) contro il Darlington nel campinato di Lega 2

Per sua sfortuna quella pallonata gli procurò la frattura del setto nasale. Al danno anche la beffa.

Era il 22 aprile del 2006.

Federica appoggia un progetto in difesa delle donne vittime di violenza

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Federica Pellegrini è scesa in campo accanto alle donne che combattono una battaglia quotidiana dopo essere state vittima di violenza e ai ragazzi con disturbi psicologici.
Una maglietta per non dimenticare. Il ricavato delle vendite sarà devoluto a due associazioni che si occupano di questi problemi.
Ecco il messagigo postato su Twitter e firmato kikkafede88.
Questo progetto nasce dagli episodi di suicidio che accadono dal Ponte delle Torri. Il ricavato di queste stesse magliette sarà interamente devoluto a due associazioni: #“Donne contro la guerra e #IlGirasole che si preoccupano/occupano di fornire assistenza psicologica a donne che hanno subito violenza e a ragazzi con disturbi psicologici. “La solitudine è solo una sensazione” dove “solitudine” è scritto al contrario perché solo davanti allo specchio riusciamo a scavare dentro l’anima di ciascuno di noi, smettendola di essere superficiali“.

La creatrice di Harry Potter difende Serena dagli idioti

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J.K.Rowling, la scrittrice che ha inventato Harry Potter, ha postato un messaggio su Twitter per Serena Williams dopo la vittoria a Wimbledon.
Mi piace. Come atleta, come modello da imitare, come donna!“.
Un tizio che si firma diegtristan8 le ha risposto.
Lei ha un corpo mascolino“.
La Rowling non ha perso tempo nella risposta.
Lei ha un corpo mascolino. Sì, mio marito sembrerebbe proprio così con quel vestito. Sei un idiota”.
E ha postato una foto di Serena avvolta in un abito rosso fuoco…

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Al suo aspetto fisico la più piccola delle sorellone ha sempre dato un gran valore. Ha avuto il merito di sdoganare la bellezza grandi forme. Sono in molti ancora oggi a non apprezzare un fisico abbondante, ma lei ha sempre lottato e alla fine si è imposta.

Pubblicità a sfondo sexy, foto nuda (e ritoccata) su ESPN Magazine, pose da predatrice su Sports Illustrated.

Se girate sul web e cliccate “Serena Williams bikini” sarete sorpresi nello scoprire che a quel semplice comando corrispondono 4,1 milioni di risultati. Non si nasconde, non ha paura di esporsi. Anzi, sembra che questa ricerca continua della sensualità sia una sorta di sfida a chi per tanto tempo le ha rovinato la vita.

Non è stato facile accettare il mio fisico in questa società in cui sembra esistano solo i magri, ma ora posso dire di amare il mio corpo: nessuna atleta ha un seno come il mio. Ho imparato ad apprezzare le mie curve.”

Il web, si sa, è feroce, aggressivo, cattivo.

È solo un uomo con due grosse tette!” è stato il commento più pacato.

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Serena è arrivata ad accettarsi dopo un lungo percorso, fatto anche di sofferenze profonde. L’ha confessato nella sua biografia.

Un mio ex ragazzo mi ha strappato il cuore a metà. La cosa peggiore di quella storia era il fatto che mi aveva lasciato pensare che il lato sbagliato fossi io. Mi aveva lasciato pensare che fossi brutta. Spero rimpianga il modo in cui mi trattava. Vorrei restare nella testa di quel ragazzo, essere un ricordo costante di ciò che aveva e che ora ha perso. Vorrei ricordargli in ogni momento il modo squallido in cui mi ha tartassata. È stata davvero dura levarmi tutta quella sporcizia che mi aveva lasciato dentro.

Lo dico senza ipocrisia, spesso nel mondo del tennis femminile il giudizio sulle atlete è influenzato dal loro aspetto fisico. Prendete Marion Bartoli. Se avesse avuto il corpo della Kournikova nessuno si sarebbe sognato di classificarla come una giocatrice mediocre, capace di vincere Wimbledon solo per un colpo di fortuna. Alla sensuale russa hanno perdonato 147 tornei senza successi…

Russo e la boxe, gli adulatori e i contestatori a prescindere

LONDON, ENGLAND - AUGUST 11:  Clemente Russo of Italy poses with  silver  medal in Men's Heavy (91kg) Boxing  at Casa Italia during London 2012 Olympic Games at The Queen Elizabeth II Conference Centre on August 11, 2012 in London, England.  (Photo by Dino Panato/Getty Images)

Il popolo della boxe non gode quasi mai. Da quando il web ha ampliato i confini di un mondo che si ciba di lamentele, il movimento dei contestatori a prescindere travolge chiunque abbia l’ardire di sorridere.

Floyd Mayweather è noioso, Vasyl Lomachenko non è quel fenomeno che si dice, Rigondeaux fa una boxe poco spettacolare.

E ancora. Arturo Gatti sì che era un grande pugile, faceva una boxe esaltante. Opinione rispettabile, ma allora perché dare fuori da matti quando qualcuno dice che la boxe è solo violenza?

Tutto sanno tutto e chiunque non la pensi come loro è (nella migliore delle ipotesi) un idiota.

Ogni volta che Clemente Russo combatte la polemica è assicurata.

Fino al novembre dello scorso anno ero schierato dalla sua parte.

Russo è uno che nel pentolone mediatico ci è finito dal primo momento in cui è salito sul ring. Gli insulti che riceve sono in gran numero superiori ai complimenti. Eppure nei pesi massimi ha vinto l’oro ai Mondiali di Chicago 2007 e a quelli di Almaty 2011. Ha conquistato l’argento alle Olimpiadi di Pechino 2008 e Londra 2012. Ha vinto le World Series of Boxing. Ha battuto Danny Price, Oleksandr Usyk, Deontay Wilder, Egor Mekhontsev.

Capisco quelli che non gradiscono il suo modo di boxare. Anche a me non piace, anzi è uno stile che proprio non sopporto. È un pugilato fatto più di astuzia ed esperienza che di un talento classico. Si può anche dire che sul ring sia sgraziato, poco affascinante. È vero, spesso porta sventole larghe che finiscono sul bersaglio come schiaffi senza valore. Ma non ci sto quando sento dire che non è un dilettante di livello assoluto. Un campione insomma. Non basta disputare oltre 240 match per vincere così tanto. I traguardi importanti bisogna conquistarli.

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E lui i successi li ha sempre inseguiti e raggiunti con determinazione. Ricordate la semifinale dei Giochi di Londra? Contro Mammadov sembrava fosse finita dopo appena un round e due conteggi. E invece ne è uscito vincitore.

A dicembre 2012 un brutto incidente ne ha segnato la storia. Sul web è stato anche scritto che si era inventato l’infortunio per evitare di affrontare Usyk! La diagnosi medica parlava di due vertebre incrinate e della lesione di un nervo del braccio sinistro che aveva ridotto la sua funzionalità al 30%. Non si è arreso. Ha lavorato duro, ha avuto il coraggio di cercare fuori dai confini della boxe qualcuno che potesse aiutarlo. L’ha trovato in Vittoriano Romanacci, storico coach della lotta azzurra. Si è impegnato, ha recuperato. E ha vinto.

Quando in una calda mattinata londinese tre anni fa gli ho chiesto quale fosse la chiave delle sue vittorie, mi ha risposto con quel sorriso con cui sembra prendere in giro il mondo intero.

Cuore e testa. Vinco così. Il cuore per trovare il coraggio di soffrire, la testa per motivazioni e orgoglio.”

All’epoca era onesto con se stesso. Gli ricordavo i fischi del pubblico dopo il bruttissimo match con il cubano Lardouet Gomez e lui replicava.

I fischi sono stati la reazione al fatto che non avevano visto del pugilato. Perché, è vero, quella sera di boxe non se ne è vista per niente.

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Alle critiche è abituato. Gliene sono arrivate a fiumi dopo i primi match olimpici.

È l’invidia, guaglio’. Ho letto un commento molto bello di Marco Maddaloni, mio cognato. Diceva: “Ragazzi, purtroppo l’invidia è l’arma peggiore che viene puntata contro il campione”. Anche se non hai nulla contro Usain Bolt, avresti voluto che vincesse Gatlin. Non può vincere sempre lo stesso. Hanno goduto tantissimo anche sulle sconfitte della Pellegrini. Sono dei gufi maledetti, chi vince dà fastidio. E’ così da sempre. E poi c’è un’altra cosa…

Dimmi…

Stravinci e l’aversario nun nè bbuono, straperdi e si ‘nu scemo, che amma a fa’? Voglio prendere i fischi sino alla fine, me ne strafotto. L’importante è il risultato”.

Era stato così a Londra, come lo era stato a Pechino, ai Mondiali di Chicago e a quelli di Almaty.

Quando è al massimo della condizione Russo è resistente, abile nella difesa (“Il mio maestro, Domenico Brillantino, mi ha insegnato che è un’arte determinante in questo sport. Non l’ho mai dimenticato”) e sa colpire rapido per poi uscire altrettanto velocemente dalla replica dell’avversario. Porta i colpi attraverso strane traiettorie. Impossibili per chiunque altro, ma non per lui. E fa risultati. Fino ad oggi ha centrato vittorie importanti ai massimi livelli. Potrà non piacere, ma è sicuramente un dilettante fortissimo.

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Non so cosa avrebbe fatto da professionista. Mi dispiace non ci abbia provato. Resto dell’idea che un pugile che si limiti al dilettantismo rimanga un incompiuto, uno che non può essere giudicato in assoluto. Ma rispetto la sua scelta.

Un giorno però ha cominciato a rotolare all’indietro. È accauduto per la prima volta a Bergamo nel novembre scorso. Sconfitto in modo netto da Aleksey Yuryevich Egorov, non ha saputo fare di meglio che dire: “Questa sconfitta non mi tocca, di questo match non me ne importava niente”.

Incapace di ammettere la superiorità dell’avversario anche nella rivincita di gennaio a Catania.

I colpi più belli li ho tirati io, lui ha dato pugni sui guantoni e ha impressionato la giuria. È un rullo compressore, ma non sa tirare un colpo. Con un avversario più scarso di me forse si troverebbe male. È difficile andare indietro e tirare pugni per otto round, sono lunghi. Mi rifarò a settembre.

E ieri, alla fine di un match confuso, brutto, noioso a tratti addirittura imbarazzante se ne è uscito con: “Già penso a una sfida con Wilder (Deontay, ndr) dopo l’Olimpiade”.

Clemente Russo sul ring sta inevitabilmente pagando il peso degli anni. Per carità non esaltiamoci troppo per il record: una volta si passava professionisti dopo una o al massimo due edizioni dei Giochi, oggi si è dilettanti a vita come accadeva ai Paesi dell’Est e ancora accade a Cuba. Per conquistare la quarta Olimpiade ha battuto due mediocri, scarsi, improbabili avversari. Avrebbe dovuto per una volta essere sulla difensiva anche fuori dal match, non esagerare. E invece non ce l’ha fatta.

Resto dell’idea che, limitandoci al mondo dilettantistico, Clemente Russo abbia scritto pagine importanti nella storia del pugilato italiano. Ma oggi credo debba interpretare la situazione in modo totalmente differente.

Quello che ho visto negli ultimi due anni è un Russo in regresso, ma considerando il livello medio della categoria e le sue indubbie qualità può recitare ancora un ruolo importante.

Per favore però non venite a raccontarmi le due ultime vittorie come autentiche imprese. Sono certo che anche lui, quando è fuori dalla luce dei riflettori, ci rida sopra.

Ultimo avviso ai naviganti. Non bisogna per forza parlare sempre e comunque bene di tutti. Quello è un compito che lascio a chi deve farlo per mestiere. È più saggio fare tesoro dei propri errori, ammettere i propri difetti. Pensate forse che se qualcuno venisse a dirmi che sono alto, bello e biondo gli darei retta?

 

La lezione di un papà al figlio che si diverte a fare il bullo

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Un ragazzo picchia due studenti più piccoli davanti alla scuola.
È uno dei tanti episodi di bullismo che riempiono le strade d’America e del mondo. Ma stavolta la famiglia del bullo, saputa la notizia, ha pensato di dare una lezione al ragazzo.
Il papà lo ha accompagnato alla Jack Rabbit Fitness gym di Long Beach e lo ha messo sul ring.
Il giovanotto si era già allenato da quelle parti, ma stavolta a fare sparring con lui ha trovato due pugili più esperti che non si sono risparmiati.

Alla fine, con il sangue che gli usciva dal naso e uno sguardo avvilito, il ragazzo sedeva su uno sgabello mentre il padre gli toglieva il casco protettivo.
L’intento era quello di fargli capire, dicono i genitori, cosa significhi essere picchiati da qualcuno più forte di te.
Sembra che la lezione sia servita.
Nel filmato si vede anche Willie McGinest, ex protagonista della NFL, che incita il giovanotto “Forza, ragazzo dimostra di essere forte!” mentre riprende la scena con il telefonino. Era lì per caso e non è stato coinvolto in alcun modo nella vicenda, solo uno spettatore e niente più.

Spero che mio figlio abbia capito e la smetta di fare il bullo!” ha detto il papà uscendo dalla palestra.

La Motta compie oggi 94 anni. Gli regalo il racconto di uno dei suoi matrimoni…

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Giacobbe “Jake” La Motta è nato a New York il 10 luglio 1921, festeggia oggi 94 anni. Il 14 aprile del 1985 ero a Las Vegas per il mondiale Hagler vs Hearns che si sarebbe svolto il giorno dopo. Ero stato fortunato, mi avevano invitato alla festa di matrimonio, l’ennesimo, del Toro del Bronx. Il mio regalo di compleanno è il racconto che ho fatto tempo fa di quella magica serata.

Il vecchio Jake stava suonando un piano a coda bianco. Indossava uno smoking dello stesso colore, aveva un minuscolo papillon nero al collo di una camicia di un bianco accecante. Jake La Motta stava festeggiando il matrimonio con Theresa Miller sulla scalinata accanto alla piscina all’aperto del Caesars Palace di Las Vegas. Era la sesta volta che si sposava e a giudicare dal sorriso sembrava proprio divertirsi.

Avevo avuto la fortuna di sedere a un tavolo vicino al pianoforte e potevo sentire Jack mentresparava battute a raffica.

«Una delle mie mogli era una donna davvero strana. Le piaceva fare l’amore sul sedile posteriore della nostra macchina. L’unica cosa che mi chiedeva, era di guidare con attenzione».

Pausa, il tempo per godersi l’applauso, poi un’altra battuta.

«Voi tutti ricorderete Vickie, la mia seconda moglie. Vickie era sempre preoccupata, diceva che non aveva nulla da indossare. Non le ho creduto fino a quando non l’ho vista su Playboy

A due tavoli dal mio sedeva Sugar Ray Robinson. L’avevo visto qualche giorno prima, era stato un incontro triste. Il grande campione se ne stava afflosciato su una sedia alle mie spalle. Alla sua destra la moglie, a sinistra un amico che lo sorreggeva. Davanti a noi, su un ring che sembrava preso di peso da una sagra paesana Thomas Hearns faceva finta di allenarsi. Una sessione di guanti con uno sparring lento, impacciato, incapace di impegnarlo.

Eravamo al Convention Center, Ballroom Four, del Caesars Palace. Tappeti ovunque, musica a palla e in fondo alla sala un ring. I tifosi avevano pagato due dollari per entrare. C’erano tremila persone in sala. Chiasso, urla, nessuna possibilità di concentrarsi.

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Hearns salutava gli amici, rilasciava un’intervista televisiva, mimava addirittura qualche scena comica. Faceva le figure con Emanuel Steward, il manager/maestro era impostato in guardia falsa come Hagler. A volte si concedevano un giochino per la platea. Hearns sparava un colpo cattivo, il manager schivava e il pugile si ritrovava a colpire solo l’aria. Altre volte aveva avuto per sparring mancini veri come Cecil Pettigrew, Brian Muller ed il mediomassimo Charles Henderson. A fine sessione, Gino Lender, un altro uomo del suo clan, lo colpiva ripetutamente allo stomaco con un pallone medicinale.

Su uno dei due lati lunghi del salone, qualcuno aveva alzato un cartello bianco con una scritta rossa: “Le sentenze di Hearns”. E sotto quattro cartelli più piccoli.

«Sono in gran forma»

«Vorrei che il match fosse oggi»

«Manderò Hagler ko in tre round»

«Lo odio»

Poca fantasia, scarso gusto, inquietanti segnali di paura. Sugar Ray dietro di me, mormorava parole senza senso, non riusciva a capire le domande che tifosi incantati gli ponevano a raffica, li guardava con occhi tristi, poi mi batteva su una spalla.

«Chi ha vinto?»

Credeva fosse un match, era una seduta di allenamento.

E neppure troppo intensa.

La moglie lo proteggeva, pregando tutti noi di parlare con lei. La gente continuava a chiedere, incapace di capire che il vecchio campione non era più in grado di calarsi nella realtà. Ormai viveva in un mondo così lontano dal nostro da non avere neppure un punto di contatto.

Del mitico Sugar Ray Robinson era rimasto ben poco. Una faccia stropicciata dagli anni e dalla malattia, i baffetti e nulla più. Le parole che apparivano sui giornali tipo «Io li avrei battuti entrambi per ko», messagio rivolto a Hagler&Hearns, appartenevano all’ultima compagna di una vita che recitava una parte che non le apparteneva. Il mitico Robinson non era in grado di articolare una frase che avesse un senso compiuto. Aveva gli occhi velati di tristezza e, ma di questo non sono poi così sicuro, a poco meno di 64 anni sentiva già la vita scappargli via.

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Jake La Motta (nella foto sopra la fase di un match col grande Sugar Ray, nella foto in alto manda fuori dalle corde del ring Robinson) continuava ad omaggiarlo.

«Io l’affrontavo cercando vendetta. Lui mi affrontava tirandomi pugni. Robinson ha aperto ogni cosa io avessi chiusa e chiuso ogni cosa avessi aperta. Ma c’è una cosa che potrai sempre dire parlando di me come pugile. Ho salvato la mia testa. Ho perso i miei denti, ma ho salvato la mia testa».

«C’è troppa violenza nel mondo. Molta di questa è stata perpretata su di me da Sugar Ray».

«Ho affrontato tante di quelle volte Sugar, che è un miracolo che non abbia il diabete».

Aveva uno strano corpo Jake La Motta. Tozzo per essere un peso medio, con un gran testone, due piccole braccia muscolose che sembravano messe lì solo per tirare mazzate. Su quel volto duro e pieno di rabbia potevi leggere, tra le rughe, le battaglie di una vita. Mi era bastato vederlo da vicino per capire quanto avesse sofferto, quanto avesse fatto soffrire.

Erano tutti lì i grandi della boxe, nel giardino all’aperto del Caesar Palace. Avevo visto Jake La Motta, Sugar Ray Robinson, Larry Holmes, Don Curry, Josè Torres. Erano lì per ammirare Marvin Hagler che avrebbe difeso il mondiale dei pesi medi contro Thomas Hearns. Grandi campioni a cui La Motta aveva rubato la scena. Almeno per quella sera, era tornato ad essere il protagonista assoluto. Un intrattenitore che, su testi di altri, si divertiva a prendere in giro anche se stesso.

«Lei ha divorziato perché io facevo a pugni con i colori delle tende».

Pausa, risate.

«Sono in gran forma per un uomo di 64 anni. Ogni arteria del mio corpo è dura come una roccia».

Altra pausa, altre risate.

«Mia moglie non si era accorta che ero un alcolizzato fino a quando, una notte, non mi ha visto sobrio».

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Pausa, risate, applauso.

«Ehi Jake, raccontaci ancora quella su Rocky Graziano».

«Ve l’ho raccontata mille volte. Ma voi volete risentirla. E va bene. Quando il manager gli ha chiesto: “Vuoi combattere per la corona?”, lui ha risposto: “Uuhh, posso battere la Regina Elisabetta in tre round”. Vi giuro che è tutto vero, di mio non ho aggiunto una parola».

Era fatto così La Motta (nella foto tra Fulvia Franco e la sua seconda moglie Vicky). Donne, alcool, sigari, pugni e battute. Bob Arum e Rodolfo Sabbatini mi avevano dato un invito per la sua festa di matrimonio ed io mi stavo davvero divertendo. Ero arrivato a Las Vegas per lo show del Meraviglioso, ma non volevo perdermi nulla dello spettacolo che gli era stato costruito attorno. Un’aria magica circondava il grande evento. Ci sentivamo un po’ tutti La Motta in quei giorni. Smoking bianco e pianoforte a coda in tinta.

Le parole contano molto nella vita, non sempre i pugili riescono ad usarle con la stessa abilità dei pugni. Il vecchio Jake sapeva farlo come se fossero armi. E non sbagliava un colpo.

Cardamone, campione a un passo dal grande colpo

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Lincoln Square, Worcester, Massachusetts.

Fa freddo, marzo da queste parti non perdona. Salgo la scalinata del Memorial Auditorium e vedo un gruppo di persone discutere con Michael Marley, ex giornalista del New York Post che ora lavora per Don King. C’è un signore che indossa la fascia tricolore e sembra essere il portavoce ufficiale. È Antonio Izzo, sindaco di Montoro Inferiore. È qui con alcuni concittadini, anche lui come me è venuto a vedere Agostino Cardamone. Non hanno accredito e non riescono a trovare i biglietti.

Il mondiale dei medi Wbc è vacante e l’Ente ha deciso che a giocarselo saranno l’italiano e Julian Jackson, l’uomo dal ko facile. Un cliente terribile, difficile per tutti. Ma Agostino non ha paura, non ne ha mai avuta.

La prima volta che l’ho incontrato mi ha subito dato l’impressione di un uomo d’altri tempi. Faccia pulita, sguardo sicuro, poche parole e fiducia solo a chi la merita davvero. L’ho visto conquistare l’europeo contro Dell’Aquila, sono andato a Berck-sur-mer per vederlo battere Sellier. Un vento da bufera mi spingeva indietro ogni volta che provavo ad attraversare le strade di quella cittadina a nord della Francia. Ma nel Palazzetto non feceva freddo, almeno fino a quando la boxe del ragazzo di Montoro non ha gelato i francesi che erano accorsi sicuri di prendersi il titolo.

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Lo visto demolire Gino Lelong a Vitoria, cittadina basca sulle montagne della Spagna.
Ha poi messo via Neville Brown a Solofra e Shaun Cummings a Sanremo.
E adesso eccolo qui a giocarsi il mondiale più importante, quello dell’Ente più prestigioso.

Il sindaco e il suo gruppo alla fine riescono a entrare.

Incrocio Michael Marley che quando mi vede alza le spalle, è un segnale di resa. Agli italiani in trasferta nessuno riesce a resistere.

Tre giornalisti sognano a bordo ring.

Franco Esposito, Adriano Cisternino e io.

Alloggiamo a Boston, quaranta miglia a nord est di Worcester. All’andata nessun problema, il pullman è partito e arrivato in orario. Ma qualche timore per il rientro turba il nostro presente. La tabella delle parenze indica 1:10 am, l’una e dieci di notte. Ci vuole un grande ottimismo per crederci. E noi non ne abbiamo.

Bisogna vederlo sul ring Agostino per capire quanto sia bravo.

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Ha cominciato tardi a boxare. Il papà non voleva e lui non aveva ancora la macchina per andare e tornare dalla palestra. Lavorava come carpentiere, solo a vent’anni ha potuto comprarsi l’auto e allora non ci sono stati più ostacoli. Il pugilato era una passione che gli cresceva dentro, nessuno poteva frenarlo.

Lavoro, palestra. Lavoro, palestra.

La mamma prima, la moglie dopo sono le donne che gli sono state vicino. Spesso si è sentito solo, sul ring e nella vita, ma loro hanno sempre riempito i vuoti di un cammino difficile.

Dilettante a 20 anni, professionista a 22 con Patrizio Oliva all’angolo. Manager e maestro. Un’accoppiata vincente.

Bisogna vederlo combattere Agostino per capire quanto sia bravo.

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Fisico compatto, braccia lunghe, colpi dritti e girati, scelta di tempo e pugno pesante. Un campione che sa tenere il ring e non dribla nessun avversario. Quelli colti dicono che ha il timing giusto. Io la metto giù più facile. Cardamone ha un modo tutto suo di arrivare a bersaglio. Avanti e indietro fino a quando non trova lo spiraglio giusto. A quel punto fa partire il colpo che lascia segni profondi nel corpo e nel morale del rivale che lo subisce.

Adesso è sul ring con Julian Jackson, l’uomo dai pugni micidiali. Ha messo knock out In Chuk Baek, Buster Drayton, Terry Norris, Ismael Negron, Herol Graham. Un pistolero micidiale.

Franco, Adriano e io ci guardiamo negli occhi. Abbiamo visto Agostino crescere come pugile e sappiamo che è un campione. Ma stavolta la sfida è davvero tosta.

È il 17 marzo del ’95.

Gong, primo round.

Il ritmo di Agostino è alto. I suoi primi tre minuti sfiorano la perfezione. Entra e esce con facilità incredibile. Poi tocca pesante con il sinistro al corpo e doppia con un destro al volto. Jackson, il fenomeno, piega le gambe. Traballa, lega, fugge. Sembra spaventato. Cardamone lo pressa, lo insegue, porta una serie interminabile.

Ce la fa, ce la fa, ce la fa.

Siamo lì e quasi non crediamo a quello che stiamo vedendo.

Prendiamo velocemente appunti.

Suona il gong.

Julian Jackson va all’angolo con fatica. Ha una brutta ferita sotto l’occhio sinistro, perde sangue, soffre. Manca ancora un ultimo sforzo, un po’ di gestione del match, nessuna azione spericolata e poi l’affondo. Ecco quello che ci vuole. Calma, non bisogna lasciarsi prendere dalla frenesia. Sembra che l’arbitro abbia dato a Jackson una sola ripresa, poi fermerà la sfida. Il taglio è brutto.

Gong, secondo round.

Agostino si lancia all’attacco.

“Dritto, dritto!”

Dall’angolo lo incitano ad andare incontro al rivale, vogliono che metta subito dentro tutto quello che ha. È un errore, Jackson è una belva ferita ed è consapevole di avere poche carte da giocare. Andarlo a cercare così da spavaldo fa il suo gioco, apre spiragli dove infilare il maglio dei suoi colpi. Ci vorrebbe una gestione più oculata della situazione e invece Agostino parte lancia in resta e va a caccia della belva ferita. Vuole finirla subito, non concedergli un attimo di tregua.

Julian Jackson ha esperienza e ha soprattutto pugno.

Un montante destro alla punta del mento trova Cardamone scoperto, impreparato. Va giù. Al sette si tira su, vorrebbe ricominciare. Ma l’arbitro Marty Dekin lo abbraccia. È passato 1:48 dall’inizio della seconda ripresa. Ed è tutto finito.

Peccato. Agostino Cardamone, il martello di Montoro, ha confermato di essere un campione. Ma si è fermato a un soffio dalla grande impresa.

Mi resta il ricordo di quel primo fantastico round. E poi davanti agli occhi mi passano i suoi fantastici europei, il modo passionale e talentuoso di combattere. Mi dispiace per quel colpo che ha tagliato i fili con il grande sogno. Ma non può un solo colpo far giudicare una carriera.

Agostino è stato grande prima, sarà grande dopo. È uno dei pugili italiani da mettere nell’albo dei migliori, tra i protagonisti assoluti della nostra boxe.

Con questi pensieri nella testa saluto il gruppo di italiani, lascio il clan di Cardamone e mi avvio con i due amici verso la fermata del pullman.

Franco dice che dobbiamo prepararci a una notte insonne, Adriano è più fiducioso. “Gli americani sono precisi, se dicono un orario lo rispettano”. Io li guardo e sorrido.

È l’1:09 quando le luci di un bus illuminano la strada buia davanti a noi. Una curva, una leggera frenata e la nostra salvezza, il mostro che ci riporterà a Boston, si ferma esattamente davanti a noi.

Un minuto dopo partiamo. Gli americani non tradiscono mai. Almeno sugli orari dei pullman.

Marsili, storia di un pugile che ama soffrire…

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L’1 agosto Emiliano Marsili (38+ 1=, 14 ko) affronterà Gamaliel “Platano” Diaz (38+ 12- 3=, 17 ko) per la cintura vacante silver Wbc dei leggeri.

Ho intervistato Marsili qualche tempo fa, mi ha raccontato come sia la vita di un pugile ai nostri giorni. Non credo sia cambiato molto da quel giorno, per questo ripropongo il resoconto di quell’incontro.

Trentotto anni, di Civitavecchia, tre sorelle e un fratello. Il papà da giovane aveva fatto un po’ di pugilato (“Ma solo per divertimento”), la mamma invece non voleva che Emiliano si impegnasse nella boxe (“Ma io ho firmato di nascosto e sono andato avanti”). Poi, si è arresa.

Sposato con Stefania Morra, Emiliano ha una figlia di sedici anni.

Emanuela è la mia prima tifosa, mi segue sempre”.

Emiliano Marsili (sotto, foto Renata Romagnoli), quanti anni avevi quando hai deciso che il pugilato sarebbe stato lo sport della tua vita?

“Ne avevo quindici. Sono entrato nella palestra del maestro Peppe Perris, e stato lui a farmi innamorare della boxe. Un grande”

Sei passato professionista a 27 anni, come mai così tardi?

“E’ vero sono stato dilettante per una vita (60 match, 45 vittorie, ndr). C’è stato addirittura un periodo in cui avevo pensato di chiuderla lì, di smettere. Poi ho deciso di andare avanti e ho trovato nel maestro Mario Massai un ottimo motivo per continuare.”

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Cosa vuole dire, oggi, fare il professionista in Italia?

“Significa essere un pazzo scatenato, uno che ha sbagliato tutto. Uno che si è andato a incastrare in uno sport che richiede enormi sacrifici e ti ripaga con pochi euro. E pretende che tu sia un atleta vero, uno sempre in forma, schiavo della dieta più terribile. Intanto che fai tutto questo, devi anche cercare i soldi per andare avanti.”

Pochi soldi, anche per i match titolati?

“Se vuoi vivere di soddisfazioni, qui  hai trovato il tuo paese ideale, ma se con la boxe vuoi campare devi andare da qualche altra parte.”

Quale è la ragione principale di tutto questo?

“Le televisioni hanno oscurato il pugilato italiano (oggi il panorama è cambiato. Deejay Tv, Sportitalia e la Rai sono in pista, anche se grandi soldi continuano a non arrivare ndr). Riservano i loro investimenti ad altri sport. Per un titolo nazionale prendi da 1.500 a 3.500 euro. E questa è la paga per due mesi di lavoro.”

Che fai in questi due mesi di allenamento?

“Ti racconto una giornata tipo. Sveglia alle 6. Alle 6.45 sono in preparazione a Ladispoli. Alle 10.30 torno a casa, faccio uno spuntino e poi vado a prendere mia figlia a scuola. Pranzo, alle 14.30 sono in palestra da Massai. Alle 17 esco per tornare a casa.”

E finalmente ti riposi.

“No, mi cambio e vado a lavorare. Sono al porto di Civitavecchia dalle 17.30 alle 23. Solo a mezzanotte riesco ad andare a dormire. E in tutto questo mettici che durante la preparazione sono nervoso, maledico ogni volta il dietologo, me la prendo con chiunque mi stia vicino. Queste cose le capisce solo chi le fa.”

Per te, la dieta è così pesante?

“Ogni volta parto più o meno da nove chili di troppo. E’ dura e diventa più dura ogni anno che passa.”

Quale è il più bel ricordo che hai della vittoria di Liverpool contro Derry Matthews (foto in alto, Marsili a destra)?

“Ero entrato tra fischi e sputacchi, sono uscito tra gli applausi.”

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La conquista dell’europeo contro Luca Giacon è stato un momento molto importante per te?

“Del titolo (nella foto, da sinistra: Salvatore Cherchi, Luca Giacon, l’arbitro Giuseppe Quartarone ed Emiliano Marsili) non mi interessava più di tanto. Sia chiaro, mi ha fatto piacere vincerlo. Ma non era la cosa a cui tenevo di più. La cosa più bella è stata la soddisfazione di essermi preso una rivincita contro tutti.”

E’ stato il più bel match della tua carriera?

“No. Il più bello è stato quello di Liverpool (in palio il titolo Ibo dei leggeri, ndr). Sono andato giù, ho rischiato di perdere, ho subìto, mi sono rialzato ed ho vinto. Mathews mi ha fatto soffrire, mi ha procurato dolore con i suoi colpi. E io sono riuscito a batterlo. Sono queste le sfide che mi entusiasmano, quando c’è battaglia, quando riesco a venire fuori dalle situazioni più difficili.”

E adesso che vorresti?

“Una sfida per un mondiale vero. Magari quello del Wbc (per ora è arrivata la sfida per il silver, poi chissà…, ndr)”.

Fino a quando resterai sul ring?

“Fino a quando ne avrò la forza.”

Ti piace la boxe?

“Tanto.”

Che diresti a un ragazzo che ti confidasse di volere tentare la carriera di pugile?

“Cambia strada, prova con il calcio…”

 

Gibilisco, il piccolo guerriero dal grande cuore

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Con Dino condivido la passione per il pugilato. L’altro giorno mi ha chiesto di scrivere un ricordo, un aneddoto, un flash su un pugile che lui ha amato molto. Lo accontento, spero che questo racconto renda al meglio l’idea di cosa sia stato il fighter preferito del mio amico.

C’era un caldo umido quel 21 ottobre del 1981. La Sicilia aveva accolto con grande affetto l’emigrante di ritorno. Giuseppe Joe Gibilisco era nato a Solarino, ma era andato a cercare fortuna a Melbourne con tutta la famiglia quando aveva solo otto anni. Adesso che aveva afferrato la buona sorte per il collo non aveva alcuna intenzione di mollarla.

Faceva il pugile Gibilisco. Un peso leggero un po’ sotto la media, appena 162 centimetri, ma con un grande cuore.

Aveva pugni che facevano male e mascella di granito. Si raccoglieva in una posizione di attacco che per qualche motivo mi ricordava quella dei nuotatori sui blocchi di partenza. Forse era per quella ricerca di esplosività che accomuna i due sport.

Joe portava colpi scattanti e, quando andava a segno, il rivale di turno reagiva con un’espressione di sofferenza. Riccioluto, generoso, concreto, era un bel personaggio. Aveva vinto l’europeo contro Charlie Nash (foto in basso) e adesso lo difendeva nella sua isola.

Taormina è un posto splendido per fare festa. E i siciliani ne avevano ogni intenzione. Ma l’umidità si era trasformata prima in pioggia e poi in un vero e proprio temporale. La riunione era all’aperto, nello stadio di calcio, e rischiava di essere rinviata.

Le ore passavano e io mi convincevo che quella notte di boxe non ne avrei vista. Ero andato al campo con una certezza, sarei dovuto tornare il giorno dopo. L’acqua veniva giù a secchiate, il ring e i posti della stampa erano protetti. Ma il vento rischiava di rendere inutile qualsiasi protezione.

Qualche temerario aveva preso posto in platea, come se il temporale fosse solo un’invenzione di una mente diabolica.

Leto, Agate, Pomponi e Ros aveva preceduto il grande momento.

Giuseppe Joe Gibilisco (20+ 5- 3=, 12 ko) difendeva la corona, per una borsa di 15 milioni, contro uno spagnolo. Josè Luis Heredia, che intascava otto milioni di lire, lo sopravanzava di dieci centimetri. Era uno stilista, veniva da una famiglia di pugilatori. Aveva un record importante (25+ 1), ma non aveva peso nelle mani.

Joe era un guerriero, non sarebbero stati certo i lunghi uno-due dell’iberico a fermarlo. Poteva però riuscirvi la pioggia che continuava a venire giù senza pietà.

Seduto a bordo ring guardavo l’angolo dell’italo australiano. C’era Umberto Branchini, pochi nel mondo avevano la sua competenza pugilistica. I consigli erano quelli di Ottavio Tazzi, maestro che entrava nel cuore dei suoi allievi e sapeva come guidarli. E c’era anche il dottor Mario Ireneo Sturla che, all’epoca, ai mitici baffi aveva aggiunto anche una folta barba scura. Un bel gruppo, una squadra d’autore.

Quel match non potrò mai dimenticarlo. Non ho volutamente rivisto il filmato dell’incontro che qui pubblico, la voce della telecronaca è quella magica di Paolo Rosi e il match andava in diretta sulla Rai. Ho voluto affidarmi ai ricordi. E i ricordi mi dicono che Gibilisco riusciva a mettere al tappeto sette volte Heredia prima che l’arbitro Dekin decretasse il kot alla nona ripresa, ignorando un chiaro abbandono dello spagnolo nella quarta.

Ma non è solo per i sette knock down che quella sfida mi è rimasta in mente. È per l’incredibile andamento della contesa. Ogni volta che Gibilisco toccava, l’altro sembra essere scosso da una scarica elettrica. Ma tra un atterramento e l’altro, soprattutto prima del quarto round, Heredia riusciva a mostrare una boxe stilisticamente apprezzabile. L’uno-due lungo metteva in difficoltà Joe e io, se la memoria non mi tradisce, avevo un match ancora aperto a qualsiasi soluzione all’inizio della nona ripresa.

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Gli atterramenti avevano dato la possibilità a Gibilisco di recuperare e portarsi avanti, ma di poco. Poi, la svolta e una chiusura alla grande con il triplice knock down che poneva fine a un’incredibile combattimento.

Il temporale, la riunione sotto l’acqua, i sette atterramenti, il match in equilibrio prima dei tre minuti finali. Su tutto la carica, la potenza, l’abilità nello scaricare colpi decisivi (soprattutto in gancio e, a volte, anche in montante) di Giuseppe Joe Gibilisco.

Di lui ho perso le tracce. So che ha sposato Mariza Bazano che ha avuto un figlio, Paolo mi sembra, che è tornato a Melbourne. Altri mi hanno detto che è rimasto in Sicilia. Non so. Quello di cui sono certo è che il piccolo guerriero di Solarino mi ha regalato grandi emozioni. La sua boxe era fatta apposta per farmi saltare sulla sedia. E c’è riuscito anche quella volta a Taormina. Neppure il temporale ha potuto raffreddare la passione che il peso leggero della Totip sapeva trasmettermi.

È la boxe, ragazzi.