Espn ricorda con un premio il coraggio di Lauren Hill

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È una storia che mi ha regalato grandi emozioni.

Il racconto drammatico di una giovane vita spezzata.

ESPN ha voluto sottolineare ancora una volta la grandezza della ragazza protagonista della vicenda, assegnando nei giorni scorsi a Lauren Hill l’ESPYS Award per il “miglior momento” della stagione, un premio alla memoria.

Ho già raccontato la tragedia di questa giovane giocatrice di basket che non si è fermata davanti a nulla. Ripropongo la storia perché sono sempre più convinto che si possa imparare molto da chi ha avuto la forza di lottare contro un male terribile con dignità e coraggio.

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Lauren Hill è morta il 10 aprile. Se ne è andata per sempre la ragazza che ha commosso il mondo. Malata di un inguaribile tumore al cervello, non si è mai arresa. Ha continuato a lottare sino all’ultimo. La ricordiamo il 2 novembre dello scorso anno quando ha realizzato il desiderio di giocare ancora qualche secondo con la sua squadra di basket del Mount St Joseph. Un canestro ad inizio partita e uno alla fine nella vittoria sull’Hiram College, è questo il “miglior momento” che Espn ha voluto premiare. Gli ultimi sprazzi di intensa felicità prima del buio. La gioia per avere realizzato un sogno.

Da quel giorno il campo di battaglia si è spostato su un altro terreno.

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Alla fine di quella partita sono stati raccolti 40.000 dollari per la fondazione The Cure Starts Now che aiuta la ricerca sul cancro. Quando Lauren se ne è andata i fondi avevano raggiunto i 2 milioni di dollari.

Lauren Hill aveva 19 anni.

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Ha esordito con la squadra di college della Mount St Joseph University, scrivevo il 2 novembre del 2014.

Dopo diciassette secondi è andata a canestro. Ha poggiato il peso sulla gamba destra ed ha messo la palla dentro con la sinistra.

Il suo coordinamento non era perfetto.
Era una delle conseguenze del tumore al cervello che le è stato diagnosticato alla fine dello scorso anno.

È rimasta in panchina per il resto della partita. Nausea e mal di testa l’hanno tormentata, il male e le medicine non le hanno dato tregua. Quando mancavano trenta secondi alla fine il pubblico ha cominciato a ritmare

Noi amiamo Lauren, Lauren, Lauureeen, Lauureeen!

Il coach l’ha rimandata in campo. Ha fallito un primo tiro, ha fatto centro con il secondo. Stavolta con il destro. Quasi un miracolo. La folla è scattata in piedi, l’hanno applaudita anche le ragazze dell’altra squadra.

Non dite che questa è stata la mia ultima partita. Dite che è stata la mia prima gara di college.

Oltre diecimila persone stipavano l’arena della Xavier University di Cincinnati, il match era trasmesso in diretta da Fox Sport Ohio. Un boato ha accompagnato il canestro in apertura, la gente ha ritmato il suo nome mostrando al mondo LAUREN 22, la scritta sulla maglietta che ha sempre indossato.

Mi sembrava bello sognare assieme Lauren, pensare che quella non fosse stata l’ultima partita.
Non è una favola a lieto fine, resta un racconto profondamente triste anche se è stato comunque capace di regalare attimi di gioia. In fondo lo sport fa parte della vita e nessuno in questo mondo ha la fortuna di essere immune dal male.
A raccontare la storia per primo è stato il notiziario pomeridiano di una televisione americana, la WKRC di Cincinnati.
Brad Johansen, il giornalista che ha realizzato il servizio, ha confessato di non essersi mai commosso così tanto.
È il primo giorno di ottobre 2013, Lauren Hill festeggia i 18 anni e viene raggiunta da una telefonata. È il più bel regalo che potesse ricevere, la Mount St Joseph University l’ha presa in squadra, giocherà con loro la stagione di basket che sta per cominciare.

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Lauren andrà via da Lawrenceburg nel Kentucky e si trasferirà nel College sulle sponde del fiume Ohio. A poco più di un quarto d’ora d’auto da Cincinnati.

È felice, euforica.
Comincia ad allenarsi, ma sente subito che qualcosa non va. Non regge il ritmo delle compagne, cede ad ogni scontro di gioco. Pensa di essere fuori forma.
Ha le vertigini, la parola in alcuni momenti le esce impastata, lei stessa sembra intorpidita. Lisa, la mamma, la porta in ospedale.

La risonanza magnetica rivela una spietata verità. Lauren ha un tumore al cervello, un cancro inoperabile.
I medici le danno due anni come speranza di vita.
Lei chiede agli oncologi se può continuare a giocare.
Le rispondono che sarà possibile per un breve tempo solo se si sottoporrà a chemioterapia e radioterapia.
Va avanti.
Non ho mai rinunciato al basket per un secondo anche quando ho ricevuto la diagnosi terminale. Non ho mai pensato di sedermi e non vivere sino in fondo la mia vita.”
L’ultimo anno lo passa in viaggio con la famiglia.
Grand Canyon, Cascate del Niagara, Hawaii.
Nel settembre scorso si sottopone a una nuova risonanza magnetica.

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Il tumore è cresciuto. L’aspettativa di vita non va oltre dicembre.
Una partita. Voglio giocare solo un’ultima partita.”
Dan Benjiamin è il coach del Mount St Joseph e a quelle parole decide che bisogna dare una risposta importante.
Il campionato però gioca la sua prima giornata il 15 novembre e prevede la trasferta contro l’Hiram College.
Lauren insiste.
Amo il suono della palla che rimbalza, il cigolio delle scarpe sul parquet. Fatemi giocare un’ultima partita.”

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L’Hiram College accetta di invertire i campi e di disputare la prima in casa del Mount St Joseph.
Ma quel 15 novembre è troppo in là nel tempo.
La NCAA, la National Collegiate Athletic Association che gestisce il mondo sportivo universitario americano, violenta le sue stesse regole e anticipa l’inizio del torneo al 2 novembre. Per una sola partita, quella che conta.
Non vedo l’ora di entrare in campo e indossare la mia maglietta numero 22.”
L’appuntamento era per le 14:00 di domenica 2 novembre.
Quella partita si è giocata e Mount St Joseph l’ha vinta per 66-55, Hill ha segnato quattro punti. Ma credete davvero che questi numeri contino qualcosa?
Non mi sono mai sentita così bene in vita mia.”
Ha appena realizzato un sogno. Non fa progetti, non pensa alla tragedia che incombe. Sorride felice mentre le compagne la circondano d’affetto.
Ci vuole coraggio ad affrontare la vita, soprattutto quando sai che non te ne resta poi tanta.
È questo che deve insegnarci la storia di Lauren Hill che se ne è andata via per sempre a 19 anni appena compiuti.

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