L’altra faccia di Serena Williams

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Roma, vigilia degli Internazionali d’Italia 2010. Chiacchierata con Serena Williams, una delle più grandi giocatrici di sempre. Eravamo al bar del Foro Italico, ma mi sento in dovere di avvertire : in questa intervista si parla molto poco di tennis.

SERENA, in campo offri sempre l’immagine di una ragazza dura, tosta. Ma quando esci da quel rettangolo sembra che ti senta più a tuo agio nella parte di una donna carica di sensualità. Come riesci a cambiare così in fretta personalità?

«In campo sono Serena Williams, fuori sono solo Serena. Due persone totalmente differenti. A dire la verità sino in fondo, anch’io sono spaventata da quella Serena che gioca a tennis».

Quando rivedi i tuoi incontri, cosa pensi?

«Non li rivedo mai, non posso farlo. Mi farei paura.»

Curi la tua femminilità nei minimi particolari, ho visto che hai unghie che sono dei piccoli quadri. E’ opera tua?

«Ho studiato per renderle attraenti.»

Mi stai dicendo che sei andata a una scuola per manicure?

«Certo, e non per gioco. Ho fatto molte lezioni, sono arrivata fino al diploma. E’ una cosa difficile, ma sicuramente divertente. Devi sceglieri i colori, trovare gli accostamenti, aggiungere i brillantini. Ti senti in qualche modo un’artista.»

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Sei una persona famosa, avrai conosciuto tanta gente. Tanti ragazzi. Quale è stato il più figo che hai incontrato nella tua vita?

«Non ho dubbi, Leonardo Di Caprio.»

Cosa ti piace di lui?

«E’ molto sexy. Quando lo vedo, non riesco a parlare, perdo la voce.»

Deve essere imbarazzante.

«L’ho visto tante volte e non sono mai riuscita a dire una parola. Finalmente, lo scorso febbraio, sono riuscita a dirgli “Ciao, come stai?“. Poi abbiamo parlato un po’.»

Di tennis o di cinema?

«Abbiamo parlato del suo ultimo film. Gli ho detto che mi è piaciuto, non gli avrei detto il contrario, neppure sotto tortura. Per una volta, davanti a lui mi sono comportata da persona normale.»

Ti piacerebbe essere protagonista di un remake cinematografico?

«Sì, mi piacerebbe esserlo in “Red Sonia”, la diavolessa con la spada, il film con Arnold Schwarzenegger e Brigitte Nielsen.»

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Nella tua vita ci sono anche i Miami Dolphins, la squadra di Football Americano di cui tu e Venus siete tra i proprietari. Puoi dirmi che esperienze hai avuto in questo campo?

«Pochi giorni fa abbiamo avuto il draft. Le settimane che hanno preceduto le scelte dei nuovi giocatori sono state intense, ma anche eccitanti. Non solo per le decisioni di prendere. Alle riunioni dei proprietari non sapevo mai che abito mettermi. Ma quando dovevo scegliere una maglietta della squadra non avevo dubbi: l’89 (l’8 settembre è la data di nascita di sua sorella Yatoundè, assassinata nel 2003, ndr).»

Lo scorso anno hai detto: il tennis rappresenta solo il 15% della mia vita. E’ cambiato qualcosa?

«Il tennis è grande parte della mia vita, ma non è la mia vita. Sono una tennista, ma faccio anche altro. Ogni cosa legata alla spiritualità rappresenta per me un momento molto più importante di quanto non sia correre dietro a una pallina.»

Una volta dicevi di essere una ribelle. Oggi ti senti ancora così?

«Non più ribelle, ma libera. Come un uccello che vola nel vento.»

Ti ci vedi a giocare a tennis dopo essere diventata mamma, come ha fatto Kim Clijsters?

«No. Non so neppure come sia riuscita a farlo. Anche se quando si è ritirata aveva 23 anni e poteva provarci. Per me che ne ho 26 (ride, in realtà ne ha 28, ndr) sarebbe difficile recuperare.>>

Sogni di avere in futuro una famiglia numerosa?

«Vorrei avere quattro bambini. A essere sincera, calo un bambino ogni anno che passa.»

Parliamo di politica. Cosa pensi di Obama?

«L’ho incontrato lo scorso anno alla Casa Bianca. E’ bello che sia un afro americano a governare una delle più grandi nazioni del mondo. E’ bello soprattutto se pensiamo alle persecuzioni che abbiamo dovuto subire e a quello che erano gli Stati Uniti appena qualche decennio fa.»

C’è razzismo nel mondo del tennis?

«Puoi trovarlo tra gli spettatori, non tra i giocatori.»

Da noi c’è uncalciatore, si chiama Mario Balotelli ed è un italiano nero. Spesso viene fischiato negli stadi dove va a giocare. Puoi dargli un consiglio per superare serenamente quei momenti?

«Giochi sempre al massimo per battere la squadra che ha un pubblico così retrogrado.»

Cosa pensi della storia di Tiger Woods e delle cento donne che ha avuto?

«Attorno a lui c’è stato un clima pazzesco. Mi sono detta, mai finire in una situazione del genere. Ma non voglio giudicare. E’ così imbarazzante.»

Ci racconti un altro momento in cui ti sei sentita in imbarazzo?

«Avevo un appuntamento e volevo rimanere sola con il ragazzo. Ma al ristorante sono venuti anche mia sorella e tanti amici. Si sono seduti al tavolo vicino e hanno cominciato a ridere e scherzare. Il ragazzo è rimasto in silenzio per tutto il tempo.»

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Ci sono state altre occasioni in cui hai provato la stessa sensazione?

«Quando ho incontrato il principe Williams a Melbourne. E’ stato imbarazzante farlo aspettare, ma dovevo asciugarmi i capelli.»

E’ stato anche emozionante?

«Più che vincere gli Australian Open.»

Chi è il migliore tennista di sempre?

«Roger (Federer, ndr). Meglio anche di Laver».

E tra le donne?

«Io dico Martina Navratilova».

Monica Seles invece ha scelto te.

«Che cara ragazza».

Serena, quale è il sogno della tua vita?

«Essere felice il più a lungo possibile».

In Italia copiano (male) Usa Today

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RICORDO la scritta sulla copertina di un vecchio disco, riprendeva il titolo di un articolo del Melody Maker. Era il gennaio del 1965.

Beatles say Dylan shows the way.”

I Beatles dicono Dylan mostra la strada.

All’epoca avevo pensato che non fosse una semplice coincidenza il fatto che il singolo di maggior successo di quel 45 giri si fosse rivelato “The times they are a-changin’”. I tempi stanno cambiando.

Mi è rivenuto in mente tutto questo l’altro giorno mentre leggevo i siti online dei maggiori quotidiani italiani. Mi sembravano tutti uguali, tutti provenienti dalla stessa fonte. Non so chi sia stato l’artista che li ha disegnati, ma credo di sapere chi li ha ispirati.

So chi, come Dylan, ha mostrato la strada.

Tutto è accaduto nel settembre del 2012 quando, per fare come dicono oggi un’operazione di restyling, l’unico quotidiano nazionale americano ha cambiato faccia.

Usa Today ha indicato al mondo dei media la via da seguire.

Come spesso accade, dopo avere ruminato il concetto, l’Italia si è adeguata. Peccato si sia persa qualcosa per strada.

Non sono uno specialista del settore, ma sono sempre stato convinto che una buona idea, per quanto geniale, non debba necessariamente produrre effetti benefici ovunque.

Anche perché l’Italia non è gli Stati Uniti.

Lì godono da ricci con la musica country, qui la considerano roba da contadini. Girano, in Texas ma anche altrove, con cappello da cow boy e stivali da mandriani, che poi sarebbe la stessa cosa. Da noi fermeremmo il traffico se andassimo per strada vestiti cosi. Loro mangiano mediamente male, noi siamo patiti per lo slow food. Ci hanno colonizzati con la lingua, faticano a farlo con altre cose.

E’ per questo che non sempre quello che va bene lì, può avere lo stesso successo da noi. Copiare Usa Today non garantisce maggiore attenzione ai giornali online editi in Italia.

Anche perché loro ci mettono dentro qualcosa che noi continuiamo a inseguire, senza ancora raggiungere.

La notizia chiave di quel quotidiano americano si apre spesso su un servizio dedicato. Clicchi sul titolo e puoi guardare una sorta di speciale del telegiornale realizzato in esclusiva per te. Poi ci sono gli approfondimenti, i grafici, gli articoli a cui il servizio principale ti rimanda per capire meglio il problema. C’è il commento dell’esperto e le foto di riferimento.

Oggi da noi la notizia principale era il piano di Renzi per tagliare la spesa pubblica. Un quotidiano ha messo alla destra dell’articolo la sezione approfondimento. Ho cliccato ed ho scoperto che Massimo D’Alema aveva regalato la maglietta di Francesco Totti al Presidente del Consiglio. Seguivano altre quattro foto della cerimonia.

Di Beatles che sappiano seguire la strada mostrata da Dylan ne vedo pochi da queste parti.

Altri giornali hanno accompagnato il servizio guida con dei filmati. Ma non erano di produzione propria. Si doveva raccontare l’ennesima intercettazione di un barcone di disperati che viaggiava verso le nostre coste. I video erano della Marina Militare e dell’Aereonautica.

L’approfondimento sul tema dell’economia era presente su un solo quotidiano. E si limitava all’opinione dettata al telefono da un giornalista mentre sul video scorrevano immagini di repertorio.

Voglio dire che non basta la rivisitazione grafica, anche se viene chiamata restyling.

Resta comunque forte l’impressione che il sito sia sempre in subordine rispetto al cartaceo. C’è la sensazione di un continuo rimandare all’indomani mattina quando in edicola uscirà la “vera informazione.”

Usa Today sta provando a gestire il futuro. Fa interagire l’online, la televisione e il cartaceo. Non so se questo riuscirà a far scattare numeri positivi, so però che è un tentativo che merita di essere seguito.

Da noi per il momento si è solo disorientato il lettore.

Ho guardato più volte i siti di otto grandi giornali, mi sono sembrati tutti molto simili sul piano grafico. E in me che non sono abituato a questa esplosione di foto una dietro l’altra ha provocato solo disorientamento. Un senso di confusione, quasi di capogiro. Non sono riuscito a organizzare una selezione dell’informazione. Foto e titoletto, foto e due righe. Mi sembrava di essere dentro a un videogioco. Io invece cercavo solo notizie, un aiuto a capire meglio.

Ancora una volta, rispetto ai media americani, mi è poi mancato l’elemento grafico. Quello che esaltasse i punti chiave dell’argomento trattato e allo stesso tempo ne offrisse una valida sintesi. Volevo essere preso per mano e condotto verso una risposta ai miei quesiti. Volevo sapere tutto di quel fatto e mi trovavo davanti a poche righe. Ecco, anche qui c’è una sostanziale differenza.

Usa Today, in contrasto con quasi tutti i nostri quotidiani online, non esita a offrire un lungo e dettagliato reportage sul fatto principale della schermata base. Non interpreta Internet come il luogo dove sia indispensabile limitarsi a tre frasi e via. Divide il resoconto, ma offre a chi ha tempo e voglia la possibilità di avere un’informazione esaustiva.

Copiare non basta. In Italia sembra che tutto questo sia difficile da capire. Non mi piacciono i nuovi siti online dei maggiori quotidiani. Loro con sprezzante ironia potrebbero commentare “Ce ne faremo una ragione.”

Il fatto è che ho sentito molte persone esprimere gli stessi dubbi, identici pareri negativi. E non è ignorando l’opinione dei lettori che i media possono recuperare anche una minima parte del terreno perduto.

E’ ora di uscire dai palazzi e ascoltare quello che pensano le persone per cui il prodotto dovrebbe essere realizzato.

Sono pessimista. DI Beatles continuo a non vederne in giro.

Cassano e un viaggio nel tempo

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Antonio Cassano ha 31 anni. Domenica ha segnato due gol al Milan e spera che Prandelli lo porti ai Mondiali. Aveva 18 anni quando la Roma lo acquistava per 55 miliardi dal Bari. Il Corriere dello Sport mi aveva mandato in Puglia per raccontare la sua storia indagando tra i ricordi, inseguendo nel Borgo Vecchio il principino che non voleva farsi trovare. Avevo parlato con tutti: la mamma, il primo presidente, l’ex allenatore, la maestra delle elementari, il ristoratore di fiducia, gli amici. Ma non ero riuscito a parlare con lui che continuava a nascondersi. Qualcosa comunque l’avevo capita. Ve la racconto.

GIOVANNA Perrelli vive al numero 5 di via San Bartolomeo, una strada stretta stretta che sbuca in Largo Chiurla. Dall’altra parte c’è piazza Ferrarese, il Teatro Margherita, il mare. E’ in queste viuzze che Antonio ha cominciato a giocare.

«Aveva cinque anni e già rompeva le scarpe tirando calci a un pallone» racconta Giovanna, la mamma di Antonio Cassano.

Lei lo andava a cercare per le strade del Borgo Antico, gli portava da mangiare, gli ricordava che era ora di cena.

In prima elementare l’esordio in una squadra vera, quella del centro prevenzione minorenni “Lavoriamo insieme”. Il campo di calcio della cooperativa era a Fesca, la sede in strada San Giacomo.

Elementari e medie, Antonio le ha fatte quasi tutte lì. Aiutato dalla direttrice Anna Percoco e dall’assistente Pina Longobucco. Tutti uniti per uscire nel miglior modo possibile dalle trappole della Città Vecchia.

Il Borgo Antico oggi sta cercando una nuova immagine, i contributi della Comunità Europea hanno permesso di restaurare case e facciate, monumenti e strade. Il quartiere che si stringe attorno alla Basilica di San Nicola ed è separato dal mare da una lunga strada che disegna un lato del perimetro, è un fascinoso intrecciarsi di viuzze in cui è facile perdersi.

Il principino è nato qui, il 12 luglio del 1982. Il padre avrebbe voluto chiamarlo Paolinorossi. Così, tutto attaccato, in onore dell’uomo che aveva contribuito in modo determinante a regalare all’Italia il terzo titolo mondiale, conquistato appena il giorno prima in terra di Spagna. Non era stato un papà molto presente. Aveva limitato i suoi doveri al riconoscimento del figlio. Il mantenimento del bambino e della donna che lo aveva generato non li aveva ritenuti di sua competenza.

Giovanna Perrelli si è così attaccata a quella creatura ed ha lavorato per lui. Come bidella in una scuola elementare, come piccola commerciante nelle strade di quella Bari Vecchia di cui conosce ogni segreto. Si è lasciata aiutare dalla cooperativa “Lavoriamo insieme” e da chi aveva subito capito che quel bambino sarebbe diventato un campione.

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Dicono fosse un piacere vederlo palleggiare con una lattina di Coca Cola, ammirarlo mentre si esibiva in piccole magie calzando degli stivali. Antonio si muoveva da padrone e portava nella tasca posteriore dei pantaloni corti la foto del suo idolo di allora, Diego Armando Maradona. Anni dopo avrebbe cambiato gusti, ma questa è un’altra storia.

I Cassano, un cognome molto comune a Bari, sono originari dell’omonimo paese delle Murge. Ma la radice del nome viene da Cassio: stirpe etrusca, molto popolare nell’Antica Roma. Il cerchio si chiude, ma è troppo presto per chiudere anche questa storia. Torniamo ai giorni in cui il bambino incantava spettatori occasionali.

Basta dare una veloce occhiata a una piantina del Borgo Vecchio per capire in quale labirinto rischi di finire un turista sprovveduto. Sono vicoli che finiscono in altri vicoli, strade che si intrecciano, tesori antichi e vecchi negozi. Braciole e scagliozzi, involtini di carne e fette di polenta alla brace. Il profumo del pesce, la tensione di chi non riesce mai a sentirsi tranquillo, la paura di uscire di strada.

Il piccolo Antonio ha camminato su un filo da equilibrista.

«Qualcosa di buono esce anche da qui» mi dice un vecchio signore che ha vissuto tempi duri.

Piazza Ferrarese, piazza Mercantile. In mezzo il Palazzo del Sedile, da una parte il mare, dall’altra il Borgo Antico. Sono state quelle due piazze i primi campi da gioco.  La vecchia casa di Antonio è in un vicolo stretto che sbuca in Largo Chiurla, mentre dall’altro lato c’è Piazza Ferrarese trasformata spesso dal ragazzo in un campo di calcio per le esibizioni giovanili, il Teatro Margherita, il mare.

«In casa gli avevano costruito una sorta di campo di allenamento. Così mi hanno detto. Il disegno di una porta sulla parete e tutto attorno della gommapiuma per attutire i colpi del pallone» ci sussurra un ragazzo, chiedendo però l’anonimato. Certo è che la mamma ha sempre appoggiato le ambizioni del figlio.

«L’unica preoccupazione era andarlo a recuperare per strada. Non si stancava mai di giocare, anche quando aveva sfondato le scarpe a forza di prendere a calci il pallone

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Quando aveva compiuto sette anni era arrivata la Pro Inter di Tonino Rana, l’uomo che Cassano chiama ancora oggi “presidente”. Una squadra vera. Calzettoni, pantaloncini, maglietta. Addirittura gli scarpini da calcio, altro che stivali. Senza quelle calzature ingombranti ai piedi, al piccolo Antonio sembrava di volare. Gol come ciliege, uno tirava l’altro.

Nella sede della Pro Inter c’è un piccolo “santuario” a lui dedicato.

«Era capace di fare anche settecento palleggi al giorno» dice estasiato Tonino Rana.

«Vederlo toccare la palla era una delizia. La accarezzava, non la colpiva. A nove anni l’ho portato a fare un provino alla Fiorentina, mi hanno detto: è troppo piccolo, ne riparleremo. E’ stato a Interello, di anni ne aveva undici, Marini lo aveva scelto. Poi è cambiato presidente, Moratti ha messo Mariolino Corso alla guida del settore giovanile e mi è stato detto che i ragazzi li prendevano solo dalla cintura milanese. Il Parma ci aveva addirittura mandato un contratto. Alla fine, è rimasto a Bari».

Antonio Spizzico, l’allenatore di quella Pro Inter, mette in fila una serie di aneddoti.

«Stava giocando, a un certo punto mi guarda e dice: mister adesso prendo il palo, quale vuoi quello di sinistra o quello di destra? Io gli dico: “non fare il cretino, pensa a fare gol”. E lui: “Mettere la palla in porta è facile, è così grande. Prendere il palo è più difficile”.».

E ancora: «Giocavamo a Polignano, lui aveva il torcicollo, perdevamo 2-0, era la finale di un torneo giovanile. Il presidente mi dice: toglilo, sta male. Ma lui non ne vuole sapere, ci guarda e fa: ora li sistemo io. Vinciamo 5-2. E Antonio segna tutti e cinque i gol.»

Non si ferma Spizzico.

«A Masciano affrontavamo una squadra bulgara. Li ridicolizzò al punto da farli piangere, per calmarli dovemmo comprare il gelato a tutti».

Torna Tonino Rana.

«Io non volevo che dai calci d’angoli si tirasse direttamente in porta. Antonio mi guarda e mi chiede il permesso di calciarne almeno uno come vuole lui. E va bene. Tira e mette la palla all’incrocio, sul primo palo. Aveva undici anni e si giocava su un campo regolamentare

Dai racconti degli uomini della prima società, con noi c’era anche il segretario Alberto Fracchiolla, il ritratto che viene fuori è quello di un grande talento, di un ragazzo vivace. Amante degli scherzi.

«Ne faceva fin troppi. Nascondeva le scarpe dei compagni nel gabinetto, bucava i bicchieri di carta della mensa, innaffiava ragazzi e dirigenti con la pompa. Ma attenti, sono tutte qui le mattate di Antonio da ragazzo. Non credete a quello che raccontano in giro».

Il talentuoso giocatore intanto, messo da parte Maradona, aveva intanto scelto l’Inter come squadra per cui tifare.

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Niente fughe da emigrante dunque, si resta a casa. Per 15 milioni Antonio Cassano, classe 1982, passa al Bari. Ha 13 anni e un grande futuro, ma ancora non lo sa. O meglio, non ne è perfettamente sicuro. Che diventi un campione, lo pensa fortemente. Si porta però dietro l’arroganza e l’insicurezza, figlie delle sue origini.

Affronta la vita di petto, ma poi scappa quando si trova davanti al nuovo, all’imprevisto. E’ un principino che vive tranquillo solo nel suo castello. Sia esso il Borgo Antico o un campo di calcio. Il resto è terra straniera, va affrontato con diffidenza, senza mai lasciarsi coinvolgere.

Al Bari trova solo estimatori. Dai compagni di squadra Bellavista, Sibilano e Cardascio; a Carlo Regalia: un uomo che di calcio capisce come pochi; a Eugenio Fascetti: un signore che non si è fatto piegare da questo mondo e riesce a muoversi senza farsi condizionare; a Matarrese: un presidente che gli vuole bene.

Cresce Antonio. Coccolato in casa da Giovanna che è in pensione e con un milione e centomila lire al mese deve tirare avanti. Seguito con affetto dalla società che lo aiuta anche a studiare, portandolo fino al diploma di terza media.

Quando entro nella vecchia scuola elementare il mio sguardo finisce su un bambino che sfoglia le figurine, ne sceglie una. Me la mostra orgoglioso, poi la posa sul banco. E’ il penultimo banco della prima fila. Lì è stato seduto per un intero anno Antonio Cassano, il giocatore che oggi è ritratto sulla figurina.

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La scuola elementare Nicolò Piccinni è in via Carducci. Al primo piano, poco più di dieci anni fa, c’era la Quinta sezione E. Oggi non c’è più il vetro sulla porta e le pareti sono state ridipinte di un verde pallido. Ma il resto è tutto uguale ad allora. La signora Anna Maria Violante Novelli era la maestra ed è lei ad accompagnarmi in questo viaggio nel tempo, alla ricerca delle radici del calciatore che sta entusiasmando l’Italia.

Racconta.

«Ha sempre avuto grandi aspirazioni. Mi diceva: “Io farò il calciatore. Ma non a Bari. Io giocherò con la Roma, la Juventus, la Nazionale”».

Parla di momenti di grande tenerezza.

«L’assegnazione dei posti era un problema, allora io facevo scrivere ai ragazzi su un biglietto il nome del compagno che avrebbero voluto avere vicino, nello stesso banco. Mentre stavo leggendo i bigliettini, lui mi si è avvicinato. “Me m’ha cercat qualcun?“. Mi ha scelto qualcuno?».

Ricorda qualcosa che ancora oggi le dà grande piacere.

«Dovevo assentarmi per qualche giorno, mio marito aveva avuto un grave incidente. Sono venuta in classe e l’ho detto ai ragazzi: per un po’ di tempo qualcun altro si sarebbe occupato di loro. L’ho sentito benissimo cosa Antonio ha detto al suo compagno e non l’ho dimenticato: “‘na volta tand c’avemm ‘ngarrat unne…“. Una volta che ne avevamo trovata una giusta…».

La signora Anna Maria mi parla di un ragazzo vivace, sensibile, difficile, bisognoso di attenzioni. Comunque generoso. Racconta di una recita di classe per Natale.

«Certo, anche lui ha partecipato. Cosa faceva? Non ricordo, forse il pastorello, forse uno dei Re Magi. Ci metteva un grande impegno».

In campo Antonio era decisamente più a suo agio, sapeva come farsi notare, sapeva come aiutare la squadra a vincere.

Diciassette anni, un’età in cui si comincia a disegnare il futuro. Si fantastica su quello che potrebbe essere. Il ragazzo del Borgo Vecchio è combattuto. Da una parte c’è questa culla calda in cui tutti lo trattano da principino, il rispetto degli amici, la sicurezza di essere un protagonista. Ma ci sono anche le paure di non uscire più, di non farcela a entrare nel mondo vero, senza la corazza di compagni fidati che ti proteggono.

E’ già un calciatore importante anche se guadagna ancora due milioni al mese. Più della pensione della mamma che ha lavorato per venticinque anni, ma assai meno di quasi tutti i giocatori della sua squadra.

Accanto al piccolo principe adesso c’è un signore. Si chiama Giuseppe Bozza e fa il procuratore dei calciatori. Si sono conosciuti durante il torneo di Viareggio, sono andati subito d’accordo. Beppe va bene anche alla signora Giovanna. Avanti così. Bozza tratta Antonio come un figlio e l’altro lo segue senza uscire di strada.

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Dicembre 1999, storia di ieri. Esordio in serie A contro il Lecce, ma soprattutto il gol all’Inter: stop di tacco, pallone portato avanti di testa, dribbling a rientrare, due difensori lasciati sul posto, interno destro e pallone a fil di palo. Il mondo del calcio applaude la scoperta di un altro talento. La gente impazzisce e lui, pieno di una timidezza che sconfina nell’arroganza, scappa a casa. Da mamma.

Giovanna gli regala una catenina d’oro con la medaglietta di Padre Pio. Non è una donna fortemente religiosa questa signora bionda, ma ha una devozione particolare per i santi. Ha un rapporto diretto con loro, non le piaccono gli intermediari. E proprio durante una gita di chiesa a Roma si innamora della città.

Antonio abita a Poggiofranco, una zona residenziale, ma gran parte delle sue cose sono rimaste nella cameretta della casa di strada San Bartolomeo. C’è anche la videocassetta di quell’Inter-Bari. L’avrà rivista cento volte, spesso accanto alla mamma. Prima però le ha sempre fatto fare una promessa.

«Ma’, basta che non ricominci a piangere».

La signora si emoziona quando vede giocare il figlio. Per questo non è andata mai allo stadio. Solo tv: ha anche comprato l’abbonamento a Tele+ che trasmette le partite del Bari e si è spinta fino ad aspettare la “Domenica Sportiva” per sentire cosa dicono del suo ragazzo.

Antonio preferiscee “Controcampo”. Ma non è la struttura giornalista della trasmissione ad affascinarlo. A lui piace Luisa Corna e questo basta per fare una scelta definitiva. E’ una delle poche preferenze che ha confessato il piccolo principe. Le altre sono la passione per le canzoni napoletane da Nino D’Angelo a Gigi D’Alessio, e per le macchine. Il sogno è una Porsche.

Il gol all’Inter gli ha cambiato la vita. Un capitolo si è chiuso, quello del passato. Il lavoro in qualche ristorante per aiutare a scaricare le casse di pesce, il vagabondare nei vicoli del Borgo Antico rischiando di incamminarsi sulla strada sbagliata, le partite infinite in piazza con gli amici, la vita difficile di chi non è nato fortunato. Anche la parola “povero” è scomparsa dal vocabolario. I milioni di ingaggio sono diventati 300 l’anno e soprattutto è passato al secondo capitolo del libro, il futuro.

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La Roma era entrata nella vita di Antonio attraverso una chiave che aveva scaldato di passione molti altri tifosi, Totti era diventato il nuovo idolo del principino barese. Francesco gli aveva anche regalato una maglietta. E quando il Bari era venuto all’Olimpico, Antonio aveva comprato 15 biglietti. Voleva che gli amici lo vedessero giocare sul prato dei sogni. Un mese prima era stato nella Capitale e con la Primavera aveva segnato una doppietta: rigore e gol da talento quale è, su lancio di Berardi. Anche in Serie A non si è fatto aspettare. Il gol l’ha segnato addirittura di testa, una rarità per lui. Poi è tornato nel regno di sempre a Bari, piazza Federico II di Svevia, via dell’Odegitria, la Cattedrale, il Borgo Antico. Casa.

L’annuncio non ha stupito, era atteso. Antonio Cassano, diciannove anni ancora da compiere, è della Roma per 55 miliardi e la comproprietà di D’Agostino. Al giocatore andranno 18 miliardi per un contratto quinquennale. Tutti nella Capitale: Antonio, la signora Giovanna ed Emanuele detto “il pecora” per via dei capelli non proprio lisci, l’amico fidato che dovrà aiutarlo nell’impatto con la metropoli.

Il prinicipino è in silenzio stampa, se lo rispetterà sino in fondo non rilascerà dichiarazioni fino a luglio. L’unica cosa che si lascia scappare è una frase tormentone.

«Sei felice? Io sì».

E perchè non dovrebbe esserlo. Ha reso felici una società, uno spicchio di mondo che di occasioni per gioire  non ne ha avute poi tantissime. E soprattutto ha riempito di gioia gli occhi di una donna, sua madre. Ne ha viste di cose brutte nella vita la signora Giovanna, adesso è arrivato il tempo dei sorrisi.

Il bambino ha diciotto anni, ma potrebbe farsi male.

Inseguo la sua ombra all’interno della Bari Vecchia nel primo giorno del passaggio ufficiale alla Roma, parlo con la gente che lo conosce bene, che lo ha visto. Ma solo fino a un attimo prima del mio arrivo, perchè poi è scomparso nel nulla. Scappa Cassano, ha paura del nuovo, di quello che non conosce. Non vuole correre rischi, si sente braccato.

Ha bisogno di avere accanto qualcuno del clan, vuole gente che lo capisca al volo, che non gli crei trabocchetti.

«E’ un ragazzo semplice, spontaneo, genuino – racconta Onofrio, il ristorante preferito da Antonio – Non rovinatelo» mi fa. E parlando con me, parla a Roma intera.

La sera dell’annuncio ufficiale il talento barese ha festeggiato qui. Tre fette di “sorriso” in porzione speciale, una torta che ha ribattezzato così perché ha la forza di renderlo allegro. Il dolce e nulla più. Brucia calorie, è giovane, ma sa che è meglio non esagerare.

Ho inutilmente pedinato Antonio Cassano inseguendolo per tutta la città, il ragazzo è al centro di una grande favola e forse ha paura di svegliarsi. La sua prima giornata da fenomeno ha voluto viverla solo con la gente di sempre. I compagni di squadra, gli amici, Bari Vecchia. Per gli altri, ci sarà tempo.

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Chiudo il mio viaggio lì dove l’ho cominciato.

Il bambino continua a sfogliare le figurine. Mi fa vedere Totti, Vieri, Kakà. E’ una sorta di ingenuo calcio mercato. La maestra mi mostra una vecchia foto di classe. Antonio Cassano è il primo della fila in alto a destra. Ha la faccia da furbetto, sembra stia pensando ad uno dei suoi scherzi terribili. La signora Anna Maria sorride.

«Lui sapeva già tutto», mi fa.

Vado via lasciando il ragazzino con i suoi amichetti, per loro quei tipi lì sono ancora solo figurine. Prima o poi qualcuno racconterà anche a lui la favola di un bambino di Borgo Vecchio diventato campione.

Pennetta e le montagne russe

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QUANDO era costretta ad arrancare, quando lottava avendo il vento contro e il polso le faceva male, l’operazione era arrivata come ultima soluzione. Era stato subito dopo che aveva cominciato a pensare che forse Gisela Dulko aveva ragione. La bella biondina per anni compagna di doppio e di successi aveva mostrato a Flavia Pennetta la via per continuare a sorridere. Si era sposata con Fernando Gago, centrocampista del Boca e della nazionale argentina di calcio, e il tennis si era trasformato in un passatempo e poco più.

Con il ritiro come probabile futuro, una classifica che la vedeva numero 166 del mondo e il destino che sembrava continuasse ad accanirsi contro di lei, Flavia stava per incamminarsi verso quell’annuncio che le avrebbe cambiato la vita.

Ma le batoste del passato aiutano ad andare avanti, Flavia sulle montagne russe della sua giovane esistenza si è trovata spesso a suo agio. Le sconfitte, sul campo e nella vita, se hai un cervello che marcia a doppia velocità ti fanno capire gli errori e possono servirti per ricominciare. Lei l’aveva già fatto più volte. Lasciando Brindisi e la famiglia per trasferirsi in Spagna, inseguendo un allenatore tutto per lei e un ambiente di lavoro migliore. Difficoltà da poco se confrontate con la batosta che le era capitata tra capo e collo, una di quelle botte che solo un amore perduto può infliggerti.

Lei e Carlos Moya, il bello del tennis, assieme. Era accaduto agli Internazionali di tanti anni fa a Roma. Poi se ne erano andati ad occupare la stessa casa in Spagna. Qualcuno aveva anche fatto circolare la parola matrimonio. Ma una mattina, dopo colazione, la Pennetta aveva scoperto su un giornale che lui amava un’altra, Carolina Cerezuela. Un’attrice della tv, una con cui avrebbe voluto passare ogni giorno della sua vita ed avere dei figli.

Assieme ai chili e alla forma fisica, se ne era andata anche la voglia di lottare. E questo era davvero in contrasto con la sua indole. Da sempre Flavia aveva tenuto fede al motto: “Voglio arrivare in alto passando per la porta del sacrificio.”

E allora aveva ripreso il cammino. Ma dopo l’ennesima curva era arrivato l’infortunio al polso, l’operazione che per una tennista è una maledizione infinita. Un po’ come se uno schiacciatore del volley si fratturi una mano, un calciatore debba rimettere a posto la caviglia. Insomma, una disgrazia.

Gli anni passavano, a febbraio ne ha festeggiati 32, e i risultati tardavano ad arrivare. Alla ripresa delle ostilità rimediava undici eliminazioni al primo turno e sei al secondo. Era il 2013, l’anno scorso, quello della sconfitta all’esordio contro Francesca Schiavone proprio a Indian Wells. Giù, sempre più giù nella classifica. Ma lei è una tosta, una abituata a lottare. Vero, ma se il vento ti arriva sempre sulla faccia, diventa difficile combattere contro il destino.

Si era così presa tempo sino a Wimbledon per capire se il tennis avrebbe dovuto vederlo solo alla tv o se sarebbe stata ancora una protagonista sui campi da gioco. Sapete come è finita, non poteva essere altrimenti.

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Questa ragazza carina nell’aspetto, dal volto gentile e dagli occhi che ti catturano l’anima, ha una corazza che la protegge. Un carattere forte in ricordo dei tempi teneri dell’infanzia. Un maschiaccio che amava i giochi dei ragazzini, altro che bambole. La grinta le era comunque rimasta dentro e l’aveva portata avanti.

Ad aiutarla ci aveva pensato una famiglia che le era stata sempre vicino. L’entusiasmo del papà Oronzo era stato contagioso. Lui che ogni domenica notte controllava al computer la nuova classifica della figliola e poi andava a svegliare la moglie Conchita per comunicarle i progressi, stavolta si è risparmiato un’alzataccia.
In una dolce serata brindisina ha guardato sullo schermo piazzato al centro della tavernetta di casa l’impresa più grande che una tennista italiana abbia mai fatto dopo la vittoria al Roland Garros di Francesca Schiavone nel 2010.

Un milione di dollari di premio per il succeso, ma soprattutto il trofeo di Indian Wells conquistato dopo avere battuto Townsend, Stosur, Giorgi, Stephens, Li Na a Radwanska. Un capolavoro sul cemento della California.

Non smetteva più di sorridere Flavia. Le accade sempre così quando è felice. Lei che ama la velocità si sente contenta solo correndo. Come quando se ne era andata sulla pista di Maranello seduta su una Ferrari guidata da un collaudatore che aveva tolto qualsiasi aiuto elettronico. L’asfalto era bagnato dalla pioggia che continuava a cadere e il professionista del volante spingeva sull’acceleratore. Ma lei sorrideva.

Felice così mi è capitato raramente di esserlo.”

L’ha ripetuto ai microfoni in una calda domenica di marzo dopo avere sconfitto la Radwanska. Supertennis ha portato quel sorriso nelle nostre case.

Ora la Pennetta è numero 12 del mondo, lei che in passato era arrivata anche al numero 10, e vuole salire ancora più su. Abbiamo tre ragazze nelle Top 15, siamo una nazione guida del tennis femminile.

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L’ultimo colpo da sogno sarebbe un miracoloso recupero della gemella diversa, quella Francesca Schiavone (a destra nella foto) che dopo avere camminato a lungo in parallelo con la Pennetta, l’aveva staccata sulla terra rossa di Parigi. Quella Schiavone che da qualche tempo sembra essersi persa per strada. Ma oggi non c’è spazio per la malinconia. E’ l’ora dei festeggiamenti.

Flavia l’ha fatto assieme al nuovo coach, Salvatore Navarro. E sì perché lungo il cammino del rinnovamento, mi ero dimentico la tappa della separazione con l’allenatore degli ultimi anni. Gabriel Urpi è andato via. Ma il nuovo team anziché intristirla, le ha regalato stimolti forti. E dopo la semifinale agli US Open, i quarti agli Australian Open ecco la vittoria di Indian Wells a disegnare un quadro perfetto.

Un massaggio shatsu, il suo preferito, la concessione di un paio di cucchiai di Nutella, una lunga telefonata ai genitori, gli sms con gli amici. Così tanto per togliersi qualche sfizio. Quelli che non può togliersi invece la squadra a cui ha regalato la sua simpatia, il Milan.

Flavia Pennetta da Brindisi ha avuto tanto dallo sport, non le resta che un sogno da realizzare. Il sogno che si porta dietro da tanto tempo. Un giro a velocità piena, in pista, sulla moto di Valentino Rossi. Impossibile? Non più impossibile di quanto sembrava essere il trionfo di Indian Wells appena un anno fa…

Quando Sugar rischiò di morire

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IL PRIMO ad arredersi era stato l’arbitro. Ruby Goldstein aveva detto basta alla fine del decimo round. Lo Yankee Stadium era diventato una fornace, bolliva per i 41 gradi che opprimevano l’aria. E c’era anche un’umidità pazzesca. Una pioggia violenta, torrenziale, nel pomeriggio aveva scaricato tanta acqua sullo stadio. Non aveva portato via il caldo, aveva però lasciato in eredità un’umidità che bagnava le camice degli uomini, attaccava al corpo i vestiti delle signore nelle prime file di ring. Ruby Goldstein aveva abbandonato, ormai vicino al collasso. Aveva preferito vivere.
Vincent Nardiello (foto sotto) era il responsabile della divisione medica della New York Athletic Commission e aveva già vissuto una tragedia sul ring. Era il 18 aprile del 1947, si combatteva nella fumosa Saint Nicholas Arena, l’arbitro designato per l’intera serata era Benny Leonard. Uno dei più grandi pesi leggeri di sempre. Dopo aver condotto sei incontri, stava dirigendo il primo round di un match tra i pesi welter Mario Roman e Bobby Williams. Improvvisamente Leonard era crollato al tappeto. Soccorso e trasportato negli spogliatoi, non aveva mai ripreso conoscienza. Morto per infarto. L’annuncio era stato dato dal giornalista Bill Corona.
Nardiello non voleva ripetere quella tragica esperienza. Si era avvicinato a Robert Kristienberry, il presidente della NYAC, ed aveva chiesto il permesso di far riposare Goldstein. Per la prima volta nella storia della boxe, un arbitro era stato sostituito. Ray Miller ne aveva preso il posto all’inizio dell’undicesima ripresa.

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Anche i due pugili sul ring erano stanchi, prossimi alla disidratazione. Joey Maxim era il campione dei mediomassimi. Il vero nome era Giuseppe Antonio Berardinelli, origini italiane: papà laziale, mamma marchigiana. Era diventato Maxim, perchè così lo chiamavano i suoi tifosi. Sparava colpi in sequenza, senza fermarsi per riprendere fiato. Proprio come la Maxim, la prima pistola automatica americana. Era alto, grosso, pesava 78 chili e mezzo.
Anche lo sfidante aveva un nome preso in prestito. Era nato Walker Smith jr nel quartiere Black Bottom di Detroit. Una zona malfamata. Papà muratore dedito all’alcool. Il divorzio dei genitori aveva portato la mamma, e lui, a New York dove lei lavorava in una lavanderia a 15 dollari la settimana. Anche Walker jr portava soldi a casa. Vendeva la legna da fuoco che prima rubava in un magazzino sotto la West Side Highway. Ballava il tip tap sui marciapiedi di Broadway assieme ai suoi piccoli amici. Prendevano la metropolitana, uscivano nelle fermate accanto ai teatri e cominciavano ad esibirsi. Un piattino davanti ai loro piedi serviva per raccogliere le offerte. Nei fine settimana faceva il lucidascarpe.
La boxe l’aveva scoperta al Brewster Center, dove era subito diventato amico di Joseph Louis Barrow che poi sarebbe diventato Joe Louis, il più grande peso massimo di sempre. Walker jr era piccolino, un peso piuma. Ed era stata proprio questa la categoria in cui aveva disputato il primo match. Aveva 15 anni. Il pugile che non si era presentato si chiamava Raymond Robinson. Walker jr amava la danza e adorava il ballerino nero Bojanges Bill Robinson. La scelta era stata facile. La sua carriera l’avrebbe fatta come Ray Robinson (foto in alto, al momento dello stop contro Maxim), poi una signora ed un giornalista attento gli avrebbero regalato anche il soprannome. Sugar, zucchero, dolce come la sua boxe.

Ray Sugar Robinson era uno che credeva nei sogni e la notte prima del mondiale dei mediomassimi contro Joey Maxim aveva sognato che sarebbe morto. Ma fino a quell’undicesimo round le cose erano andate dannatamente bene. Lui ballava, una danza infernale attorno al campione che si muoveva lentamente, portando un colpo alla volta. Sugar Ray lo tormentava col sinistro e l’altro avanzava, Robinson lo centrava con precisi ganci alla mascella e l’altro barcollava, ma continuava a venire avanti. I primi segnali di pericolo per lo sfidante erano arrivati nella ripresa numero 12.

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Sugar Ray era diventato meno mobile sulle gambe, Maxim continuava ad essere il robot del primo round. Clinch, pochi colpi, grandi trattenute. Tre minuti senza ritmo. Era in arrivo la tredicesima ripresa con Robinson avanti su tutti i cartellini. Il giudice Artie Aidala aveva nove riprese per lui, due per Maxim (a destra nella foto) e una pari. Il giornalista del New York Herald Tribune, Jesse Abramson, aveva addirittura dieci round per lo sfidante e due per il campione. Sarebbe bastato rimanere in piedi per tre riprese e Sugar Ray si sarebbe preso anche il titolo mondiale dei mediomassimi.
Era arrivato a quella sfida con l’incredibile record di 133 vittorie (86 per knock out), 2 sconfitte e 2 pari. Aveva 31 anni, era già stato campione dei welter e deteneva la corona dei pesi medi. Un curriculum incredibile per chiunque, ancora di più per uno che aveva scelto la boxe solo per fame. «E’ uno sport barbaro. Mi ricorda quando gli uomini lottavano nell’arena e la gente lanciava loro delle monete» ripeteva. Ma era stato anche l’uomo capace di fare del pugilato un’arte.
Si sentiva ballerino nell’anima e nella testa. Sul ring la sua era una danza che frastornava l’avversario. Era nato per questo. Lo chiamavano zucchero, ma era uno zucchero letale. Tramortiva gli avversari quasi sempre senza offrire uno spettacolo di violenza, senza involgarire la magia con la rabbia di chi interpretava la boxe solo come scambio di pugni.
Quando era piccolo rifiutava di battersi per le strade maledette di Detroit o di New York. Preferiva passare per codardo che cedere a quella violenza che non riusciva a comprendere. Erano le sorelle a battersi per lui. Diventato grande aveva assunto i contorni della leggenda. E adesso si batteva sul ring dello Yankee Stadium contro un colosso che pesava sette chili più di lui.
Faceva un caldo asfissiante, appiccicoso, quel 25 giugno del 1952. «Continuate a ripetermi questa storia, credete che al mio angolo ci fosse l’aria condizionata?» rispondeva Maxim a chiunque gli ricordasse quel giorno. Ma lui era più grande, faceva meno fatica ad assorbire i colpi, doveva lavorare meno dell’altro, costretto continuamente ad attaccare, portare pugni e danzare per evitare la reazione del campione.
Tredicesimo round. Sugar Ray ormai si muoveva come un fantasma. Provava a chiudere prima del limite, sparava un destro e mancava di venti centimetri il bersaglio. Cadeva a terra da solo, sulla spinta di quel colpo che lui stesso aveva portato. Si rialzava a fatica, suonava il gong, sbagliava angolo. Harry Wiley e Peewee Beal, i suoi cornermen, saltavano sul ring, lo prendevano sotto le braccia e lo mettevano a sedere. Robinson aveva gli occhi fissi nel vuoto, faticava anche a respirare. Il dottor Alexander Schiff, il medico del mondiale, gli chiedeva se la sentisse di andare avanti. Sugar Ray scuoteva leggermete la testa, faceva segno di no, non riusciva a parlare. Era finita. Esultava Joey Maxim che conservava il titolo mondiale per kot 14. Robinson aveva perso prima del limite. Sarebbe stata l’unica volta in 362 incontri, tra quelli da dilettanti e l’intera carriera professionistica.

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Lo avevano portato nello spogliatoio a braccia. Lo avevano messo sotto la doccia, ma lui non sembrava migliorare. Era arrivato il sindaco Impellitteri, un grande amico. Nel camerino, contravvenendo ad ogni regola che pretendeva che le donne rimanessero fuori, era entrata anche Edna Mae. La moglie. Ray era in evidente stato confusionale, cominciava a boxare contro chiunque gli passasse vicino. Lei lo aveva portato a casa, lo aveva messo a letto, l’aveva vegliato per tutta la notte. Nel match Sugar aveva perso oltre sei chili di peso. Edna (foto sopra dopo la grande paura) gli bagnava le labbra con dei cubetti di ghiaccio, gli dava da bere l’acqua un cucchiaio alla volta, controllava che la febbre non salisse.
Era andato assai vicino alla morte, completamente disidratato. Il mattino dopo aveva il corpo pieno di vesciche, per almeno due giorni non era riuscito a trattenere nulla nello stomaco. Delirava. Ci sarebbero voluti sei mesi perchè si riprendesse completamente. Una settimana prima del Natale 1952, aveva annunciato il ritiro.
Poco meno di cinquantamila spettatori lo avevano visto arrendersi, esausto, allo Yankee Stadium di New York. Ed avevano creduto al all’annuncio. Ma i soldi se ne andavano in fretta e l’unico modo di recuperare era quello di calcare di nuovo il ring. Era diventato professionista quando gli Stati Uniti stavano entrando nella seconda guerra mondiale, si sarebbe ritirato con il Vietnam alle porte. Aveva vissuto i suoi giorni di gloria attraversando la rivoluzione comunista cinese, la guerra di Corea e le tensioni della guerra fredda con l’Unione Sovietica. Era partito con Franklyn Delano Roosvelt presidente per chiudere con Lindon B. Johnson, passando per Truman, Eisenhower e John Fitzgerald Kennedy. Sul ring è stato davvero dolce. Fuori non ha avuto la stessa capacità di lasciare solo buoni ricordi. Amaro è stato il finale della sua carriera, triste e cattiva la sua fine. Prima il diabete, poi l’Alzheimer. La morte se l’è portato via il 12 aprile del 1989. Ha vissuto senza risparmiarsi mai.
Si chiamava Ray Sugar Robinson. E’ stato il più grande ti tutti.

Sul ring con Monzon

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Mario Romersi, romano del 1946, campione italiano dei medi, in Italia è stato lo sparring preferito di Carlos Monzon. Gli ho chiesto di aiutarmi a capire chi era quell’uomo che in una notte di novembre del 1970 ha rubato i nostri sogni.

MARIO Romersi, come definirebbe il pugile Carlos Monzon?

“Una belva, con un destro micidiale. Un fenomeno”

E come uomo, che tipo era?

“Scontroso, riservato, poche parole, prepotente”

Era davvero così pesante il destro dell’argentino?

“Provo a spiegarmi. Ogni volta che ti prendeva, ti sentivi come se qualcuno ti avesse tirato addosso un sacco di sabbia pressata. Eri fortunato se andavi a terra. Perché altrimenti, quello ti intronava e poi non finiva di picchiare finché non ti aveva distrutto”

C’è un colpo che ricorda in modo particolare?

“Mi ricordo la prima volta che abbiamo fatto i guanti al Flaminio. Lo conoscevano in pochi, anche se era lo sfidante di Nino Benvenuti per il mondiale dei pesi medi. In palestra c’era la televisione, tanti giornalisti. Io ero un po’ timido e me ne stavo in un angolo a fare l’esercizio al sacco, lontano da tutti. Mi hanno avvicinato Capo Repetto e Amilcar Brusa e mi hanno chiesto: “Ti va di allenarti con lui?”. Gli ho risposto: “Non ho certo paura”. E sono salito sul ring. Ho alzato il sinistro nel classico gesto di saluto e Monzon mi ha incrociato col destro. Mi è improvvisamente sembrato di essere su un disco volante. Tutto attorno a me girava vorticosamente. Vedevo anche tanti piccoli cinesi che facevano roteare dei piatti su esili bastonicini di legno. Quel destro mi aveva completamente imbambolato”

E lui?

“Ha continuato a venire avanti e a picchiare”

Vi hanno fermato?

“Non avrei mai fatto la figura di quello che se ne va al primo cazzotto, anche se terribilmente duro. Ho fatto altre due riprese, ma quel destro non lo dimenticherò mai”

E poi?

“Il giorno dopo mi sono alzato alle 5 del mattino, ho fatto footing, ho mangiato una bistecca da tre etti e bevuto solo un po’ d’acqua. Come se avessi dovuto fare un match. Alle quattro meno un quarto ero in palestra a scaldarmi. Nel terzo round di guanti l’ho preso d’incontro sul naso col diretto destro e ho sbagliato di un centimetro il gancio sinistro con cui avevo doppiato il colpo. Sabbatini, che era sotto al ring, ha urlato: “Mario, fermati che mi rovini 400 milioni!”. Il giorno prima però, nessuno era intervenuto”

Quindi non ricorda Monzon come un campione assoluto?

“Ma vuole scherzare?! Era un fenomeno. Per darle un’idea di quanto facesse male, le dico che quando salivi sul ring contro di lui era come se tu lo facessi a mani nude e lui imbracciasse un fucile. Era devastante. Non aveva il pugno secco, quello che ti stende subito. No, lui era peggio. Con un colpo ti ammorbidiva e con gli altri ti annientava”

La qualità migliore del pugile, oltre alla potenza del destro, quale era?

“Era scoordinato”

In che senso?

“Noi pugili guardiamo l’altro negli occhi, lì c’è la verità. All’80%, se sei bravo e attento, capisci quale colpo l’avversario sta per portare. Lui no. Ti sembrava lento, poi vooom e ti arrivava il sinistro in faccia. Faceva un piccolo spostamento, portava in avanti la gamba e vooom ti tramortiva col destro. Poi, ti bastonava senza che tu capissi più da dove partissero i colpi. A quel punto capivi che era inutile guardarlo negli occhi”

Quante riprese di guanti ha fatto con lui?

“E’ venuto al Flaminio la prima volta quando ha conquistato il mondiale contro Benvenuti a Roma. C’è tornato per Bouttier, Briscoe e Valdez. Diciamo che ogni volta si fermava per una settimana, in totale avremo fatto più di 100 round. Veniva e voleva fare i guanti con me. Forse perché ero un buon tecnico, forse perché era diventata una sorta di scaramanzia”

Aveva rispetto per lo sparring?

“Mi avrebbe volentieri messo per terra in ogni momento. Era senza pietà”

Un ultimo episodio da ricordare?

“Facevamo i guanti, io lo stringevo spesso in clinch per riprendere fiato. A un certo punto mi ha morso tra la spalla e il collo. Un dolore terribile, ma lui ha continuato a combattere come se niente fosse”

Chi c’era in palestra quando vi allenavate?

“Capo Repetto, il suo maestro Amilcar Brusa, il manager Tito Lectoure, qualche volta Rodolfo Sabbatini. E soprattutto, tanta gente. Un centinaio di persone, sembrava di essere a una riunione. Io all’epoca abitavo con mamma e papà al Villaggio Olimpico, a due passi dalla Palestra del Flaminio. C’erano tutti gli amici a vedere me, ma soprattutto Monzon”

Che memoria le è rimasta di quei giorni?

“Mi è piaciuti viverli. Tutti, ogni momento”

Damiani e la proposta indecente

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Un’intervista di qualche tempo fa con Francesco Damiani, l’ultimo grande peso massimo italiano oggi responsabile tecnico delle nazionali azzurre.

UNA vecchia scuola elementare del secolo scorso a San Potito, frazione di Lugo. Lì adesso c’è una palestra di boxe, accanto alle guardie venatorie. Dentro la palestra, il ring. Un ring unico al mondo. E’ rettangolare.

«Non c’era spazio, così abbiamo tagliato a metà quello di Bagnacavallo e l’abbiamo messo qui

Francesco Damiani ha lo sguardo tranquillo che aveva quando combatteva. Il fisico è un po’ appesantito, ma neppure tanto. Campione europeo e mondiale dei pesi massimi, per la Wbo. E’ stato uno che nella sua categoria ha scritto pagine importanti. Ha battuto Teofilo Stevenson ai Mondiali dilettanti dell’82. E’ stato battuto in finale da Tyrrell Biggs (nella foto la rivincita da professionista) e da una giuria di incompetenti. Argento all’Olimpiade di Los Angeles l’anno dopo, una bella carriera da professionista. Uniche tappe amare, quelle al di là dell’Oceano. Negli Stati Uniti.

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Francesco, come racconteresti l’America del pugilato?

«La mia prima volta a New York, assieme al grande Umberto Branchini. Entriamo in una palestra. Dopo il riscaldamento, è il momento di fare i guanti. Umberto parla con un tizio che subito dopo comincia a strillare. La palestra è piena di pugili, non c’è un metro libero. Quello urla: “Venti dollari per fare i guanti con questo peso massimo italiano, chi ci sta?” Arriva un gigante nero che neppure mi guarda. Casco, guanti e via. Sotto un altro. Lì non c’è bisogno di fare cinque telefonate a cinque differenti palestre per trovare uno sparring. Questa è l’America

Cosa altro ti ha colpito della boxe americana?

«Il modo in cui presentano gli incontri. Ci sanno fare. Qui a volte non c’è neppure chi annuncia i match. Lì, ogni riunione diventa uno spettacolo. Per fare sfilare la ragazza del cartellone da noi devi avere la fortuna che non ci sia un pretore complessato, altrimenti ti misura ogni centimetro scoperto della pelle e poi fa saltare tutto. Lì ci sono fuochi di artificio, musica, coreografie. E’ un divertimento.»

Ma ci sono anche maestri, manager e organizzatori che non stanno tanto a guardare su come fare un affare. L’importante è farlo.

«Da noi non è poi così diverso

L’America ha segnato due brutte tappe della tua carriera. Cominciamo dal mancato mondiale con Holyfield ad Atlanta.

«Mi sono fatto male in allenamento e il combattimento è saltato. Mi avevano proposto 750.000 dollari e i diritti della televisione americana per farmi partire, quando ho detto sì i dollari sono diventati 700.000 e i diritti televisivi sono scomparsi. Ma il match l’avrei fatto comunque se non mi fossi infortunato alla caviglia. Alcuni americani sono venuti nella mia stanza di albergo a propormi di salire ugualmente sul ring, sarei andato giù al secondo round e avrei preso i soldi. Ho risposto: “No. Io queste cose non le faccio“»

Ray Mercer ad Atlantic City. Un pugno e il mondiale è volato via.

«Qui ho qualche colpa. Ero nettamente in vantaggio dopo nove riprese, ho preso un colpo al naso, ho cominciato a perdere sangue. Non ero abituato a trovarmi in situazioni di grande difficoltà, non avevo l’esperienza per superarle. Mi sono sentito perso, non ci ho pensato su molto e ho detto basta. Un errore nato da una situazione per me insolita

Oliver McCall a Memphis, l’ultimo incontro della carriera.

«Non dovevo neppure accettarlo quel match. Umberto Branchini, che non era più il mio manager, me lo aveva detto per telefono. Non dovevo farlo. Ero ormai completamente demotivato, senza stimoli. Don King mi stava prendendo in giro da un anno. Sono andato lì vuoto, ho perso e sono tornato a casa

Quale è il maggiore cambiamento fatto dal pugilato?

«Il nostro è uno sport che cambia poco nel tempo. Forse oggi c’è un po’ di velocità in più, ma i fondamentali sono sempre gli stessi. E’ anche qui il bello della boxe: essere uguale nel tempo

La gioia più grande della carriera?

«La vittoria sul mitico Teofilo Stevenson. Un sogno diventato realtà.»

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Quando hai visto per la prima volta Stevenson?

Ho cominciato a boxare nel settembre del 1975 e lui era già il mio idolo. Un esempio da imitare, anche se sapevo benissimo quanto fosse irragiungibile.

Eppure il 15 aprile del 1982 lo hai battuto, nei quarti di finale dei Mondiali che si disputavano a Monaco.

Spesso riguardo quel match su YouTube e mi chiedo come sia riuscito a farcela. E’ stato l’incontro che mi ha fatto conoscere al mondo. E’ stata la svolta della mia carriera.

Cosa ricordi di quella sera magica?

Ricordo tutto, ogni attimo. E’ stato uno dei momenti più esaltanti della mia vita. E ricordo anche i suoi montanti. Nel terzo round, mi ha preso con un serie che mi è sembrata infinita. Al suono del gong sono caduto in ginocchio. In molti hanno pensato che fosse per la gioia. In realtà era per la stanchezza.

Con quale animo sei salito sul ring?

Con la consapevolezza di dovermi misurare con un fenomeno assoluto. Era un pugile completo. Aveva fisico, potenza, tecnica, velocità. Tutti pensavano che fossi una vittima predestinata.

Proprio tutti?

No. Un giornalista aveva scritto un articolo il cui titolo non dimenticherò mai: “Vado, lo batto e torno”. Conservo ancora quella pagina del giornale.

Che cosa ha significato per te la morte di Teofilo Stevenson?

Con lui se ne è andata una parte della mia vita. Non solo di quella pugilistica. L’ho visto di persona per la prima volta alle operazioni di peso dell’Olimpiade di Mosca 1980. Usciva dalla stanza, Franco (Falcinelli, ndr) mi ha scosso il braccio e mi ha detto: “Guarda, quello è Stevenson”. Gli ho risposto: Lo so bene, per me però non è solo un pugile. E’ la boxe.

Molti pugili finiscono la carriera dopo avere guadagnato delle buone borse, tanti soldi. Poi si scopre che non hanno più una lira in banca e che la loro vita è diventata un inferno.

«E’ un problema di mentalità. Non devi abituarti ai grandi guadagni, devi sempre pensare che prima o poi finiranno. Devi saperti accontentare. Io le vacanze non le faccio alle Hawaii, vado a Marina Romea. Non mi costruisco una villa da star di Hollywood, mi faccio la casa a Bagnacavallo. Amministrare quello che hai, non sprecare, restare nell’animo quello che eri prima di cominciare a boxare. E non pensare mai che tutti quegli amici che ti girano attorno quando sei famoso, restino al momento in cui le luci si spegneranno.»

Nella vita ti sei mai sentito tradito?

«Sì, più volte. Ma quella che mi ha fatto più male è stata la volta che a tradirmi ci ha pensato uno a cui avevo dato tutta la mia fiducia

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-L’uomo a cui senti di dovere soprattutto riconoscenza?

«Il mio manager Umberto Branchini (foto sopra). Gli avessi dato più retta, avrei fatto una carriera migliore di quella che ho fatto

-Il tuo difetto più grande?

«Quello di non credere mai fino in fondo nei miei mezzi

-Dopo la boxe, cosa c’è stato?

«Ho provato a mettere su un commercio assieme a un amico. Avevamo un capannone, vendevamo alimenti per i panettieri. Poi ho messo su con un altro amico un’attività promozionale. Portavamo in Scozia, a St Andrew, golfisti o appassionati di caccia. Non è stato un grande successo.»

-Consigli per i pugili italiani?

«Di allenarsi, di credere in se stessi, di fidarsi delle persone giuste e di ricordarsi che sono italiani. La carriera puoi farla anche da noi, l’America a volte è sotto casa.»

Milan, rivoluzione o rovina

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MILAN umiliato a Madrid. Ma non sono sorpreso. La squadra naufraga in campionato, è dunque naturale che affoghi in Champions League. Non c’è bisogno di farsi tante domande sul perché questo accada.

La difesa è il reparto peggiore, vero. Restando legati solo alla doppia sfida con l’Atletico si vede che Abate a Milano e due volte Essien (una con la compartecipazione di Rami) al Calderon, hanno sul groppone il peso di almeno tre gol spagnoli su cinque.

Ma anche in avanti le cose non vanno meglio. Balotelli (a sinistra nella foto, a destra Arda Turan) prima giocava solo per se stesso, ora non gioca proprio più. Zero gol, zero assist nelle sei partite della fase a eliminazione diretta. Tre gol (uno nei preliminari, un rigore, uno al Celtic) nel torneo. In compenso ha messo assieme cinque gialli in dieci partite, uno ogni due gare. Questo sì che è un record, non quelli di Ibrahimovic.

A proposito. La vendita di Ibra, Thiago Silva e Pato ha portato nelle casse milaniste 77 milioni di euro. Undici sono stati spesi per comprare Matri…

Una volta i soldi delle cessioni venivano reinvestiti in acquisti di spessore. Oggi ci si muove su un livello medio basso sull’intero fronte.

Per la quarta volta negli ultimi cinque tentativi, il Milan è uscito fuori dagli ottavi di Champions. In compenso è decimo in classifica dopo 27 giornate. Ha un distacco di 37 (dicasi trentasette!) punti dalla Juventus, 23 dalla Roma (che ha una partita da recuperare) e 20 dal Napoli. Ha perso tre delle ultime cinque partite ed ha incassato la bellezza di 38 gol, più o meno tre ogni due gare.

Ho letto dotte disquisizioni sull’assetto tattico scelto da Seedorf: 4-2-3-1 in fase di attacco e un 4-4-1-1 in copertura. La realtà del tracollo va cercata altrove, magari dando un’occhiata alla formazione di Madrid.

Abbiati; Abate, Rami, Bonera, Emanuelson; Taarabt, Poli; de Jong, Kakà, Essien; Balotelli.

E poi magari girarsi per guardare chi giocava nel Milan del passato.

Il Milan di Sacchi: Galli; Tassotti, Costacurta, Baresi, Maldini; Donadoni, Ancelotti, Rijkard, Evani; Van Basten, Gullit.

Il Milan di Capello: Rossi; Panucci, Costacurta, Baresi, Maldini; Donadoni, Albertini, Desailly; Boban, Savicevic, Weah.

Il Milan di Ancelotti: Dida; Cafu, Nesta, Stam, Maldini; Gattuso, Pirlo, Seedorf; Kakà, Inzaghi, Shevchenko.

Ma smettetela con i numeretti!

La verità è che la squadra di Madrid, come quella del campionato, è una squadra di livello medio-basso. Roba da fare contente società che sono abituate a quel ruolo, non certo chi è solito frequentare il mondo del calcio da protagonista.

Non ci sono più soldi. E allora Berlusconi venda la società. Perché qui non servono due o tre ritocchi, qui bisogna rifondare. Cambiare tutto. Non solo allenatore. Allegri non aveva ormai più in mano la gestione dei giocatori, da quello che si è visto a Madrid non è che Seedorf stia meglio.

Oltre alla pochezza tecnica, il Milan ha evidenziato una mancanza di carattere, tranne qualche eccezione tipo Kakà e Poli. Il tracollo era inevitabile, ma qualcosa di buono l’eliminazione dalla Coppa l’ha prodotto. Ha esaltato lo scarso valore assoluto della squadra.

Con una difesa come quella di ieri, Diego Costa già bravo di suo si trasforma in un misto Maradona/Pelè/Messi. Con un centrocampo che non riesce a dare la minima copertura ed espone una difesa già debole a infinite incursioni è già un bene che sia finita solo 4-1. Con un attacco inesistente, mai in ripiegamento, mai propositivo è un lusso che si sia segnato un gol.

Non sono un mago, né un genio del calcio. La prima cosa che mi viene in mente per uscire dal tunnel è il cambio totale della società. Via proprietario, allenatore, almeno l’80% dei giocatori. Ogni altra soluzione servirà solo a rallentare la caduta verso la tristezza della  lotta per non retrocedere che aspetta il Milan in un futuro ormai prossimo.

La boxe al tempo dei Duran

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Una vita sul ring da protagonisti, un fardello difficile da sopportare. Lottare con i ricordi è sempre dura. Carlo (al centro), argentino sbarcato in Italia nel 1960, e i suoi figli Massimiliano (a sinistra) e Alessandro. La famiglia Duran, una presenza costante nel mondo della boxe.  Il papà apparteneva all’epoca d’oro del pugilato, i figli a un’epoca più facile e allo stesso tempo difficile. Qualche tempo fa sono andato a trovare Alessandro a Ferrara e mi sono fatto raccontare la boxe al tempo dei Duran. Mi sembra che l’intervista regga il tempo. Così l’ho riproposta.

QUANDO hai sentito per la prima volta la parola boxe?

«Quando sono nato»

E i primi guantoni, quando sono arrivati?

«Avevo un anno, ci sono le foto a testimoniarlo. La boxe in casa Duran è sempre stata una parola magica. Papà era un emigrante argentino, tutto quello che ha avuto nella vita, l’ha ottenuto grazie al pugilato.»

Per questo ti sei sentito costretto a salire sul ring?

«No. Io sono diventato pugile per curiosità. Avevo tre anni e papà mi portava già in palestra. Lui era il mio idolo, il campione da venerare. La boxe era al massimo dello splendore, per gli amici vederlo combattere era diventato un rito. Lo guardavo allenarsi e mi dicevo: da grande farò il pugile anch’io. Ma, probabilmente, dentro di me non ci credevo molto. Massimiliano nella palestra del maestro Strozzi l’ha portato mia madre: “E’ grande, grosso, robusto, gli faccia fare sport”. E’ stato guardando mio fratello che mi sono deciso. Ero curioso di capire perché tutti quelli della mia famiglia amassero la boxe. Avevo 14 anni, ho provato. Ho fatto a cazzotti per altri ventitré anni.»

Papà, ovviamente, era entusiasta della scelta?

«Era contrario. Pesavo 46 chili, non riuscivo neppure a fare il peso mosca. E poi c’era il mio carattere. Per strada, quando scoppiava una lite ero il primo ad attaccare. Papà diceva: “Questo è matto, non ragiona, finirà per farsi ammazzare. Non voglio vedere mio figlio in manicomio”. Poi è entrato in palestra e mi ha visto per la prima volta fare i guanti. Ha capito che si era sbagliato: boxavo arretrando.»

E tu, l’hai visto spesso combattere?

«Cinque o sei volte. Ma sempre in televisione. Diceva che se fossi stato a bordo ring sarebbe stata una sofferenza troppo grande per lui e la mamma. Papà non ce l’avrebbe fatta a boxare con i suoi figli in platea. E così mi mettevo davanti alla tv. Quando sentivo la sigla dell’Eurovisione mi veniva il batticuore, sapevo che dopo qualche minuto sarebbe apparso mio padre. E’ stato un grande campione. Un medio alto 1.85 a quei tempi era una rarità. E poi aveva classe, intelligenza. Tutti lo stimavano. E’ morto da tanti anni, ma la gente ancora mi ferma per strada e mi parla di lui.»

Eravamo rimasti al momento in cui hai deciso di diventare un pugile. Qualche match da dilettante, poi l’esordio al professionismo. Un esordio diverso dagli altri, perché?

«E’ stato il momento più bello della mia vita sportiva. Avevo 18 anni, appena 8 incontri da dilettante alle spalle, e non potevo combattere da pro’. Siamo andati contro tutto e tutti. Io e papà abbiamo preso l’areo per l’America. Abbiamo passato 40 giorni a Chicago a casa dei nonni di mamma. Mi allenavo in una palestra che si trovava nella zona più brutta della città. Cinquanta pugili che si picchiavano sognando il successo. La fame la toccavi con mano, quando vedevi sparring che appena presi i 5 dollari per due riprese scappavano a comprarsi qualcosa da mangiare. C’era l’anima della boxe lì dentro. Ho combattuto contro un tizio che aveva 127 match da dilettante, 119 vittorie. E’ stata dura, ma ce l’ho fatta. E’ stata l’esperienza più importante della mia carriera.»

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Hai ricordi meravigliosi di tuo padre sul ring, cosa mi racconti di tuo fratello Massimiliano, l’altro campione della famiglia?

«Quando Momo combatteva, mi sentivo male. Non dormivo la notte prima del match, mi veniva da vomitare. Succede sempre così quando sei all’angolo di una persona a cui vuoi bene. Anche se lo conosci perfettamente, non puoi essere sicuro di quello che gli passa per la testa. E così in preventivo metti anche la possibilità che possa perdere. Cosa che non rientra mai nei tuoi pensieri quando sul ring ci sei tu-»

La sconfitta. Una parola che fa paura, cosa significa per un pugile?

«E’ un dramma. I giorni che seguono una sconfitta sono un tormento. Nella boxe non sai mai quando avrai la prossima occasione. Non c’è un calendario a garantire le tue ambizioni. Per uscire da questa situazione devi fare appello a tutto il tuo orgoglio, alla forza morale. L’intelligenza deve aiutarti a capire dove hai sbagliato o ad ammettere che chi ti ha battuto è stato migliore di te.»

Anche questo te l’ha insegnato tuo padre?

«Da papà ho imparato il significato della parola lealtà, a non avere paura di dire sempre quello che penso. Mi ha lasciato un grande rispetto per questo sport. E’ stato un atleta serio: in attività non l’ho mai visto andare a letto dopo le 22.30, entrare in un bar, saltare un allenamento.»

Una famiglia unita la vostra, una famiglia in cui tu eri un po’ il cocco di tutti.

«Ero il figlio più piccolo. Massimiliano era più grande e più grosso. Ma cocco no, è stato mio fratello quello che papà ha seguito di più».

E’ stata dura essere i “figli del campione Carlos Duran”?

«Sicuramente lo è stato all’inizio delle nostre carriere per i continui paragoni che la gente voleva fare a tutti i costi. Poi però avere vicino un uomo esperto, un grande professionista, è stato di enorme aiuto ed ha superato quello che avevamo pagato in emozione o in complessi nei primi tempi dell’attività. Papà ha sempre avuto fiducia in me, continuava a ripetere: “Se avessi avuto le mani di Alessandro oggi avrei in bacheca la cintura mondiale”. Per Massimiliano la morte di papà è stata una tragedia come figlio ed un dramma come pugile. Lui era meno istintivo di me, più costruito. Papà lo teleguidava dall’angolo.  La sua morte ha accorciato la carriera di mio fratello.»

Una volta Massimiliano mi disse che gli capitava di parlare con Carlos anche dopo che lui era morto. Tu hai ugualmente un legame così forte col ricordo di papà?

«Per tanti anni, tutte le mattine, quando tornavo dal footing andavo al cimitero. Finivo la mia ginnastica davanti alla tomba di papà. Nei primi tempi le vecchiette che erano lì a pregare i loro morti mi prendevano per matto, poi sono diventate le mie più grandi tifose.»

Dopo tanto parlare del papà, vogliamo dire qualcosa anche su mamma Augusta?

«E’ eccezionale. E’ stata sempre lì a bordo ring a soffrire per i suoi cari. Il nostro è un ambiente affascinante, ma difficile. Non ci si scambia carezze. Lei ci ha sempre lasciato libertà di scelta. Seguiva papà agitandosi sulla poltrona a bordo ring. Con noi a vincere era la paura. Vedere combattere i figli le creava ansie continue. Se ne stava lì in silenzio. Di papà era anche una tifosa, per noi è stata sempre e solo la mamma. E’ normale che fosse così»

Carlos ripeteva spesso che Augusta è un “comandante”. Cosa intendeva dire?

«Che in palestra era lui a comandare, ma in casa le cose cambiavano. E’ stata lei che si è presa cura delle nostre vite. A volte è stata anche la mamma di mio padre.»

La paura. Mike Tyson dice che il pugile che non ce l’ha è un pazzo che rischia continuamente la vita. <sei d’accordo?

«Io dico che chi non ce l’ha è un incosciente. La boxe è uno sport per uomini duri, dall’altra parte c’è un tizio che ti vuole picchiare e tu non devi permetterglielo. Chi non ha paura, diciamo meglio: rispetto per quello che fa e per il rivale che affronta, vuole dire che è arrivato al capolinea. Devi avere rispetto per il tuo avversario, così lo avrai anche per te stesso. Non puoi mentire, il bluff non fa parte di questo sport. Il ring è come la vita: alla fine devi rendere conto di quello che hai fatto. Solo che nella vita non sai quando dovrai farlo, nel pugilato dopo 36 minuti c’è un giudizio a cui non puoi sfuggire.»

E quale sono le altri doti che un pugile è obbligato ad avere?

«Il coraggio. Ci sono bulletti che vengono in palestra e sul ring scappano come autentici fifoni. Ma attenzione: il coraggio deve sempre essere accompagnato dalla ragione. Altrimenti diventa stupidità..»

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Presentando un tuo incontro con Piccirillo qualcuno aveva decisamente esagerato, arrivando a paragonare il vostro match con quelli tra Benvenuti e Mazzinghi.

«Era un paragone che non reggeva. Erano altri momenti, un’altra epoca. La boxe coinvolgeva e appassionava tutta l’Italia. Assieme a calcio e ciclismo era lo sport più popolare. Logico dunque che le dimensioni dei due personaggi fossero diverse. E poi quando combatteva papà era molto più difficile arrivare al mondiale: c’erano solo otto categorie e le sigle non erano così tante come oggi. Ma allora si guadagnavano anche molti più soldi. Papà, anche senza conquistare il titolo, ha incassato in carriera dieci volte più di noi. E’ un paragone che lascerei perdere.»

I Duran. Dicono che siate gente con cui è difficile avere a che fare.

«Dicono che abbiamo un carattere difficile. La verità è che diciamo sempre quello che pensiamo ed a volte questo crea dei problemi. Ma sono felice di non essere ancora sceso a compromessi. E poi: la smettano di dire che siamo due “figli di papà”. Abbiamo lottato duramente per ottenere quello che siamo riusciti a conquistare. Massimiliano ha vinto il mondiale contro un avversario del valore di De Leon. Io ho vinto il titolo a 31 anni. Ci provino gli altri.»

Abbiamo passato in rassegna l’intera famiglia, ci siamo dimenticati di parlare di Anna Caterina, tua moglie.

«Mi sono fidanzato a 21 anni, avevo già fatto dieci match da professionista. Quando sono tornato a casa con la lettera della Federazione che mi comunicava la nomina a sfidante del titolo italiano, ho visto Anna Caterina piangere. E’ stata l’unica volta. Mi ha aiutato nei momenti più bui.»

E di te come pugile cosa pensava?

«Anche lei credeva, come faceva la mamma col papà, che io fossi invincibile.»

Maradona, vizi e virtù da Oscar

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Diego Armando Maradona ha scritto la storia del calcio, il suo sinistro ci ha regalato autentici capolavori. Il regista Paolo Sorrentino lo ha ufficialmente omaggiato nella notte degli Oscar a Los Angeles. Sul campo è stato un fenomeno. Nella vita ha spesso peccato, come hanno fatto altri grandi calciatori, musicisti, pittori, scrittori, fenomeni di ogni genere a cui è stato concesso di vivere il momento della loro arte senza macchiarlo con il buio degli errori. Credo sia giusto dare questo privilegio anche al Pibe. Le brutture della sua vita non possono impedirci di conservare i ricordi delle magie e delle emozioni che ha saputo regalare ai nostri occhi quando aveva come fedele compagno un pallone.

ESCLUSO con rimpianto nel 1978, deluso nel 1982, finalmente nel 1986 Diego Armando Maradona aveva vinto il suo titolo.

Era diventato campione con un’Argentina che schierava questi titolari: Pumpido, Cuciuffo, Olarticoechea, Brown, Ruggeri, Batista, Burruchaga, Giusti, Valdano, Maradona, Enrique.

Il segno su quei Mondiali era tutto suo. L’aveva lasciato nella sfida all’Inghilterra. Prima con la “la mano di Dio”, poi con l’infinita corsa palla al piede verso la porta di Shilton (foto sotto). Cinque giocatori saltati con movenze da ballerino, talento d’artista e capacità di incantare come solo i grandi uomini di spettacolo riesco a fare. Anche i difensori inglesi sembravano esserne affascinati. A qualcuno di loro era sembrato un fantastma, un folletto imprendibile. Andavano per randellarlo e si trovavano a colpire l’aria. Il gol più bello nella storia dei Mondiali. Quello che rimarrà per sempre nei nostri occhi.

Ma come molti campioni dello sport e dell’arte Diego Armando Maradona ha peccato.

Anche questi ricordi fanno parte della sua storia.

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LA TELEFONATA a Gigi Pavarese, il direttore sportivo di quei tempi, non annunciava aria di tempesta.

Scordati tutto, ma non dimenticarti la telecamera. Voglio riprendere la Piazza Rossa.

Era la mezzanotte di una domenica senza partite, la Nazionale aveva dettato un turno di riposo al campionato. Diero era convinto di partire per Mosca. Il giorno dopo, lunedì 5 novembre 1990, all’aeroporto c’erano tutti. Mancava solo Maradona.

Giocatori, dirigenti e giornalisti avevano già in tasca la carta d’imbarco, ma da Diego non erano ancora arrivati segnali.

Il Napoli voleva provarci sino in fondo. La partita di andata contro lo Spartak Mosca era finita 0-0, c’era la possibilità di passare il turno.

Luciano Moggi era il direttore generale di quella squadra. Era arrivato sino in via Scipione Capece. Non l’avevano fatto neppure entrare in casa. Ci avevano provato i grandi amici di Diego. Parlo di Ciro Ferrara, Fernando Di Napoli, Massimo Crippa. Li aveva accolti Claudia Villafane.

Non lo potete neppure vedere.”

Lui era nella stanza accanto, in quella che era la sede della Maradona Production. I tre erano tornati di corsa verso l’aeroporto. Il volo era decollato con due ore di ritardo.

El Pibe si era presentato a Mosca nella serata di martedì dopo avere noleggiato un aerotaxi pagandolo trenta milioni di lire. Era sceso all’Hotel Savoy.

A mezzanotte aveva espresso un desiderio.

Voglio vedere la Piazza Rossa.”

Era chiusa, recintata e protetta dai soldati. Si preparava ad ospitare la celebrazione dell’ottantesimo anniversario della rivoluqione bolscevìca. Ma lui era Diego Armando Maradona.

I soldati gli avevano aperto uno spiraglio della recinzione, l’avevano fatto entrare. Aveva così potuto riprendere nella notte moscovita la magia della Piazza.

Era stata l’unica gioia di quell’avventura. Diego era andato in panchina, aveva giocato solo uno spezzone di partita, aveva fatto un passaggio al bacio per Incocciati che non era però riuscito a fare gol, aveva realizzato il suo calcio di rigore nella serie che deoveva designare ilvincitore del turno eliminatorio, era uscito dalla Coppa Campioni.

Ora il re era nudo e il mondo sapeva quanto grosso fosse il suo vizio.

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LA DROGA l’aveva incontrata nel lusso della villa di Pedralbes a Barcellona. A Napoli aveva continuato la discesa all’inferno.

Era stato punito due volte per positività all’antidoping: cocaina nella parita del 17 marzo 1991 contro il Bari, efedrina in Argentina-Nigeria del Mondiale Usa 1994: un doping “dell’età della pietra.” Un infernale miscuglio.

Poi erano arrivati l’alcol e un’alimentazione senza freni che l’aveva portato a pesare 140 chili (foto sopra), gli aveva rovinato cuore e polmoni. Aveva risvegliato l’epatite cronica contratta a Barcellona.

Erano seguiti i ricoveri in ospedale, le operazioni, addirittura il coma del 4 gennaio 2000 a Punta del Este in Uruguay. La paura di morire.

Solo come può esserlo un tossicodipendente, anche se accanto aveva la famiglia, Diego si faceva accompagnare da un altro peccato grave. Era ricco e popolare. Per questo il vizio non l’abbandonava mai, era diventato il compagno più fedele della sua vita.

Il santo peccatore veniva celebrato in campo e accompaganto verso la distruzione quando usciva dallo stadio. Sfatto, obeso, incapace di gestirsi, con il cuore di un’ottantene e il fisico che aveva assunto dimensioni inquietanti.

Era sull’orlo del precipizio. Vittima e carnefice. Faceva male soprattutto a se stesso, ma colpiva anche chi gli voleva bene.

Poi, come se non bastassero quelli che aveva, erano arrivati altri guai. L’evasione fiscale, gli interessi che galoppavano veloci. In mezzo gli insulti a mezzo mondo Pelè compreso, gli spari ai giornalisti, l’operazione alla bocca per colpa del morso di un cane. Anche lui ce l’aveva con Diego.

E ultima botta con le foto con Carmine Giuliano boss della camorra a Forcella. Maradona ha sempre negato di avere legami con il clan. Anche se aveva ammesso di avere ricevuto dei regali. Rolex d’oro, addirittura una Volvo 900 appena uscita sul mercato. Diceva che in cambio gli chiedevano solo di farsi fotografare al loro fianco, magari sdraiati su una vasca da bagno a forma di conchiglia.

Diego camminava su un filo sospeso sopra un burrone. Ragionava di pancia. Era perso, dannato, irriconoscibile.

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Ed erano tutti lì a domandargli perché facesse loro del male. Vedere l’idolo rotolare all’indietro aveva trasformato i suoi tifosi in creditori. Avevano investiti in sentimenti e ora si sentivano traditi.

Pochi pensavano al suo dramma, alla vita ai confini della tragedia in cui si era cacciato. Poi con und dribbling dei suoi riusciva a ritrovare la luce.

Sono sei anni che non mi drogo” diceva alla vigilia del Mondiale in Sudafrica nel 2010 in un’intervista alla televisione argentina.

Poco tempo prima si era sentito a un passo dalla morte.

Ho visto El Barba.”

Ed era tornato a vivere.

Eccessivo come sempre nelle sue mainifestazioni era addirittura tornato da protagonista nel calcio. Aveva allenato la nazionale ai Mondiali. Liti, discussioni, accuse. Ma erano eccessi da benedire. Facevano parte della vita.

Come molti campioni del passato, personaggi che crollano sotto il peso dell’amore altrui e dei propri vizi, Diego Armando Maradona ha conosciuto il bene e il male di questo mondo. I giorni della poverà e quelli della ricchezza. Ha attraversato il cammino della vita senza porsi dei limiti. Sesso, droga, alcol, cibo. Tutto e subito, in maniera esagerata.

Non dovrebbe meravigliarsi se continuano ancora a presentargli il conto.

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ITALIA ’90 è stato un Mondiale vissuto come un grande tradimento.

Infortunato alla caviglia, era riuscito ugualmente a recitare da protagonista. Da un suo assolo chiuso con un assist per Caniggia era venuta la vittoria sul Brasile negli ottavi. Poi c’era stata la sfida con l’Italia al San Paolo di Napoli, destino beffardo. Non aveva giocato da Maradona, ma non aveva sbagliato il calcio di rigore nella serie che aveva scelto la vincitrice e l’Argentina era volata in finale.

A Roma i tifosi dell’Olimpico avevano fischiato il suo inno nazionale. E Diego, inquadrato in primo piano dalle telecamere li aveva ringraziati a modo suo.

Hijos de puta”, figli di puttana.

Poi ci aveva pensato l’arbitro messicano Edgardo Codesal Méndez che aveva generosamente punito con il rigore un veniale fallo su Voeller. Brehme non aveva sbagliato la trasformazione.

Maradona aveva chiuso in lacrime, insultando pubblico, dirigenti della Fifa e quelli italiani.

E’ stata una farsa, ha vinto la mafia.”

Questo e tante altre cose ancora è stato Diego Armando Maradona.

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Il pù grande uomo di spettacolo degli ultimi cinquant’anni” così l’ha definito Paolo Sorrentino in risposta a chi gli chiedeva perché mai avesse dedicato l’Oscar de “La Grande Bellezza” anche a lui. Era un attestato di riconoscenza per le gioie che aveva regalato a lui ed a Napoli con i due scudetti e la Coppa Uefa. Sul campo di calcio era un dio senza rivali. Su questo non credo ci sia qualcuno che possa dissentire.