Quando si chiamava ancora Clay

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NEL 1960 aveva volato verso l’Olimpiade di Roma indossando per l’intero viaggio un paracadute. L’aereo continuava a ballare. Ogni turbolenza era seguita al massimo da venti minuti di tregua, poi ne arrivava un’altra. Scossoni continui, a volte sembrava che l’aeroplano andasse giù in picchiata, pensavi che niente potesse fermarlo. Poi, come per magia, si stabilizzava. “Air pocket” dicevano gli americani, noi li chiamavamo “vuoti d’aria”. Seduto nelle prime file, assieme ai compagni di squadra, un ragazzo dalle guance piene e i capelli ricci, stringeva forte al petto il paracadute che aveva comprato in un negozio di residui bellici prima di partire. E quando la turbolenza passava, riprendeva a parlare.

Cassius Marcellus Clay parlava, parlava, parlava. Non si fermava mai, era il suo modo per tenere lontana la paura. Fra qualche anno avrebbe imparato che le parole potevano essere usate anche per combattere.
JOE MARTIN era stato il primo allenatore. Un poliziotto, un signore alto, magro, con pochi capelli e un paio di baffetti sottili.Seduti su una panchina del Central Park di Louisville, Clay e Martin erano andati avanti a parlare per quasi quattro or.
«Perché non posso andare a Roma in treno come ho fatto per i Golden Gloves?».
-Perché i treni non viaggiano sull’acqua, Cassius. E tra l’America e l’Italia c’è l’Oceano.
«Potrei prendere la nave».
-Sarebbe un viaggio troppo lungo e faticoso.
«E allora non vado».
-E allora perdi la più grande occasione della tua vita.
«L’aereo mi fa paura».
-Non c’è altro mezzo.
«E se andassimo con la tua station wagon? Ne abbiamo fatti di viaggi assieme su quella macchinona».
-C’è l’Oceano, Cassius, non dimenticarlo. E poi anche in California, per i Trials, siamo andati in aereo.
«E ancora non ho dimenticato la paura che mi ha fatto compagnia durante tutto quel volo. Avevo lo stomaco sottosopra, ero terrorizzato. No, non parto».
-Stai per buttare via la possibilità di diventare un grande pugile. Devi andare a Roma, vincere l’Olimpiade e farti conoscere dal mondo intero.
«Ci penserò su»
Alla fine, Cassius Marcellus Clay quell’aereo l’aveva preso. E ora si ritrovava al centro dell’incubo che gli aveva fatto compagnia nelle notti che avevano preceduto il suo viaggio più importante. Ma stavolta non si trattava di un sogno. Era la realtà. L’aereo ballava e lui stringeva al petto il paracadute da guerra.
Era seduto su un posto lato corridoio. Lontano dal finestrino. Non aveva alcuna intenzione di guardare fuori. Non voleva trovarsi faccia a faccia con l’ultimo nemico, la paura di volare. Ancora una turbolenza. Poi, finalmente, l’atterraggio all’aeroporto di Roma.

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APPENA messo piede al Villaggio Olimpico si era presentato a tutti.
«Sarò il più grande pugile di ogni tempo».
Un ritornello che ripeteva ossessivamente nelle orecchie di ogni  interlocutore. Clay aveva cominciato la campagna promozionale. Stringeva decine di mani, si presentava, parlava in continuazione. Sembrava addirittura predicasse, nel tentativo di portare tutti dalla sua parte. Nei primi quattro giorni al Villaggio Olimpico aveva già posato per una foto ricordo con almeno trenta delegazioni e firmato centinaia di autografi.
Uscendo dalla mensa, aveva incontrato un pugile africano.
Come stanno i serpenti dalla vostre parti?
-Bene. Conviviamo senza darci fastidio. E voi in America come ve la cavate?
Non abbiamo problemi. Rimpiango le foreste, a Louisville non ce ne sono
-Mi dispiace.
Senti amico, mi stai simpatico. Avete un mediomassimo qui ai Giochi?
-Perché mi fai questa domanda?
Non mi va di demolire un fratello africano.
Era fatto così Cassius.

VIVEVA con gli altri nelle tre stanze con letti a castello che la delegazione aveva avuto al Villaggio. Non aveva mai visto un bidet e la prima volta lo aveva scambiato per una fontanella. Si era meravigliato, poi aveva cercato di bere. McClure, che divideva la stanza con lui, aveva riso per un’ora. Era uno spasso Clay.Nei primi giorni Cassius si era anche innamorato. Erano in tanti al Villaggio ad aver perso la testa per Wilma Rudolph. Anche se tutti sapevano che lei, un mese dopo, avrebbe sposato Eduard Crook junior, altro pugile americano in corsa per la medaglia d’oro.
Con le donne Clay non aveva grande successo. Non perchè non avesse fisico e modi, ma più semplicemente perchè era terribilmente timido.
La descrizione che ne aveva fatto una bella ragazza che aveva avuto una storia con lui al terzo anno delle superiori, raccontava di un’infinita tenerezza, di un’assoluta inesperienza. Non in sintonia con la spavalderia che il giovanotto portava in giro per il mondo facendosi aiutare da quel suo parlare senza fine.
«Era più interessato a Floyd Patterson che al mio corpo. Debbo dire però che a volte diceva che ero la ragazza più carina che avesse mai frequentato. Il problema era che lui non frequentava ragazze. Non ne aveva mai baciata una, io ero la prima. Gli avevo spiegato come funzionasse e poi l’avevo baciato. E lui era svenuto. In un primo momento avevo pensato che fosse uno dei suoi soliti scherzi, ma poi avevo capito che la botta era stata troppo forte per essere finta. Per farlo rinvenire avevo dovuto usare una pezza fredda».

CASSIUS Clay parlava, parlava, parlava.
«Sarò il più grande pugile di tutti i tempi».
– Ma se hai paura dell’aereo, come farai a girare il mondo e salire sui ring stranieri?
«Se Dio avesse voluto farci volare, ci avrebbe fatto le ali».
-Eppure abbiamo volato senza avere le ali, questo non ti dice niente?
«Non mi convincerete mai. Non si può volare».
Sull’aereo i compagni di squadra per non sentirlo urlare, erano stati costretti a mettersi i cuscini sulle orecchie. Ma non era servito a nulla. Lui continuava a parlare, parlare, parlare. E loro non potevano neppure dormire.

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FINALMENTE era arrivato il momento di combattere. L’esordio sul ring del PalaEur era in programma per il 30 agosto. L’avversario era un belga, Yvon Becaus. Sugli attacchi del rivale, Clay scartava e faceva un passo indietro per poi rientrare con il destro che scuoteva ogni volta Becaus. Gancio sinistro e diretto destro, il giovane europeo non sapeva come ripararsi da quella furia della natura. Diretto destro, gancio sinistro e le ginocchia del buon Yvon si piegavano. Era ko, dopo 1’50” del secondo round.
I quarti di finale erano previsti per l’1  settembre, stavolta il rivale era decisamente più tosto. Gennady Shatkov veniva dall’Unione Sovetica, una nazione che aveva nella sola Mosca più di mille dilettanti. Lui era uno studente di Scienze all’Università di Leningrado. Aveva 28 anni, dieci più di Clay. Arrivava alla sfida con 215 vittorie e 12 sconfitte. E soprattutto con la medaglia d’oro nei medi conquistata a Melbourne 1956.
Boxavano con lo stesso stile. Preferivano la distanza, si affidavano al jab, avevano braccia veloci e intelligenza tattica. Ma Shatkov era più basso e soprattutto meno rapido.
«Il pugno di Clay, prima lo senti e poi lo vedi».
Finiva ai punti ed era senza alcun dubbio l’americano a meritare il successo. I cinque giudici erano tutti d’accordo.
La semifinale nascondeva qualche difficoltà in più. Tony Madigan era stato campione dell’Impero Britannico e del Commowealth nel 1958 e l’anno dopo era stato sconfitto proprio da Clay in finale ai Gold Gloves disputati a New York. Pugile freddo, esperto, sprecava poco e con il sinistro allo stomaco e il destro alla mascella metteva in difficoltà Clay. Ma Cassius era abile ed aveva un grande fondo atletico. Alla fine erano stati sempre il suo jab sinistro ed i diretti destri portati a ripetizione a regalargli un altro verdetto unanime.

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ORA TRA lui e l’oro c’era soltanto un polacco. Uno il cui nome sembrava uno di quei giochini che si fanno in giro per capire come te la cavi con gli scioglilingua.
Cassius Clay era convinto di portare a casa la medaglia d’oro. Ma quel tizio lì, quel polacco contro cui doveva battersi in finale, era un dannato mancino. Si chiamava Zbigniew Pietrzykowski. Uno spreco di consonanti e un gran risparmio sulle vocali.
Il polacco, che quando non combatteva, gestiva un caffè a Varsavia, vantava una grande esperienza sul ring. Aveva 28 anni, dieci in più del suo avversario. E un curriculum di 334 vittorie, 14 sconfitte e 2 pareggi. Era stato tre volte campione europeo. Ma la perla del suo record dilettantistico era l’aver battuto addirittura il mitico Lazslo Papp, da cui poi era stato sconfitto nella semifinale del ‘56 tra i superwelter.
Fisico tarchiato, buon jab, discrete movimento di gambe. In semifinale aveva eliminato l’azzurro Saraudi. Quando portava il gancio sinistro era capace di creare sconquassi.

CASSIUS Clay cercava di estraniarsi dal resto del mondo. Non voleva ascoltare null’altro che la voce dell’anima che gli stava spiegando perché fosse un predestinato, uno che avrebbe avuto solo la gloria a fargli da compagna nella vita. Tutto era pronto per la grande cerimonia e lui non accettava niente che potesse distrarlo. Al centro del ring lo stavano aspettando l’arbitro, l’italiano Ermanno Tinelli, ed il suo nemico polacco. Suonava il primo gong. Maledizione. Cassius aveva subito sentito che le cose in quel round d’apertura non stavano andando bene. Lo stile aggressivo del polacco lo stava mettendo nei guai. Proprio un mancino doveva capitargli in finale.

Pietrzykowski tirava colpi in serie e Clay chiudeva gli occhi prima di reagire. No, così non poteva andare avanti. Cassius avrebbe voluto portare a casa un paio di souvenir. Aveva scelto il suo numero di gara, il 272, e i pantaloncini della finale. Se fosse andata avanti così, non avrebbe più voluto nulla che gli ricordasse quell bastardo 5 settembre in un Palazzo dello Sport che fischiava e odiava gli americani.
Non c’era soddisfazione neppure all’angolo di Pietrzykowski. I suoi maestri gli dicevano che il vantaggio era esile, che doveva spingere di più se avesse voluto agguantare l’oro. Pochi colpi anche nella seconda ripresa, almeno sino ai trenta secondi conclusivi. Poi, il destro di Clay aveva creato i primi, vistosi danni. Il terzo round diventava una passerella per l’americano.
Ballava, scherzava, faceva il doppio passo, praticava una boxe “dentro e fuori” che raramente si vedeva in questa categoria di peso. Soprattutto tra i dilettanti. Il polacco era travolto, perdeva sangue dalla bocca e dal naso. Cassius era stanco, ma continuava ad andare avanti. Alla fine non avrebbe avuto neppure la forza di esultare. Era stata dura (https://www.youtube.com/watch?v=pg8v-QXCrOs). La stanchezza fisica sembrava lo avesse costretto a riappropriarsi di un minimo di serietà. Ma sarebbe durata poco.
“Avrei voluto conservare questi pantaloncini. Ogni volta che li avrei rivisti, mi sarei ricordato della notte in cui avevo vinto l’oro ai Giochi. Ma con tutto il sangue che c’era sopra, ho pensato che sarebbe stato meglio se li avessi lasciati qui“.
Non era stato amore a prima vista con molti giornalisti americani. La boxe di Clay apparteneva al futuro. Danzava sul ring, sembrava intoccabile. Era dotato di una velocità così efficace da far apparire facile ogni cosa ottenesse sul ring. Non c’era cattiveria nella sua azione, non c’era volgarità nel suo gesto tecnico. E questo, per i critici americani, era una colpa. Dicevano mancasse di rabbia, di concretezza, di furore agonistico. La questione era assai più semplice. Non erano abituati a vedere cose del genere. E quando non capisci, spesso ti spaventi e, per difenderti, denigri.
A Roma aveva ancora qualcosa da mostrare in giro. La sua medaglia d’oro. Se l’era portata anche a letto.
«Non sarei mai riuscito ad addormentarmi se non l’avessi avuta con me».
Il mattino dopo la vittoria camminava ondeggiando come se fosse ancora sul ring orgoglioso di quello che era riuscito a fare e a tutti ripeteva: “Sarò il più grande pugile di ogni tempo.”

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