“Se vuoi lealtà, comprati un cane”

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PER CINQUE round avevo assistito a un match intenso, duro, spietato. Picchiavano come pesi massimi, ma avevano la velocità dei welter. Un lampo nella quarta ripresa, quando il montante destro di Mugabi aveva centrato Hagler al mento. Mancavano venti secondi al gong. Quel pugno avrebbe messo giù chiunque, avrebbe folgorato un bue. Marvin però era più duro di una roccia ed era andato avanti come se l’altro gli avesse dato un buffetto.

Muscoli che guizzavano sul torace e disegnavano immagini di potenza sulla schiena.  Occhi che incutevano rispetto. Uno spettacolo esaltante. Quei due si stavano picchiando senza volgarità tecniche nei loro gesti. Solo arte, nobile e feroce. Poi avevo assistito a qualcosa che non avrei più dimenticato, il sesto round.

Il diretto sinistro di Hagler aveva centrato Mugabi. Era l’inizio di un’azione che sembrava non dovesse mai avere fine. Un minuto di colpi senza interruzione. E’ lungo un minuto a picchiare sul ring. Ti prosciuga le energie, ti succhia l’anima, ti espone alle reazioni dell’altro. Sempre che l’atro abbia la forza di restare in piedi. L’ugandese c’era riuscito e negli ultimi trenta secondi era stato lui ad attaccare. Mazzate che si erano abbattute sul fisico in sofferenza del campione. Prima l’uno, poi l’altro erano sembrati sul punto di crollare, vicini al baratro del ko. Ma erano rimasti in piedi.

Mickey Duff all’angolo metteva la faccia a dieci centrimetri da quella di Mugabi. Parlava lentamente con un accento inglese acquisito, una voce sofocata quasi le parole volessero rientrare da dove erano appena uscite. Parlava lentamente affinchè ogni termine entrasse nella testa del pugile.

Duff era il manager, il promoter, l’uomo che governava la vita di John Mugabi. Il suo vero nome era Monek Prager. Era nato vicino Cracovia, in Polonia, il 7 giugno del 1929. Il papà, come il nonno e il bisnonno, era un rabbino e aveva assistito all’ascesa del Partito Nazista tedesco. Nel 1938, dopo che il nonno era stato picchiato da un gruppo di teppisti antisemiti, i Duff avevano preferito emigrare nell’East End di Londra. Per evitare i raid aerei durante la seconda guerra mondiale, Mickey era stato spedito a Gateshead in un ostello ebraico.

Pugile professionista, illegalmente, a 15 anni, Duff aveva smesso quando ne aveva appena 19 con un record di 55 vittorie, 8 sconfitte e 6 pari. Il pugilato aveva creato conflitti in famiglia. Il ragazzo aveva così deciso di abbandonare casa e cambiare nome. Monek Prager era diventato Mickey Duff. Il nome era versione inglese dal polacco. Il cognome l’aveva preso da un personaggio interpretato dall’attore James Cagney in “Cash and Carry.”

Aveva lavorato come commesso viaggiatore, aveva venduto macchine per cucire, era tornato alla boxe come matchmaker.

Poi era entrato nel gruppo di Jack Solomon. Era l’uomo che doveva mettere assieme il programma delle riunioni, Jarvis Astaire era il manager, Harry Levine il promoter. L’accordo con la televisione nazionale BBC era stato l’ultimo decisivo tassello sulla strada del successo.

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E adesso era all’angolo di Mugabi.

Devi alzare il ritmo. John non puoi più aspettare. Colpiscilo in qualsiasi parte del corpo e lui andrà giù. Devi farlo per te, non per me. Ascolta il padre.”

Il padre? Ma che stava raccontando Mickey Duff? Il papà di John Mugabi era morto sette anni prima della sfida con Hagler. Poi avevo capito.

Assieme a Duff, George Francis e Jimmy Wiansadre c’era Anthony Clark, il sacerdote che poco meno di un mese prima aveva battezzato il pugile secondo il rito di Santa Romana Chiesa. La cerimonia si era tenuta nella chiesa del Sacro Cuore di Nogales, in Arizona, a sedici miglia dal confine messicano.

Fallo per te John, per il tuo futuro.”

Mugabi era arrivato da Mickey Duff a Londra su suggerimento di Jack Edwards, ex proprietario di una piantagione di tè in Uganda dai tempi del colonialismo fino a quando non erano cominciati i tempi di Idi Amin.

Duff aveva diviso l’ingaggio per la carriera professionista con Wilfred Sauerland che dopo i primi tre match si era lasciato convincere dal vecchio Mickey a lasciargli l’uomo che poi sarebbe diventato lo sfidante al titolo.

“Congratulazioni John, sei rientrato nel match. Ora siete pari. Mi hai capito? Siete pari.”

Mentiva sapendo di mentire Mickey Duff.

Hagler aveva l’occhio destro quasi chiuso, era stanco. Ma era in vantaggio.

Puoi farcela John, sei fantastico.

Duff le stava provando tutte. Eppure aveva visto bene che gli ultimi trenta secondi della decima ripresa erano stati un’autentica sofferenza per il suo pugile.

Undicesima ripresa. Mugabi era distrutto, ma sarebbe andato a cercare comunque il pugno della vittoria.

Tre destri consecutivi di Hagler, un sinistro, ancora due destri. Lo sfidante pedalava all’indietro, veniva sballottato come un fuscello. Cercava appoggio alle corde, scivolava giù.

Seduto sul tappeto del ring guardava l’arbitro Mills Lane. Gli occhi persi nel vuoto. Mugabi era incapace di rialzarsi, di parlare, di difendersi. Era finita.

Sarebbe invece andata avanti la carriera di Mickey Duff. Per mezzo secolo protagonista del boxing mondiale. Manager con pochi scrupoli, capace comunque di gestire al meglio il passaggio dalla gestione delle risorse economiche provenienti dal botteghino a quelle che entravano in cassa con i diritti televisivi.

Interpretava gli affari senza farsi tante domande.

Se vuoi lealtà, comprati un cane.”

E’ la sua frase più celebre. Esprimeva il modo in cui a suo avviso ci si doveva muovere nel mondo del boxing.

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Ha portato spesso i suoi pugili a combattere e guadagnare in America. Ha avuto una intensa collaborazione con Rodolfo Sabbatini (nella foto, da sinistra: Rocco Agostino, Bob Arum, Rodolfo Sabbatini, Mickey Duff). In Italia era di casa.

Si era ritirato nel 1999 dopo avere gestito da solo o con altri manager diciannove campioni del mondo tra cui Terry Downes, Howard Winstone, John Conteh, John Stracey, Jim Watt, Maurice Hope, Alan Minter, Loyd Honeygam, Charlie Magri, Barry Mc Guigan, Duke Mc Kenzie, Cornelius Boza Edwards, Joe Calzaghe, Michael Watson.

Il 22 marzo scorso Mickey Duff ci ha lasciato. Aveva 84 anni. Ha segnato in modo profondo la boxe europea e mondiale dalla metà degli anni Sessanta alla fine degli anni Ottanta. Un grande, nonostante tutto.

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