Serie A, F. 1 e tennis. Che noia…

Immagine

LO SPORT mi sta annoiando.

Calma, mi riferisco a qualche disciplina di grande diffusione. A spettacoli ai massimi livelli. In sintesi mi riferisco a tre sport che in passato mi hanno esaltato e ora mi fanno spesso sbadigliare. Mi annoio guardando la Serie A, la Formula 1 e il tennis. Sarà grave?

Il calcio italiano mi sembra la pubblicità dei sonniferi. Non può essere divertente una partita giocata per non perdere, non può essere eccitante una gara senza fuoriclasse. Mi accontenterei di vederne uno per squadra.

Dove sono Maradona, Del Piero, Van Basten, Platini, Batistuta, Ronaldo, Ibrahimovich, Baggio, Zidane, Falcao, Rivera, Riva, Mazzola?

Resta Totti, ma va verso i 38 anni e non può più essere quello dei tempi d’oro. Resterebbero alcune partite della Roma, ma non possono bastare per appagare la voglia di divertimento. Sia chiaro questa non è una dichiarazione da tifoso, da sempre tengo per un’altra squadra. Il Milan, che in questo campionato è la più sfacciata esaltazione della noia.

I calciatori si sono adattati a un colore grigio anonimo, in campo e fuori. Mancano personaggi con una personalità forte, uomini che sappiano regalare emozioni anche con le parole. In partita quelli che azzardano un dribbling sono rarità assolute e vengono visti con sospetto. La tattica è la nuova dominatrice. E tutto rimane prigioniero di formule magiche. Sei esperto di calcio solo se sai districarti tra un 4-3-3, un 4-2-3-1, un 4-4-1-1 o un 3-5-2. E’, mi si permetta l’azzardo, la stessa malattia che ha colpito molti giornali dove la grafica ha finito ormai per prevalere sui contenuti. E le tirature sono precipitate.

Gli allenatori studiano per ore il modo giusto per mettere in campo la squadra, poi arriva l’invenzione di Totti, il lampo di Cassano e tutto salta per aria. Io penso, ma forse sbaglio, che la formula dovrebbe essere adattata ai giocatori e non viceversa.
C’è paura di osare. Non solo con il modulo, ma soprattutto con l’innesto di giovani talenti. Sono rari gli Under 20 messi in campo nel nostro campionato che è il più “anziano” del Vecchio Continente. E alla fine si paga il conto. Fuori dalla Champions League, una sola squadra in Europa League (la Spagna tra le due Coppe ne ha cinque; Francia, Germania, Inghilterra, Portogallo ne hanno due).

Nella Liga hanno Real Madrid, Barcellona e Atletico Madrid. Basta vederle giocare per capire quanto possa essere ancora divertente il calcio. Nella Premier League ci sono Chelsea, Liverpool e Manchester City e lo spettacolo è assicurato ogni settimana. Il dominio del Bayern di Guardiola, vincitore in campionato e ancora in corsa per la Coppa, dice tutto sulla forza della Germania.

In Italia ci si annoia. E così gli stadi presentano larghi vuoti. Per lo spettacolo, ma anche perché sono in gran parte antiquati. Stadi vecchi, molti dei quali con una pista di atletica leggera che allontana il luogo della sfida dagli occhi degli spettatori. Piste su cui non si corre mai, o al massimo una volta l’anno. Me è peccato mortale dire che sono stadi sbagliati. Una parola e si solleva l’uragano dei difensori degli sport meno popolari. Siamo campioni del mondo nel lavarci la coscienza a parole senza conservare un minimo appiglio con la realtà.

Immagine

E’ diventata noiosa anche la Formula 1. Gli esperti del settore, i supertecnici rigettano l’accusa. Dicono che questo sport non è per gli italiani abituati a insultarsi davanti a ventidue uomini in mutande. Quando si passa ai motori, capiscono poco e pretendono di giudicare. Probabilmente è vero. Ma allora la Formula 1 un poco alla volta diventerà un mondo per adepti, una nicchia per appassionati, una disciplina riservata a pochi eletti? E’ questo che vogliono le televisioni e gli sponsor che investono milioni e milioni di dollari per le squadre? Siete sicuri che continueranno a farlo se gli ascolti e l’interesse precipiteranno? Non penso che si accontenteranno di avere dalla loro parte un gruppo piccolo ma qualificato. A loro, giustamente, servono i grandi numeri.

E come possono pensare di averli trasformando una corsa in una lezione di ingegneria con classifiche che si ricompongono solo a fine gara, istruzioni tra muretto e pilota in codici misteriosi alle orecchie dei più?

E poi, diciamocelo francamente, anche la Formula 1 ha bisogno di personaggi che buchino il video per coinvolgere quanta più gente possibile. Non dico che uno possa trovare il genio di Ayrton Senna ovunque. Quello era un fenomeno, in pista e nei rapporti col mondo, difficilmente avvicinabile. Ma non vedo in giro neppure Piquet, Prost, Mansell, Jacques Villeneuve.

E’ quello che accade anche nell’universo del tennis. L’avvento delle nuove racchette, autentiche armi capaci di trasformare un giocatore medio in un vincitore, ha omogeneizzato il gioco. Tranne qualche eccezione, Federer su tutti, sembrano fatti con lo stampino. Tutti uguali, tutti senza fantasia, senza talento puro. Così arriva Dolgopolov e con qualche invenzione porta dalla sua la critica intera.

Tennis pieno di noia. Ma anche qui basterebbero un paio dei geniali folletti di una volta per fare tornare l’entusiasmo. Dico McEnroe, Edberg, Rafter, Connors, Nastase, Becker, Agassi. E mi fermo qui.

Immagine

Sento dire che dovremmo tutti cambiare mentalità, mutare l’approccio allo sport anche da spettatori. Ve lo dico sinceramente, io guardo lo sport sperando che mi regali emozioni. Credo sia l’unico motivo che possa spingere una persona a trasformarsi in spettatore. Il fatto è che mancano personaggi a tutto tondo, capaci di imporsi in campo e regalare interviste memorabili.

La partita di tennis che non dimenticherò mai è la finale di Wimbledon 2001 tra Goran Ivanisevic e Pat Rafter. Di quella partita mi è piaciuto tutto. Il gioco, la tensione, il tifo, l’atmosfera, l’alternarsi delle situazioni, le dichiarazioni in conferenza stampa. E’ stato uno spettacolo teatrale costruito con grande cura, senza la minima sbavatura. Ma soprattutto è stato un momento magico interpretato da due tennisti di grande personalità che anche in un momento di massima importanza hanno accettato di prendere tutti i rischi. Hanno giocato per vincere, non per difendersi sperando di fare il punto.

Ho tifato per Marvin Hagler e non mi sembra che fosse della Garbatella. Mi piaceva perché faceva un pugilato esaltante, non aveva paura di nulla e osava pur di prendersi quello che voleva.

Non penso che il problema sia la cultura sportiva degli spettatori, ma quella dei protagonisti.

Una partita che finisce 0-0 non mi può esaltare. Sfido chiunque a dirmi che la sfida tra Inter e Udinese, postiticipo dell’ultima giornata, sia stato uno spettacolo eccitante.

Un pilota che vince alla fine di una serie di scelte degli ingegneri al muretto e quando scende dalla macchina mi racconta mille ovvietà non può farmi innamorare della Formula 1.

Un tennista che continua a sparare palle incatenate da fondocampo e ogni volta che azzarda una palla corta cappotta, non può trascinarmi sulle gradinate di uno stadio.

Se la noia continuerà a dilagare, lo sport vedrà calare la sua popolarità per trasformarsi in uno show per quelli che capiscono tutto dell’aspetto tecnico e sono convinti che il mondo appartenga a “pochi eletti”. Quando realizzeranno che la montagna di soldi che gira attorno a questa parte importante della nostra vita non è investita per avere piccoli numeri, allora (forse) cominceranno a temere che gli portino via il giochino.

Ma poi, per fortuna, arriva il Motomondiale e l’entusiasmo torna anche in chi non capisce di motori. Non ci volete? Credete proprio che sia la scelta giusta?