Valentino e Messi, pifferai magici

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IERI HO avuto l’ennesima conferma. Lo sport gode di popolarità universale solo se è in grado di regalare emozioni. E’ la sua spinta, una forza che va addirittura oltre la potenza del tifo, il senso di appartenenza.

Stavo poco bene, ho trascorso la domenica in casa e ho visto tanta tv, Sky ovviamente.

Ho guardato la prima gara del motomondiale in Qatar.

Il duello tra Valentino Rossi e Marc Marquez è stato fantastico. Ho tremato, esultato, urlato.

La televisione attenua fino quasi ad annullarla la percezione della velocità. Accade per le moto, ma anche per la Formula 1. Solo quando c’è un duello, un testa a testa infinito, riesci a capire cosa stia realmente accadendo in pista. Hai un termine di paragone, riesci a sentire il brivido della sfida.

Ammirare le piegate di Marquez e Valentino è stato bello, ma era roba già vista. Vederli attaccati cercare il minimo varco per infilare la propria ruota è stato meraviglioso.

Ho sempre guardato alla moto come a uno sport assai simile al pugilato. Una sfida tra uomini, la capacità di elevare oltre i limiti normali il coefficiente di rischio, l’andare a percorrere territori insidiosi fidandosi solo della propria abilità. Il coraggio, la forza, la tenuta mentale, il talento sono le armi con cui amano lanciarsi nella lotta.

C’è un passo del libro della scrittrice americana Joyce Carol Oates che mi piace qui ricordare. E’ dedicato al pugilato, ma risponde in maniera efficace anche a chi pensi di mettere in dubbio la purezza del motociclismo. Provate a cambiare boxe con motociclismo e vedrete se non è così.

Quelli la cui aggressività è mascherata, obliqua, impotente, la condanneranno sempre negli altri. E’ probabile che considerino la boxe primitiva, come se vivere nella carne non fosse una proposta primitiva, fondamentalmente inadeguata a una civiltà retta dalla forza fisica e sempre subordinata a essa: missili, testate nucleari. Il terribile silenzio ricreato sul ring è il silenzio della natura prima dell’uomo, prima del linguaggio, quando il solo essere fisico era Dio…

In pista non c’è silenzio, ma il rumore assordante dei motori va a coprire ogni cosa restituendo al silenzio tutto quello che non è gara, competizione.

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Non sono un tecnico, capisco poco di moto e macchine. Ma sono sensibile alle emozioni. E in quella rincorsa di Valentino c’era un groviglio di sentimenti che non poteva lasciarmi indifferente. C’era un uomo di 35 anni che tutti noi continuiamo a vedere come un bambino. Un eterno Peter Pan che si diverte sfidando il mondo a 340 chilometri orari.

Devo fermarmi a riflettere per comprendere fino in fondo il mistero.

Valentino Rossi ha 35 anni! Ha un volto da Gianburrasca, la parlata musicale, le battute del liceale. E’ la facciata che propone a chi non lo conosce. Ma se lo vedi correre capisci che quel tipo lì ha la forza di un uomo che su una moto inferiore va ad attaccare un ragazzino che potrebbe quasi essere suo figlio (ha 21 anni lo spagnolo) e guida una Honda che mi dicono sia superiore in aderenza, potenza e tenuta alla Yamaha del nostro giovanotto.

Valentino che sistematicamente a ogni inizio di stagione danno per finito, per poi rimangiarsi tutto strada facendo. Come se uno che ha vinto nove mondiali, l’unico nella storia ad avere conquistato il titolo in quattro classi differenti (125, 250, 500 e Moto GP) non meriti rispetto.

Valentino corre come se dovesse ancora guadagnarselo quel rispetto. Ma forse sono io a sbagliare. Lui va in pista e spinge, rischia, affonda solo perché gli piace. La velocità è una sorta di droga da cui è difficile scappare. E lui c’è dentro fino al collo.

Piegata, corridoio, sorpasso, staccata, controsorpasso. Me ne sono stato lì incollato alla tv, affascinato dal Pifferaio Magico di Tavullia. L’uomo capace di incantare le folle e portare milioni di tifosi dietro il suono del motore della sua moto.

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Poi, ubriaco di sensazioni forti, ho cambiato canale. E sono sprofondato nella noia totale di Laio-Milan. Esattamente l’opposto di quanto avevo appena visto. Non c’era sfida, non c’era assunzione di rischio, non c’era soprattutto qualità. Il Qatar era davvero lontano anni luce.

Ma è bastato un altro cambio di canale, il telecomando ha sempre più le sembianze di una bacchetta magica, ed eccomi a Madrid per la sfida tra Real e Barcellona.

Messi, Ronaldo, Bale, Iniesta. E la voglia di vincere, di non accontentarsi, di spingere l’accelleratore sino al massimo. Qualcuno dirà che una partita che produce sette gol è il sintomo di due difese in affanno. Li lascio dire. Io guardo lo sport per divertirmi, per fare il pieno di emozioni. E voi siete qui a raccontarmi che solo un film polacco con sottotitoli in indiano yanonami è degno dell’Oscar.

Mi piacciono i fuochi di artificio. Lo 0-0 non è la partita perfetta. E’ la partita della noia infinita.

Lazio-Milan è Valium allo stato puro. Real Madrid-Barcellona è LSD senza controindicazioni, se non quella che potrebbe produrre assuefazione e allora per noi sarebbe la fine. Non potremmo più guardare il campionato italiano di calcio perché non è in grado di assolvere neppure alla funzione del metadone.

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Lionel Messi è l’altro Pifferaio Magico di una domenica da perfetto maniaco del telecomando. Messi che va a introfularsi nella difesa madrilena e tra una selva di gambe, che mirano al pallone ma anche alle sue caviglie, riesce a tirare un colpo da biliardo e piazzarla all’angolino basso alla sinistra del portiere. Messi che tira il rigore decisivo. Sul 3-3, a sei minuti dalla fine. Segnare per continuare a sognare il titolo, sbagliare per sprofondare nell’incubo. Un pallone pesante come la noia infinita di Lazio-Milan e di tante partite del nostro calcio sempre più in debito con lo spettacolo.

La Pulce l’ha messa dentro. Semplicemente all’incrocio dei pali, perché così doveva essere. E allora ho pensato che Valentino e Messi avevano molto in comune. Sapevano regalare emozioni, non avevano paura di rischiare, trovavano nel momento di maggiore pericolo l’esaltazione del loro valore.

Grazie a loro e a Sky. E grazie anche a mia moglie che ha sopportato la lunga maratona televisiva senza mai reclamare. Nonostante i miei acciacchi, ho passato una buona domenica.

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