Agassi: Preferisco fare il papà

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Qualche anno fa Andre Agassi è venuto a Roma. Questa intervista è stata realizzata in quei giorni, ma credo possa reggere anche oggi.

 

Andre Agassi, come racconta Roma ai suoi bambini?

«E’ una città che non si può descrivere, è un’esperienza che vale la pena di vivere. Cultura, storia, passionalità della gente. Il cibo è favoloso. Il mio lavoro è una scusa per tornare.»

Lei si è ritirato a 36 anni. Aspettava un’ultima grande vittoria per annunciare l’intenzione di lasciare il tennis?

«Sino all’ultimo partita ho inseguito la vittoria, ma non per smettere. Non ho fatto come Sampras. Non abbiamo lo stesso carattere. Ogni volta che mi iscrivevo a un torneo sentivo di avere una possibilità di vincerlo, altrimenti avrei smesso prima.»

Cosa è il tennis per lei?

«E’ uno sport che ho vissuto passo dopo passo. Una sfida che si è ripetuta quotidianamente, ogni giorno è stato differente da quello che l’aveva preceduto. Erano gli altri ad essere in ansia se le mie vittorie tardavano. Il tennis è stato un grande nemico per tanti anni, mi ha torturato sino alla fine. Ma è stata anche la cosa che mi ha costretto a tirare fuori il meglio di me.»

Con gli anni, cosa è cambiato nel suo modo di affrontare il tennis?

«Nel finale di carriera le vittorie erano più dolci, le sconfitte più amare. I recuperi erano diventati più lunghi, spesso tutto diventava più difficile rispetto al passato. Io ho giocato a tennis per vivere. Ho imparato ad apprezzare questo sport con il passare del tempo. Prima giochi per te stesso, poi giochi per la gente.»

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Lei ha sposato Steffi Graf (nella foto un momento di tenerezza), siete i genitori di Jaden Gil e Jaz Elle. Dopo la nascita dei bambini le è costata più fatica essere un tennista in giro per il mondo?

«Sono stato un uomo fortunato. La mia famiglia spesso mi seguiva, mi stava accanto durante i tornei. E quando tornavo a casa e vedevo i bambini, non importava più se sul campo avessi vissuto un giorno brutto o bello.»

E’ vero che Jaden Gil ha preso una racchetta in mano a tre anni?

«Sì.»

E se tra qualche tempo le dicesse di avere scelto questo sport come lavoro, come risponderebbe?

«Quando mio figlio ha preso la racchetta in mano era interessato a vedere cosa mamma e papà sapessero fare con quell’attrezzo. La sua concentrazione era ovviamente limitata, ma si è dimostrato coordinato sin da subito. A casa nostra il tennis è un modo di vivere, fa parte della nostra esistenza. Se lui dovesse chiedermi di tentare l’agonismo, gli risponderei che il tennis mi ha dato tanto perchè io ho dato tanto al tennis. Per arrivare bisogna avere abilità, grinta, fisico. La scelta sarà solo sua, ma io gli metterò davanti l’intero scenario.»

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E lei ha deciso autonomamente che avrebbe fatto il tennista?

«Sì. E’ stata mia la decisione, sin dall’inizio. Papà (nella foto Mike col piccolo Andre) ha sempre risparmiato per costruire un campo da tennis. Ha lavorato molto, poi si è messo a cercare una casa. Non gli importava se fosse bella o brutta. L’importante era che avesse dietro uno spazio sufficiente per costruire un campo da tennis. Quando ha trovato il terreno adatto ci siamo trasferiti ed abbiamo vissuto lì per 15 anni.»

Quando ha capito di avere fatto la scelta giusta?

«Ho sentito di non avere più la pressione su di me quando ho vinto il Roland Garros. Avevo 29 anni. A quel punto ho capito che non avrei mai più avuto rimpianti, avevo fatto la scelta giusta.»

Quale è stato il momento più piacevole della carriera?

«Proprio quello. Quando ho vinto il Roland Garros, nove anni dopo aver raggiunto la prima finale.»

E il momento peggiore?

«Quando sono scivolato al numero 141 della classifica. Non pensavo di meritarlo.»

Sua padre ha scritto un libro in cui c’è tutta la vostra vita, cosa ne pensa?

«Ho deciso di non leggerlo.»

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E lei che tipo di padre è?

«Discutiamo molto sull’educazione da dare ai nostri figli (nella foto la famiglia riunita sul campo dei Los Angeles Lakers). Steffi si relaziona con loro attraverso il suo comportamento, dà l’esempio giusto. Io cerco di comunicare più direttamente. Provo a capire le loro esigenze e tento di farmi capire. Il dialogo è la cosa più importante. Con loro cerco di bilanciare sfide e speranze, di insegnargli a lottare per avere quello che vogliono. Ho imparato ad ascoltare, più che a parlare.»

Non pensa che, quando cresceranno e cercheranno il loro posto nella società, sarà davvero dura per Jaden Gil e Jaz Elle essere indicati da tutti come i figli di Agassi e Graf?

«Non credo. Non penso di avere fatto cose così terribili…»

Scherzi a parte, non crede che il peso di genitori così famosi possa essere duro da sostenere per i due bambini?

«Per loro non siamo gente famosa. Siamo semplicemente mamma e papà.»

 

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