Kalambay, Africa, mondo. Viaggio sulle ali del talento


Ennio aveva una parlata marchigiana cantilenante, il sorriso come compagno di viaggio per stemperare le situazioni più complesse. Ma dentro era un fermento, aveva un pensiero fisso. Cercava continuamente la soluzione per fare marciare il suo pugile sulla strada più conveniente. Sapeva di avere nelle mani l’uomo giusto, il campione, doveva solo fargli percorrere il cammino migliore.

Sumbu Kalambay era stato convinto dal giornalista televisivo Mario Mattioli a farsi chiamare Patrizio, come Oliva. E poi il papà di Kalambay si chiamava Patrice e lui stesso aveva chiamato il figlio Patrick. La soluzione poteva dunque andare bene per un africano diventato italiano. 
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Il 25 settembre del 1985 il fatto era stato ufficializzato da un bigliettino firmato Kalambay, Sabbatini, Mattioli e distribuito alla stampa in occasione del campionato italiano con De Marco a Caserta.

Ma non bastava un nome italiano per imporlo all’attenzione generale. Gli stranieri sono quasi sempre stati impiegati come collaudatori, rivali buoni per arricchire i record di presunti campioni, per dare sostanza a carriere senza futuro. Sumbu invece i match li vinceva, bene e per knock out. Così lo tenevano alla larga dalla gente di casa nostra.
Aveva avuto la fortuna, e anche qui Galeazzi aveva svolto un ruolo importante, di entrare nel giro di Rodolfo Sabbatini. Il grande promoter aveva subito capito il valore del ragazzo. Ma gli serviva tempo per imporlo. Così lo aveva portato in giro all’estero e quasi sempre gli aveva evitato scontri diretti con pugili italiani.
Bravo Patrizio Sumbu lo era davvero. In Africa lo chiamavano Ali, da noi è diventato il Professore.

Una volta ho scritto: “Quando vedi combattere Kalambay ti innamori della boxe. Quando Patrizio sale sul ring la boxe diventa arte”.

Proprio così. I suoi muscoli erano come fili di un violino con cui lui, grande artista, suonava magiche note musicali.

Non c’è mai volgarità tecnica nel suo pugilato. Anche un ko era una forma di bellezza, oserei dire, sofisticata. Muscoli di seta che sprigionavano una forza che era acciaio puro.
È nato a Lubumbashi, quando quella nazione si chiamava ancora Congo Belga. È diventata Zaire e lui era sempre lì, costretto a cambiare nome per la prima volta. Gerard alla nascita, diventava Sumbu per l’imposizione rivoluzionaria di riappropriarsi delle radici africane.
Nel ’74 si trovava da quelle parti e non aveva perso l’occasione per seguire passo dopo passo la preparazione di Muhammad Ali a N’Sele, in una palestra a trenta chilometri da Kinshasa. Era stato allora che aveva capito: non sarebbe mai riuscito a sfuggire al fascino travolgente di questo sport. E Ali sarebbe diventato l’esempio a cui ispirarsi.
In Italia era arrivato alla corte di Sergio Cappanera ed Ennio Galeazzi, che poi era diventato il suo unico manager.

Taciturno, introverso, timido con chi non conosceva, Kalambay si rivelava affabile e spiritoso se solo riuscivi a entrare in confidenza. Fuori dal ring aveva lo sguardo dolce di chi si aspetta sempre il peggio. Eppure veniva da una famiglia medio borghese, papà contabile e mamma casalinga, non aveva mai sofferto la fame devastante di chi povero lo è davvero. Era stato il modo in cui l’Italia lo aveva accolto ad avergli probabilmente dato quel senso di insicurezza.
Per imporsi doveva essere dieci volte più bravo dei suoi colleghi. E lui l’aveva fatto, anche se lungo il cammino era incappato in sconfitte apparentemente inspiegabili.
Ci aveva offerto spettacoli indimenticabili.
Come la vittoria su Herol Graham a Londra, gestita dal promoter Roberto Sabbatini per la Total Sport. Niente tv, nessun giornalista al seguito. Era stato presentato come una vittima designata contro il “bomber” imbattuto e pronto per il mondiale.
E invece aveva dominato quella sfida, aveva tolto al britannico la possibilità di battersi per il titolo, guadagnando una borsa di un milione di dollari ed era tornato a casa con la cintura europea in tasca.

A quel punto, solo a quel punto, era stato salutato come meritava, da campione assoluto.
Poi c’è stat la conquista della corona contro Iran Barkley, detto “la lama”, a Livorno. Un rivale pericoloso domato chiaramente davanti a telecronisti d’eccezione: Marvin Hagler e Ray Boom Boom Mancini.

Iran Barkley il mondiale contro Kalambay lo aveva perso chiaramente e si era inventato un modo per giustificare davanti agli altri e a sè stesso una sconfitta così pesante.
«In Italia non c’era nessun giornalista americano, non c’erano rappresentanti del pugilato americano. Quelli hanno riempito il tappeto con venti litri d’acqua, non chiedetemi perché. Alla fine non riuscivo a stare in piedi, scivolavo in continuazione, non avevo equilibrio. Kalambay non mi ha mai fatto male, l’ho picchiato più forte io. Lo avrei sconfitto in un match di strada, su un ring, ovunque. È pazzesco come abbia perso quel match».
Riguardate l’incontro e poi ditemi se questa non è altro che una scusa meschina. Quel combattimento Patrizio Sumbu l’ha vinto con pieno merito.

Dopo quel trionfo arrivava il successo a Montecarlo contro Doug De Witt, davanti a 6,2 milioni di tifosi entusiasti davanti alla tv!
Poi Kalambay affrontava a Pesaro un altro momento chiave della sua carriera. L’alleanza tra Roberto Sabbatini e Giorgio Belligotti, cui si era aggiunta la fondamentale sponsorizzazione di Berloni, portava in Italia Mike McCallum.
C’erano cinquemila spettatori in sala e oltre quattro milioni davanti ai teleschermi quando Patrizio Sumbu si consacra fenomeno assoluto e si inseriva tra i migliori pesi medi italiani di sempre.
Era un autentico fuoriclasse.
Sono sincero, nel pronostico avevo indicato l’americano come favorito.
Ma non ero certo l’unico. I bookmaker di Las Vegas pagavano Patrizio a 14/5. Lou Duva aveva preannunciato un successo del suo pugile entro il quinto round. Uno dei pochi a essersi sbilanciati in favore dell’italiano era stato Roberto “Mani di Pietra” Duran che, nel salotto della sua casa di Miami, mi aveva pronosticato un successo ai punti di Kalambay.

Avevo messo assieme il tutto ed ero entrato al Palasport con più di un timore. Per questo, quando avevo visto all’opera il talento puro di Kalambay, mi ero entusiasmato come un ragazzino. E avevo goduto di una gioia maligna quando, rientrando di notte in albergo, avevo sentito le urla del mitico Lou Duva che insultava l’intero clan americano per la disfatta.
C’è stato altro nella carriera di Sumbu. La sconfitta lampo contro Michael Nunn a Las Vegas, per esempio. Ottantotto secondi ed era tutto finito. Kalambay era stato schiantato da un colpo d’incontro che si era infilato in una guardia inesistente. Aveva provato a portare un timido jab sinistro, era rimasto un istante di troppo sul colpo e il mancino americano aveva piazzato il suo sinistro sopra una guardia troppo bassa affidata al destro di Patrizio. Un momento buio, da dimenticare in fretta.
Poi erano tornati l’europeo e un’altra sfida mondiale. Contro Chris Pyatt in Inghilterra. Nonostante gli anni e le mille battaglie combattute, ancora una volta il più bravo era stato lui. Ma alla fine a essere premiato era stato l’altro. Un successo, visto a posteriori, meritato ma che lasciava comunque il ricordo di un grande campione anche se sconfitto.

Fuori dal ring la vita di Patrizio Sumbu Kalambay ha avuto alti e bassi, fortune e sfortune. Oggi, a 65 anni, insegna boxe, anche se è quasi impossibile che trovi uno capace di esibirsi al suo livello. Ma ha buoni consigli da dare e un’esperienza con lui sul ring non può che far bene a qualsiasi pugile abbia voglia di imparare qualcosa di un’arte affascinante, ma terribilmente complessa come il pugilato.
Ennio Galeazzi se ne è andato a 91 anni. Le ultime cose che ricordo di lui sono un sorriso appena accennato a ingentilirne il viso, la cantilena marchigiana che accompagnava ogni discorso e una presenza costante accanto ai suoi uomini.
Con lui è scomparso un altro pezzo del pugilato di una volta che mi sento di rimpiangere ogni giorno di più.

Patrizio Sumbu Kalambay è nato a Lumumbashi (Repubblica Democratica del Congo) il 10 aprile 1956.
Altezza: 1.75
Categoria: medi
Record (dilettante) 90-5-0
Record (professionisti) 57-6-1, 33 ko

HALL OF FAME ITALIA 2021, 30 OTTOBRE A FORLI’

Il 30 ottobre serata di gala nell’ex Chiesa San Giacomo Apostolo (nell’area dei Musei San Domenico) a Forlì per la terza edizioni della Hall of Fame Italia, manifestazione ideata e organizzata dal quotidiano online boxeringweb.net che quest’anno avrà come partner il Comune di Forlì.Per l’edizione 2021, il Comitato Direttivo della manifestazione (composto da sette giornalisti: Gualtiero Becchetti, Flavio Dell’Amore, Franco Esposito, Alessandro Ferrarini, Davide Novelli, Vittorio Parisi, Dario Torromeo) ha deciso di inserire nell’albo d’oro della Hall of Fame Italia: Duilio Loi (campione mondiale dei superleggeri), Loris Stecca (campione mondiale dei supergallo), Patrizio Sumbu Kalambay (campione mondiale dei medi), Massimiliano Duran (campione mondiale dei massimi leggeri), Roberto Cammarelle (oro, argento e bronzo in tre diverse Olimpiadi nei supermassimi).Tra i Pionieri il riconoscimento andrà a Cleto Locatelli (campione europeo dei leggeri).Presenteranno la serata Davide Novelli, inviato della Rai e voce del pugilato sull’emittente di Stato, e Dario Torromeo, giornalista che ha raccontato dieci Olimpiadi e centinaia di campionati del mondo per il Corriere dello Sport-Stadio.

Il caso Khurtsidze. Storia di crimini, tribunali e giudici

Kuitaisi, Repubblica della Georgia, inizio giugno 2017.
Avadantil si allena duramente. Recentemente ha compiuto 38 anni. Fa il pugile professionista. Alto poco meno di 1.70, boxa tra i pesi medi. Con un fisico così hai una sola strada da percorrere sul ring, accorciare la distanza e provare a scaricare pesanti combinazioni da vicino. A volte, quasi sempre, gli riesce. È coraggioso, tosto, pronto a tutto. Mette assieme un record non male: 33-2-2, 22 ko. È campione ad interim per la WBO. L’8 luglio disputerà il match per il titolo, a Londra contro Billy Joe Saunders.
Da tempo vive a Brooklyn, ma la documentazione per un visto che gli consenta di risiedere permanentemente negli Stati Uniti non è ancora completa.
E poi ci sono conoscenze pericolose, frequentazioni imbarazzanti, peccati che il governo americano sta cercando di fargli pagare.
Ed è proprio una richiesta del Governo USA a convincerlo a prendere l’aereo e volare al JFK. Nessun dubbio, solo la certezza di recuperare il visto per poi concludere l’allenamento, andare a Londra, magari prendersi il titolo e tornare da campione a Brooklyn.
Non va esattamente così.
All’aeroporto trova due agenti della FBI. Lo arrestano. Gli contestano numerosi reati, la fonte di ogni male è la sua adesione alla Shulaya Enterprise, un’organizzazione criminale probabilmente concentrata nell’area della comunità russa a Brooklyn.
Finisce in prigione.
Il governo gli propone un patteggiamento, tre anni di condanna in caso di collaborazione. Lui rifiuta. Il giudice gli nega la libertà provvisoria per pericolo di fuga.
Il processo si tiene un anno dopo. Mini Mike Tyson, come lo chiamavano i tifosi, viene accusato di due reati: associazione a delinquere e percosse ripetute a scopo di estorsione.
Avtandil Khurtsidze è indicato come il principale responsabile del servizio di sicurezza dell’organizzazione, per cui avrebbe aggredito e picchiato più persone.
Il pubblico ministero è Andrew Adams, il giudice Katherine Forrest.
La giuria riconosce l’imputato colpevole di entrambe le imputazioni.
Il giudice lo condanna a 10 anni per ciascun reato, dandogli però la possibilità di scontare contemporaneamente la pena.
Gli avvocati difensori fanno ricorso.
C’è un appiglio nelle parole usate dal giudice in alcune parti della motivazione della sentenza.

Qui si tratta di inviare un messaggio ad altri stranieri che potrebbero cercare di venire sulle coste degli Stati Uniti. Lo status di Khurtsidze come cittadino straniero sarebbe quindi utile a trasmettere ed essere allo stesso tempo veicolo per un messaggio deterrente per la comunità georgiana, sia qui che all’estero.

Il ricorso viene presentato alla Corte di Appello del secondo distretto dello Stato di New York che, ieri, si è pronunciata riconoscendo che la nazionalità del condannato ha avuto un ruolo nelle decisioni prese dal giudice.
Confermato il verdetto, dunque riconosciuta la colpevolezza rispetto ai capi di imputazione. Ridotta la sentenza, nel rispetto di quanto raccomandato dalle linee guida consegnate ai giudici.
La pena si ritiene già scontata.
Avtandil Khurtsidze è libero di uscire fin dalla prossima settimana.
Non ha però il visto, difficile quindi che possa fermarsi negli Stati Uniti.
Ha 42 anni e non combatte da cinque, improbabile ma non escluso che torni sul ring.
Resta in prigione Razhden Shulanga, il capo dell’organizzazione, condannato a 45 anni.

Quarant’anni fa Leonard vs Hearns, i magici Ottanta…

Il 16 settembre 1981, quarant’anni fa, si affrontavano Sugar Ray Leonard e Thomas Hearns. È stato un decennio fantastico, il migliore fino ai nostri giorni.
Se qualcuno vi dovesse accusare di nostalgia, di essere rimasti ancorati alla vostra gioventù parlategli del calendario che sto per proporvi. Sono alcuni dei match che si sono svolti in quegli anni, li elenco in ordine cronologico.

1980
Leonard vs Duran I
Duran vs Leonard II
Hearns vs Cuevas
S. Sanchez vs Lopez
Hagler vs Minter

1981
Leonard vs Hearns
Holmes vs Snipes
S. Sanchez vs Gomez

1982
Hearns vs Benitez
Duran vs Benitez
S. Sanchez vs Nelson

1983
Hagler vs Duran
Hagler vs Hearns
Duran vs D. Moore
Duran vs Cuevas

1986
Hagler vs Mugabi
Chavez vs Lockridge
Tyson vs Berbick

1987
Hagler vs Leonard
Chavez vs Rosario

1988
Tyson vs M. Spinks
Chavez vs Ramirez

1989
Duran vs Barkley
Chavez vs R. Mayweather

Per quanto riguardo le cose di casa nostra, vi ripropongo l’introduzione del mio libro Eravamo l’America. Leggete cosa sono stati capaci di fare i pugili italiani in quel decennio.

«Agostì, ma tu lo sai cosa è la boxe?».
Sì, maestro.
«E allora dimmelo».
Che le devo dire?
«Cosa è la boxe?».
Dare e prendere cazzotti.
«Non ci siamo Agostì».
Me lo dica lei, cosa è la boxe?
«È il prezzo che devi pagare per guadagnarti il Paradiso».
E devo pagarlo subito?
«Più soffri in palestra, meno soffrirai durante il match».
Sì, maestro.
«Se capirai sino in fondo il concetto, imparerai anche che senza sacrifici non potrai realizzare i tuoi sogni».
E se durante il combattimento mi capitasse di andare giù?
«Dentro un ring o fuori non c’è niente di male a cadere. È sbagliato rimanere a terra. L’ha detto lui…».
Lui, chi?
«Muhammad Ali».
Me sa che adesso ho davvero capito, mae’.
«Bravo Agostì. Vai sul ring e fammi due riprese di guanti col Valeriana, chissà mai riuscissi a svegliarlo un po’…».

Sognatori che non si sono mai arresi.
È la definizione poetica che Nelson Mandela ha dato dei vincitori.
In queste pagine racconto le loro storie.
Parlo di uomini che ho visto soffrire, maledire il mondo, avere paura, sognare, gioire, esultare. Quando salivano sul ring lasciavano nello spogliatoio ogni indecisione e si abbandonavano alla lotta. È così che sono arrivati in vetta, pronti a cogliere il frutto delle loro fatiche. In tre hanno vinto l’oro olimpico, in sette il mondiale tra i professionisti. Qualcuno ha raccolto entrambi.
Per uno strano caso del destino, ma forse non era un caso e il destino c’entrava poco o nulla, quei signori hanno realizzato le loro imprese nello stesso arco di tempo. I meravigliosi anni Ottanta.
Eravamo l’America, avevamo il mondo in pugno. Erano i giorni dell’abbondanza e io inseguivo storie da raccontare.
Prima di scrivere questo libro mi sono imposto due regole.
Avrei parlato solo degli italiani che nel decennio il mondiale professionisti lo hanno vinto.
E avrei narrato esclusivamente i match che ho vissuto a bordo ring. Perché di questi posso restituire immagini, profumi, retroscena, parole, gesti.
Ho mantenuto l’impegno per ognuna delle storie che troverete in queste pagine, tranne una. Non ero in platea, ma a tremila chilometri di distanza. Eppure era come se fossi lì, seduto in prima fila ad assistere al trionfo.
Ho messo assieme parole, fatti e suggestioni di ogni combattimento.Sono sfilati davanti ai miei occhi gli scenari di quelle imprese: Las Vegas, Mosca, Los Angeles, Seul, Milano, Napoli, Agrigento, Montecarlo, Atlantic City, Genova, Perugia, Pesaro, Saint-Vincent, Sanremo, Siracusa. Palcoscenici dove a recitare erano signori che si chiamavano Patrizio Oliva, Loris e Maurizio Stecca, Gianfranco Rosi, Giovanni Parisi, Valerio Nati, Sumbu Kalambay, Francesco Damiani. Uomini che hanno reso nobile l’arte di casa nostra.
Storie affascinanti, segreti nati dietro le quinte, notti di confessioni, vigilie di peccato.
Boxe e vita viaggiano a stretto contatto, anche se non sono poi così convinto che si possano confondere. Sono un discepolo della scuola della scrittrice americana Joyce Carol Oates. “La vita è come la boxe per molti e sconcertanti aspetti. La boxe però è soltanto come la boxe”.
I nostri campioni hanno attraversato gli anni Ottanta lasciando segni profondi. Match appassionanti, sconfitte che lacerano l’anima, vittorie che ripagano di ogni sacrificio, ferite che porteranno dentro per sempre.

Giallo Olimpico. Il CIO minaccia, l’AIBA ringrazia

Christophe De Kepper, direttore generale del CIO ha scritto una lettera a Umar Kremlev presidente dell’AIBA. Nella lettera dice, tra l’altro: “Considerando le numerose preoccupazioni rimaste irrisolte, il Comitato Esecutivo del CIO ha chiesto al direttore generale del CIO e al responsabile dell’etica e della conformità del CIO di seguire la situazione dell’AIBA e di analizzare tutti gli elementi richiesti, nonché i risultati delle conclusioni dei vari esperti indipendenti, in vista delle potenziali decisioni della sessione del CIO. Sulla base di quanto sopra, il Consiglio Direttivo del CIO ha ribadito le sue più profonde preoccupazioni e ha confermato la sua precedente posizione in merito al posto del pugilato nel programma dei Giochi Olimpici di Parigi 2024 e nelle future edizioni dei Giochi Olimpici”.
L’AIBA ha risposto: “L’AIBA sta lavorando da tempo a una riforma globale ed è grata per il riconoscimento pubblico del CIO che è stato sicuramente fatto un passo avanti in termini di buon governo, come confermato dall’ASOIF. Sono già in corso riforme di ampio respiro in termini di integrità finanziaria, buon governo e integrità sportiva, comprese tutte le aree menzionate dal CIO e altre ancora. In ciascuno di questi settori sono coinvolti esperti indipendenti. L’AIBA è fiducioso che queste riforme vedranno l’AIBA soddisfare e persino superare i criteri stabiliti dal CIO per il ripristino”.
Sintetizzando.
Il Comitato Olimpico Internazionale dice che l’AIBA non ha fatto le riforme richieste e rischia di rimanere fuori dai Giochi di Parigi 2024 e dalle successive Olimpiadi.
L’AIBA risponde ringraziando il CIO e dichiarando che è grata per il pubblico riconoscimento dei progressi fatti.
Non capisco…

Holyfield e altri orrori. La boxe è una pietra che rotola

Come una pietra che rotola è un capolavoro di Bob Dylan.
La canzone, Like a rolling stone, parla di una condizione di privilegio persa lungo il cammino della vita.
È ispirata da Edie Sedgwick, una ragazza che Dylan conosceva, attrice e musa ispiratrice di Andy Warhol, che morì a soli 28 anni distrutta dalla droga. Ciò che rende grande la canzone è la lezione trascendente che ci dà sulla vita, in quanto parla dei valori che ritiene più importanti: l’integrità, l’onestà, la famiglia. Edie Sedgwick aveva abbandonato tutte queste cose per un mondo di divertimento. Era riuscita a entrare in quel mondo perché attraente, ben istruita e, almeno per un po’ di tempo, aveva goduto della compagnia di questa società. Quando i soldi e gli sguardi erano finiti, non era più stata accolta dalle persone di quel mondo. Purtroppo, non aveva più una famiglia da cui tornare perché anche loro l’avevano abbandonata a causa dei suoi segreti e bugie. Alla fine, diventata “invisibile”, non aveva più “segreti da nascondere”. Era letteralmente “senza una casa, come una sconosciuta, come un sasso che rotola via”. (cit. blogdellamusica.eu)
Rivedo a grandi linee la storia della boxe.
Dove sono Ali, Hagler, Leonard, Chavez, Mayweather, senza andare per forza lontano nel tempo fino a incrociare Sugar Ray Robinson? Lì dove erano loro, oggi c’è un protagonista di YouTube, una ex leggenda cinquantottenne che torna sul ring e prende botte per un minuto e mezzo, qualche lottatore delle arti marziali, vecchie glorie in lotta con il tempo.
Ho visto Evander Holyfield. È finita come ogni essere umano, in possesso di tutte le facoltà mentali, pensava finisse. Per una volta guardiamo la Luna e lasciamo stare il dito. La Commissione della Florida ha sancito il match tra l’ex campione mondiale dei massimi e Vitor Belfort, ha detto che i due protagonisti avevano i requisiti per essere autorizzati al combattimento. Un uomo che il 19 ottobre compirà 59 anni e un altro che ha disputato un solo incontro quindici anni fa, potevano salire sul ring e prendersi a pugni.
È lo specchio della peggiore boxe di oggi. Ci sono ottimi campioni in giro, mancano i personaggi carismatici. E allora si aprono voragini per chi sullo spettacolo vuole speculare. A qualunque costo. Ma la boxe ha un coefficiente di rischio che non permette errori. È pericolosa.
Anche all’interno di quella che dovrebbe essere una normalità che non esiste più, troviamo falle sempre più grandi. Fino a quando non ci scapperà il morto. Dovesse accadere, seguirebbero lacrime e promesse di giustizia, urla scandalizzate, cambiamenti che durerebbero pochi giorni, al massimo un paio di settimane. Per poi farsi trovare pronti a tornare nel fango.
Il sistema è marcio dall’interno. In molti aspetti.
Ieri ho visto per caso un match su YouTube.
Venerdì in Austria è andata in scena una sfida tra pesi massimi imbattuti, sul ring per il titolo Internazionale dell’IBF.
A prima vista sembra una normale serata di boxe.
Uno dei due aveva un record di 12-0, con 11 successi per ko.
Il record dell’altro era 22-0, 22 ko.
Quei numeri però raccontavano un’altra storia, per conoscerla era necessario scavare tra i nomi, leggere tra le righe.
Si poteva così scoprire che Marko Radonjic, montenegrino che vive in Germania, quasi tutte quelle ventidue vittorie le aveva ottenute contro rivali che avevano più sconfitte che successi. Vittime designate, knock out facili. Tanto per spiegarmi meglio, otto dei peggiori avversari vantavano un record complessivo di 40 vittorie e 215 sconfitte.
Salito sul ring con quasi otto chili sopra il limite segnato negli ultimi incontri, Radonjic è andato quattro volte al tappeto nel secondo round e una nel terzo.
L’arbitro ha interrotto il match prima che cominciasse il quarto. Non capisco perché il signor Jorge Milke non lo abbia fatto durante la seconda ripresa, quando il montenegrino andava giù praticamente ad ogni colpo incassato.
Nessuna delle quattro associazioni maggiori (Wbc, Wba, Ibf, Wbo) pone Radonjic tra i primi 15 del mondo. Il sito specializzato boxrec.com lo mette al numero 233 nella graduatoria mondiale. Eppure l’International Boxing Federation lo ha designato per un titolo.
Visto all’opera, non credo che abbia grande futuro. Oltre ad avere subito cinque knock down, non ha mai impensierito il rivale. La sua percentuale di colpi a vuoto è stata imbarazzante.
Ma non è che l’altro abbia fatto una gran bella figura.
Filip Hrgovic (13-0, 11 ko) è in classifica per tre enti: 4 Ibf, 9 Wbc, 13 Wbo.
Dicono sia candidato a sfidare qualcuno tra i migliori delle graduatorie. Non credo che, se ciò dovesse accadere, avrebbe possibilità di vittoria.
In pochi giorni i pesi massimi hanno offerto il peggio di sé, in un mondo che perde sempre più colpi.
Come una pietra che rotola.

Donald Trump commentatore tecnico in Tv per il match Holyfield vs Belfort

Ehi Steve, come è messa la boxe?
“Come al solito Eddie, perché?”
Ho appena letto una dichiarazione ufficiale di Patrick Cunningham, direttore esecutivo della Florida State Boxing Commission.
“E che dice di interessante?”
Di interessante niente. È la conferma di come ormai questo sport sia fuori controllo.
“Non girarci attorno. Cosa dice?”
Testuale. La Florida Athletic Commission ha approvato l’incontro tra Evander Holyfield e Vitor Belfort come match professionistico. Si svolgerà secondo il regolamento unificato del pugilato e sarà valutato da tre giudici secondo il sistema usuale. I pugili hanno i requisiti per essere autorizzati al combattimento.
“Ma Holyfield non ha 58 anni?”
Cinquantanove il prossimo 19 ottobre.
“E non combatte da quando?”
Dal 7 maggio 2011.
“Chi è l’avversario?”
Vitor Belfort.
“Che record ha?”
Una vittoria nell’unico match disputato, l’11 aprile 2006 contro il debuttante Josemario Neves. Tre knock down e dopo un minuto era tutto finito.
“E cosa ha fatto Belfort negli ultimi quindici anni?”
Ha combattuto nelle arti marziali.
“Fino a qualche settimana fa non avevo mai sentito parlare di questo match”.
Belfort avrebbe dovuto affrontare Oscar De La Hoya che però ha preso il Covid.
“E Holyfield quando ha saputo che sarebbe salito sul ring?”
Tre settimane fa.
“È pronto?”
L’ho visto in allenamento con John David Jackson.
“E…”
È lento, svogliato, sente tutto il peso degli anni sulle spalle.
“Quante sono le riprese previste?”
Otto. Otto di troppo.
Sabato 11 settembre 2021 al Seminole Hard Rock Hotel&Casino di Hollywood (Florida) il match tra i pesi massimi Evander Holyfield e Vitor Belfort. Organizza Triller, l’evento sarà trasmesso in pay per view a 49,99 dollari.
Con i telecronisti, due commentatori.
L’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e suo figlio Donald Trump jr.
I fatti raccontati nel dialogo sono tutti assolutamente veri. Nessuna fiction, solo l’adattamento narrativo di una realtà che fatico ad accettare come tale.

Inquietanti dubbi sulla morte della 18enne Jeanette Zapata

Inquietanti retroscena sulla morte di Jeanette Zacarías Zapata, la diciottenne messicana morta in seguito ai colpi ricevuti nel corso del combattimento di sabato 28 agosto a Montreal, contro la canadese Marie PIer Houle (4-0-1),
La ragazza messicana ha subito un devastante ko. Dopo cinque giorni di coma, se ne è andata per sempre.
Solo oggi è apparso in rete il video dell’ultimo match prima della tragedia, quello del 14 maggio scorso in cui Jeanette è stata messa ko da Cynthya Lozano (8-0). Era la sesta e ultima ripresa, sfiancata, incapace di mettere in piedi una difesa accettabile, Jeanette è stata travolta dall’avversaria ed è stata contata out.
Quella stessa notte è stata ricoverata in ospedale, si è ripresa, i medici le hanno dato novanta giorni di fermo.
Non sarebbe dovuta tornare in palestra prim del 15 agosto.
Non si sa se abbia rispettato il fermo, sappiamo invece con certezza che tredici giorni dopo quel 15 agosto è tornata sul ring per affrontare un altro ostacolo troppo duro per lei.
In un’intervista al periodico messicano Profilo, Esteban Zacarias, il papà, ha affermato di avere scongiurato la figlia di non combattere ancora.
I medici le avevano raccomandato estrema prudenza.
Lei non ha ascoltato i consigli.
Il coroner del Quebec ha ordinato un’inchiesta sul caso. Vuole scoprire le possibili cause che hanno portato alla morte della ragazza.
“Non era in grado di combattere” ha detto il papà a Profilo.
Jeanette Zacarias Zapata quel match invece l’ha fatto.
Ora analisi, controlli di laboratorio, TAC e qualsiasi altra cosa che aiuti a scoprire la verità saranno sotto l’esame del responsabile di Pubblica Sicurezza di Montreal. Forse capiremo cosa ha scatenato la tragedia.
Restano altri dubbi.
Perché quasi tre anni senza combattere? Perché dopo un ko così devastante, andare incontro tre mesi dopo a un altro combattimento difficile? Perché affrontare il combattimento con pochi giorni di allenamento?

Blandamura lascia: Nonno e la boxe mi hanno mostrato la strada

Emanuele Blandamura, 42 anni il 19 dicembre, ha annunciato il ritiro dal pugilato agonistico. Blandamura (29-4-0, 5 ko) è stato campione europeo dei pesi medi e sfidante al mondiale WBA di Ryota Murata nella stessa categoria. È nato a Udine, ma è romano d’adozione.

Emanuele Lele Blandamura, perché per un pugile è difficile dire basta?

“Nella boxe, a meno che non tu non sia Rocky Marciano o Floyd Mayweather jr, qualche match lo perdi. La sconfitta spinge a farti delle domande, non sempre sono quelle giuste. Sei sicuro che hai perso perché l’altro era più forte? Sei sicuro di esserti preparato bene? Sei sicuro, sei sicuro, sei sicuro? La realtà è che continui a sperare in una risposta che giustifichi la sconfitta. Accettare la realtà è difficile”.

Il timore di lasciare una vita che hai fatto per tanti anni, quanto condiziona il rinvio di una decisione che, vista da fuori, sembra inevitabile?
“In questi due anni di pandemia, avendo avviato il mio nuovo lavoro, questa domanda me la sono fatta più volte. Mi mancherà il mondo che ho frequentato per tanto tempo? Un pugile non ammette mai quanto gli faccia piacere sentirsi al centro dell’attenzione. È un narcisista, tutti i pugili lo sono, compreso io. Chiaramente c’è un narcisismo che resta dentro confini accettabili e un altro che deborda. A questo atteggiamento psicologico si aggiunge, in modo decisamente più importante, la voglia di riscatto, la vita ti ha creato mille problemi e tu vuoi dimostrare di essere più forte di qualsiasi avversità. Narcisismo, voglia di vincere, voglia di dimostrare a sé stessi la capacità di farcela, desiderio di riscatto. Tutto questo ti porta ad allenarti, a soffrire, a combattere. A essere un pugile. Se smetti, pensi di perdere in un solo colpo tutto questo, di recidere il filo che ti lega a un modo di vivere che ti piace. È una tensione emotiva dura da gestire”.

Uno dei momenti chiave della tua carriera è la conquista dell’europeo. Cosa ricordi di quella notte?
“La prima cosa che mi viene in mente è la lunga battaglia sul ring. Ho sconfitto un campione: Matteo Signani, l’attuale detentore del titolo. Sono orgoglioso che la sua carriera, dopo quella sconfitta, sia decollata in modo così importante. Sono orgoglioso di avere fatto quel match, di avere vinto il titolo contro un pugile davvero forte”.

Quali sono state le armi che ti hanno aiutato a vincere quella sfida?
“La grande voglia di esprimermi. La mia testa e il mio corpo cercavano la ricompensa a una vita di sacrifici. E poi un desiderio che mi bruciava dentro, quello di fare un regalo a mio nonno”.

È stato il momento più bello della tua carriera, della tua vita?
“È stata una bella pagina della mia avventura pugilistica. Sono uno abbastanza duro con sé stesso. La gioia è sempre durata poco. Sceso dal ring mi sentivo contento, l’impresa mi aveva reso felice. Ce l’avevo fatta. Ma dopo poche ore già pensavo alla sfida successiva”.

Del mondiale contro Ryota Murata quali ricordi conservi?
“Una forte pressione da parte della stampa intera. Era una situazione a cui non ero abituato, come non sono abituati i pugili italiani di oggi. Non abbiamo adeguata esperienza a quel livello. Sono stato bersagliato dai giornalisti, in maniera positiva intendo. Devo ammettere che me la sono veramente goduta. E poi ricordo i personaggi che ho avuto la fortuna di incrociare. Mi sono sentito, anche se come ultima ruota del carro, parte di quel giro”.
Da cosa ti sei accorto che eri al centro di una grande avventura?
“Guardandomi attorno. Bob Arum, mister Honda che ha organizzato Tyson vs Buster Douglas, Jimmy Lellon jr, uno che ha presentato Tyson e Mayeather, alcune dalle più importanti televisioni che stavano riprendendo il match. Avevo la consapevolezza di essere all’interno di uno show a dieci stelle. Non a cinque, ma a dieci stelle”.

Quando hai tirato il primo pugno da professionista, sognavi questo?
“Non ho fatto il pugile pensando che ne sarei uscito senza avere realizzato qualcosa di importante. Mi sono talmente ispirato a Rocky che a un certo punto ho pensato che davvero Rocky potesse esistere in qualche angolo del mondo. Volevo essere il Rocky italiano. Ho cominciato a 18 anni, ero grande. Speravo di diventare un esempio per tanti ragazzi. Sentivo di potere realizzare qualcosa di buono in questo sport. Puntavo sempre e comunque in alto”.

Il 23 aprile 2007 l’esordio a Piacenza, contro Alex Herceg. Come è andata?
“Mi ricordo che lo colpivo con guanti che erano completamente diversi da quelli che usavo da dilettante. Quando entravano i cazzotti, dicevo: mamma mia, questi fanno proprio male. Ho preso pochi pugni, ma quando centravo con un cazzotto la capoccia di Hercef, mi dicevo: per la miseria, qui faccio disastri”.

Mentre lavoravamo al libro sulla tua vita, hai ripetuto più volte che quello contro Marcos Nader è stato un match molto importante per te. Perché?
“Sapevo di affrontare un ragazzo forte. E poi rappresentavo l’Italia in Europa. Non era la porta principale per il titolo continentale, era una porta un po’ più piccola, ma mi ha fatto sentire importante. Mi dicevo: la maggior parte degli italiani quando va fuori dal nostro Paese perde, girano il mondo e perdono. Io non voglio perdere. Mi sono allenato ripetendo all’infinito queste parole nella mia testa. Il 24 dicembre, a un mese dall’incontro, ho fatto alcune riprese di guanti con Giovanni De Carolis, poi sono tornato a casa e ho mangiato un piattino di pasta e vongole. Quella è stata la mia viglia di Natale. Era un’occasione troppo importante per sciuparla. Sono andato a Stoccarda per vincere, ci sono riuscito”.

Prima hai accennato a nonno Felice, un uomo determinante nella tua vita. Hai elaborato il lutto sino in fondo?
“Non so se ci sono riuscito, ma voglio raccontarti come mi sento. C’è una piccola differenza rispetto agli anni subito dopo la morte. Mi sono reso conto che quando perdi una persona importante, cerchi di fare il massimo per sentirla comunque vicino. Poi ti accorgi che con il passare del tempo la sofferenza non scompare, ma si presenta in modo diverso. Del rapporto con lui ricordo solo le cose belle. Il dolore che mi faceva stare sempre con la sua fotografia in mano, mi spingeva ad andare quattro o cinque volte al giorno a parlare con lui sulla sua tomba, era legato all’angoscia immediata, alla perdita che mi sembrava insopportabile. Quando mi sono accorto, come mi ripeteva nonno, che la vita è bella, ho capito che dovevo viverla non respingendo la felicità, ma accogliendola. Era il modo giusto per ricordarlo. Non sarebbe stato contento se mi fossi comportato in maniera diversa. Lui è sempre con me, ma in modo differente. E quando mi sento dire: Sei proprio uguale a nonno, mi emoziono, mi commuovo. Mi dà ancora una forza incredibile”.

L’11 luglio 2019 hai perso per kot 9 contro Marcus Morrison al Campo Pietrangeli del Foro Italico a Roma. Un match drammatico.
“È stato un segnale forte. Una brutta botta, ma voglio raccontarti un particolare. Prima del combattimento sono entrati nel mio spogliatoio Massimo Barrovecchio e Mauro Betti per fare un controllo del peso, per vedere gli sbalzi nelle ultime 36 ore. Ricordo che ho segnato 75,200 con scarpe da ginnastica, mutande e maglietta. Un normale reintegro sotto i tre chili. Lui ha fatto 81,600 ovvero nove chi di più. Ha vinto. Ho pensato che i ragazzi di oggi sono diversi rispetto a quello che ero io morfologicamente. È stato il primo campanello di un pensiero che mi ha portato a smettere. Poi, è arrivato il ko”.

Come riassumeresti in una frase quello che la boxe ha rappresentato per te?
Che lotta è la vita, come il titolo del nostro libro, ci va vicino. La vita è una battaglia e la boxe insegna come combatterla”.

Cosa diresti a un ragazzo che vuole fare il pugile?
“Proteggi i tuoi sogni, credici sino alla fine, sii sempre pronto a mostrare le tue qualità. Nela boxe servono perseveranza e costanza. La costanza è quella che ti porta ogni giorno ad andare avanti. Allenamento, corsa, dieta, sacrifici. La perseveranza entra in scena quando arrivano i momenti difficili, quando vai giù e devi rialzarti. La puoi riassumere con la frase che Mickey diceva a Rocky Balboa: “Figlio di puttana, non arrenderti mai!” Ecco ragazzo, se vuoi fare il pugile, preparati a lottare per realizzare i tuoi sogni”.

Se avessi avuto più potenza, la tua carriera sarebbe cambiata?
“Sarei diventato campione del mondo”.

Hai mai pensato a come sarebbe stata la tua avventura?
“Ci ho pensato tantissime volte. Mi sono fatto spesso una domanda”.

Quale?
“Ma come cazzo è possibile che non posso fare come Braccio di Ferro, che mangia spinaci e ribalta tutti? Alla fine la risposta è arrivata”.

E quale è questa risposta?
“Perché io sono Emanuele Blandamura e non Braccio di Ferro. La realtà non posso cambiarla. Ma sono soddisfatto di quello che ho fatto con i mezzi che ho avuto a disposizione”.

Cosa c’è nel tuo futuro?
Faccio l’istruttore, metto in atto il mio format One to one. Funzionale più pugilato. Il funzionale è quello che si avvicina di più alla boxe vera e propria. Il tutto serve a tenersi in forma, avere una muscolatura elastica, potente, scattante. E poi cerco di trasferire negli altri l’etica, la passione, la gioia che lo sport mi ha regalato in tutti questi anni”.

Programmi?
‘Voglio fare sempre meglio il mio ruolo di consulente per l’Opes. Porto avanti progetti per il sociale, insegno nelle case famiglia. Poi continuerò la promozione del nostro libo, Che lotta è la vita. E, infine, stiamo definendo le ultime questioni per portare nelle sale il docufilm sulla mia vita. Tanti progetti e una speranza”.

Dei progetti hai parlato, quale è la speranza?
Aspetto, ripeto: non dico mi aspetto, perché nessuno mi deve niente. Se dovessi essere chiamato a fare crescere il movimento del pugilato italiano nell’etica e nei valori che mi ha insegnato, io sono pronto. Non pretendo che qualcuno dica sei un campione, bravo. Prima di me altri hanno fatto le stesse cose, alcuni hanno fatto molto di più. Io aspetto un’eventuale chiamata della Federazione, se lo riterrà necessario. Vorrei essere una risorsa”.

La FPI punta sui pro’ ai Giochi, cambia il quadro tecnici e…

Il Consiglio Federale di ieri ha scelto l’equipaggio che dovrà gestire il viaggio verso Parigi 2024.
Il presidente ha annunciato il nuovo organigramma tecnico.
Ha indicato gli incarichi, senza specificare i nomi.
Non conosco la composizione del gruppo, a parte (perché reso ufficiale dallo stesso D’Ambrosi) l’ingresso di Patrizio Oliva come responsabile del settore Schoolboys.
Ma so che Emanuele Renzini sarà il responsabile della nazionale, sia per il settore maschile che per quello femminile.
La FPI cambierà le prospettive di lavoro.
Punterà di più sui professionisti, anche per le qualificazioni olimpiche. Agevolerà il passaggio dagli AOB ai pro’, un’operazione che potrebbe essere portata avanti stimolando il trasferimento attraverso la certezza di conservare il proprio status. Mi riferisco alla continuazione del rapporto con i Gruppi Militari di appartenenza. Il lavoro, in sintesi, sarebbe salvo anche scegliendo il professionismo.
L’intero sport italiano è in mano alle Forze Armate e ai gruppi di polizia.
Restando nei confini del pugilato, tutti gli atleti che hanno partecipato alle qualificazioni per Tokyo sono tesserati per questi gruppi (con il 61,53%, ovvero 8 su 13, inseriti nei quadri delle Fiamme Oro).
Mi hanno scritto molti maestri lamentandosi di non essere presi in considerazione nel momento in cui vengono selezionati gli elementi da portare in nazionale. Le società, mi hanno detto, già in palese difficoltà davanti a forze come i Gruppi Militari, non hanno voce in capitolo.
Il presidente afferma:
Ovviamente sarà fondamentale – come sempre – il lavoro certosino delle nostre società e dei nostri tecnici che, sono certo, sapranno individuare e crescere i giovani talenti. Non è retorica se affermo, e ormai lo faccio da tempo, che i successi del nostro movimento pugilistico italiano passano inevitabilmente attraverso l’impegno quotidiano della preziosa rete di affiliati e tesserati che operano sul territorio. 
D’Ambrosi dice questo pubblicamente, i maestri rispondono solo in via confidenziale. Chi appoggia l’attuale gestione sottolinea positivamente la politica federale, i contestatori si muovono sotto traccia. E così facendo non danno peso alle loro affermazioni. I sussurri non hanno valore.
Il CF ha deciso questo organigramma:
1 Direttore tecnico
1 Direttore sportivo
6 Tecnici responsabili dei vari settori
10/15 Tecnici a chiamata
2 Preparatori atletici
1 Nutrizionista
1 Fisioterapista
2 Medici

È un organico che definirei robusto.
Dal 13 al 24 di questo mese, a Budva in Montenegro, ci saranno gli Europei Youth uomini e donne. Qualità delle selezioni e numero dei partecipanti saranno la prima prova concreta che le promesse di cambiamento non sono solo parole.
Dal 24 ottobre al 6 novembre, Mondiali uomini a Belgrado, Serbia.
A seguire Mondiali donne (fine novembre/inizio dicembre), che non hanno ancora sede e calendario definito.
Saranno i due eventi che peseranno l’attuale valore degli Elite di casa nostra.
Per quel che riguarda il settore maschile non ci sono molte aspettative, non lo dico solo io, ma anche il presidente.
Il movimento pugilistico azzurro è ancora lontano da quella posizione di alto livello che meriterebbe in relazione alla sua gloriosa storia. Tanto che i Campionati mondiali elite – che si svolgeranno a fine anno – rappresenteranno impresa non facile, considerando che nella Nazionale maschile il primo timido tentativo di ricambio del parco atleti è cominciato nel 2017 e che il 2020 è stato praticamente un anno perso a causa del Covid.
Sarà il primo reale banco di prova dopo tre Mondiali e due Olimpiadi in cui siamo rimasti a guardare gli altri che venivano premiati.
L’AIBA ha recuperato solo a fine agosto la possibilità di far svolgere anche il Mondiale femminile entro la fine del 2021. Lì saremo più competitivi.
Irma Testa, Giordana Sorrentino, Rebecca Nicoli e Angela Carini sono un poker da cui si può partire per costruire una formazione in grado di battersi alla pari con le più forti.
Non spero in risultati immediati tra i maschi, sarebbe un atteggiamento infantile. So che per ritrovare una squadra in grado di competere con i migliori servono due cicli olimpici. Ma da come si affronta il percorso si può già capire quanto legittime siano le aspettative.
Continuando con i vecchi metodi, parlo degli ultimi sei anni, si ripeteranno i vecchi risultati. Zero podi per i maschi, isolati exploit per le femmine.
Il rinnovamento per arrivare a dama, deve trovare un coinvolgimento generale.
Nei fatti da parte dei federali, nella collaborazione da parte degli affiliati.
Siamo all’anno zero. È una situazione provocata dall’erosione cominciata dopo Sydney 2000, per colpa di una politica che ha puntato solo sull’immediato, incurante dei danni che questo atteggiamento avrebbe provocato a lungo termine. È arrivato il momento di scrollarsi di dosso ogni retaggio, ogni accettazione di suggerimenti che abbiano legami con il ventennio che ci ha crudelmente regalato la non partecipazione maschile a un’Olimpiade. Per la prima volta nella storia. È questa la macchia da cancellare, e non si può sperare di farlo senza allontanarci da tutto quello che oggi ci ha portato ad essere in fondo al gruppo.

Jeanette non ce l’ha fatta. Morta a 18 anni, dopo un ko

Jeanette non ce l’ha fatta. Ieri pomeriggio ci ha lasciati per sempre. Morta in seguito ai colpi ricevuti nel corso del combattimento di sabato a Montreal.
Jeanette Zacaries Zapata aveva 18 anni.
La ragazza messicana ha lottato per cinque giorni tra la vita e la morte in seguito a un ko subito sul ring di Montreal.
Aveva combattuto, al limite dei pesi welter, sabato allo stadio nella città del Quebec contro Marie Pier Houle (4-0-1, 2 ko).
La sudamericana aveva subito per i primi tre round, nel quarto l’azione della canadese si era intensificata. Era riuscita a chiudere all’angolo la rivale, l’aveva centrata con cinque colpi consecutivi, l’ultimo a guardia totalmente scoperta. L’arbitro, Albert Padulo jr, a mio avviso aveva tardato a intervenire.
Il ko era arrivato al secondo minuto della quarta ripresa.
Tornando verso l’angolo Jeanette era crollata al tappeto, aveva avuto delle convulsioni. Era stata immediatamente soccorsa da medici e paramedici che l’avevano sdraiata su una barella e con un’ambulanza l’avevano poi trasportarta all’Ospedale del Sacro Cuore.
Le sue condizioni erano apparse subito drammatiche, anche se sembra fosse giunta in ospedale ancora cosciente.
Per qualche ora i responsabili del Sacro Cuore non avevano rilasciato dichiarazioni.
Yvon Michel, portavoce del gruppo che ha organizzato la riunione, aveva poi detto: “La situazione non è buona, direi piuttosto che è critica, seria”.
Jeanette Zacaries Zapata era stata quindi ricoverata in terapia intensiva.
Poi ieri pomeriggio, Yovn Michel ha scritto su Twitter: “È con grande tristezza e tormento che abbiamo appreso da un rappresentante della sua famiglia che Jeanette Zacarias Zapata è morta. L’intero gruppo organizzativo è sconvolto da questo doloroso annuncio”.

Jeanette era arrivata a quella sfida con un record di 2 vittorie e 3 sconfitte. Aveva esordito nel pugilato professionistico a 15 anni.
Aveva sostenuto quattro match nel 2018, poi si era fermata per tre stagioni. Era tornata sul ring nel maggio scorso, perdendo per ko 6.
Poi, sabato notte, la tragedia.