Tokyo, abbiamo un problema… I giudici vanno contromano

Tokyo, abbiamo un problema.
Giudici e arbitri navigano a vista, quasi mai nello stesso mare.
E se fossero sulla terra andrebbero contromano.

Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi, comincia così il monologo di Ruger Hauer in Blade Runner.
Ho avuto la fortuna di vedere otto Olimpiadi estive, sono anziano e di cose che non posso immaginarmi ne sono rimaste davvero poche. Debbo comunque dire che questa edizione giapponese riassume al meglio alcuni dei lati più negativi del pugilato.
Carl Ruhen è un signore di 54 anni, rappresenta l’Australia in questi Giochi. È direttore del settore arbitri e giudici di quel Paese, tiene anche dei corsi in luoghi lontani. Può vantare tre stelle Aiba, ha insomma la documentazione giusta per sedere a bordo ring e stilare il suo cartellino.
Mi riesce difficile però capire perché oggi si sia trovato in disaccordo con i suoi quattro colleghi nell’intero match.
Si combatteva la semifinale dei pesi massimi tra il cubano Julio la Cruz e il brasiliano Abner Teixera.
Primo round.
Quattro giudici per il cubano, uno (Ruhen) per il brasiliano.
Secondo round.
Tre giudici per il cubano, due (lui e il mongolo, già protagonista di qualche svarione) per il brasiliano.
Terzo round, e qui entriamo nel mondo del mistero.
Quattro giudici per il cubano, uno (indovinate chi?) per il brasiliano.
Verdetto.
Quattro giudici per il cubano, il signor Carl Ruhen per il brasiliano (30-27!).
Salto le prime due riprese e arrivo subito allo show finale. Non so trovare un solo motivo per dare l’ultima ad Abner Texeira.
la Cruz lo ha dominato, lo ha sballottato per il ring, aggredito, colpito. È stato più attivo, più aggressivo, più consistente. Ma tutto questo non è basto all’arbitro australiano per segnare quel benedetto 10-9 in suo favore.
Ho visto il match assieme a quattro amici appassionati di boxe.
Il primo ha sostenuto un’interessante teoria.
“la Cruz ha l’alitosi e questo Cahen proprio non riesce a sopportarlo”.
Il secondo è andato sul tecnico.
“Il giudice australiano non gradisce l’idea che Julio sia un guardia normale in un Paese di mancini”.
Il terzo ha optato per una motivazione più fantasiosa.
“È se il cubano fosse stonato?”
Il quarto ha pensato bene di prendersela con me.
“E se fossi tu a capire poco di pugilato e il giudice avesse visto giusto?”
Ho risposto sereno.
“Potrebbe essere, te lo concedo. Ma allora il problema sarebbe ancora più grave, perché la Boxing Task Force (BTF) sarebbe costretta a mandare velocemente a casa gli altri quattro giudici: il mongolo Tserenkhand, il marocchino Abdellatif, il polacco Milczarek e l’irlandese MacDiarmada. E con loro, buona parte degli ufficiali di gara”.
La realtà credo, sia più semplice di ogni ironica interpretazione.
Tokyo, abbiamo un problema. Un enorme problema.
La BTF finora ha avuto una grande fortuna, anzi preferisco chiamarlo con il suo nome popolare: culo. Gli errori non sono stati pagati a caro prezzo. Spero che si continui così sino in fondo, ma il livello di arbitri e giudici è davvero poco in linea con una grande manifestazione come l’Olimpiade. Lo scandalo è sempre in agguato.

SEMIFINALI E FINALI MASCHILI

1 AGOSTO

Welter (69 kg) McCormack (Gbr) b Walsh (Irl) wo
Welter (69 kg) Iglesias (Cub) b Zamkovoi (Roc) 5-0
Mediomassimi (81 kg) Lopez (Cub) b Dominguez (Aze) 5-0
Mediomassimi (81 kg) Whittaker (Gbr) b Khataev (ROC) 4-1

3 AGOSTO

Piuma (57 kg) Ragan (Usa) b Takyi (Gha) 4-1
Piuma (57 kg) Batyrgaziev (ROC) b Alvarez (Cub) 3-2
Massimi (91 kg) Gadzhimagomedov (ROC) b Kheif (Alg) 4-1
Massimi (91 kg) la Cruz (Cub) b Teixera (Bra) 4-1
Finale
Welter (69 kg) Iglesias (Cub)b. McCormack (Gbr) 5-0

4 AGOSTO

Supermassimi (+91 kg) Jalolov (Uzb) vs Clarke (Gbr)
Supermassimi (+91 kg) Torrez (Usa) vs Kunkabayev (Kaz)
Finale
Mediomassimi (81 kg) Whittaker (Gbr) vs Lopez (Cub)

5 AGOSTO

Mosca (52 kg) Tanaka (Gia) vs Paalam (Fil)
Mosca (52 kg) Yafai (Gbr) vs Bibossinov (Kaz)
Medi (75 kg) Khzhniak (Ucraina) vs Marcial (Fil)
Medi (75 kg) Sousa (Bra) vs Bakshi (ROC)
Finale
Piuma (57 kg) Ragan (Usa) vs Batyrgaziev (ROC)

6 AGOSTO

Leggeri (63 kg) Davis (Usa) vs Bachkov (Arm)
Leggeri (63 kg) Cruz (Cub) vs Garside (Aus)
Finale
Massimi (91 kg) Gadzhimagomedov (ROC) vs la Cruz (Cub)

7 AGOSTO

Finali
Mosca (52 kg)
Medi (75 kg)

8 AGOSTO

Finali
Leggeri (63 kg)
Supermassimi (+91 kg)



Tokyo 2020. È giapponese la prima campionessa dei piuma

Ha vinto a sorpresa Sena Irie, ventenne studentessa giapponese. Pochi muscoli, grande temperamento.
Sconfitta la favorita Nesthy Petecio che in semifinale aveva eliminato Irma Testa.


Primo round alla giapponese, secondo alla filippina. Si arriva in parità agli ultimi tre minuti.
Sena Irie decide di giocarsi tutto, accetta la battaglia, a tratti va a cercare lei la filippina con colpi dritti e qualche serie al corpo. È una ripresa confusa, giocata più sulla forza di volontà che su quella dei colpi. Lega la Petecio, non fa un passo indietro la Irie.
Alla fine verdetto all’unanimità, ma di strettissima misura.
Sena Irie è del 2000, il 9 ottobre compirà ventuno anni. Ha scoperto la boxe da bambina, nel 2008, leggendo un fumetto che parlava di pugilato.
La chiamano il coccodrillo e sinceramente, dopo averla vista disputare la finale, non capisco il perché.
Unica nota stonata dell’ultimo atto della nuova categoria olimpica dei piuma, il cartellino dell’argentino Manuel Vilarino che non ha mai avuto dubbi: la sua preferenza è sempre andata alla pugile di casa, anche nel secondo round.
Lacrime in abbondanza sul ring e durante la premiazione.


Sena Irie abbracciava tutti e piangeva.
Nesthy Petecio si diceva orgogliosa (uk.sports.yahoo.com) di fare parte della comunità LGBT (lesbian, gay, bisexual e transgender), poi dedicava l’argento al suo coach e a un amico che se ne è andato per sempre poco tempo fa.
Sul podio a ricevere il bronzo, Irma Testa e la britannica Kariss Artingstall.

FINALE DONNE

Piuma (57 kg, finale): Irie (Gia) b Petecio (Fil) 5-0 (29-28, 29-28, 29-28, 29-28, 30-27)
Oro: Sena Irie (Giappone)
Argento: Nesthy Petecio (Filippine)
Bronzo: Irma Testa, Kariss Artingstall (Gran Bretagna)

Gli Usa per uscire dal tunnell puntano sul supermassimo…

Billy Walsh, coach irlandese, ha il compito di restituire agli Stati Uniti la gloria di un tempo.
L’hanno chiamato per ricostruire un sogno.


I pugili USA hanno vinto l’ultimo oro olimpico ad Atene 2004 con Andre Ward, nei mediomassimi. Poi nelle ultime tre edizioni dei Giochi hanno messo assieme solo tre medaglie: l’argento di Deontay Wilder nel 2008 a Pechino, quello di Shakur Stevenson unito al bronzo di Nico Hernandez a Rio 2016.. Con in mezzo lo Zero Assoluto di Londra 2012.
Parlo degli Stati Uniti, una potenza nella storia dello sport olimpico, 113 medaglie in totale, 40 in più di Cuba che è al secondo posto della classifica. Ma sono vittorie che appartengono al passato, ricordi di quando il pugilato andava sui network in chiaro e in diretta, di quando le sfide USA vs Cuba facevano audience più che rispettabili. Erano gli anni Settanta, quelli degli ori dei fratelli Michael e Leon Spinks, di Sugar Ray Leonard. La NBA era uno sport in crescita, ma niente dirette TV per le finali della pallacanestro, solo nastri registrati e mandati in differita dalle televisioni nazionali.


Poi sono arrivati Larry Bird e Magic Johnson nel 1979, Michael Jordan nel 1984 e tutto è cambiato. I giocatori hanno cominciato a guadagnare di più, l’esposizione mediatica si è moltiplicata e i ragazzi hanno preso quella strada, piuttosto che imbarcarsi nei rischi della boxe.
Il pugilato amatoriale con il passare del tempo ha attratto sempre di meno. Gli americani adorano la potenza, la forza fisica. Il baseball con i suoi battitori capaci di scagliare palle a una velocità tale da abbattere un muro, la NFL con la brutalità dei contrasti, la durezza degli scontri. Dall’altra parte ecco una boxe che ignora il knock down, mettendolo alla stessa stregua di un diretto tirato con poca convinzione, una boxe in cui l’assenza quasi totale dei ko è la regola. Anche questo contribuiva a fare calare l’indice di gradimento, ad attirare sempre meno ragazzi che col tempo avevano mutato i loro interessi. Il mondiale professionisti era diventato l’unico obiettivo, la medaglia olimpica non era più un sogno.
C’erano poi gli ostacoli interni. Gli Stati Uniti avevano, e hanno, un Centro Nazionale a Colorado Springs, ma la guida generale non era affidata a un solo tecnico. Ogni pugile aveva il suo allenatore, ogni allenatore aveva un suo metodo. È stata la prima battaglia che Billy Walsh ha cercato di combattere.. Ha provato a convincere i maestri a lavorare tutti assieme per lo stesso scopo, con lo stesso intento, con gli stessi criteri. Poi, finiti i Giochi, lui avrebbe restituito loro i pugili. Atleti che all’Olimpiade avrebbero guadagnato consapevolezza e popolarità.
Per stimolare i pugili ha usato vecchi metodi.
Ha parlato a lungo con loro, li ha convinti che le medaglie ai Giochi sarebbero state un passaporto importante nel passaggio al professionismo. Ha spiegato come di campioni del mondo tra i professionisti ve ne siano almeno quattro per categoria, mentre nel dilettantismo c’è un solo campione ogni quattro anni. Ha riempito le porte delle loro stanze di foto dei grandi del passato. Da Leonard a Foreman, Frazier e ovviamente a Muhammad Ali. La foto del più grande campeggia su un muro della palestra. È accanto a lui, a quell’immagine, che sognano di vedere la loro foto tutti i componenti della squadra. Adesso anche loro vogliono diventare grandi, vincendo un oro in una Olimpiade.
I supermassimi sono gli uomini copertina di una squadra. L’ultimo statunitense a conquistare l’oro nella categoria è stato Tyrrell Biggs che nel 1984 ha sconfitto Francesco Damiani nella finale di Los Angeles, dopo avergli scippato la vittoria ai Mondiali di Monaco 1982.
A Tokyo gli Stati Uniti sperano di finire questo lungo digiuno (non vanno a medaglia dal 1988, quando Riddick Bowe perse in finale a Seul contro Lennox Lewis). L’uomo della riscossa si chiama Richard Torres jr e ha appena battuto il cubano Dainier Pero nei quarti, medaglia di bronzo assicurata. Mercoledì 4 agosto affronterà il kazako Kamshybek Kunkabayev per guadagnarsi un posto nella finale che vale l’oro.
A lui Greg Bishop ha dedicato un lungo servizio su Sports Illustrated.
Lo allena da sempre il papà, Richard sr. Il signor Torrez non è in Giappone, ma ogni giorno parla con il figlio attraverso Zoom. Lo fa dalla palestra di famiglia, dove si sono allenati per migliaia di ore. Il ragazzo ha le idee chiare,
“Ho già vinto medaglie e so che le medaglie sono fantastiche. Ma non sono qui per vincere una medaglia, sono qui per conquistare l’oro. Questo è il mio obiettivo. Questa è la mia ambizione. Non vedo l’ora di parlare con mio padre per dirgli cosa sono riuscito a fare” ha dichiarato al Fresno Bee.
È un pugile fuori dagli schemi. Viene da una famiglia benestante, ha frequentato l’Università, quando gli è stato posto l’obbligo di una scelta, ha preferito la boxe alle possibilità di altri lavori.
Scrive Bishop.
Era iscritto al club di robotica e scacchi della Mission Oak High School di Tulare, in California. Risolve i cubi di Rubik in pochi minuti e adora i trucchi di magia, tipo mischiare i mazzi di carte e indovinare quella che avete visto. Ascolta Beethoven e i genitori sono due insegnanti. Una volta la madre gli ha chiesto: “Non fa male essere colpiti?”. “Certo”, ha risposto lui. “E cosa c’è che non va nel golf?” ha replicato la signora.
Altri due passi e potrebbe riportare gli States dove erano un tempo.
Ma sarà dura, il kazako è forte. È il numero 2 del mondo, mentre Torrez è solo il 17.
Il ragazzo insiste, non è un problema.
“Sono qui per l’oro, sono pronto”.
Billy Walsh lo guarda con rispetto, la devozione alla causa di Richard quasi lo commuove. Due dei suoi uomini sono già a medaglia, in corsa per realizzare un sogno. Il piano in fin dei conti potrebbe funzionare.

SEMIFINALI E FINALI MASCHILI

1 AGOSTO

Welter (69 kg) (Gbr) b Walsh (Irl) wo
Welter (69 kg) Iglesias (Cub) b Zamkovoi (Roc) 5-0
Mediomassimi (81 kg) Lopez (Cub) b Dominguez (Aze) 5-0
Mediomassimi (81 kg) Whittaker (Gbr) b Khataev (ROC) 4-1

3 AGOSTO

Piuma (57 kg) Ragan (Usa) vs Takyi (Gha)
Piuma (57 kg) Alvarez (Cub) vs Batyrgaziev (ROC)
Massimi (91 kg) Gadzhimagomedov (ROC) vs Kheif (Alg)
Massimi (91 kg) Teixera (Bra) vs la Cruz (Cub)
Finale
Welter (69 kg) McCormack (Gbr) vs Iglesias (Cub)

4 AGOSTO

Supermassimi (+91 kg) Jalolov (Uzb) vs Clarke (Gbr)
Supermassimi (+91 kg) Torrez (Usa) vs Kunkabayev (Kaz)
Finale
Mediomassimi (81 kg) Whittaker (Gbr) vs Lopez (Cub)


5 AGOSTO
Mosca (52 kg) 
Mosca (52 kg)
Medi (75 kg) Khzhniak (Ucraina) vs Marcial (Fil)
Medi (75 kg) Sousa (Bra) vs Bakshi (ROC)
Finale
Piuma (57 kg)

6 AGOSTO
Leggeri (63 kg)
Leggeri (63 kg)
Finale
Massimi (91 kg)

7 AGOSTO
Finali
Mosca (52 kg)
Medi (75 kg)

8 AGOSTO
Finali
Leggeri (63 kg)
Supermassimi (+91 kg)






Vince. Festeggia, salta, si sloga la caviglia. Niente semifinale…

In Italia erano passate da poco le 6 del mattino di venerdì, quando sul ring della Kokugikan Arena di Tokyo è andato in scena un piccolo grande dramma.


Lo speaker faceva il suo annuncio con la solita lentezza, prendendosi un attimo di tempo prima di comunicare la sentenza, il verdetto del quarto di finale dei pesi welter. “Vince… per split decisionn…..con il risutato di 4-1…. all’angolo rosso, Aidan Walsh”.
È in quei momenti che l’adrenalina pompa al massimo, ti senti padrone del mondo, il cuore ti scoppia di felicità.
Aidan (che è il fratello di Michaela, eliminata al secondo turno da Irma Testa nei pesi piuma) aveva appena sconfitto Marven Clair delle Mauritius e si era garantito la medaglia di bronzo. Irlanda in festa.
Walsh non tratteneva l’esultanza, saltava, saltava ancora.
Purtroppo atterrava male sul tappeto del ring, la caviglia sinistra si piegava in modo innaturale, cedeva. Un dolore sul momento sopportabile, l’euforia lo ricacciava indietro. Le cose però si complicavano quasi subito. Nello spogliatoio il dolore diventava più forte, l’irlandese doveva lasciare il Palasport su una sedia a rotelle. I primi comunicati del settore medico del team parlavano di una leggera slogatura.
Ieri avrebbe dovuto incontrare Pat McCormack, britannico. Il vincitore sarebbe andato a giocarsi la medaglia d’oro.
Ma questa mattina, a poche ore dalla sfida, non erano i pugni di un avversario a fermare Aidan, bensì una TAC che decretava la sua impossibilità a combattere.
Peccato


La saggezza di Irma, esempio per chi sa solo insultare

Dedico queste righe a tutti quei personaggi che lo scrittore americano Kurt Vonnegut descrive alla perfezione nel sua aforisma.
Ci sono troppi esseri umani che non vogliono ridere, che non riescono a pensare; vogliono soltanto credere, arrabbiarsi, odiare.

Ho letto su Corriere della Sera, Repubblica, Stampa, Gazzetta dello Sport, le interviste rilasciate da Irma Testa (foto FPI/Bozzani) agli inviati italiani a Tokyo. Non ero lì, non posso giurare sulla veridicità di ogni singola parola, ma tutte le interviste riportano gli stessi concetti.
Quando raggiungi la semifinale, in automatico pensi alla finale: fino a ieri ero tesa, ero ancora nel torneo. Ora invece voglio godermi questo podio: a freddo potrebbe piacermi ancora di più.
Dopo il prime round la Petecio mi ha sorriso, era rilassata ed era come se mi dicesse “tranquilla, ti sistemo io”. Quando l’ho vista venirmi addosso mi sono detta: nooo! Ha cambiato stile, si è messa a picchiare da vicino, era molto forte, era la campionessa del mondo. Lei ha cambiato tattica, io non ho saputo fare altrettanto, avevo la testa fissa al primo round, non ho cambiato marcia.
Negli ultimi anni ho cercato di non lasciare nulla al caso. Non è bastato, ma credo di essere stata quasi perfetta.
Ero piccolina, in Brasile. Confidavo nella medaglia più di quanto abbia fatto in Giappone. Ero un’illusa: c’erano avversarie più esperte di me, quell’approccio mi ha fregato. Adesso sono più matura: non ho dato nulla per scontato ed eccomi qui, sul podio. A parte la filippina che mi ha negato la finale, sono superiore nel fisico a tutte le altre.

Parole che confermano la maturità di Irma Testa, capace di analizzare con eleganza e sportività la sua grande Olimpiade.
Esce dai Giochi davvero a testa alta Irma, talentuosa sul ring, saggia nelle dichiarazioni.
Altrettanto non può dirsi di qualche avventuriero dell’insulto. Mai vincente, soprattutto quando sfida la lingua italiana.

Tokyo 2020. Irma, una sconfitta crudele ma giusta

Fuori sul più bello. Quando c’era da mangiare il dolce, Irma Testa si è alzata da tavola e se ne è andata. Voglio dire subito un paio di cose, tanto per essere chiaro.


Nesthy Petecio ha vinto con pieno merito, Irma Testa (foto FPI/Bozzani) rimane una pugile di enorme talento.
Una sconfitta non cancella le tante cose belle viste in questa Olimpiade. Ha boxato per tre match da regina, non si può dimenticare tutto per due riprese andate male. Per un intero round, il primo, ho pensato che niente e nessuno avrebbe potuto toglierle la finale dei Giochi.
Tre minuti fatti di pochi, pochissimi colpi. Un grande senso di cose incompiute, il silenzio di pugni che non arrivavano, l’attesa non ripagata di quegli uno-due che ci avevano entusiasmato. Eppure quella prima ripresa mi aveva confortato. L’unica ad avere fatto qualcosa era stata Irma, l’unica ad andare a segno, l’unica a incidere sull’incontro. La firma su quel primo round era la sua, i giudici concordavano. Stranamente tutti si ritrovavano dalla parte giusta.


La filippina cambiava radicalmente atteggiamento nella seconda ripresa. Entrava in battaglia, si toglieva dalla testa l’idea che potesse sconfiggere la rivale aspettandola. E allora, via. Dentro al cuore della sfida. Con coraggio, determinazione. Per carità, anche con un pizzico di confusione, ma con tanta voglia di vincere.
La Testa sembrava bloccata, nei colpi e nella gioia che le sarebbe servita per inseguire la conquista. Si intristiva nell’animo. Sembrava timida davanti alla guerriera che era appena scesa in campo. La Petecio mulinava le braccia, le si avventava addosso come un torello infuriato. Ecco, pensavo a torto, cara filippina vuoi rovinarti da sola. I colpi di incontro dell’azzurra sono le armi migliori del suo repertorio. Ma cosa stava accadendo, maledizione. L’altra era costantemente in attacco, accorciava la distanza e a volte colpiva. La determinazione ritrovata negli ultimi tempi da Irma Testa era improvvisamente sparita, proprio nel momento più importante della sua intera carriera sportiva, .


Pari. Ci si giocava tutto nell’ultimo round. Sarebbe servita l’azzurra dei tempi migliori, quella che puniva ogni sconsiderata che provasse ad attaccarla, quella che, implacabile, infilava i suoi lunghi colpi sulla faccia della nemica di turno. Davanti aveva una rivale forte, una campionessa del mondo in carica, una donna che aveva una fame maledetta di successo. L’italiana avrebbe dovuto mettere sul piatto l’applicazione pratica della sua bravura, la capacità di concretizzare un talento superiore, la voglia assoluta di fare capire a Nesthy Petecio e al mondo chi fosse la più forte.


Purtroppo non è andata come speravamo, come lei sognava. Irma Testa è uscita sul più bello, a un passo dal giocarsi l’oro olimpico.
Niente da recriminare, ma nel cuore mi resta un’impalpabile sensazione di felicità inespressa. In finale martedì 3 agosto avrebbe potuto esserci lei, la ragazza di Torre Annunziata. Il match con la Petecio lo ha dimostrato. Ma non è certo delusione quella che sto provando, non sarebbe nè giusto nè corretto. Nel pugilato bisogna ricordarsi tutti i momenti di ogni singolo match, non solo i colpi dell’ultimo round. Irma ha fatto una grande Olimpiade. Peccato solo si sia alzata da tavola quando stavano portando il dolce, non l’ha neppure assaggiato.

PESI PIUMA (semifinale, 57 kg) Nesthy Petecio /Filippine) b. Irma Testa 4-1.

Tokyo 2020. Irma, talento e istinto per vivere il sogno

“Irma sembra triste anche quando sorride” mi dice un amico, sussurrando ogni parola come se stesse rivelando un segreto. Non l’ha mai incontrata, non le ha mai parlato. L’ha vista in televisione o sui giornali. Ha letto o ascoltato le sue interviste in quest’orgia di parole importanti e giudizi definitivi che la magia di ogni Olimpiade si porta dietro.

Quel velo di malinconia l’ha colpito più delle lacrime di gioia, delle braccia al cielo. Più delle schivate al millimetro, degli attacchi in controtempo, degli uno due da incontrista di razza pura.
Per centrare l’obiettivo devi leggere dentro te stesso, capire cosa realmente vuoi. Il traguardo si raggiunge con una difficile miscela di sottrazioni e accumulo. Devi rinunciare ai dubbi, alle false verità, all’eccesso di certezze. Devi trovare piacere nel sacrificio, nella voglia di conoscere, nella distribuzione delle forze, nella gestione del talento.
Parlavo l’altro giorno con Lucio Zurlo, mi diceva una frase che solo la saggezza del mago poteva generare.
Gli chiedevo: Perché?
Mi rispondeva: Perché adesso boxa come lei è.
Traduco. Sul ring è finalmente riuscita a recitare la parte di Irma Testa (foto FPI/Bozzani), a concretizzare il talento che ha sempre avuto, a divertirsi, a muoversi seguendo quello che le suggerisce l’istinto. Che poi è la sua grande forza.
Scivolando sull’onda come un’esperta surfista, è arrivata in semifinale. L’ha fatto seguendo un percorso difficile, pieno di trappole che potevano spezzare sogni e spingere verso la tristezza. È lì con pieno merito.
Domani lungo la strada che potrebbe portarla vicino al Grande Sogno, troverà l’ennesima cliente scomoda di questo torneo olimpico che le ha posto continui ostacoli, non concedendo il minimo favore. Chiedeva un attimo per riprendere fiato, dovrà continuare a correre come copione impone.
Chi è che vuole rovinare la festa?

Si chiama Nesthy Alcayde Petecio, ha 29 anni e viene dalle Filippine.
Mancina, abile in difesa e soprattutto paladina di un pugilato attendista.
Maledizione, anche questo!
Irma, si sa, preferisce rivali arrembanti. Adora mandarle a vuoto con un leggero movimento del corpo, per poi fare un passo di lato, riprendere la coordinazione e punirle con colpi che fanno punteggio e danno sicurezza.
Con la Petecio vista finora, non potrà farlo.
E allora, si cambia.
A Parigi, un mese fa, la Testa ha dimostrato di sapere eseguire alla perfezione qualsiasi schema tattico. Saprà, a maggior ragione, farlo anche in un match che vale una carriera.
Nesthy è più piccola, più robusta, più tosta fisicamente.
È la campionessa del mondo in carica, ha vinto l’oro a Ulan-Ude nel 2019 superando in finale Liudmilla Vorotsova. Cinque anni prima aveva conquistato l’argento. Ha un medagliere importante che impone rispetto.
La boxe l’ha scoperta a sette anni, seguendo il fratello Nolan e la sorella Nicezza in palestra. Un papà agricoltore, una mamma casalinga. E lei che fa l’atleta a tempo pieno, guadagnando abbastanza da portare a casa un importante contributo economico.
A Tokyo 2020 ha sconfitto nei quarti Lin Yu-ting, numero 1 della classifica mondiale. Eppure in Giappone la Petecio ha rischiato di non arrivare. Ai Giochi Asiatici del 2018, in Indonesia, è stata sconfitta per ko al primo round nel match d’esordio e ha detto basta.
“Ho provato una delusione tremenda. E allora, ho smesso. Mi sono messa a cercare un lavoro” ha confessato a un giornale filippino.
Nolito Nolasco, il coach, l’ha convinta a tornare in palestra.
E adesso eccola qui, decisa ad andare sino in fondo.
“Non puoi dire che sia finita, fino a quando non trovi l’oro”, è il mantra che ripete a sé stessa negli spogliatoi, prima di salire sul ring.
Ha una grande determinazione.
Irma sa di avere fatto qualcosa di importante, ma sa anche che non è ancora finita.
Ora c’è la parte più bella, la più difficile.
“Non pensare al mondo, pensa a te stessa e continua a divertirti” le ha detto in videochiamata Lucio Zurlo. E, si sa, al mago non si può disubbidire.
Irma Testa da Torre Annunziata è arrivata a metà della salita, guarda la cima.
È sempre più vicina.

PESI PIUMA (domani, 31 luglio) Semifinale (6:39 ora italiana) Irma Testa vs Nesthy Alcayde Petecio (Filippine).

Tokyo 2020. Rebecca, fuori a testa alta contro la numero 1

Rebecca Nicoli esce dall’Olimpiade a testa alta, dimostra di essere competitiva anche contro la numero 1 del mondo. Kellie Harrington corre verso l’oro, la ragazza azzurra regge il confronto.

L’irlandese vince con pieno merito, anche se lungo il cammino lascia qualche dubbio.
In controllo nel primo e nel terzo round, la Harrington mette sul piatto una boxe attenta, fatta di rari ma precisi colpi. Veloce di braccia, porta pochi pugni ma va quasi sempre a bersaglio. Ha velocità di esecuzione, ottima gestione tattica del match, scelta di tempo efficace. Fa forse un uso eccessivo di mossettine. Scelta dettata più dalla necessità di dare un’impressione di sicurezza, che dalla voglia di mettere in atto un’azione d’attacco. Non sempre infatti riesce a uscire dallo scambio con il pugno in più.
Non ci riesce soprattutto nella seconda ripresa, round in cui Rebecca porta un maggiore numero di colpi, una buona percentuale dei quali va a segno tanto da farle meritare l’assegnazione di una preferenza. Nessuno dei cinque giudici è della mia idea.
Il grande Rino Tommasi dice: “I giudici hanno due possibilità. Essere d’accordo con me, o sbagliare”. Non arrivo a tanto, Rino è di un altro livello, ma lasciatemelo dire. Un 29-28, chiaro e meritato per l’irlandese, avrebbe fotografato meglio questa sfida. Caso strano, uno solo dei cinque uomini del cartellino, il cinese Guo Zhang, è d’accordo con me. Ma lui il punto in favore dell’italiana lo vede nel terzo round, quello vinto più chiaramente dall’irlandese….
Fuori dunque, con un futuro a cui guardare con ottimismo, anche Rebecca Nicoli.
Rimane in corsa Irma Testa. Domani all in, tutto sul piatto dei Giochi.
Questo Poker di Donne azzurro merita rispetto.

PESI LEGGERI (60 kg, ottavi di finale) Kellie Harrington (Irlanda) b. Rebecca Nicoli 5-0.

Tokyo 2020. Per Rebecca c’è la n. 1, sarà un’alba di tensione

Kellie ha 32 anni.
Viene dall’Irlanda. Abita a Dublino, dove lavora non a tempo pieno nell’Ospedale Psichiatrico di St Vincent come addetta alle pulizie. L’altra parte della giornata la dedica all’attività che le ha salvato la vita.


Era una ragazza vivace, con un’innata predisposizione a mettersi nei guai. I genitori hanno pensato le servisse qualcosa in cui impegnarsi, fisicamente e psicologicamente, qualcosa che le insegnasse il rispetto per sé stessa e per gli altri. A 15 anni è entrata in una palestra di boxe e ha trovato la strada giusta per tornare a godersi la vita.
Oggi Kellie Ann Harrington è la numero 1 del mondo nei pesi leggeri, la grande favorita per la corsa all’oro in questa Olimpiade.
Ha vinto il mondiale 2018 nella sua categoria attuale, due anni prima aveva conquistato l’argento tra i superleggeri.
Lo scorso mese, nelle qualificazioni di Parigi per Tokyo 2020, ha sconfitto in finale Caroline Dubois, atleta dalle grandi qualità, l’inglese che aveva eliminato Rebecca Nicoli nei quarti.
Mancina, Kellie spesso boxa in guardia frontale.
È un’attaccante, ha forza esplosiva nelle gambe, velocità di braccia, buon movimento sul ring.
Carattere forte, impone il suo stile contro molte avversarie.
Ecco, questo è un veloce ritratto della Harrington.
Domani mattina sul ring, contro di lei, ci sarà Rebecca Nicoli.
Ha vinto il match di esordio, quello che la opponeva a Esmeralda Falcon Reyes.
Così ho raccontato quella sfida.
Un colpo alla volta, un colpo alla volta.
Prima il gancio destro, poi il gancio sinistro. Poi un diretto sinistro.
Precisi, puliti, a segno.
Rebecca Nicoli è andata a prendersi la vittoria senza affanno, macinando un pugilato di qualità.
L’arrembante sudamericana pressava in continuazione, ma non aveva né la tecnica, né la scelta di tempo di Rebecca. È stato un combattimento intenso, senza pause, piede sull’acceleratore e via.
Una corrida di sofferenza sul piano fisico, non certo su quello del punteggio.

E adesso arriva Kellie Harrington.
Altro spessore tecnico, altra personalità, altra esperienza.
Ma Rebecca non si spaventa. Lei è una guerriera. Sono sicuro che darà battaglia, anche se sono altrettanto certo che sarà dannatamente dura.

PESI LEGGERI (domani, 30 luglio ore 4:00 del mattino in Italia) Ottavi di finale: Rebecca Nicoli vs Kellie Harrington (Irl).

Tokyo 2020. L’Aiba non c’è, ma il caos arbitri/giudici resta

Arbitri e giudici rappresentano un grosso problema per i Giochi di Tokyo 2020.

L’AIBA ha bloccato da cinque anni, a livello internazionale, i trentasei ufficiali di gara che hanno lavorato a Rio 2016. Da un paio di settimane è in corso un’inchiesta dell’Ente, guidata dal canadese Richard McLaren, il professore di diritto che è a capo della McLaren Global Sport Solutions (MGSS). L’agenzia investigativa indagherà sulle denunce di irregolarità nel giudizio e nell’arbitraggio dell’Olimpiade brasiliana.
Un primo rapporto si dovrebbe avere entro la fine del prossimo mese.
Nel frattempo la boxe va avanti.
In Giappone sono arrivate le seconde linee.
Si è giunti alla designazione del gruppo di giudici/arbitri attraverso un sorteggio.

Ne sono venuti fuori due rappresentanti per Mongolia, Argentina, Marocco, Stati Uniti, Australia, Cuba, Kazakhistan, Algeria. E poi ufficiali di gara dal Perù, Sri Lanka, Tajikistan, Indonesia più altri altri sedici.
In totale sono trentasei. Non c’è un italiano.
Il sorteggio è stato gestito dalla Boxing Task Force del Comitato Olimpico Internazionale.
I designati non hanno avuto molte occasioni per esercitarsi in tornei internazionali e, paradossalmente, sembra sia stato proprio questo uno dei principali motivi per cui il CIO li ha inserita nella cosiddetta long list da cui sono poi stati estratti i trentasei nomi.
Non erano tra i trentasei di Rio 2016 per i quali, lo ricordo, non sono ancora stati pronunciati né giudizio, nè eventuali condanne. Non erano cioè tra quelli che rappresentavano il meglio del gruppo.
Vergini da ogni dubbio.
A Tokyo 2020 opera un gruppo di livello tecnico non elevato.
Lo dicono i numerosi 3-2, lo dicono i verdetti con sei punti di differenza tra i giudici per un match che dura tre round, lo dicono i modi con cui si muovono alcuni arbitri sul ring.

Credo, ad esempio, che l’ultimo colpo subito da Vassily Levit negli ottavi dei pesi massimi, martedì contro Emmanuel Reyes, un arbitro più esperto del colombiano Wulfren Olivares Perez (lo stesso che non ha contato la Hung finita al tappeto per un colpo della Sorrentino) avrebbe potuto evitarlo. Lo spagnolo ha portato un primo destro, il kazako ha chiaramente piegato le gambe. In una sfida tra dilettanti l’arbitro normalmente conta il pugile per il solo fatto che ha subito un colpo potente. Ma Perez era lontano dall’azione. E così Reyes ha potuto portare un secondo destro e poi cercare di chiudere con un terzo. Levit ha subito un knock down, si è rialzato traballante, ha subito una punizione che poteva essere limitata se solo Perez fosse interventuo dopo il primo colpo.

Che dire poi della signora Nelka Shiromala Thampu, dello Sri Lanka. Non si è accorta del tentativo del marocchino Youness Baalla di mordere lo zigomo di David Nyika, durante i sedicesimi del torneo dei pesi massimi. L’africano è stato squalificato solo a match concluso, con vittoria ai punti del neozelandese, dalla commissione della Boxing Task Force.


E ancora.
Pesi piuma. Ottavi di finale.
Staniia Nikolaeva Petrova contro Ymarias Casteneda.
Due giudici vedono la bulgara vincere tutte le riprese, altri due vedono la sua avversaria vincere tutte le riprese. Sei punti di differenza in tre round!
Decide il quinto giudice che assegna il verdetto alla Castaneda.
Questo e atro hanno fatto gli ufficiali di gara, in alcuni casi ne sono rimaste vittime le azzurre.
Dopo cinque giorni di competizione l’inadeguatezza del gruppo ha già dato i suoi segnali.
A Rio de Janeiro accadde il disastro, ma nessuno ha mai pensato di annullare i risultati di quella Olimpiade. I peccati dell’AIBA sono stati portati alla luce da un’inchiesta del CIO, che ha sospeso a tempo indeterminato l’Ente.
Ma è lo stesso CIO che giudica l’AIBA inadeguata a gestire il torneo olimpico di Tokyo 2020, ad avventurarsi su un curioso percorso. Ha sospeso l’AIBA, ma ha adottato i risultati di Mondiali e campionati continentali, gestiti dalla stessa associazione, per stilare le classifiche che hanno garantito il ripescaggio o addirittura la selezione di molti pugili che stanno combattendo in Giappone.
Mi sembra un’incongruenza. E pure grande.
E non è finita qui, ne sono convinto.