L’Europa è di Mazzinghi. Accadeva 55 anni fa…

È il momento chiave della terza vita pugilistica di Sandro. I titoli continentali confermano quanto giusta sia la strategia di Adriano Sconcerti. Sono incontri che portano nuova popolarità e importanti guadagni. E offrono anche l’occasione per fare il salto verso un nuovo sogno mondiale.
Per arrivare alla sfida contro Jo Gonzales il Ciclone di Pontedera deve superare un percorso a ostacoli.

Venerdì, 17 giugno del ’66.
Mazzinghi conquista il titolo europeo battendo Yoland “Yves” Leveque a Roma.
Il campione è un francese di Mont St Quentin nella Picardia, uno che si è comportato con onore contro I migliori: Robinson, Visintin, Folledo. Incontrista di scuola francese, buon tecnico, discreto pugno, è giudicato come uno dei più bravi pugili della regione.

Entrato in palestra a 16 anni, divide la passione sportiva tra boxe e atletica leggera. In passato si è allenato con Alain Mimoum, oro nella maratona a Melbourne ‘56, e Michel Jazy, argento sui 1500 a Roma ‘60.
Fuori dalle sedici corde il suo idolo è George Brassens, mitico cantautore e poeta francese, autore di Les Copains d’abord, Le gorille, Les amoureux des bancs publics.”

Un buon pugile, ma contro Sandro resiste fino al dodicesimo dei quindici round previsti, poi abbandona. Il suo angolo lancia l’asciugamano in segno di resa.
Sandro Mazzinghi è il nuovo campione europeo dei pesi superwelter.


(da “Anche i pugili piangono” di Dario Torromeo, la drammatica ed esaltante vita di Sandro Mazzinghi)

Jpeg

È di Gabe Rosado il ko più sorprendente dell’anno…

Sabato notte, Don Haskins Center, El Paso, Texas.
Sul ring Bektemir Melikuziev, 25enne uzbeko residente in Carlifornia. Argento nei medi all’Olimpiadede di Rio. Imbattuto da professionista (7-0, 6 ko), strafavorito. I bookmaker pagano la miseria di 1.09 ogni dollaro puntato su di lui.
L’altro pugile si chiama Gabriel Rosado, detto Gabe. Ha 35 anni e un record di 25-13-1, 15 ko. I suoi tempi migliori sono passati. Dal 2013 a oggi ha un record di 4-8-1. In lavagna lo danno a 12/1. Pagano dodici volte la posta nel caso dovesse vincere.
In palio i titoli WBA Continental e WBO International dei supermedi.
L’arbitro è Rocky Burke.
Le cose vanno come previsto nel primo round. Rosado le prende e va knock down.
Subisce anche nella seconda ripresa.
L’incontro si chiude dopo 1:21 del terzo round, ma non nel modo che tutti pensavano dovesse accadere.
Sull’attacco del mancino uzbeko, Gabe indietreggia sino all’angolo, poi spara un destro che è una fucilata. Melikuziev viene centrato al mento e va giù, faccia in avanti.
È finita.
Gli scommettitori ottimisti, assieme agli amici di Rosado, vanno all’incasso. Lui continua a saltare su ring come un indemoniato. Ha appena fatto bingo.

Trovato l’avversario. Sabato Vianello combatte a Las Vegas

Una buona notizia per Guido Vianello.
La Top Rank di Bob Arum lo ha inserito nella riunione di sabato 26 giugno, al Virgin Hotels di Las Vegas, imperniata sul match in 12 riprese tra Vasyl Lomachenko (14-2-0, 10 ko) e Masayoshi Nakatani (19-1-0, 13 ko) al limite dei pesi leggeri.
L’avversario del peso massimo romano (7-0-1, 7 ko) sarà Marlon Williams (6-1-0, 3 ko). Ha 37 anni, è nato a Warren in Ohio il 23 novembre 1983.
Ha esordito tra i professionisti il 20 giugno 2016, nei primi due anni di attività ha combattuto cinque volte: quattro vittorie e una sconfitta (ai punti in 4 riprese per MD contro Charles Dale, 4-1-0). Poi è stato fermo per poco più di due anni. È tornato sul ring il 12 gennaio 2019 e ha battuto ai punti in 4 round Vercel Webster che era al debutto. L’8 febbraio 2020 ha sconfitto Rayphord Johnson (12-26-0), sempre ai punti in 4 riprese.
Nella classifica dei pesi massimi mondiali è al numero 309, in quella statunitense è 86. Un passo in avanti rispetto a Dante Stone (rispettivamente 362 e 100), il peso massimo dell’Arizona che il romano avrebbe dovuto affrontare sabato scorso, il pugile scomparso nel nulla. Non si è presentato alle operazioni di peso, non ha avvertito della sua rinuncia, non ha mandato alcun messaggio.
In 48 ore l’organizzazione che ha sotto contratto Vianello gli ha trovato avversario e un posto all’interno di una riunione importante. Nello stesso cartellone la sfida in 10 round tra i pesi medi Zhanibek Alimkhanuly (9-0) e Rob Brant (26-2-0).
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La finzione vende più della realtà. Uno sport senza cultura

Una palla di neve lanciata giù dalla montagna può diventare una valanga.
È quello che sta accadendo al pugilato.
Un’esibizione, che male potrà mai fare un’esibizione?
Si parla di boxe, finalmente…
E così arriva Floyd Mayweather jr che riempie il suo conto in banca salendo sul ring contro Conan McGregor che non aveva mai disputato un incontro di pugilato, contro Logan Paul la cui professione è You Tuber.
Iron Mike Tyson fa con Roy Jones jr, 106 anni in due.
Ho appena scoperto che Julio Cesar Chavez sr ha affrontato Hector Camacho jr in quattro riprese da due minuti allo Jalisco Stadium di Guadalajara. Indossavano caschetti protettivi, ma come nelle migliori sceneggiate prima che iniziasse l’ultima ripresa Chavez lo buttava via, chiamava al suo angolo Saul Canelo Alvarez e incitava Camacho jr a scambiarsi colpi veri.
Ma non finisce qui, l’11 settembre vedremo sul ring Oscar De La Hoya contro l’ex campione di arti marziali Vitor Belfort.
Bill Cody molto tempo fa aveva messo in piedi qualcosa di simile.
L’aveva chiamato Buffalo Bill’s Wild West. Un circo in cui gli unici attori reali erano i bufali. Poi c’erano cowgirl che il West selvaggio non l’avevano mai visto neppure in cartolina, indiani che non erano mai scesi più a sud di Boston e si prestavano a recitare la parte di quelli che sono sempre brutti e cattivi.
Una sceneggiata spettacolare, ma finta.
In queste esibizioni di pugilato fatico a trovare lo spettacolo.
I soldi però girano e sono tanti per chi si presta, per chi ci mette la faccia, per chi vende il suo passato.
È il segno della decadenza del pugilato.
Se la finzione ha più successo della realtà, significa che il bisogno di eroi gli appassionati lo soddisfano nei ricordi, nelle pantomime, nella fiction.
Perché di eroi veri in giro ne sono rimasti pochi.
Ma anche perché quei pochi recitano per un gruppo sempre più ristretto di persone, sono attori solo per quelli che possono permettersi di pagare 50 dollari una serata davanti alla tv. È stata azzerata la passione popolare, quella delle gradinate, degli ultimi anelli, dei giovanotti che scavalcavano gli steccati per urlare il nome del proprio eroe. Oggi i signori della boxe gestiscono una compagnia di giro per una minoranza ricca. Come lo sono loro, i pochi protagonisti e la banda dell’alfabeto messa lì solo per dare una passata di vernice chiamata ufficialità.
Lasciando spazi sempre più ampi alla finzione, tradendo i principi base del pugilato. Rispetto, massimo impegno, lotta al meglio delle proprie possibilità. Il popolo della boxe, spaesato, confuso, non riesce più a distinguere il vero dal falso, il campione dal mestierante. E applaude, applaude, insultando chi non la pensi come loro. La cultura pugilistica è diventata merce rara, si confonde il finto con il vero. Basterebbe fermarsi un attimo per capire che se tutti sono campioni, in realtà nessuno lo è. Perché il campione è un’eccezione, non la norma.
Buona domenica.

Aperta un’inchiesta su arbitri e giudici, scandalo mondiale…

Umar Kremlev, presidente dell’AIBA dallo scorso dicembre, ha affidato a Richard McLaren, l’uomo che ha investigato sul doping in Russia e sullo scandalo della Federazione mondiale pesi, un’inchiesta sulle accuse di corruzione durante i Giochi Olimpici di Rio 2016. La McLaren Global Sport Solutions (MGSS), l’agenzia investigativa fondata dal professore di diritto canadese, indagherà sulle denunce di irregolarità nel giudizio e nell’arbitraggio dell’Olimpiade brasiliana.
Nel corso di quell’edizione dei Giochi ci sono state violente contestazioni sui verdetti.
A tre giorni dalla conclusione del torneo, l’AIBA sospendeva i sette giudici/arbitri più affermati, i cosiddetti cinque stelle, i capi.
Mik Basi (Gbr), Kheira Sidi Yakoub (Alg), Michael Gallagher (Ire), Mariusz Gorny (Pol), Vladislav Malyshev (Rus), Gerardo Poggi (Arg) e Rakhymzhan Rysbayev (Kaz). Facevano parte del gruppo soprannominato i Magnifici Sette, i capi dell’intero sistema. Sono rimasti a Rio, ma non hanno più officiato. Hanno un regolare contratto con l’Aiba con uno stipendio fisso di 5.000 dollari l’anno, più un bonus di 500 dollari per ogni match arbitrato nelle WSB o di 1.000 per quelli che li vedono impegnati nell’APB”, scriveva il giornalista bulgaro Ognian Georgiev su Fightnews.
Successivamente l’AIBA prendeva un altro duro provvedimento, così annunciato in un comunicato ufficiale: “I risultati dell’indagine attualmente in corso consentiranno all’AIBA di valutare pienamente quali possano essere le misure finali da adottare. Nel frattempo è stato deciso che i 36 giudici e arbitri che sono stati utilizzati nell’Olimpiade brasiliana non potranno officiare in qualsiasi evento Aiba fino a quando l’indagine non avrà la sua conclusione e le commissioni non sanciranno ulteriori misure da adottare nei confronti di chi ha sbagliato.”
Sono passai quasi cinque anni da quel documento e i 36 arbitri non sono stati ancora totalmente reintegrati a pieno titolo. Molti di loro hanno chiesto spiegazioni ufficiali, hanno preteso il risultato dell’indagine, hanno minacciato di andare in tribunale.
L’AIBA ha continuato a tacere.
Se tutti gli arbitri e giudici, compresa la classe dirigente, è stata sospesa e mai reintegrata, come possono essere considerati validi i risultati del torneo olimpico officiato da dirigenti che la stessa AIBA ha giudicato non all’altezza?
Le soluzioni sono due: o sono colpevoli e vanno squalificati, o sono innocenti e vanno reintegrati. Nel primo caso i risultati di Rio vanno azzerati e le medaglie restituite al CIO, nel secondo l’AIBA deve prendersi le sue responsabilità e fronteggiare le cause di risarcimento in arrivo da parte di chi era estraneo alla vicenda.
I vincitori meritavano davvero quelle medaglie?
E chi è stato ingiustamente fermato, come può rivalersi?
Non è finita qui. Le Monde e Bulgaria Today, tempo fa, hanno pubblicato i risultati di una loro inchiesta. Negli articoli, i giornali affermavano che Karim Bouzidi, direttore esecutivo dell’AIBA al tempo dei Giochi brasiliani, avrebbe chiesto arbitri e giudici diversi da quelli designati per alcuni match e avrebbe esercitato il suo potere per condizionare gli stessi arbitri e giudici.
Il dirigente di origini berbere, ex commerciante lanciatosi a capofitto nel mondo del pugilato, veniva rimosso il 18 agosto 2016 dal suo ruolo.
Questo, in quell’occasione, il comunicato ufficiale.
In seguito alla decisione presa dall’AIBA, decisione riguardante una nuova valutazione dei giudici e arbitri impegnati nei Giochi Olimpici di Rio 2016, i vice presidenti e il Comitato Esecutivo hanno deciso con effetto immediato di riassegnare l’attuale direttore esecutivo (Karim Bouzidi, ndr) a un nuovo incarico all’interno dell’organizzazione. Di conseguenza, le responsabilità operative per il resto dell’Olimpiade saranno affidate al più anziano Vice Presidente AIBA, Franco Falcinelli, Presidente della Confederazione Pugilistica Europea“.
Le Monde e Bulgaria Today affermavano quindi che Bouzidi non usciva dall’AIBA, ma rimaneva in qualità di consulente del presidente poi dimissionario Gafur Rakhimov.
L’AIBA sospendeva trentasei giudici/arbitri, allontanava i sette capi dei giudici/arbitri, deponeva il direttore esecutivo. Tutto questo senza che fosse data alcuna spiegazione ufficiale o fossero annunciati i provvedimenti definitivi.
Per quale motivo dobbiamo credere che i risultati di Rio 2016 possano essere considerati validi?
Il banco è saltato e a farlo saltare è stato il banco stesso.
Attorno a questo mondo allo sbando in tanti ancora tacciono. Da noi, dirigenti, maestri, pugili e mestieranti girano la testa dall’altra parte e fanno finta di non vedere, non sapere, da loro neppure una parola sulla gestione, diciamo avventurosa, dell’Ente mondiale che li governava. Sono in buona compagnia, solo pochi Paesi infatti hanno osato fare domande, gli altri sono andati avanti negli anni come se nulla fosse.
La boxe olimpica ha perso per intero la sua credibilità.
La questione arbitri e giudici è ampiamente trattata nelle trenta pagine del rapporto CIO, firmate da Nenad Lalovic, Richard Carrion ed Emma Terho, che la Commissione di Inchiesta ha consegnato al Comitato Esecutivo del Comitato Olimpico Internazionale suggerendo la sospensione dell’AIBA.
Suggerimento che, come sappiamo, è stato accolto.
Le Olimpiadi prese in considerazione erano quattro: Atene 2004, Pechino 2008, Londra 2012, Rio 2016.
C’era anche un’importante sottolineatura per quel che riguardava i Giochi olimpici giovanili di Buenos Aires 2018.
Il CIO aveva richiesto una supervisione indipendente di arbitri/giudici e aveva nominato la Pricewaterhouse Coopers per recensire il loro operato e i processi di valutazione. Per capire se i relativi statuti e regolamenti fossero rispettati durante il torneo.
Il nuovo sistema arbitrale e di valutazione in vigore comprendeva lo sviluppo di un metodo di sorteggio computerizzato per le designazioni. Nonostante il sistema fosse automatizzato, un incidente, avvenuto quando Swiss Timing aveva già ricevuto le impostazioni delle opzioni aggiuntive per il programma di designazione, causava il fallimento del sorteggio automatico e forzava il Commissario a selezionare manualmente arbitri e giudici. Tutto ciò rendeva il processo nuovamente vulnerabile.
Come conclusione generale per quanto riguarda arbitri/giudici, il comitato di inchiesta del CIO aveva rilevato come l’AIBA avesse ricevuto accuse coerenti con l’esperienza relativa ai sorteggi, alle decisioni arbitrali e ai giudizi che da tempo causavano una preoccupazione costante per gli atleti.
Una commissione AIBA, presieduta da Tom Virgets, ha indagato sulle accuse di corruzione tra alti funzionari, giudici e arbitri. Tutti i 36 arbitri e giudici di Rio sono stati sospesi durante le indagini. Questa indagine ha riportato prove di una cattiva cultura interna guidata dal potere, dalla paura e dalla mancanza di trasparenza.

Durante le Olimpiadi di Rio 2016, il presidente della Commissione sorteggi era Mohamad Moustahsane
“. (articolo 3.2.4 del rapporto della Commissione Inchiesta del CIO).
E ancora.
Il comitato investigativo speciale dell’AIBA ha concluso che la manipolazione del sorteggio degli arbitri e dei giudici durante i Giochi Olimpici di Rio 2016 sia stata il risultato degli interventi di diversi attori nell’ambito della responsabilità principale del signor Karim Bouzidi, uno dei quali è il presidente della Commissione sorteggi: il signor Mohamad Moustahsane successivamente nominato Presidente ad interim“. (articolo 3.3 del rapporto della Commissione di Inchiesta del CIO).
Nulla è però cambiato all’interno dell’Associazione.
C’è stata una spiccata incapacità nel rinnovo del team di gestione dell’AIBA, in particolare per quanto riguarda l’influenza sull’arbitro e sulle valutazioni dei giudici.
Visti i problemi ricorrenti negli anni, il Comitato Esecutivo del CIO aveva richiesto, a dicembre 2017, che l’AIBA rinnovasse le sue posizioni a livello dirigenziale.
Il Comitato di Inchiesta sottolineava nel suo rapporto che ciò non era avvenuto.
Il comitato investigativo speciale dell’AIBA concludeva la sua relazione interna con queste parole: “la manipolazione del sorteggio degli arbitri e dei giudici durante i Giochi Olimpici di Rio 2016 è stata il risultato degli interventi di diversi attori sotto la responsabilità principale di Karim Bouzidi”.
Uno di questi attori, diceva il CIO, era il presidente della Commissione di sorteggio, Mohamad Moustahsane, che era stato anche presidente della Commissione di sorteggio durante i Giochi Olimpici della Gioventù di Buenos Aires 2018. Moustahsane successivamente diventava presidente ad interim dell’AIBA dopo che Gafur Rahimov si faceva da parte e sino all’elezione di Kremlev a dicembre 2020.
L’AIBA è fuori dai Giochi. L’organizzazione del torneo di pugilato per l’Olimpiade di Tokyo 2020 è stata affidata a una Task Force guidata da Morari Watanabe, presidente mondiale della ginnastica. L’AIBA è tuttora sospesa e recentemente il CIO ha annunciato che la sospensione potrebbe protrarsi fino a Parigi 2024.
Il nuovo presidente dell’AIBA, il russo Umar Kremlev, ha affidato a un importante ente esterno l’indagine sugli scandali del settore arbitrale.
Ad agosto il primo rapporto.

Dopo il ko del 2002, Lewis e Tyson a settembre sul ring?

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L’8 giugno del 2002 a Memphis, Lennox Lewis metteva brutalmente ko dopo otto riprese Mike Tyson. In settembre sembra che i due vogliano tornare sul ring. Loro dicono per un match, sarà sicuramente un’esibizione. Per quella data Iron Mike avrà 55 anni, il suo compagno un anno di più.

La prima volta che si incontrano è nel 1984. Lewis è ospite di Cus D’Amato a Catskill. Ha 18 anni. Con Tyson ha un ottimo rapporto. Fanno ginnastica assieme, sono compagni nel footing del mattino.
Mike e Lennox diventano grandi amici. Fino a quando non salgono sul ring per una seduta di sparring. Tyson sul ring si avventa contro chiunque e negli occhi ha la rabbia del killer a caccia della preda. Per due round rischia di ucciderlo, poi Lewis comincia a boxare alla maniera di Ali. Va via di gambe e il suo jab sinistro tiene lontano la belva.
“Vieni qui vigliacco, questa è boxe non un balletto”.
Qualche anno dopo, Iron Mike capirà che il suo vecchio amico conosce assai bene il mestiere del pugile.

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Tyson e Lewis arrivano alla sfida, ma secondo The Ring hanno già messo in scena “L’evento dell’anno” ancora prima di salire sul ring.
Alla conferenza stampa che si tiene in un teatro di New York, Iron Mike si lancia subito contro il campione che ha appena fatto il suo ingresso sul palcoscenico. Uno della sicurezza del britannico si mette in mezzo e Tyson cerca di stenderlo con un gancio sinistro. Va a vuoto. Lewis si mette in posizione di guardia. Si scatena l’inferno, una rissa gigantesca.
Mentre sono a terra, Iron Mike morde alla gamba il suo rivale. Ma anche lui ne esce con un taglio sulla fronte.
Josè Sulaiman, presidente del Wbc, cade, sbatte la testa sul tavolo e perde conoscenza. È ko.
Gran parte degli Stati Uniti si rifiuta di ospitare il match, Memphis accetta dietro la promessa di un contributo pari a 12,5 milioni di dollari.

8 giugno 2002, The Pyramid Arena, Memphis.
Arriva il match tanto atteso, ma non c’è incertezza sul risultato.
Lennox Lewis è ancora un pugile, il campione dei pesi massimi.
Sul ring c’è solo il ricordo di quello che è stato “Iron” Mike Tyson. Tra qualche giorno compirà 36 anni, il campione è più anziano di nove mesi.
È triste, ma per la prima volta nella sua vita il ragazzo selvaggio di Brownsville fa pena a chiunque abbia a cuore il suo ricordo. E’ incapace di mettere in piedi una minima reazione. Continua a combattere solo perché non conosce altro modo di esprimersi.

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È nel match solo per una ripresa, poi l’incontro diventa un monologo di Lewis. Tyson prende una severa lezione e finisce knock out a 2:25 dell’ottavo round. È ferito a entrambe le palpebre, ha il volto gonfio e una tristezza infinita nel cuore. Subisce una vera lezione. Ma tutto questo non lo porta alla decisione che sarebbe più logica, chiuderla qui.
Non lascia il pugilato perché è l’unico mondo in cui si sente di vivere.
È anche il mezzo più veloce per guadagnare quei soldi che gli servono a pagare vecchi debiti e a mantere alto il tenore di vita. Per questa sfida ha intascato 17,5 milioni di dollari, come il suo avversario.

A Memphis è stato tirato via l’ultimo velo sul pugile Mike Tyson.
Ogni dubbio è stato cancellato. Ormai è un ex che sale sul ring solo per vendere il ricordo del campione che era.

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L’incredibile storia di Barbora, Cenerentola al Roland Garros

Non so se ci fosse il sole quella mattina a Omice, 17 chilometri a est di Brno nella Repubblica Ceca. So per certo che una delle 758 abitanti del posto se ne stava in giardino a prendersi cura dei fiori, quando si è sentita chiamare. Si è girata e ha visto una ragazza alta e magra, un viso pieno di speranza, un naso a punta che indicava il futuro.
“Ciao Jana”.
“Ciao, ci conosciamo?”
“Io conosco te”.
“Dimmi”.
“Sono in cerca di un aiuto”.
“Cosa posso fare?”
“Ho 18 anni, ho vinto qualcosa di importante a livello junior. Per fare il salto nel tennis degli adulti ho bisogno di una grande maestra”.
“Vediamoci giovedì al club, prenoto il campo”.
Sono rimaste assieme tre anni. Un rapporto professionale forte, intenso. Jana le insegnava il tennis e la vita.
Veloce la gioia, lungo e straziante il dolore. 
Il 19 novembre del 2017 il cancro si portava via per sempre la Novotna, lasciando alla giovane allieva tanta tristezza e sette parole di speranza.
“Divertiti e prova a vincere uno Slam”.
Il tennis Barbora Krejcikova l’aveva scoperto che era bambina. Nella cucina di casa, a Brno. Era lì che assieme alla mamma guardava la tv. A otto anni, stupita, aveva ammirato la prima eroina. Piccola e fragile agli occhi di chi non la conosceva, Justine Henin in campo si trasformava in un gigante e vinceva il Roland Garros. Quando sabato 12 giugno Barbora se l’è vista davanti, per un attimo ha pensato non fosse vera, poi si è arresa.
“È un mito che esiste in carne e ossa, e conosce addirittura il mio nome”.
Questa è una storia con un epilogo degno di Cenerentola. La felicità però me la sono sempre immaginata in modo diverso.
Se arrivi al Roland Garros senza essere testa di serie e di Slam in singolare ne hai giocati appena quattro e poi alzi la Coppa al cielo, dovresti esplodere di gioia. Barbora, dopo il punto della vittoria, ha mostrato il pugnetto, alzato le braccia per non più di cinque secondi e si è chiusa in una malinconia da spezzare il cuore. Forse aveva paura di sorridere, temeva che se lo avesse fatto, non sarebbe più riuscita a trattenere le lacrime. Alla fine ha ceduto e un bacio è voltato in alto, ben sopra il Centrale del Roland Garros.
“Spero che lei sia felice” ha sussurrato.
Aveva appena sconfitto Anastasia Pavlyuchenkova e cercava di tenere lontane memorie ingombranti. Alzava ancora una volta la mano destra verso il cielo, così Jana era più vicina. L’aveva cercata altre volte in queste due settimane. Era esplosa in un pianto nervoso prima di affrontare Stephens e Sakkari. La psicologa le aveva dato una mano ricordandole il mantra che proprio la Novotna le aveva affidato.
“Divertiti”.
A quello si era aggrappata mentre giocava contro i cinque set point di Coco Gauff nei quarti, il match point annullato e i tre falliti contro Maria Sakkari in semifinale. Si è arrampicata per salite insidiose, ha attraversato il deserto dei dubbi e alla fine è arrivata alla meta per scoprire che era tutto vero, reale. Non un miraggio, ma la Coppa Suzanne Lenglen.
Appena un anno fa giocava il primo Roland Garros e non era tra le Top 100. Adesso, fuori dalla lista delle favorite, fuori dalle teste di serie, lontana dai nomi che catturano i titoloni dei giornali, ha vinto.
Alla fine le lacrime sono arrivate. Jana è stata celebrata.
Barbora è una Cenerentola che non ha mai incontrato la strega cattiva. Sul suo cammino per tre anni ha avuto una compagna di viaggio che l’ha spinta sul giusto sentiero. Lascia Parigi con il primo successo in uno Slam, il secondo torneo della carriera. L’altro l’ha vinto a Strasburgo una settimana prima.
“Barbora Krejcikova è una supernova, la giocatrice di un piccolo club di provincia della Repubblica Ceca, il trionfo della normalità in un circuito dove tutti cercano di distinguersi” Sophie Dorgan, l’Équipe
Un altro giornalista ha subito visto le qualità di questa ragazza. Christopher Clarey ne ha scritto lo scorso anno sul New York Times. È leggendo quell’articolo che ho scoperto l’intensità del rapporto sportivo e umano con Jana Novotna.
Quando ho visto Barbora impegnata nella più veloce celebrazione di un trionfo a cui abbia amai assistito in cinquant’anni di professione, mi sono convinto che la sua fosse davvero una storia da raccontare.

Le sceneggiate fanno bene alla boxe? È come dire: il porno fa bene al cinema…

L’esibizione di Floyd Mayweather jr con Logan Paul è stata comprata da un milione di persone al prezzo di 49.99 dollari. Una fantastica operazione commerciale.
Lo show messo in piedi da Mike Tyson e Roy Jones jr ha convinto 1,4 milioni di spettatori a pagare 49.99 dollari.
Sono numeri che raramente la pay per view offre.
Da qui è nata la favoletta “se ne parla, fa bene alla boxe”.
Mi sono chiesto quanto potesse essere vero.
Se il volume di affari prodotto dovesse essere l’unico parametro da tenere in considerazione, estendendo il concetto potrei dire che l’industria del porno fa bene al cinema. È un mercato che annualmente genera nel mondo un volume di affari di 100 miliardi di dollari, ha fidelizzato un pubblico al 60% sotto i 24 anni e quindi con larghe prospettive di sviluppo nel tempo.
C’è qualcuno che sia davvero convinto che il porno faccia bene all’industria cinematografica? È questo il futuro del cinema?
Chi è pronto ad accettare la trasformazione della realtà sportiva in uno spettacolo in cui i protagonisti interpretino la parte del pugile, si prepari ad accettare la trasformazione della boxe in una sceneggiata totalmente priva della componente agonistica. Futuro che potrebbe non essere poi così improbabile. Del resto, se chi ha rispetto per memoria, passione ed etica viene etichettato come nostalgico, non mi sembra che lo scenario sia poi tanto lontano nel tempo.
Lennox Lewis ed Evander Holyfield sono in fila per il ritorno sul ring di Mike Tyson, previsto per il prossimo settembre. Quel giorno Iron Mike avrà 55 anni, Lewis 56 e Holyfield sarà molto vicino ai 59…
Basta che se ne parli”.
Contenti voi…

Holmes vs Cooney, una sfida tra boxe e razzismo

È l’11 giugno del 1982, trentanove anni fa. Larry Holmes affronta Gerry Cooney al Caesars Palace di Las Vegas per il mondiale Wbc dei pesi massimi. Arbitra Mills Lane. Trentamila spettatori per un incasso al botteghino di oltre sette milioni di dollari.

Mio padre mi ha insegnato cinque cose: tu non sei buono, sei un fallimento, non sarai mai nessuno, non fidarti di nessuno e non rivelare a nessuno il tuo business.”

La famiglia Cooney vive a Long Island, ha origini irlandesi ed è cattolica. In quella casa Gerry non si sente certo protetto dall’affetto del papà. Eppure è stato proprio lui a spingerlo in palestra, è lui a svegliarlo ogni mattina all’alba per costringerlo a correre. Dedito all’alcool e con uno sfortunato passato da aspirante pugile il signor Cooney è una presenza inquietante nella vita del giovane figliolo.

Vivo nella paura” confessa Gerry a un amico.

Nel 1976 il papà muore di cancro.

Gerald “Gerry” Cooney è ormai un pugile e dopo una discreta carriera da dilettante decide di tentare l’avventura nel professionismo.

E’ alto 196 centimetri, è grosso, è un peso massimo per stazza e potenza di pugno. Il sinistro, soprattutto quando è portato in gancio, provoca seri danni. Va avanti vittoria dopo vittoria sino ad arrivare all’11 maggio 1981 quando sale sul ring del Madison Square Garden per affrontare Ken Norton.

Il match dura soltanto 54”. L’ex campione del mondo è travolto dai colpi dell’irlandese e rischia addirittura qualcosa più della sconfitta per colpa di un tardivo intervento dell’arbitro.

Don King vuole mettere su la sfida per il titolo Wbc contro il detentore Larry Holmes. I due manager di Cooney innescano una corsa al rialzo prima di firmare il contratto. Dennis Rappaport e Mike Jones chiudono l’accordo per una borsa record di dieci milioni di dollari, la stessa che intascherà Holmes. Si attende solo la data della sfida.

Nell’attesa, Cooney non combatte. I suoi manager temono di rovinare l’affare nel caso si verifichi un incidente di percorso.

Holmes difende il titolo contro Berbick, Leon Spinks e Snipes.

Don King annuncia il mondiale per il 15 marzo 1982. Cooney subisce un leggero infortunio alla schiena. La sfida viene rinviata all’11 giugno.

È a questo punto che comincia la nostra storia.

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Non si parla più di sport, ma di scontro razziale.

Don King definisce Gerry la “Grande Speranza Bianca”.

Lui è bianco, è irlandese, è cattolico. L’altro è nero. Non ho bisogno di aggiungere altro.”

Dennis Rappaport guida il gruppo dello sfidante.

Non rispetto Holmes nè come uomo, nè come pugile: non è degno di essere campione del mondo.”

Sono ventitrè anni che un pugile di origini caucasiche non sale sul trono dei massimi, l’ultimo è stato lo svedese Ingemar Johansson che il 26 giugno del 1959 ha sconfitto Floyd Patterson per kot 3 allo Yankee Stadium.

Don King e Rappaport esagerano. Lo scontro verbale diventa quasi una rissa.

Un gruppo di razzisti afferma di avere agenti pronti a sparare contro Holmes quando salirà sul ring.

I supporter afroamericani rispondono sullo stesso tono. Sono pronti a replicare anche con le armi.

Il mondiale si svolge nel parcheggio all’aperto del Caesars Palace di Las Vegas.

La polizia posiziona decine di tiratori scelti sui tetti di tutti i grandi alberghi che circondano l’arena.

I servizi segreti entrano nello spogliatoio del gigante irlandese e fanno installare un telefono “pulito”, non controllato. Mezzora prima del match il telefono suona, all’altro capo del filo c’è Ronald Reagan, il presidente degli Stati Uniti d’America.

Gerry riporta a casa il mondiale dei massimi.”

Nel camerino del campione c’è solo il silenzio.

«Cooney mi ha sempre trattato come se fossi immondizia. È incapace di tirare fuori il buono che c’è nella gente, è bravo solo a esaltare la cattiveria che c’è nei bianchi. Se ne sta al Caesars Palace e non vuole che nessuno passi per il suo piano quando è in stanza. Quelli dell’albergo l’hanno accontentato. Con me non l’hanno mai fatto, eppure io lì ho combattuto dieci volte. Sono tutti con lui, contro di me

In platea ci sono decine di personaggi famosi: Joe Di Maggio, Fara Fawcett, Ryan O’Neal, Jack Nicholson, Wayne Gretzky. Contro ogni tradizione il primo dei pugili ad essere annunciato è il campione. È imbattuto dopo 39 match, anche lo sfidante ha vinto tutti e 25 i match disputati. L’arbitro è Mills Lane. I due si toccano i guantoni al centro del ring, a parlare è solo il campione.

Buon combattimento.”

Si comincia.

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Nel secondo round un perfetto uno/due chiuso da un potente diretto destro mette al tappeto Cooney che prima di andare giù barcolla sulle gambe, prova a tenersi alle corde, insegue un equilibrio che non c’è.

Nell’intervallo all’angolo cercano di scuoterlo, di restituirgli fiducia in se stesso. Danny Rappaport gli urla in faccia.

L’America ha bisogno di te!

Nel quarto un gancio sinistro al corpo doppiato da un destro fa traballare Holmes che viene salvato dal gong. Va all’angolo, è malfermo sulle gambe.

Dal quinto all’ottavo la sfida è combattuta, ma si muove su un piano di sostanziale equilibrio.

Poi ha inizio il forcing del campione. Gerry non ha l’esperienza per tirarsi fuori da quella situazione con il minimo danno.

Nel decimo Cooney colpisce per tre volte sotto la cintura, nell’ultima raggiunge il rivale con un terribile montante.

Ho continuato a sentire il dolore per oltre vent’anni, ogni volta che ci penso mi sento male” dice ancora oggi sorridendo Larry. L’arbitro punisce il comportamento scorretto con tre punti di penalizzazione.

Cooney è ferito sotto l’occhio sinistro ed è in evidente affanno.

Nel tredicesimo Holmes tortura il rivale. Un cross destro stretto, un sinistro devastante.  Cooney barcolla, si appoggia alle corde, aspetta l’ultima stoccata. Victor Valle, il suo maestro, lancia l’asciugamano e salta sul ring. Il mondiale è finito.

Cinque persone si suicidano per quella sconfitta. Nel Mississippi alcuni bianchi sparano e uccidono dei neri. A Kansas City ci sono tumulti, i neri vengono picchiati nelle strade. La casa di Larry, a Easton, viene imbrattata con scritte razziali, la buca della posta è piena di lettere con minacce di morte. Non è stato solo un match di boxe quello che il campione ha appena vinto.

Gerry Cooney va in depressione, disputa altri cinque match e poi si ritira. Cade nell’alcolismo, va in un centro di recupero e ne esce guarito. L’ultimo bicchiere lo ha bevuto una vita fa, il 21 aprile del 1988.

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I due sono diventati amici. Larry Holmes è un ricco industriale che ha combattuto fino a 53 anni. Sta bene, frequenta ancora il pugilato ed è pieno di soldi. Spesso lo si può vedere nelle serate organizzate per beneficienza dal vecchio rivale.

Gerry Cooney vive a Fanwood, New Jersey con la moglie Jennifer e due dei tre figli: Jackson (di 18 anni) e Sara (14). L’altro, Chris (27), abita a New York. Il colosso di origini irlandesi ha un programma radiofonico settimanale in cui parla di boxe. È impegnato in due associazioni. La prima tutela i pugili dopo il ritiro, l’altra si occupa della lotta alla violenza domestica.

Sono passati trentasei anni da quella notte a Las Vegas, ma se vi capitasse di chiedere a Gerry Cooney un commento di quel mondiale vi sentireste rispondere sempre allo stesso modo.

Mio padre mi ha insegnato cinque cose: tu non sei buono, sei un fallimento, non sarai mai nessuno, non fidarti di nessuno e non rivelare a nessuno il tuo business. Quella notte ho pensato che avesse ragione.

(da “Non fare il furbo, combatti” di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free)

Galassi, la regina. E il poker di donne per Tokyo 2020…

Simona Galassi*, hanno aperto le Olimpiadi alle donne quando eri già una professionista. È accaduto a Londra 2012. È una competizione di cui senti la mancanza?
“Ai Giochi ho pensato a lungo. La prima volta che ne ho parlato, è stato con Enza Jacoponi durante Mondiali di Scranton nel 2001. Il CIO aveva ipotizzato la possibilità di inserire la boxe femminile ad Atene 2004. Per questo sono rimasta dilettante per tanto tempo. Quando ho capito che anche a Pechino 2008 non ci saremmo state, sono passata professionista. Peccato. È il sogno di una vita che non si è realizzato. Per me l’Olimpiade è l’essenza di quello in cui credo, lo sport ai massimi livelli, quello che amo”.
Quattro ragazze, giovanissime, hanno conquistato la possibilità di disputare i Giochi di Tokyo 2020.
“Risultato pienamente meritato. Sono contenta per loro, per il pugilato, per le donne che praticano la boxe”.
Partiamo dalla Testa, cosa mi dici di lei?
“Mi ricordo le prime volte in cui mi chiedevano di Irma. Dicevano che era una grande campionessa, ma i successi erano arrivati solo a livello giovanile. Non mi piaceva parlare di lei. Mi sembrava una campionessa annunciata, che non aveva ancora dimostrato di esserlo. Poi, si è qualificata per l’Olimpiade di Rio 2016 ed è uscita al secondo match. Ho pensato: è la sua grande opportunità per dimostrare che è una fuoriclasse. Da questa esperienza può imparare tanto. Può trasformare la sua carriera, può vincere fino a diventare una grande protagonista. Ma può anche uscirne male, distrutta. I fatti hanno dimostrato che lei ha imparato la lezione. Non si è accontentata di quello che il talento avrebbe potuto darle. Ha lottato contro sé stessa, ha modificato atteggiamento. Sul ring ha saputo adattarsi alle esigenze del match, ha cercato la tattica migliore per ogni rivale. E adesso affronterà l’Olimpiade più forte, con maggiori certezze della prima volta”.
Angela Carini, argento ai Mondiali, va in Giappone con grandi speranze.
“Ho visto alcuni video dei suoi allenamenti e qualche match. Mi è piaciuta. È giovane, ma ha esperienza. Avere tanti match alle spalle significa affrontare alla pari rivali che una volta potevano contare su un centinaio di combattimenti mentre noi ci fermavamo a poche decine. E poi ha un’ottima tecnica. Si muove bene sul ring, mi ha fatto una buona impressione, il suo è un pugilato piacevole da vedere. Possiamo contarci”.
Giordana Sorrentino e Rebecca Nicoli hanno 21 anni e l’esuberanza della gioventù.
“Giovanissime, hanno avuto l’occasione della vita. E se la sona giocata alla grande. Se mi è concessa una parolaccia, dico che probabilmente hanno pensato: ‘fanculo tutti. Io me la gioco, poi vediamo. Mi è piaciuta la loro determinazione, quella che sfiora l’incoscienza, ma senza lasciarsi dietro alcun rimpianto. Non avevano niente da perdere, hanno lottato per ottenere quello che sembrava impossibile. Avevano un’unica possibilità e hanno saputo sfruttarla. Brave, no? Hanno abbandonato qualsiasi atteggiamento calcolatore. La gioventù, per le atlete che valgono, ha questo vantaggio. Non stai lì a pensare ogni attimo come sarà il futuro della tua carriera, pensi solo a vincere il match che stai combattendo. Ricordo benissimo quella sensazione, era estremamente piacevole. La prima volta che l’ho provata è stata ai mondiali americani. Ero pronta a tutto, mi mangiavo anche i sassi. Così hanno fatto Giordana e Rebecca, così dovranno fare in Giappone”.
Quattro azzurre all’Olimpiade. Gli uomini restano a casa. Perché?
“Non ho mai generalizzato, non ho mai affermato: gli uomini sono così, le donne sono così. Dico solo che le donne mi sembra abbiano una tecnica migliore. Forse nasce da quella che chiamerei pignoleria. È nel carattere femminile andare a cercare i particolari per migliorarli. Noi non pensiamo solo alla forza fisica. Cerchiamo anche l’estetica del gesto. E alla fine aggiungiamo il nostro temperamento. Non vale per tutte. Ma vale per le quattro che hanno staccato il pass”.
Eppure si dice che nello sport si trovano spesso donne insicure, atlete che non si sentono all’altezza.
“È vero. Accade. Come accade tra gli uomini. Ma credo che il campione o la campionessa escano da questi schemi. Cercano sempre di dare il massimo, non fanno calcoli”.
Quale è la differenza sostanziale tra dilettantismo e professionismo?
“Parliamo solo da punto di vista agonistico. Il resto sarebbe troppo lungo e difficile da spiegare. Da dilettante, la difficolta sta nel fatto che devi entrare subito al massimo livello della prestazione. Hai poco tempo per riparare. Se vedi che qualcosa non va, devi essere velocissima nel cambiare. Ti muovi su tempi stretti. In tre round ti giochi tutto. Il professionismo ha tempi più lunghi”.  
Quando senti che sta arrivando la tensione nel corso di un torneo?
“Per quanto mi riguarda, non la notte prima del match. Ho sempre dormito tranquilla. La grande tensione arrivava immediatamente prima di salire sul ring, negli spogliatoi. Ma si scioglieva al suono del gong. Pensieri negativi ne avevo, cercavo ottimizzarli. Sono maniaca della preparazione. Nei miei primi mondiali sono arrivata a scrivere uno schema delle azioni che avrei voluto eseguire in combattimento. Avevo lo stomaco chiuso. Ma cercavo di nascondere tutto, non volevo concedere vantaggi alle mie avversarie”.
Nel libro che racconta la tua vita, A modo mio, hai detto: La boxe è piena di nemici invisibili. Chi sono?
“Il primo sei tu stessa. Tante persone parlano, giudicano, ma alla fine non hanno mai provato quello che prova chi accetta di confrontarsi con sè stessa, con le sue paure, le sue insicurezze, con i pensieri che vorrebbe allontanare. La boxe è uno sport difficile, credo la possano capire in pochi”.
Il pugile è sempre solo sul ring?
“Fino a un certo punto. La battaglia che fa è una battaglia per vincere i propri limiti. E questo spesso ti fa sentire sola. Per esperienza personale dico però che un maestro di cui puoi fidarti ciecamente è un grande aiuto per non sentirti sola contro il mondo intero. La volta in cui mi è capitato di non avere al mio angolo una persona che non mi conoscesse a fondo, è stato tremendo. C’era un maestro bravo, di cui avevo grande stima. Uno che mi ha detto cose che nessuno dei miei maestri mi aveva mai detto. Ma io avevo bisogno di altre parole, di conforto, di stimoli. Quell’uomo all’angolo non mi ha aiutato, mi ha buttato ancora più giù. Non mi conosceva. Il tuo maestro è l’unica persona che non ti fa sentire sola sul ring”.
In una scala di valori, come collocheresti oro ai Mondiali dilettanti, conquista del mondiale professionisti e oro olimpico?
“Credo che metterei la vittoria ai Giochi nel mezzo. Ma è un giudizio che mi riesce difficile dare, perché mi manca uno dei parametri di riferimento. Un’Olimpiade non l’ho mai fatta, quindi non so realmente che sensazioni possa regalare. So quanta fatica ho fatto nel professionismo. Fatica umana, intendo. È stata una conquista che riguarda più la vita che lo sport. È per questo che per me quel titolo ha un valore ancora più grande. L’ho portato a casa con determinazione, resilienza, forza. Lo metto sopra qualsiasi cosa”.

* Simona Galassi, La regina di Romagna. Nei dilettanti campionessa del mondo a Scranton 2001, Antalaya 2002, Podolsk 2005. Ottantasei match, 85 vittorie e 1 sconfitta. Tre europei: 2003, 2004, 2005. Professionista dal 2006. Campionessa del mondo mosca Wbc (2008/2011), supermosca Ibf (2011/2012). Campionessa europea mosca 2007, 2013, 2014. Ventisette combattimenti, 23 vittorie, 3 sconfitte, 1 pari.

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