Sono otto anni che Teo non c’è più, lo ricordo con un sorriso

L’amicizia è la cosa più difficile al mondo da spiegare. Non è qualcosa che si impara a scuola. Se non hai imparato il significato dell’amicizia, non hai davvero imparato niente (Muhammad Ali)

A Edo e Lauretta

Alla mia età càpita spesso di parlare di amici che non ci sono più. Dedico parte del mio tempo ai ricordi, consapevole di come la memoria aiuti a vivere meglio il presente e a guardare con fiducia al futuro. Ho cominciato pochi giorni fa con Daniele Redaelli, continuo oggi con l’amico di mille trasferte. Eravamo un bel gruppo all’epoca. Ci telefonavamo prima di partire, realizzavamo un comune programma di viaggio. Sembravamo un gruppo molto unito. Sembravamo. Qualcuno se ne è andato via per sempre, e non certo per sua scelta, altri sono scomparsi in vita perché hanno pensato fosse giusto chiudere con il passato.
Teo sarebbe volentieri rimasto su questa Terra a sparare battute, a prendere in giro tutto e tutti. Anche sé stesso. Invece è stato costretto ad abbandonarci al termine di una lunga e sofferta malattia. Domani saranno otto anni che ha salutato questo mondo, era il 10 gennaio del 2014.
Eravamo di generazioni diverse, ma siamo andati (quasi) sempre d’accordo. Interpretavamo il mestiere allo stesso modo. E poi, parlavamo la stessa lingua.
In che senso?
Me sò capito io.
Spesso giravamo con il gruppo degli altri inviati. Cene, passeggiate, risate, chiacchiere infinite. Tutti assieme.Ma a me piaceva pensare che la strana coppia del pugilato fosse solo una, Teo (Betti) ed io.
L’altra mattina parlavo con Lauretta, la figlia del mio amico. Le dicevo che ce l’ho così tanto nella testa, che quando un paio di settimane fa non riuscivo a ricordare la storia di un vecchio pugile romano, ho pensato: “Adesso telefono a Teo”. Mi capita così anche con altri colleghi con cui mi sono sempre trovato bene. Non è che mi sia rincoglionito, anche se sono sulla buona strada, direi piuttosto che fatico ad accettare totalmente la scomparsa di una persona con cui ho passato trent’anni della mia vita. Mi sembra che lui sia sempre lì, pronto a rispondermi. E quando realizzo che non è proprio così, allora torno a provare quel senso di vuoto che ho avvertito il giorno in cui ho partecipato al suo funerale.
Eravamo un bel gruppo in giro per il mondo. Ora ho nuovi amici. Non scrivo più per il mio vecchio giornale, riempio di parole qualche libro, racconto storie online, occupo le pagine di una rivista. Quei pochi compagni dell’epoca, con cui ogni tanto mi vedo, rappresentano un bene prezioso. A volte parliamo di lui, a volte no. Ma Teo è sempre con me ogni volta che una pallina da tennis si schiaccia sulle linee che delimitano il campo (Ha sbiancato!), ogni volta che un tennista italiano è in difficoltà contro un avversario che scende a rete (Arza!). Mi manca, ci manca. Ma quando penso a lui mi scappa un sorriso, non certo una lacrima.
Teo, stà tranquillo. Te riscrivo pure l’anno prossimo. Questa è la nona vorta che lo faccio, lassamelo fa pe’ ‘n antra trentina de anni. Poi se rivedemo.

Ecco gli incontri in calendario nei primi tre mesi dell’anno…

Ecco il calendario pugilistico
con gli eventi dei primi
tre mesi dell’anno 2022.


14 GENNAIO
Monterrey, Messico
Supermosca (eliminatoria IBF, 12×3) Mohammed Obbadi (22-1-0) vs Jade Bornea (16-0)

15 GENNAIO
Verona, New York, USA.
Mediomassimi (Mondiale WBO) Joe Smith jr (27-3-0) vs Steve Geffrard (18-2-0).

22 GENNAIO
Atlantic City (USA)
Piuma (Mondiale WBC) Gary Allen Russell jr (31-1-0) vs Mark Magsayo (23-0)

25 GENNAIO
Tailandia
Paglia (Mondiale WBC) Panya Pradabsri (37-1-0) vs Chayaphon Moonsri (55-1-0).

29 GENNAIO
Digos City, Filippine
Paglia (Mondiale IBF) Rene Mark Cuarto (19-2-2) vs Pedro Taduran (14-3-1).

29 GENNAIO
Warren, USA
Massimi leggeri (Mondiale WBC) Ilunga Junior Makabu (28-2-0) vs Tabiso Muchuno (23-5-0)

5 FEBBRAIO
Glendale, Arizona, USA
Superwelter (12×3): Jesse Vargas (29-3-2) vs Liam Smith (30-3-1); supermosca (vacante WBC) Srisaket Sor Rungvisai vs Carlos Cuadras (39-4-1).

5 FEBBRAIO
Borgo San Lorenzo, Italia
Mediomassimi (titolo italiano, vacante) Luca Spadaccini (7-1-3) vs Vigan Mustafà (23-5-0)

12 FEBBRAIO
Londra, Inghilterra
Supermedi (12×3): John Rider (30-5-0) vs Daniel Jacobs (37-3-0).

19 FEBBRAIO
Tuijuana, Messico.
Medi (Intercontinentale WBO): Jaime Munguia (38-0) vs D’Mitrius Ballard (21-0-1).

19 FEBBRAIO
Manchester, Inghilterra
Welter (12×3) Amir Khan 34-5-0) vs Kelly Brook (39-3-0).

25 FEBBRAIO
Vicenza, Italia
Medi (titolo italiano, vacante) Andrea Roncon (18-6-1) vs Khalil El Harraz (14-2-1).
Supergallo (titolo UE, vacante) Luca Rigoldi (25-2-2) vs Cristian Rodriguez (12-5-0).

27 FEBBRAIO
Londra, Inghilterra
Massimi leggeri (Mondiale WBO) Lawrence Okolie 17-0) vs Michael Ciseslak (21-1-0)

5 MARZO
San Diego, Usa
Supermosca (Mondiale WBA, WBC) Juan Francisco Estrada (42-3-0) vs Roman Chocolatito Gonzales (50-3-0)

12 MARZO
Nottingham, Inghilterra
Piuma (Mondiale WBA): Leigh Wood (25-2-0) vs Michael Conlan 16-0).

12 MARZO
Finlandia
Leggeri (europeo, titolo vacante) Edis Tatli (32-3-0) vs Gianluca Ceglia (17-3-1)

12 MARZO (o 19 MARZO)
Houston, USA
Superwelter (mondiale unificato) Jermell Charlo (34-1-1) vs Brian Castano (17-1-2).

19 MARZO
Londra, Inghilterra
Massimi (Mondiale WBA) Trevor Bryan (21-0) vs Daniel Dubois (17-1-0).

19 MARZO
USA
Welter (Internazionale WBO) Vergil Ortiz Jr. (18-0) vs. Michael McKinson (21-0).


26 MARZO
Leeds, Inghilterra.
Piuma (Mondiale IBF)
Kiko Martinez (43-10-2) vs. Josh Warrington II (30-1-1)


Bundu: Obbadi? È pronto per la sfida che porta al mondiale


Mohammed Obbadi (22-1-0, 13 ko) parte oggi per il Messico. Venerdì prossimo, 14 gennaio 2021, a Monterrey affronterà Jade Bornea (16-0, 10 ko) nell’eliminatoria IBF per la categoria dei supermosca. Chi vincerà sarà designato sfidante ufficiale di Jerwim Ancajas. Attualmente Obbadi è numero 3 della classifica, Bornea è al settimo posto. La riunione messicana sarà organizzata dal team di Manny Pacquiao. Con Obbadi ci sarà il preparatore atletico Khalid Mahzoum che lo segue ormai da tre anni. Leonard Bundu, il sul allenatore, lo raggiungerà lunedì sera.Telefonata d’obbligo con il coach.

Leo, in che condizioni il tuo pugile arriva a questa sfida?
“Ottime. Ha fatto una lunga e meticolosa preparazione. Guanti con sparring di livello come Mario Forte, Francesco Grandelli, Alessio Lorusso. Abbiamo studiato Bornea e pensiamo di avere trovato le giuste contromisure”.
Un peso piuma mancino, un altro piuma in guardia normale, un peso gallo mancino. Perché?
“Per abituarsi a qualsiasi possibile situazione, dobbiamo essere preparati anche ai cambi di tattica”.
Problemi con il peso?
“Come spesso accade, Mohammed ha cominciato con qualche chilo di troppo, ma stavolta è sceso al limite della categoria senza grandi problemi. Al momento è un chilo sopra, niente di cui preoccuparsi”.
Hai detto di avere studiato l’avversario, che opinione vi siete fatti?
“È forte, gli piace venire avanti, cerca di accorciare la distanza per andare a colpire sotto. È pericoloso, ma Obbadi è decisamente su questi livelli. Siamo fiduciosi”.
Quale è il suo approccio mentale alla sfida?
“Fa questo di lavoro, sa di giocarsi tanto. È un momento fondamentale nella sua carriera. L’ha capito e non ha trascurato niente”.
È il match più pericoloso tra tutti quelli che ha disputato?
“È sicuramente il più importante. Di uomini pericolosi ne ha già affrontati. Cristofer Rosales, che poi è diventato campione del mondo WBC dei pesi mosca, ad esempio. Forse era troppo presto per fare quel match, ma sicuramente era contro un grande avversario. Anche quella con Silvio Olteanu per la conquista della cintura dell’Unione Europea è stato un incontro rischioso”.

Prossimo passo, la semifinale per guadagnarsi la sfida al titolo mondiale.
L’avventura è cominciata.

Non voleva fare il maestro, ora Italo è il migliore dell’anno…

Italo Mattioli, romano vero, è il maestro dell’anno per boxeringweb. Nato al Quadraro, cresciuto alla Garbatella.
Figio d’arte, anzi nipote d’arte. La boxe come tradizione di famiglia. Il nonno Armando Alleori è stato il suo primo coach alla Ferrovieri. Era un pugile Italo, poi è arrivato il matrimonio con Rosa l’1 luglio del ’79, la ricerca di un lavoro che potesse dargli tranquillità. A quel punto la palestra è diventata solo un posto per tenersi in forma.
Non pensavi di fare il maestro?
Non ne avevo alcuna intenzione, anche se io in palestra sono nato.
È stato nei giorni dopo l’agonismo che è cominciato il giro di Roma, perché anche se non aveva ancora deciso quale sarebbe stata la sua vita, Italo sapeva che quello sport non sarebbe mai riuscito a lasciarlo.
Come definiresti il tuo rapporto con il pugilato?
Non è amore, è una droga. Una volta che l’hai conosciuto non puoi più staccartene. Ma è una droga che ti fa bene, ti fa conoscere splendidi compagni di viaggio e con loro lavori, lavori. Soldi? Scordateli, sono pochi. Non è per quello che non riesci a stare lontano dalla boxe. È la gioia di vedere i tuoi ragazzi crescere, è vedere i loro progressi, è soffrire all’angolo. Tanto.
Una sofferenza che poteva costarti caro.
Non credo sia stato il pugilato a creare il mio problema fisico. Lo chiamo così, problema. Il destino ha deciso che non era arrivato il mio momento. A metà dicembre sono andato a fare una visita di controllo, il cardiologo mi ha consigliato una TAC. Ho due cardiologi che lavorano nella palestra dove insegno, Roberto Maggi e Christian Paris, mi hanno convinto che non c’era tempo da perdere. Mi sono operato il 19 dicembre, mi hanno messo uno stent. Il chirurgo mi ha detto che sono stato fortunato, ho affrontato il problema in tempo. Adesso lo so.
Quando sei tornato in palestra?
Il giorno dopo l’uscita dall’ospedale.
Italo ha lavorato con Sergio Natale, suo maestro dopo il nonno. Con Pino Iuppa alla Laima Team, con Roberto D’Elia, Massimo Sisani, con Pioppini alla Noble Art. Un lavoro nella vita l’aveva trovato, in ospedale. La giornata era piena. Nel 1998 finalmente si è deciso e ha fatto l’esame da aspirante tecnico.
Da vent’anni è in coppia con Luigi Gigi Ascani, grande amico e tecnico di valore. La loro sede operativa è la Team Boxe Roma XI alla Montagnola. Lì allena, tra gli altri, i professionisti Damiano Falcinelli, Giovanni De Carolis ex campione del mondo, Luca Angeletti e Pietro Rossetti. Proprio quest’ultimo è stato nominato da boxeringweb pugile emergente del 2021.
Come definiresti Rossetti?
È un ragazzo d’oro. Ha coraggio, un cuore grande. E una voglia infinita di arrivare. Si allena ogni giorno, con impegno, è sempre pronto. Ha una famiglia fantastica: papà Sergio è professore di latino, mamma Ippolita lavora come editor, il fratello Giacomo fa il giornalista. Stava con il maestro Marco De Paolis, poi a 13 anni è rimasto con me. Pietrino, lo chiamo così, ha fatto una buona carriera da dilettante e ora da welter professionista ha un ottimo record (13-1-0, 4 ko).
E De Carolis?
Per me è come se fosse un figlio. Gigi ed io lo stimiamo come uomo e come pugile. Ha vinto tutto, è un grande.
E Falcinelli?
L’anno appena chiuso è stato un anno buono, anche se è finito con una sconfitta pesante. Si è stabilizzato nel peso, ha conquistato il titolo italiano dei superwelter. A 28 anni può fare tanto. È un ragazzo fantastico, si alza all’alba, va a lavorare, poi viene in palestra e si allena. Quindi, torna a lavorare.
Italo, hai sempre amato il pugilato, ma sei diventato maestro solo dopo averlo a lungo praticato. Come mai?
Non avevo alcuna intenzione di insegnare boxe. In tanti hanno insistito e alla fine sono riusciti a convincermi. Hanno avuto ragione loro, è un mestiere bellissimo. Devo ringraziarli.
Cosa ti piace più di tutto?
Mi piace vedere quei pugili che si sacrificano, lottano, che salgono sul ring per amore dello sport, si impegnano, migliorano un po’ alla volta. Sanno che senza tutto questo non arriveranno mai, non realizzeranno mai i loro sogni. Tu soffri all’angolo, soffri tanto. Ma vederli lottare dando sempre il massimo è bellissimo. Ecco cosa mi piace, cosa mi rende felice. 
Buon lavoro, maestro.

Makki vince l’asta, l’europeo di Ceglia il 12 marzo in Finlandia

La società dell’organizzatore Pekka Maki si è aggiudicata l’asta per il titolo europeo (vacante) dei pesi leggeri tra Gianluca Ceglia ed Edis Tatli con un’offerta di 45.001 euro. La BBT di Davide Buccioni ha presentato un’offerta di 42.500 euro. Il match si disputerà in Finlandia il 12 marzo prossimo.
La sfida di Gianluca Ceglia (17-3-1, 4 ko, foto sopra) , peso leggero campano co-sfidante all’europeo della categoria da quasi due anni, sembra essere una storia infinita. Il match per il titolo contro Edis Tatli (32-3-0, 10 ko) è stato rinviato più volte, sempre con una diversa motivazione.
La pandemia avrà avuto le sue colpe, ma credo che gli organizzatori finlandesi abbiano dimostrato di essere più volte in difficoltà per problemi loro, avendo annullato in più occasioni il match negli ultimi mesi. Ecco la cronistoria dell’incredibile serie di rinvii subiti dal campano.

  1. Contro Edis Tatli, 8 agosto 2020 a Savonlinna. Una settimana prima l’europeo viene rinviato al 14 novembre 2020 a Helsinki, nella speranza di potere ospitare il pubblico. Successivamente il match viene annullato. Tatli non ha recuperato dopo l’operazione alla spalla destra.
  2. Contro Mohammed Khalladi, 4 maggio 2021 a Salerno. Annullato a marzo dall’EBU. Su segnalazione della FPI, l’Ente si è accorto che la documentazione per ottenere la nazionalità italiana del pugile di origini tunisine non era ancora completa.
  3. Contro Edis Tatli, 19 giugno 2021 in Finlandia. Rinviato.
  4. Contro Edis Tatli, 14 agosto 2021 rinviato a Tampere. Il match è annullato per un infortunio di Tatli alla mano destra in allenamento.
  5. Contro Edis Tatli, 11 dicembre 2021 a Helsinki. Annullato a una settimana dal match per emergenza sanitaria da Coronavirus. Match rinviato a marzo 2022.

Successivamente c’è stato un intervento deciso da parte della Federazione Pugilistica Italiana che ha scritto una lettera ufficiale, indirizzata alla presidenza e alla segreteria dell’EBU, in cui ha chiesto maggiore rispetto per il pugile e la nazione che lo rappresenta. All’interno della missiva la FPI lasciava intendere che se non fossero stati tutelati i diritti del nostro pugile, avrebbe potuto anche prendere in considerazione il fatto di assumere decisioni clamorose (anche la scissione dall’EBU).
Ora l’asta è stata ripetuta, la data (elemento vincolante nella formulazione delle disposizioni che rendevano valida la proposta) è stata formulata, come sede è stata genericamente indicata la Finlandia.
Resto in attesa di vedere il match. Il tempo delle sorprese e dei rinvii è finito. Stavolta penso proprio che, in caso di ennesimo annullamento, la questione Tatli co-sfidante e Maki organizzatore dovrebbe obbligatoriamente essere archiviata.

Il WBC subito con Arcari, pagherà l’assistenza sanitaria


Una buona notizia.
Il World Boxing Council, non appena venuto a conoscenza della situazione di Bruno Arcari, si è attivato.
Il primo a far partire il meccanismo è stato Mauro Betti, vice presidente dell’Ente. Ha contattato Monica, la figlia del campione, si è fatto raccontare lo stato attuale della vicenda, ha informato Maurizio Sulaiman, presidente del WBC, e ha sollecitato un intervento.
Sulaiman è stato immediatamente disponibile. Ha reso operativa la procedura, al cui completamento manca solo un documento finale, è ha dato l’ok. Bruno Arcari sarà inserito nel Fondo de ayuda Jose Sulaiman.
Il World Boxing Council si occuperà delle spese giornaliere di assistenza sanitaria del campione.
A dare il via alla vicenda era stata la notizia pubblicata da Gazzetta dello Sport, Corriere della Sera e, successivamente, da boxeringweb.net.

Bruno Arcari ha reso onore alla boxe italiana, ha dominato la boxe mondiale fra il 1970 e il 1974 (undici match per il titolo, altrettante vittorie) ed è considerato uno dei più grandi, se non, per molti, il più grande pugile italiano di sempre. Oggi però Bruno Arcari, che ha compiuto 80 anni l’1 gennaio 2022, soffre per una malattia degenerativa e chiede attraverso la figlia Monica il vitalizio attribuito dalla Legge Onesti, quello riservato agli ex campioni che si trovano in difficoltà economiche. Una misura assistenziale che meriterebbe a pieno titolo e che tuttavia non è ancora riuscito a ottenere. Delle sue condizioni di salute è al corrente il sottosegretario allo sport Valentina Vezzali, che dovrà occuparsi del vitalizio per meriti sportivi.

Sui tempi e sull’eventuale risultato positivo dell’applicazione della Legge Onesti per questo caso, non conosco al momento gli sviluppi.
So per fonte diretta dell’attivazione del WBC che ha scelto di stare al fianco del campione velocizzando le pratiche burocratiche.
Merito della sensibilità di Mauricio Sulaiman e dell’affetto che Mauro Betti nutre per il mitico Bruno.
Mauro conosce molto bene Arcari. Non ha dimenticato l’aiuto, sul piano morale, che il grande pugile gli ha dato in più occasioni in giro per il mondo. Nel 1993, durante il Congresso di Las Vegas, ad esempio. Era morto da poco l’avvocato Antonio Sciarra, che Betti stimava come suo mentore. Lo sconforto si era impossessato di Mauro, solo la presenza e le parole di Bruno erano riuscite a fargli superare quei momenti difficili.
Sono cose che evidentemente non si dimenticano.
In attesa che anche lo Stato italiano e la Federazione Pugilistica si attivino sulla vicenda, è doveroso fare un plauso alla velocità con cui il WBC si è mosso.
Un abbraccio a Bruno e alla sua famiglia. Un abbraccio particolare alla figlia Monica, che ha voluto rendere pubblica la situazione al fine di stimolare le coscienze.
La vicenda, sul piano dell’assistenza economica, cammina sul giusto sentiero. Continuerò a informarvi sugli sviluppi di questa storia.

Ricordo di Daniele, giornalista che tutti volevamo per amico…

Leggo su Facebook un post di Alessandro FiIlippini, scuola Gazzetta dello Sport, e mi sento in colpa. Mi sono dimenticato di scrivere due righe su un amico/collega che se ne è andato via per sempre l’ultimo giorno del 2017. Sarà perché Daniele Redaelli è sempre presente nella mia testa, al punto che a volte mi viene voglia di chiamarlo e solo in quel momento realizzo che non posso farlo più.
Ma non devo accampare scuse, le due righe devo scriverle, come del resto faccio ogni anno per un altro compagno di trasferte e di risate con cui ho diviso gran parte della mia vita, Teo Betti del Messaggero. È un atto di egoismo più che un omaggio ai vecchi compagni di avventura. Sfrutto l’occasione, almeno una volta l’anno posso tornare a parlare con loro.
E allora mi dico che un pezzo d’annata piacerebbe anche a Daniele, perché a lui piaceva qualsiasi cosa fosse scritta con il cuore, non importava quando e dove fosse stata pubblicata.
Ecco, questo è quello che ho sentito nell’anima il giorno dopo la sua morte, quello che ho scritto l’1 gennaio del 2018.

Hanno scritto tanto su di te, amico mio. Ho letto tutto e mi sono detto: li hai stesi. Hanno detto solo belle cose, nessuno ha osato scrivere una parola che non fosse vera. Non c’è stato capoverso che non fosse sincero. Niente retorica o ipocrisia, solo ritratti che ti ricordavano così come eri, Daniele. Un tipo pacioso e focoso, uno a cui ho sempre invidiato una particolarità. Eri l’interlocutore perfetto. Mi facevi venire la voglia di chiamarti ogni volta che avevo dentro una domanda, a cui non riuscivo a dare una risposta.
Negli ultimi tempi ti ho sentito più spesso al telefono di quanto non ti abbia visto di persona.
Siamo stati compagni in più di una trasferta e colleghi nella progettazione, assieme a Gianfranco Colasante ex Coni, del Museo della Boxe che è stato aperto in febbraio a Santa Maria degli Angeli. Non sto qui a parlare di competenza, parlo di passione. Amavi il pugilato, ma soprattutto amavi i pugili. Lo vedevo quando gli parlavi, li guardavi con gli occhi del papà. Ti sembravano tutti bravi, anche i più scarsi.
Sul giornale non facevi sconti. Davi ai protagonisti dello sport quello che meritavano.
Agli amici invece, nella vita, davi sempre più di quanto loro non dessero a te.
E come un boomerang quel testimone è tornato a casa. Ho letto cose bellissime in tua memoria, Daniele Redaelli. Ed erano tutte vere.
Avevi 65 anni, quaranta dei quali trascorsi alla Gazzetta dello Sport. Mi sarebbe piaciuto lavorare in quella redazione di sport vari che hai amministrato a lungo con professionalità e umanità. Ne ho avuto testimonianza da colleghi, ne ho avuto conferma da un grande amico e professionista: Riccardo Romani. Nella dedica per il libro su Monzon, che abbiamo scritto insieme, lui ti ha ricordato così: “A nonno Mariano che mi ha fatto incontrare la boxe, all’amico Daniele che me l’ha fatta amare.”
E quando quel libro l’abbiamo presentato a Forlì, con Flavio Dell’Amore come relatore e Simona Galassi a fare da testimonial, tu hai fatto un’incursione a sorpresa.
“Dario, non dirlo a Riccardo. Voglio vedere come ci rimane.”
E Riccardo c’era rimasto benissimo, al limite delle lacrime.
Sei arrivato da Milano, hai assistito alla presentazione e sei ripartito per Milano. Seicento chilometri tra andata e ritorno, la metà dei quali nel buio della notte.
Eri fatto così, la gioia di un amico era anche la tua.
Solo ritratti sinceri per te, non meritavi né retorica né ipocrisia.
Così è stato.
Li hai stesi Daniele.
Nessuno ha osato dire su di te una parola che non fosse vera.
Ed erano tutte belle.

Icio Stecca racconta paure, dolori e lezioni del Covid…


Mi è sembrato in forma, un mare di parole come sempre. Stavolta però ho avvertito dentro quella continua necessità di raccontarsi, un profondo cambiamento. Stavolta, al di là della retorica che si impossessa della situazione, ha avuto davanti un nemico che non poteva sconfiggere da solo. Lui l’ha capito molto bene. Ci voleva il suo impegno fisico e mentale, ma anche l’aiuto della scienza, l’abnegazione dei medici, la fiducia nei ricercatori, la professionalità dei paramedici. Oggi, a un mese dai giorni in cui il male è cominciato, Maurizio Stecca ha ricominciato a fare progetti, ad analizzare il passato e preparare il futuro. Sono contento di come l’ho trovato. Vi racconto la nostra chiacchierata.

Icio, è finita?
Il Covid non c’è più, il tampone è negativo. Ma la strada è ancora lunga.
Quando ti sei accorto che stavi male?
Tutto è cominciato poco prima del 10 dicembre. Erano un po’ di giorni che mi sentivo strano, non mi andava di fare niente, non volevo incontrare nessuno, non mi tirava di parlare, preferivo stare solo. Poi è arrivata anche la stanchezza, allora mi sono preoccupato. Questo non sono io, mi sono detto. C’è qualcosa che non va.
E cosa hai fatto?
Prima ho chiamato il medico curante, poi il 118.
Sono arrivati subito?
Non proprio. Si sono convinti solo quando ho detto di essere solo in casa e di sentirmi così male che sarei anche potuto morire.
E cosa è successo dopo?
Sono arrivati i paramedici del 118, mi hanno visitato. Sono stati gentili e professionali. Poi mi hanno detto che dovevano accompagnarmi subito in ospedale. Mi hanno trasportato giù. Mi hanno detto che mi avrebbero messo la maschera per l’ossigeno, poi mi è sembrato di sentire la parola Covid. Ho cominciato ad avere paura. Ho messo un piede sull’ambulanza. A quel punto è calato il buio. Mi sono risvegliato sul lettino dell’ospedale. Erano passati quattro giorni, quattro giorni di cui non ricordo niente. Un sonno che si è portato via quattro giorni della mia vita.
Ti sarai fatto raccontare.
Certo. Sono stato in rianimazione, in terapia pre intensiva. Per me è come se avessi dormito per quattro giorni, senza svegliarmi neppure un secondo.
Dolori?
Per fortuna non così forti come so ne hanno avuti altri malati. Ma sicuramente una sensazione di spossatezza generale, fatica nella respirazione, debolezza soprattutto alle gambe, rinuncia a pensare, solitudine assoluta.
Per quanto tempo non hai visto i tuoi figli, la tua compagna Anna?
Di persona, è un mese che non li incontro. Qualche videochiamata, qualche chiacchierata al telefono. Per Natale avevo programmato di scendere a Rimini, di passarlo con i miei figli. E invece niente. Anche questo mi ha fatto molto male.
Quando ti hanno detto che il Covid era stato domato?
Il 28 dicembre, finalmente quel giorno il tampone era negativo.
Sei vaccinato?
Ho fatto due dosi, avevo l’appuntamento per la terza. Ma tre giorni prima è arrivato il Covid.
Ti sei chiesto quali effetti abbia avuto il vaccino sulla tua situazione?
Certo, l’ho anche chiesto a due importanti specialisti. Mi hanno detto che senza le due dosi avrei rischiato di non uscirne vivo.
Quanto tempo devi ancora rimanere in ospedale?
Non lo so. Adesso sono in una clinica specializzata nella riabilitazione. Faccio fisioterapia più volte nella giornata. Tutto quel tempo a letto ha indebolito le mie gambe, anche perché la patologia precedente non mi ha certo aiutato.
Mi ricordi quale è la malattia contro cui combatti da tempo?
È una sindrome che può causare la formazione di trombi che potrebbero ostruire il flusso di sangue a vari livelli.
Stai curando anche quel problema in questo momento?
Devo farlo. Mi hanno fatto delle trasfusioni, ora dovrò fare nuovi esami. Le gambe soffrono un po’, devo recuperare totalmente la respirazione. Ma la cosa buona è che il Covid è stato messo via.
C’è qualcosa di buono che porti via da questa esperienza?
Io sono un iperattivo, uno che fa le cose di scatto, uno che parla in continuazione. All’improvviso mi sembra di avere più tempo a disposizione per agire. Sarà l’età, sarà la paura provocata dalla malattia. Ma adesso penso di più, non corro, rifletto. E sbaglio meno.
E queste sono cose che fanno piacere, non è vero?
Non solo fanno piacere, ma aiutano a capire meglio la vita.
In che senso?
Prima inquadravo il mio passato in modo diverso. La vittoria all’Olimpiade, il titolo europeo e quello mondiale, erano dei successi sportivi. Li avevo trasformati in medaglie, diplomi e coppe. Eranno appesi lì, cose da vedere. Al massimo aggiungevo qualche foto. Ora sono diventati momenti concreti di vita, risultati sportivi che sono riuscito a cogliere, esperienze importanti. Adesso so veramente di avere fatto qualcosa di bello. Me l’ha fatto capire tutta quella gente che ha riversato su di me tanto amore.
Icio, ci conosciamo da quarant’anni. Sii sincero, in questo mese di grandi paure, hai pensato qualche volta al pugilato?
Qualche volta? Ci ho pensato sempre, perché io e la boxe siamo una cosa sola. È stata e sarà la mia vita. Prima erano sogni, poi sono diventate realtà, ora sono speranze. Già mi vedo fuori da qui, mi vedo tornare in palestra e riprendere confidenza con il mio grande amore, il pugilato. Perché Dario, io in palestra ci torno. Lo sai, no?
Certo Icio. Ne abbiamo viste tante assieme in giro per il mondo, tante altre ne vedremo.
Proprio così.

Quando spengo il telefonino, chissà perché, mi viene in mente un aneddoto di tanti anni fa. Era il 2 aprile dell’86, eravamo all’Ice World di Totowa nel New Jersey. Icio era appena salito sul ring per un match sugli otto round contro Ricky West. Il primo gong doveva ancora suonare, dalla platea si è alzato un urlo.
“Maurizio cafudda!”
La gente applaudiva a quel grido. Accanto al posto dove sedevo, il mio amico Elio rideva di cuore. Ho capito che quel termine doveva avergli ricordato qualcosa.
“È in dialetto siciliano stretto, vuol dire: picchialo, fallo nero! Sentirlo qui nel New Jersey mi ha fatto un certo effetto”.
Maurizio Icio Stecca, campione olimpico a Los Angeles ’84 e campione del mondo tra i professionisti, quel suggerimento l’ha sempre rispettato: 49 vittorie e 4 sconfitte (tre delle quali arrivate a fine carriera), campione italiano, europeo e mondiale. Un fuoriclasse del pugilato.
Ha combattuto anche stavolta, aiutato da uno staff medico fantastico (prima quello dell’Ospedale Ca’ Foncello di Treviso, ora dall’equipe dell’Ospedale Riabilitativo di Alta Specializzazione di Motta di Livenza), senza mai cedere allo sconforto. Ha avuto paura, è normale. Ma ha sùbito scelto la strada su cui incamminarsi.
“Affidarsi al personale medico, credimi, è l’unica cosa che si possa fare in queste situazioni”.
E allora Maurizio, CAFUDDA! Qualunque sia il cavaliere selvaggio che provi a distruggerti, fallo nero.


Mirna: 21 match, 21 sconfitte per ko (17 nel primo round!)

Questa è la storia di Mirna Elisabeth La Hoz (a sinistra nella foto), una dominicana di 157 centimetri che ha combattuto tra i supergallo e i welter.
Secondo i dati, pubblicati da boxrec.com, ha esordito al professionismo a 16 anni. Il 16 luglio 2004 ha perso per ko dopo 39 secondi del primo round contro Liliana Martinez (1-3-0 all’epoca del combattimento).
Mirna ha disputato il suo ultimo match il 27 marzo scorso, sempre contro Liliana Martinez (22-18-0, 41 anni), perdendo ancora una volta per ko 1 dopo 32 secondi.
In totale Mirna ha 21 combattimenti nel suo record. Li ha persi tutti per ko, 17 volte è accaduto entro il primo round, una sola volta è arrivata alla terza ripresa: sconfitta contro Kimberly Thomas per kot 3 il 9 aprile 2016.
Dopo ventuno ko consecutivi la Federazione della Repubblica Dominicana ha deciso di sospenderla a tempo indeterminato.
È la storia di una ragazza diventata donna subendo una sconfitta dietro l‘altra, a volte ha abbandonato al primo colpo, altre ha ceduto dopo un pugno pesante.
Per dare un’idea del livello pugilistico di Mirna, propongo tre suoi incontri.

24 febbraio 2018, affronta Avril Mathie che è al debutto. Perde per kot 1.

24 febbraio 2019, affronta Claribel Mena che è al debutto. Perde per kot 1 dopo 1:05.

27 marzo 2021, affronta Liliana Martinez (22-18-0), perde per ko 1 dopo 52 secondi.



Carlos Monzon, l’ultimo match tra paure e dolorose angosce…

Il mondiale dei medi contro Rodrigo Valdes è appena terminato. L’annunciatore si avvicina al microfono.
Poi, lentamente, legge il verdetto.
«I cartellini. Roland Darkin, arbitro e giudice, 144-141 per Monzon; Kurt Halbach 147-144 per Monzon; Mario Poletti 145-143 per Monzon. Vince, con decisione unanime, e resta campione del mondo per il World Boxing Council e la World Boxing Association, Carlos Monzon».
L’argentino non ha più forza neppure per esultare.
Il primo abbraccio è per Gino Giusti, l’uomo grande e grosso, dai lunghi e folti capelli bianchi che l’ha seguito ovunque quando era in Italia, a Parigi o nel Principato. Limitativo chiamarlo body guard. È un amico, l’ombra di Monzon. Poi un’altra stretta, ancora più forte, per Amilcar Brusa e Miguel Angel Cuello. A quel punto, Carlos si appoggia alle corde e chiama a gran voce Tito Lectoure che siede nelle prime file di bordo ring. Ancora un lungo, commosso, prolungato abbraccio.
«Ahora sì, Tito… Nunca mas… Esta fue mi ultima pelea».
Sul ring e attorno al ring si scatena l’inferno.
La polizia picchia tutti. Spettatori, addetti ai lavori, passanti, colpevoli e innocenti. Un giornalista vola sulle teste della gente, il piccolo geniale provocatore Maurizio Mosca della Gazzetta dello Sport ricorderà per sempre quel giorno.
Carlos rientra veloce nello spogliatoio, si guarda allo specchio e quello che vede non gli piace. Le ferite, il viso gonfio. I segni del match sono tutti lì, inconfondibili. È stata una battaglia, ha vinto, ma mai è andato così vicino alla sconfitta. Questo proprio non riesce a sopportarlo. Un ghigno, il pensiero di quello che dirà una volta fuori. Si stende sul lettino dei massaggi, il corpo martoriato lo costringe a pensare, a decidere. Un piccolo sorriso riempie la sua faccia. Ha scelto quale strada percorrere. Si spoglia, si infila sotto la doccia. Due reporter argentini riescono a entrare lì dentro chissà come, scattano tre foto. Venderanno le immagini di Monzon, nudo sotto la doccia, a una rivista spagnola per mille dollari al pezzo. Carlos li maledirà, non per averlo mostrato senza veli, ma non averci guadagnato un soldo. Un paio di mesi prima ha rifiutato la proposta di Playboy, gli aveva offerto 50.000 dollari per un servizio fotografico. Ha detto no e adesso Pichi Arcàzate e il suo amico lo hanno fregato.
Abel ha solo undici anni. Entra nello spogliatoio, si avvicina al lettino dove è steso il papà.
«Quando sei andato al tappeto ho pianto».
«Nella vita ognuno di noi può finire giù più di una volta, l’importante è che sia sempre in grado di rialzarsi».
Con quella frase Carlos pensa di aver chiuso la questione. Ha appena spiegato ad Abel cosa deve pensare e come deve comportarsi un vero macho. Ma il ragazzo insiste.
«Dimmelo papà».
«Cosa?»
«Che non combatterai più».
«Abel, nunca mas… Esta fue mi ultima pelea».
L’annuncio del ritiro non è ancora ufficiale. Rodolfo Sabbatini non crede sia possibile.
«Dice di ritirarsi. In gennaio, massimo febbraio, sarà da me per rimproverarmi. Mi chiederà come mai non abbia ancora preparato un match per lui. Perché Carlos Monzon non chiuderà qui».
Per una volta il saggio promoter romano sbaglia.
In agosto, appena un mese dopo l’ultima sfida, l’argentino organizzerà una festa e alla cena delle celebrazioni vorrà accanto a sé proprio Rodrigo Valdez. Lo mette tra lui e Susanna Gimenez che guarda con occhi pieni di gelosia Nathalie Delon.
L’attrice francese ha viaggiato per dodici ore pur di essere lì. In ricordo dei bei tempi.
In quel locale pieno di gioia, tristezza e sensualità Carlos Monzon fa il grande annuncio.
«Nunca mas».
Lo sa da tempo che quella rivincita con Valdez sarebbe stato l’ultimo atto di una carriera lunga e travolgente. L’ha scoperto quando ha cominciato a non sopportare più l’odore della palestra. Quando quello che una volta gli dava gioia, ora l’infastidiva. Quando faticava per trovare il ritmo giusto per l’esercizio alla pera. In un solo istante ha sentito sulle spalle l’intero peso di anni di sacrifici. Perché Monzon è fatto così. Fuori allenamento ha tempo solo per donne, alcool e sigarette. Ma quando arriva il momento di prepararsi per un match, lavora duro, soffre. Non ha mai dimenticato le parole di Amilcar Brusa, il maestro. L’omone gliele ha detto il primo giorno in cui le loro strade si sono incrociate.
«Ogni dolore in più in palestra è un dolore in meno sul ring.»
L’odore della palestra. Quello acre del sudore, dolce degli unguenti, sgradevole del cuoio. Quell’odore che, quando ne hai annusato troppo, sa di vecchio e cominci ad avvertirlo appena entri nello spogliatoio. Carlos Monzon non riesce più a sopportarlo. È arrivato il momento di smettere.
Ora cominciano i tempi duri. Non sarà più un pugile, non sarà più il campione del mondo dei pesi medi. Quattordici anni da professionista, quattro da dilettante. Da oggi saranno solo ricordi. La vita per lui diventerà molto più difficile di quando, per essere sé stesso senza finire nei guai, doveva solo salire su un ring.
Il Macho sta per cominciare una nuova avventura, la tragedia è dietro l’angolo.
«Abel, vieni qui»
«Eccomi papà»
«Te lo prometto. Ho chiuso con la boxe. È finita. Esco da vincitore!»
«Sono contento. Non mi piace piangere».
Nunca mas.
È il 30 luglio del 1977. Il ring è quello di Montecarlo. L’ultima volta di Carlos Monzon nei panni di pugile. Tutto era cominciato per placare la fame, ora che i soldi hanno riempito lo stomaco, c’è spazio per altre avventure. Ha viaggiato i primi 35 anni della vita in corsia di sorpasso. A caccia di sensazioni sempre più forti. Solo perdendosi negli eccessi riesce a trovare la pace. O, almeno, quella che a lui sembra tale. Alcool, sesso e fumo sono compagni di viaggio ideali. Adesso, messa via la sofferenza fisica e il sacrificio degli allenamenti, ci sarà spazio per tuffarsi nel peccato senza rimorsi. Ammesso che ne abbia mai avuti. Ma la sorte di chi va oltre i limiti, si nasconde spesso dietro un’ultima curva.
Chi non si cura delle persone travolte lungo il cammino, finisce per travolgerle tutte. Fino a uccidere. E a uccidersi.

L’8 gennaio 1995, ventisette anni fa, mentre sta facendo ritorno al carcere di Las Flores (dove è recluso per l’omicidio della terza moglie Alicia Muñiz, e dove ha l’obbligo di pernottare) l’ex campione del mondo si immette nella corsia di sorpasso a 140 kmh: l’auto sbanda e si ribalta più volte. Carlos Monzón muore sul colpo, aveva 55 anni. Riposa nel Cimitero Municipale di Santa Fe.

(da MONZON, il professionista della violenza. Di Riccardo Romani e Dario Torromeo, Absolutely Free Editore)