Il titolo scozzese dei massimi… è proprio una strana storia!

È dura per chi deve guadagnarsi da vivere facendo il pugile, lo è ancora di più se sei uno scozzese alto e grosso. In quel Paese, per tipi così, è quasi impossibile boxare. Dal 1929 ad oggi sono stati solo otto i titoli nazionali tra i pesi massimi di casa.
Eccoli in ordine cronologico.

16.9.1929 Bobby Shields b. Dave Frobes ko 3
19.1.1933 Bobby Shields b. Steve McCall sq. 15
8.7.1938 Alex Bell b. Bob Schally p. 15
19.7.1939 Bob Schally b. Alex Bell kot 15 (ferita)
12.9.1945 Ken Shaw b. Bert Gilroy  p. 15
9.3.1949 Ken Shaw b. Bert Gilroy p. 12
22.6.1951 George Stern b. Hugh McDonald sq. 7

Poi, tutti fermi per settantuno (71) anni.
Adesso l’attesa è finita.
Il 26 febbraio a Glasgow si tornerà a combattere per il titolo nazionale dei pesi massimi. Si scrive la storia. Il match è inserito nel programma che ha il clou nel mondiale unificato (Wbc, Wba, Ibf, Wbo) dei superleggeri tra Josh Taylor (18-0) e Jack Cattesal (26-0).
Gli ultimi a combattere per la cintura sono stati George Stern (18-4-0, 9 ko all’epoca), mancino di 90 chili per poco più di 1.80 di altezza, e Hugh McDonald (5-12-3) 108 chili per 1.85. È finita al settimo round, quando l’arbitro ha fermato McDonald per un colpo sotto la cintura e lo ha squalificato.
Dopo 71 anni ci riprovano altri due nativi di Glasgow.
Joy McFarland (12-5-0, 5 ko, 1.91 per 124 chili) ha una storia singolare. A dieci anni, era il 2008, ha vissuto un’esperienza traumatica ai Caraibi. Era in viaggio verso la Repubblica Dominicana quando la polizia ha arrestato la mamma e il compagno, nella loro valigia era stata trovata della cocaina. Assieme a Joy c’era Kai, il fratello autistico di otto anni. Alcuni giorni nella caserma della polizia, poi è arrivata la nonna a riportarli a casa. La boxe l’ha tirato fuori dai guai.
Professionista a fine 2016, al terzo match ha combattuto al Madison Square Garden. A New York dormiva in una bella stanza d’albergo, roba di classe. Quando è tornato a Glasgow ha ripreso la vita di sempre. Per letto il pavimento, per casa un rifugio per sfrattati.
Oggi McFarland, detto The Ghost: il fantasma, ha 23 anni e insegue il sogno di sentirsi chiamare campione. Sarà dura, ma lui lotterà per realizzarlo.
L’avversario si chiama Nick Campbell (4-0, 4 ko, 2.01 per 114 chili). Ha 32 anni e una sola stagione da professionista alle spalle, il 2021. Quattro match nonostante la pandemia, tutti vinti prima del limite. Un passato nel rugby, un’attività che gli ha lasciato in eredità il soprannome: The Warrior, Il Guerriero, come i Glasgow Warriors in cui ha militato.
Lui punta più in alto del rivale, vuole il titolo britannico e vede il prossimo match solo come una tappa per centrare l’obiettivo. Alla sua età non ha molto tempo per i sogni, e poi deve lavorare sodo (di giorno fa il fattorino, consegne a domicilio, il pomeriggio si allena) per arrivare al traguardo. Non sono ammesse distrazioni, lo sa.
In Scozia dopo 71 anni avranno un nuovo campione nazionale dei pesi massimi.
L’ultima volta, nel 1956, The Ring aveva messo così in fila i Top 10 della categoria…

  1. Ezzard Charles
  2. Rocky Marciano
  3. Clarence Henry
  4. Roland LaStarza
  5. Karel Sys
  6. Joe Louis
  7. Cesar Brion
  8. Joe Baski
  9. Bob Baker
  10. Johnny Williams

Al tempo della pandemia, anche l’informazione è malata

Non sono un esperto di statistiche, anche se sul tema, un milione di anni fa, ho superato un esame all’Università. Non sono un virologo, l’avere lavorato in gioventù come cassiere in una farmacia notturna non mi ha conferito competenze specifiche nel campo. Ma faccio il giornalista da oltre mezzo secolo. E allora provo a capire quale sia la situazione sul mio territorio.
Negli ultimi due anni i mezzi di comunicazione hanno gestito le informazioni sulla pandemia in modo vergognoso. Ogni lunedì leggo gli stessi dati: diminuzione dei positivi, aumento del tasso di positività. Non è che quei risultati siano (sempre) legati al minore numero di tamponi fatti nei giorni festivi?
Mi inquieta la mancata analisi dei numeri, si passa la velina che arriva in redazione, si spingono i dati l’uno sull’altro, creando confusione quando ci sarebbe bisogno di chiarezza. Veniamo sommersi da un’orgia di numeri che ha la stessa chiarezza della supercazzola, il neologismo che dà il via a un nonsenso migrato dal cinema (Amici miei) all’uso comune.  Supercazzola brematurata con scappellamento a sinistra, come se fosse antani. Ricordate, no? Quella, almeno, faceva ridere.
Lo studio della statistica insegna che i termini messi a confronto devono essere omogenei. Bisognerebbe produrre un’informazione meno frenetica in cui si dia il giusto peso ai riferimenti. Prendiamo il titolo: AUMENTANO I POSITIVI. Entrando nell’articolo, conosciamo i numeri presi in esame. È così difficile intuire che se i tamponi sono 1,4 milioni in un caso e 750.000 in un altro, la possibilità che il primo numero produca un conteggio superiore di positivi sia statisticamente certa? Perché meravigliarsene al punto da farla diventare un titolo?
Si usa il sistema doccia scozzese per le dichiarazioni. Oggi gli esperti preannunciano catastrofi, domani danno qualche speranza. Poi cinque giorni di catastrofi e, improvvisamente, uno di speranza. E via accatastando il tutto. Senza specifiche, spiegazioni, analisi, approfondimenti. Un giorno ho contato ventuno articoli sul Covid nella homepage di un noto quotidiano nazionale. Ventuno pezzi messi lì, appiccicati senza un’idea di quello che volessero dimostrare, testimoniare, spiegare con quelle storie.
L’unica accortezza usata è quella di mettere l’annuncio dell’apocalisse in apertura e il possibile miglioramento della situazione in quinta fascia. La cattiva notizia raccoglie più lettori di quella buona. È una vecchia regola che il giornalismo di casa nostra non dimentica mai. Pensavo che la tragedia che stiamo vivendo riuscisse a far passare in secondo piano il metodo. Ho avuto la conferma di essere un illuso.
A fine pandemia, nella speranza che ci sia un fine pandemia, sarebbe interessante un bell’articolo che riepilogasse le dichiarazioni dei vari Master Viro. Altro che quindici minuti, qui si offre popolarità a chiunque dica tutto e il contrario di tutto. Si contrappongono esperti e visionari, scienziati e mitomani. Anche chi non sa nulla sul virus, non resiste e si lancia in previsioni, annunci, suggerimenti, indottrinamenti. La televisione ha legittimato questa massa urlante. Li ha intervistati.
Non sono un esperto, mi fido della scienza. Mi sono fidato per tutto il tempo della mia non più giovane esistenza. A volte è andata bene, altre meno bene, altre volte la situazione è sfociata in tragedia. Non per colpa degli scienziati, ma per la cattiveria della vita. Mi fido, perché non ho i mezzi per sostenere il contrario. Non ho le competenze. Mi sono fidato quando ho preso le medicine senza sapere cosa contenessero, quando mi sono sottoposto all’anestesia, quando mi sono fatto operare, quando ho preso gli antibiotici, mi fido quando continuo a prendere quotidianamente pillole contro l’ipertensione. Finora è andata bene, ho degli ottimi medici che si prendono cura di me. Ascolto le loro diagnosi, osservo le terapie prescritte.
E sono ancora vivo.
Ho fatto la prima dose, poi la seconda e anche la terza. Leggo i numeri, decidendo di sfruttare i ricordi di studi antichi per analizzarli. Capisco, o meglio penso, di non avere sbagliato a fidarmi.
Da due anni però non mi fido più dei giornali. E come me, vedo che non si fida tanta gente. L’editoria è in crisi nel mondo. Vero, ma i numeri del New York Times (8,5 milioni di abbonati) e il modo con cui sia riuscito a raggiungerli dice che il lettore esiste ancora, ha però bisogno di un prodotto di qualità, senza irrigidimenti ispirati dal metodo e tenendo sempre presente che un giornale serve a informare, spiegare, analizzare; aiuta a conoscere, a saziare la curiosità. In molti da queste parti lo hanno dimenticato.
La nostra unica speranza è che lo sport italiano ci regali altre gioie. Europei e Olimpiade giapponese sono stati gli unici momenti in cui la pandemia è scomparsa. Non dalle case degli italiani, ma dalle prime pagine dei giornali. Qualcuno dovrebbe vergognarsi.

Angel, pugile schiavo del sesso. Per i suoi tifosi era… Robinson

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Ha avuto tanto amore,

anche se era solo sesso.

Rocco è il figlio di Giuseppe e Maria.
Nasce a Genova, è a Napoli nel periodo della guerra. Frequenta l’università della strada.
A otto anni si guadagna da vivere facendo la borsa nera, scambia secchi di alluminio con sacchi di grano. Nel primo dopoguerra sposa Carla, hanno due figlie.
Cammino lentamente con lui lungo le strade di una Genova battuta dalla pioggia.
Saliamo i gradoni che ci portano davanti al ristorante gestito da un uomo che ha il pugilato nel cuore.
Ci sediamo a tavola e ordiniamo le stesse linguine al pesto che hanno reso felice Frank Sinatra, presidenti e papi. Mentre mangiamo, Rocco Agostino racconta e io ascolto in silenzio.
Questa è l’incredibile storia di Angel Robinson Garcia.

È un grande, ma ancora più grande è la sua dipendenza dal sesso. Non c’è  notte che non faccia l’amore. Con una o più donne. Non può farne a meno, il sesso per lui è come il cibo. Indispensabile.
È  un giramondo, ha vissuto a L’Avana, Miami, Barcellona, Napoli, Genova, Parigi, New York, Las Vegas e chissà in quanti altri posti ancora. Non riesce a sentirsi a casa in nessun luogo. La voglia di non sprecare neppure un secondo della vita lo porta a lanciarsi nei guai senza stare tanto a pensarci su. Basta che in fondo al cammino ci sia una donna.
Alto, fisico da sciupafemmine, volto d’angelo. Le fa impazzire.
Gli piace boxare e sul ring se la cava davvero bene, ma la cosa che gli piace di più è l’amore. Quello fisico. Non è un uomo di molte parole, promesse non ne ha mai fatte. Ama il contatto dei corpi, le notti consumate in un’esplosione dei sensi, il piacere dato e ricevuto.
Sesso, sesso e ancora sesso.
E non sta certo lì a porsi dei limiti sul dove o sul quando.
Prima di salire sul ring, dopo il peso, a fine match, durante gli allenamenti. Potrebbe esibirsi anche in un Palazzetto pieno di gente. Niente e nessuno riuscirebbe a fermarlo. Il sesso è l’aria che lo aiuta a vivere.

Rino Tommasi è un organizzatore di successo e si è messo in testa una strana idea. Vuole mettere in piedi una sfida tra il cubano e Bruno Arcari. Prima però c’è un problema da risolvere.
Angel Robinson Garcia è ospite della Modelo, la vecchia prigione di Barcellona. È  rinchiuso in quelle celle dove sono stati confinati rivoluzionari e controrivoluzionari, anarchici, franchisti e oppositori del regime, protagonisti delle prime lotte sindacali e delinquenti che hanno segnato la storia della mala in città.
Il manager spagnolo Pedro Caballero telefona ad Agostino, il procuratore di Arcari, dicendogli che è riuscito a convincere il direttore dell’istituto di pena. Garcia godrà di una breve licenza, ma Rocco dovrà firmare un documento in cui si impegna a farlo rientrare in carcere dopo 48 ore.
Agostino accetta e vola a Barcellona con l’aereo privato di Massimo Del Prete: il direttore del Palasport di Genova, che sarà la sede dell’evento.
Il 28 aprile del ’67 il cubano sale sul ring e perde ai punti in dieci riprese contro Arcari. Va così bene che Rocco gli propone di lavorare con lui appena tornerà ad essere un uomo libero.
Un paio di settimane dopo Angel Robinson Garcia dorme in una pensione di via XX Settembre a Genova.  Si allena duramente, ma trovarlo dopo le otto di sera è un’impresa disperata. È capace di andare fino a Verona per bere un caffè, di guidare sino a Milano per passare la notte in discoteca.
Diventa amico di alcuni uomini della Mobile e trascorre molte serate con loro. Ma almeno tre volte a settimana sono proprio quegli agenti a portarlo in cella. Oltre a essere un bel ragazzo, è sessualmente superdotato. E non si stanca mai di mostrare quella che ritiene la sua qualità principe. Le signorine dell’angiporto fanno a gara per averlo con loro. Smaniano, si agitano. Una situazione che non piace ai protettori che tutte le notti si mettono a caccia di quel tizio che si diverte con le loro donne senza tirare fuori una lira.
Una sera d’inverno si danno appuntamento in cinque.
Lo trovano, lo circondano. Pensano di essere riusciti a metterlo alle strette.
C’è umidità in giro, un freddo pungente che entra nelle ossa. Sarebbe stato meglio per tutti starsene in casa, lontani da quei vicoli del porto.
Angel racconta spesso questa storia a cui fa seguire una grossa risata, subito dopo arriva una tosse catarrosa figlia delle quaranta sigarette che spazzia via ogni giorno.
Quegli omoni hanno le facce incattivite da anni di soprusi, sono decisi a risolvere la questione una volta per tutte. La luna piena buca per un attimo la nebbia e illumina con un timido fascio di luce volti che parlano di violenze inflitte e subite.
Provano ad attaccarlo tutti assieme. Finiscono con il culo per terra, lamentosi e doloranti, stesi dai colpi da professionista di Garcia. Ganci, diretti, montanti. Un pugno alla volta, assestato con la stessa precisione che usa sul ring nelle serate baciate dalla buona sorte. Alla fine li ha tutti ai suoi piedi.
Qualcuno vede lo spettacolo dalla finestra, se lo gode sino in fondo, poi alza il telefono e chiama la polizia. Gli agenti sono in zona, meno di un minuto e arrivano.
Angel è una furia scatenata, per fermarlo devono prenderlo a randellate sulla nuca.
È un uomo difficile da gestire, anche perché oltre al sesso ha una passione per l’alcool. Gli piace bere, soprattutto vino.
Ma è un campione e a Rodolfo Sabbatini viene un’idea. Fargli incontrare Carmelo Bossi, con cui ha già pareggiato a Barcellona. Passa l’incarico a Silvana che è la sua segretaria da trent’anni.
“Chiama Rocco, passamelo”.
L’ufficio è al numero 1 di via G.B. Vico, in un vecchio palazzo a due passi da Piazza del Popolo. La stanza di Sabbatini è tre passi sulla destra. In qualsiasi momento del giorno puoi sentire, al massimo del volume, la voce roca del promoter. Combina affari con tutto il mondo, ma in qualsiasi lingua parli c’è sempre quello strano accento made in Pigneto che lo rende inconfondibile.
Rodolfo, c’è Rocco al telefono.
“Ciao, Rocco, come stai?”
Bene. Dimmi.
“Mi piacerebbe che Angel Robinson Garcia affrontasse Carmelo Bossi sui dieci round”.
Piacerebbe anche a me, ma…
“Che c’è? Soldi? Tre milioni bastano? Non credo abbia mai preso una borsa così alta in tutta la sua vita”.
Non è questo il problema. Tre milioni andrebbero bene, ma…
“Aho! Mo me so stufato! Non mi piacciono gli indovinelli. Quale è il problema?”
Angel è in prigione.
“Meglio”.
In che senso?
“Se è in prigione vuol dire che recentemente non ha fatto stravizi, vuol dire che è in peso, che è carico e ha voglia di menare le mani. Perfetto. L’unico problema è tirarlo fuori, il match è fra tre settimane”.
Vedrò cosa si può fare.
Rocco chiama una vecchia conoscenza al Ministero di Grazia e Giustizia. E ottiene un accordo sotto la sua completa responsabilità. Il pugile potrà uscire tre ore ogni pomeriggio per allenarsi. Il vecchio manager dovrà andare a prenderlo e dovrà riaccompagnarlo in carcere. Angel finirà di scontare la pena giusto una settimana prima del combattimento. Si può fare.
Il piano sembra perfetto.
Garcia si allena.
Una settimana prima della sfida è davanti al portone blindato del carcere ad aspettare il manager.
Rocco va a prenderlo alle 10 del mattino. Lo fa salire in macchina e lo porta a Roma. Per cinque giorni il cubano mangia solo spaghetti in bianco, senza sale, senza sugo. Alla fine è in perfetta forma.
Per quattro riprese si difende bene. Si deve arrendere alla quinta, ma solo per colpa di una ferita.
È il 14 luglio del 1967.

Garcia odia fermarsi in un posto. Ama la vita da zingaro, da nomade sempre alla ricerca di nuove avventure. Se gliene propongono una ci si lancia senza starci tanto a pensare. Niente lo spaventa.   pronto ad andare ovunque ci siano un ring, un avversario e qualche soldo per scacciare la fame.
Lo chiamano a Santiago di Cuba per un match contro Chico Morales.
Arriva sul posto dopo molte ore di pullman. In città stanno ancora festeggiando il Carnevale, le strade sono piene di turisti, gli alberghi non hanno una stanza libera. Assieme al maestro Richie Riesgo se ne va in giro per cinema, guardando lo stesso film, rubando ogni volta qualche preziosa ora di sonno. Alla fine decidono di riposarsi su una panchina del parco.
La mattina dopo Angel fa il peso, è perfettamente nei limiti della categoria. Entra in un pub fumoso, pieno di odori, suoni e povera gente. Ordina una robusta colazione. Uova, pancetta, salsicce e un po’ di formaggio. Latte freddo e tanto caffè. Divora tutto con calma, non ha fretta. Non sa dove andare.
Mandato giù l’ultimo boccone accompagnato da un sorso di caffè ancora bollente, torna in quei cinema dove ha già trascorso parte della notte. Esausto, si addormenta su scomode sedie di legno, ignorando voci e immagini che arrivano dallo schermo, godendo sino in fondo del buio in sala.
La sera sale sul ring e batte Chico Morales.
Il match non risulta nel record ufficiale di Garcia. Da quelle parti capita spesso che i combattimenti, anche se regolarmente disputati, non vengano registrati. Sui fatti c’è la testimonianza di Richie Riesgo che ripete sempre la stessa versione.
“Questa storia è vera dalla prima all’ultima parola”.

Molti soldi passano tra le sue mani, quasi mai arrivano però nelle sue tasche.
Affronta i migliori. Quindici campioni del mondo, tra cui Roberto Duran, Josè Napoles, Carlos Hernandez, Wilfredo Benitez, Ismael Laguna, Esteban De Jesus, Ken Buchanan.
Rimane sul ring per ventitrè anni, oscillando dai pesi leggeri ai welter, combattendo in tutti i continenti. Disputa 250 match da professionista, anche se solo 239 finiscono nel record ufficiale (138-80-21, 55 ko).
Interpreta sempre lo stesso copione.
Va a Miami, entra nella Fifth Street Gym di Chris e Angelo Dundee. Si allena con autentici fuoriclasse. E quando il capo riceve un’offerta per farlo combattere contro Rafiu King a Parigi, lui lo segue senza fare una domanda. È il 20 novembre del 1961.
Racconta il manager italo-americano.
“Quella volta ho commesso un errore. Gli ho lasciato una notte libera. L’ho rivisto dieci anni dopo”.
Parigi è fatta per lui. Vino, donne e divertimento. Nel tempo libero, boxa. Sposa la figlia di un commerciante, per qualche mese cambia vita, diventa un uomo di casa. Ma dura poco. Gli manca la libertà di decidere ogni momento cosa fare, gli manca il gusto di cambiare donna ogni notte.
Fa amicizia con molti personaggi dello spettacolo, gli vogliono bene Jean-Paul Belmondo e Alain Delon.
Passano gli anni.
Una notte a Parigi, un po’ per gioco un po’ per curiosità, Belmondo decide di tornare in metro a casa assieme ad alcuni compagni d’avventura.
Scendendo giù  nei corridoi che portano al binario incrocia un uomo di colore. Se ne sta disteso. Poggia il corpo stanco su un vecchio cappotto logoro, accanto a lui c’è una bottiglia di vino quasi vuota. Non degna di uno sguardo la gente che lo sfiora ignorandolo, badando solo a non calpestarlo.
Con orgoglio restituisce a quelle persone la stessa indifferenza. Gli occhi del barbone sono acquosi, vuoti. Il gruppo di amici comincia a deriderlo. Bebel coglie un lampo in quello sguardo, si accorge che quel barbone così malmesso è uno che conosce. Un pugile, o meglio lo è stato, uno che l’ha entusiasmato più volte sul ring del Palais des Sport.
Quel barbone è Angel Robinson Garcia.
Lo convince a farsi aiutare. L’ex fighter gli chiede di tornare a Cuba, da dove è scappato tanti anni prima, nel momento stesso in cui Fidel Castro ha messo al bando il pugilato professionistico. Nell’isola ha lasciato il ricordo di un atleta di talento che valeva i migliori del mondo. Ma anche l’immagine di un uomo senza regole, sospeso dalla commissione locale per avere dato più volte scandalo. E poi c’è  ancora in sospeso una vecchia questione per un pugno tirato sul muso di un soldato castrista. Riportarlo a Cuba non sarà semplice.
Ma Belmondo è amico del Leader Maximo. A forza di insistere, dopo decine di lettere e altrettante telefonate riesce a convincerlo a rilasciare un visto di ingresso per quel campione senza pace.
Angel parte per un ritorno alle radici.
In Europa ha entusiasmato chiunque amasse la boxe, ma spesso non ha rispettato le regole.
Garcia si è goduto quelli che lui pensava fossero gli unici piaceri della vita.
Sesso e alcool ne hanno compromesso carriera e salute. Fegato e reni sono andati in sofferenza. Chissà dove sarebbe arrivato se solo avesse percorso sentieri meno pericolosi.
Ha vissuto come aveva sognato.
“Non si può scegliere il modo di morire. E nemmeno il giorno. Si può soltanto decidere come vivere” canta Joan Baez. È esattamente quello che ha fatto Angel Robinson Garcia, morto povero e in solitudine l’1 giugno del 2000 all’Avana. Lì dove era nato sessantatré anni prima.
L’ultima foto mostra un volto segnato da decenni di abusi, uno sguardo triste, due sopracciglia su cui spiccano vecchie cicatrici. Un vagabondo del ring che ha vissuto godendo l’attimo fuggente, senza mai pensare di doverne rendere contro alla vita.

(estratto dal libro Non fare il furbo, combatti di Dario Torromeo, Absolutely Free Editore)

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Oggi Ali avrebbe ottant’anni. Un’eredità mai avvicinata…

Oggi Muhammad Ali avrebbe compiuto
il suo ottantesimo compleanno.

In un gelido pomeriggio di dicembre, era il 1991, grazie all’amicizia con Gianni Minà ero riuscito a parlare da solo con il campione. Alla fine dell’intervista, avevo posto un’ultima domanda.
Ali, ti manca la boxe?
La risposta era arrivata veloce, devastante e precisa come uno dei suoi mitici jab.
Sono io che manco a lei.
Il lettore disattento avrebbe potuto scambiarlo per un peccato di presunzione, un pensiero arrogante. Gli anni hanno detto, se mai qualcuno ne avesse dubitato, che aveva ragione. Ha avuto imitatori sul ring e nell’approccio al match, nelle conferenze dopo l’incontro, nei dibattiti televisivi. Qualcuno ha osato imitarne le gesta anche in combattimento. Tutti quelli che ci hanno provato ne sono usciti malconci. Non ci si può accostare al mito senza la necessaria umiltà. Pochi hanno capito una lezione che è assai più antica della boxe.
Al pugilato di oggi Ali manca, tanto.
Negli ultimi anni le parole di guerra lanciate alla vigilia delle grandi sfide sembrano figlie di sceneggiature di secondo, terzo livello. Anche Tyson Fury, forse il più estroso del gruppo, cade nella trappola dell’esagerazione fine a sé stessa. Se quelli di Ali erano paradossi pieni di sarcasmo, quelli di oggi sembrano volgari e per nulla ironici. Ci ha provato Deontay Wilder ed è scivolato nel cattivo gusto. Ha tentato di prendere quella strada Derek Chisora ed è caduto nel bullismo più bieco, da coatto professionista.
Ali ci manca sul ring. Per l’eleganza del pugilato, per la velocità di esecuzione. Ci manca soprattutto per la capacità di prendersi la scena, per la magia di non trasformare mai la violenza in brutalità, per l’eleganza dell’azione, l’abilità nelle schivate. Per la personalità.
Oggi incoronano pugile chi pugile non è. Esaltano a livello di fenomeni assoluti, personaggi che presto torneranno nel gruppo.
Terence Crawford fa causa a Bob Arum accusandolo di non avere saputo sfruttare le sue doti. Sarà mica colpa di Arum se, pur essendo un fenomeno sul piano tecnico, in due incontri sulla pay per view ha raccolto appena 150.000 telespettatori? Per completare il pacchetto e diventare un’attrazione deve imparare molto.
Ali ci manca soprattutto per la caratura del personaggio. Non scappava mai davanti al pericolo di una domanda insidiosa. Non fuggiva se era chiamato a esporsi, spesso si esponeva anche se non richiesto. Il Vietnam, la segregazione razziale, la cultura negata ai poveri, la visibilità chiesta e ottenuta per chi del pugilato aveva fatto un mestiere. Si presentava nelle università, scherzava con le rime baciate poi tirava fuori una poesia fantastica, per forza del messaggio e brevità del testo. Avevano invitato lui, pugile nero, a parlare alla futura classe dirigente americana ad Harvard. Aveva fatto un toccante discorso sull’importanza del diritto allo studio, inteso come uno strumento per migliorare il mondo. Poi, quando, per scherzo o per sfida, uno studente gli aveva chiesto una poesia, aveva recitato semplicemente: “Me, We” (“Io, Noi”).
Ditemi voi chi negli ultimi cinquanta anni ha avuto un impatto più forte sulla società americana tra i pugili in circolazione in questo mezzo secolo, tra gli sportivi in circolazione. Chi può almeno pensare di gareggiare in popolarità universale con lui.
Mayweather e la sua megalomania? Fury e la sua follia? Canelo e il suo silenzio? Anthony Joshua al confronto mi sembra un borghese senza lampi, Wilder un novizio in cerca di un’identità. Campioni senza parola, alcuni di loro senza neppure talento.
Aveva ragione, Ali. È lui a mancare alla boxe, lo è al punto che ora questo sport deve lucrare sulle esibizioni di signori over 50. Roy Jones jr e Mike Tyson, tanto per non fare nomi.
Su quel match ho scritto quello che ancora oggi penso.
Hanno tirato giù il telo che proteggeva la boxe moderna. Non quella che giovani pugili di talento combattono sui ring di tutto il mondo, ma quella che non lascia più amore negli occhi e nel cuore della gente. E allora ci si rifugia nel passato. 
Muhammad Ali ci manca perché non è preso come esempio, perché la sua grandezza a volte è esaltata con ipocrisia.
Ali ci manca.
E nel giorno dell’ottantesimo anno dalla sua nascita, a me piace ricordarlo così, con il pezzo che ho scritto quando ci ha lasciati per sempre.

23pugno

 

Muhammad Ali se ne è andato
alle 6:25 del 4 giugno 2016. 

 

1piccolo

21lonnie

La botta in testa arriva nelle prime ore della mattina.
Quattro parole. Muhammad Ali è morto.
Il Labbro è tornato a urlare, dopo troppi anni in cui gli altri l’avevano fatto per lui.
Muhammad Ali ha segnato le vite di molti di noi. Con una parola, un gesto, un pugno da maestro. E adesso se ne è andato per sempre.
Era entrato nelle nostre case in un’estate del ’60, si chiamava ancora Cassius Clay ed era un un giovanotto un po’ istrione e un po’ smargiasso. Aveva cominciato a ballare sul ring spiegando a tutti noi che anche il pugilato dei giganti poteva essere arte. Col tempo aveva perfezionato la formula magica. Tanto talento, un infinito carisma e una voglia profonda di mettersi sempre in gioco.

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«Float like a butterfly, sting like a bee!». Tutta la notte, tutta la notte Drew “Bundini” Brown avrebbe ripetuto la stessa cantilena. Sonny Liston era all’altro angolo del ring, indossava un accappatoio bianco. Sembrava un orso pronto a sbranare la preda, tutto quel bianco faceva da contrasto con la pelle, nera come la pece. Anche Clay vestiva di bianco, dietro aveva una scritta rossa: “The Lip”, Il Labbro. La grande avventura poteva cominciare.
Vola come una farfalla e pungi come un’ape!” gli urlava dall’angolo Bundini Brown, clown dalla faccia triste a mezza via tra il giullare e l’uomo della fiducia ritrovata. Il consigliere che per peccati personali un giorno l’avrebbe tradito.

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L’altro uomo del clan era Angelo. Non un angelo biondo, ma un italiano piccolo di statura, con lenti spesse e una montatura robusta. Angelo Mirena, in arte Dundee, veniva dalla Calabria e aveva la capacità di gestire al meglio uomini e atleti.
Muhammad Ali se ne è andato dopo aver passato una vita a squarciare l’ipocrisia che spesso governa il mondo dello sport. Da tanto il Parkinson era diventato il padrone dell’uomo che aveva conquistato il mondo. Ma lui non si era mai arreso.
Non riusciva a mettere assieme neppure un sussurro. Affidava alle orecchie della moglie gli ultimi messaggi. Bloccato dalla malattia, non si lamentava, ma ripeteva ai suoi cari le parole di Malcolm X.

frase

 

 

Cassius Clay era scomparso dopo l’oro olimpico e la conquista del mondiale contro Sonny Liston nel 1964. Da quel momento era esistito solo Muhammad Ali.

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Era passato sopra la boxe come il vento del deserto e aveva spazzato via tutto. Il pugilato di Ali sembrava potesse addirittura fare a meno della violenza. Vinceva per ko, ma lo faceva non apparendo mai brutale. Nei suoi colpi non era previsto il gesto tecnico involgarito dall’errore. Era stato questo modo di rappresentare lo sport a farlo amare da tutti. Nonne e nipoti, donne e uomini, giovani e anziani. Campione della gente, come si usava dire una volta.
Aveva un modo di combattere leggero e concreto allo stesso tempo. Uno stile da poeta romantico che si muoveva in un universo di impurità. E’ stato il migliore in un’epoca pugilistica baciata dalla fortuna. Ha domato leoni del ring come Frazier, Foreman, Liston, Norton, Shavers, Bonavena, Bugner, Quarry, Williams. Ha combattuto sfide al limite della tragedia, con Foreman nella magica notte di Kinshasa, con Frazier nell’inferno di Manila. E ne è uscito vincitore.

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Non si è mai tirato indietro. Quando ha acceso il tripode olimpico ad Atlanta 1996 non ha avuto paura di mostrare al mondo intero come fosse ridotto quel corpo che un tempo era stato il tempio della salute e della forza. Vederlo tremare mentre tendeva la mano, ricordandone la leggerezza dei gesti sul tappeto del ring, è stato terribile e commovente allo stesso tempo. Ha raccontato con quel gesto una storia di coraggio e dignità.
Ali ha riempito ogni spazio con cui sia venuto a contatto. I grandi personaggi sono così. Entrano nelle nostre vite, diventano figure rassicuranti e non se ne vanno più via.
Lo confesso, Ali fa parte di me.
Anche se ho avuto la fortuna di parlare con lui due sole volte nella vita, non me lo toglierò mai dalla pelle.

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E come spesso accade quando si aprono le porte di un grande del passato, si cancellano i momenti bui, gli errori, i peccati e le miserie.
Ad esempio, l’incapacità di frenarsi nel momento in cui era lanciato verso una sfida importante. Gli era capitato nei match con Joe Frazier quando la parola era andata oltre il pensiero ed era scivolata nell’insulto.
Ma si era pentito. Tardi, ma si era pentito.
Era un uomo, non un dio. E come uomo ha pagato duramente il regalo che la natura gli aveva fatto. Un talento infinito unito alla capacità di ipnotizzare le folle. Non era mai banale. Nè sul ring, nè come essere umano. La sua popolarità ha attraversato trasversalmente il mondo. L’hanno amato nei ghetti di New York e nelle Università della California, l’hanno adorato uomini che riuscivano a malapena a scrivere il proprio nome e filosofi di grande spessore. Da ognuno di loro ha succhiato linfa vitale per quella sua boxe piena di magie.
È stato un gigante che mi ha fatto amare la boxe così tanto da non poterla mai lasciare. E non sono certo il solo.

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Ali è davvero entrato nelle case di tutti noi con la delicatezza di una farfalla. E con quell’esagerazione che ha scelto come prima forma di espressione ha subito provocato sconquassi emotivi. Ha fatto uscire il pugilato dal ghetto e l’ha portato in giro per il mondo mostrandolo con orgoglio, usando ogni mezzo per imporre la poesia di una disciplina che sa di potersi trasformare in tragedia. Ha sfidato il sistema, è addirittura diventato, per un piccolo spazio di tempo, padrone dello spettacolo. A volte ha vinto, altre è stato vittima di se stesso.
Ma non si è mai tirato indietro.

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Ha peccato Ali, ma chi tra gli uomini non l’ha mai fatto?
Ho imparato ad amarlo quando era un ragazzo che correva verso la gloria olimpica, l’ho adorato quando stravolgeva la boxe dei giganti, sono stato idealmente al suo fianco quando ha osato sfidare il sistema sbattendo in faccia all’America le falsità e le crudeltà della guerra in Vietnam, mi ha fatto infuriare quando ha rinnegato il legame con Malcolm X o ha ceduto alle pressioni dei Musulmani Neri, sono rimasto affascinato dalla notte di Kinshasa contro George Foreman o dall’epico combattimento contro Joe Frazier a Manila.
Ali nello sport rappresenta la rivoluzione. Ha conquistato la nostra anima grazie a un carisma difficile da trovare in altri eroi dell’atletismo. Ci ha fatto capire che avremmo potuto anche detestare la boxe, ma non avremmo mai potuto non amare i suoi protagonisti.
Ha catturato la nostra attenzione. Prima con la parola, poi con i gesti.

FILE - In this Aug. 29, 1974, file photo, boxer Muhammad Ali makes a face during a press luncheon in New York, to promote the sale of tickets to Madison Square Garden where the battle against George Foreman in Zaire will be shown in October on closed circuit television. Ali turns 70 on Jan. 17, 2012. (AP Photo/Ron Frehm, File)

Comandava le sfide sul piano tattico e psicologico. Aveva pugno, ritmo, colpo d’occhio. Era tutto generato da una fantastica fluidità dei movimenti, da una rapidità di esecuzione difficilmente riscontrabile in giganti che superavano il quintale.
Aveva velocità, leggerezza, potenza. E noi continuavamo a chiederci come potessero coesistere in un solo uomo.
Sul piano pugilistico, sopra Ali la boxe dei pesi massimi ha avuto avuto Joe Louis. Come spessore del personaggio, Ali non ha nessuno davanti nell’intera storia dello sport.
Ci ha conquistato danzando sul ring in quella categoria dove i movimenti erano spesso goffi o almeno macchinosi. Ha portato la psicologia nel mondo del pugilato e l’ha usata come un mago gestisce i suoi trucchi. Con destrezza e apparente facilità ha smontato le certezze di uomini che sembravano imbattibili. Ha riempito la loro testa di dubbi fino a scalfirne la forza.

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Era bello Ali, affascinante.
Lo piangono in Cina e in Giappone, in Italia e in Finlandia, in Australia e nelle Americhe. In Africa è come se fosse morto un re di quelli buoni, di quelli che hanno aiutato a capire. Quando è andato laggiù per affrontare quel gigante cattivo di Foreman, agli occhi degli uomini dello Zaire l’unico nero sul ring era lui.
Ci ha lasciati il pugile che ha messo d’accordo bianchi, neri, gialli e di qualsiasi altro colore la società abbia scelto per farci sentire diversi quando in fondo siamo tutti così uguali. Ali è riuscito a sconfiggere anche i pregiudizi, per questo è stato un campione universale. Applausi e lacrime per lui arrivano dai ghetti dell’Africa nera, dal Bronx, dai laureati di Harvard e dalle gang di Los Angeles, dalle sacche di disperazione dell’Asia, dai broker di Wall Street.
Rispecchiarmi in Muhammad Ali, in quel gigante così agile e potente, ha fatto sentire per un attimo bello anche me. Anche di questo gli sarò grato per sempre.


MUHAMMAD ALI
, nasce come Cassius Marcellus Clay a Louisville (Kentucky, Stati Uniti) il 17 gennaio 1942. Muore a Scottsdale il 4 giugno 2016.
Altezza: 1.89

DILETTANTE
(mediomassimo, 81 kg)
94+ (62 ko), 8-
Allenatore: Joe Martin
Campione nazionale Golden Gloves nei mediomassimi a Chicago 1959
Campione nazionale Golden Gloves nei massimi a Chicago nel 1960
Campione Amateur Athletic Union nei massimi nel 1959 e nel 1960
Oro nei pesi mediomassimi all’Olimpiade di Roma 1960
Primo turno: + Yon Becaus (Belgio) kot 2
quarti di finale: + Gennady Schatkov (Unione Sovietica) 5-0
semifinale: + Tony Madigan (Australia) 5-0
finale: + Zbigniew Pietrzykowski (Polonia) 5-0

PROFESSIONISTA

(massimi, da 84.300 a 107 kg)
manager: Angelo Dundee
56 + (37 ko), 5 – (1 ko)
esordio il 29 ottobre 1960 + 6 Tunney Husnsaker
ultimo match 11 dicembre 1981: – 10 Trevor Berbick

IL PUGILE

Ha scritto la storia di questo sport e della società americana.
Primo a vincere per tre volte il titolo mondiale dei massimi. Ha conquistato la corona il 25 febbraio 1964 (+ abb. 7 Sonny Liston), l’ha dovuta lasciare il 22 marzo 1967 dopo essersi rifiutato di prestare servizio militare in Vietnam. L’ha riconquistata il 30 ottobre 1974 a Kinshasa (+ ko 8 George Foreman), l’ha persa il 15 febbraio 1978 (- SD 15 Leon Spinks), se l’è ripresa il 15 settembre dello stesso anno (+ 15 Leon Spinks). In carriera ha battuto tra gli altri Joe Frazier, George Foreman, Bob Foster, Sonny Liston, Ron Lyle, Joe Bugner, Ken Norton, Ernie Shavers.

Ecco la storia di Hugo Legros, rivale di Rigoldi per il titolo EU


Lui si chiama Hugo Legros (a sinistra nella foto), è nato 28 anni fa a Serifontaine, meno di tremila anime nella Hauts-de-France. È il nuovo avversario di Luca Rigoldi per il titolo (vacante) dell’Unione Europea (EU), categoria supergallo.
Ama la boxe da quando aveva sei anni. La passione è aumentata sempre di più. Ogni giorno, quando arriva il tempo di combattere, si mette in macchina e macina quasi 180 chilometri tra andata e ritorno per raggiungere la palestra del suo allenatore a Pont-Sainte-Maxence, cinquanta chilometri a nord di Parigi.
Il maestro è Giovanni Boggia, francese. Ma anche quasi italiano, come dice lui. Oltre alla lingua madre, il francese, parla bene la nostra lingua, parla meglio (è ancora lui a precisare) il sanpaolese. Il dialetto di San Paolo Civitade, Foggia, il posto di origine del papà. Ma torniamo al pugile.
Hugo è stato un buon dilettante, nel 2014 è diventato professionista. Oggi il suo record è: 14-1-2, 2 ko. È stato campione nazionale dei supergallo, categoria in cui boxa praticamente da sempre. Discreto ritmo, è uno che accetta la sfida.
Conosciamo bene Rigoldi, non avremo sorprese” dice Boggia. Prende una pausa, poi aggiunge: “Rigoldi è forte e ha un grande ritmo. Sarà un match duro, difficile, ma noi veniamo per vincere. Avevamo programmato l’assalto al titolo EU al terzo match di questo 2022. Per una serie di circostanze, è arrivato prima del previsto. Ma non ci coglie impreparati. Hugo è ben allenato, ama questo sport ed è pronto alla battaglia“.
Legros ha vissuto un 2021 sfortunato, triste, maledetto.
Aveva programmato il matrimonio, la pandemia lo ha costretto a rinviarlo. La seconda data per le nozze ha coinciso con il picco della malattia del papà, Marco. Una lotta contro un tumore devastante protrattasi per quattro mesi e conclusa a settembre con la morte a soli 54 anni.
Hugo è abituato a combattere, anche se davanti a tragedie come questa devi concederti del tempo per capire come riuscire a gestirle. Il lavoro (è impiegato in un’azienda che produce ricambi per auto), il pugilato che è la sua grande passione, l’amore della ragazza che presto sposerà e quello della famiglia gli hanno dato una grossa mano. Ora ha un obiettivo che può aiutarlo a concentrarsi, a riprendere a vivere. Quel titolo lo insegue da tempo.
Doveva combattere il mese scorso, due giorni prima del match, il georgiano che avrebbe dovuto sfidarlo ha scoperto di non avere il visto di ingresso per la Comunità Europea. Saltato l’incontro, è rimasto in attesa di una nuova occasione. È arrivata.
Hugo è alto 1.70, cinque centimetri più di Rigoldi (25-2-2, 8 ko), tanto per la categoria.
Chiedo a Giovanni un pronostico.
“Ripeto, sarà dura. Ma ce la giocheremo”.
Chiudo togliendomi una curiosità, l’ultima volta che ho sentito Boggia mi ha raccontato di come non possa fare a meno di San Polo Civitade. Gli chiedo se lo scorso anno, nonostante la pandemia, sia riuscito ad andare in visita a parenti e amici.
“Scherzi? Io non so stare senza l’Italia, senza San Paolo Civitate. La pandemia mi ha bloccato, come ha bloccato il mondo intero. Per un lungo periodo mi sono rimaste le telefonate con gli amici, il dialetto, le chiacchierate con Luigi Minchillo, che chiamo cugino. Appena ho potuto, sono tonato lì. Un mese, la scorsa estate. Spero di ripetere la visita anche quest’anno”.
Il match di Hugo Legros è in programma il 25 febbraio a Vicenza. Il vincitore dovrà poi affrontare Josè Antonio Sanchez Romero (13-0, 5 ko), sfidante ufficiale.
In cartellone anche il titolo italiano (vacante) dei medi. Sarà Carlo De Novellis (8-4-1) ad affrontare Andrea Roncon (18-6-1) in sostituzione di Khalil El Harraz, che ha preferito scendere di categoria: combatterà nei superwelter.
Sarà anche l’occasione per vedere il primo match sugli otto round di Yassin Hermi (7-0, 4 ko).
A completare la serata i match del medio Giovanni Rossetti (7-1-0) e del peso gallo Cristian Zara (7-1-0).

Mondiale massimi. Abbiamo perso la capacità di indignarci



Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu lo possa dire.
Importa davvero chi abbia pronunciato queste parole?
Avrebbero un peso diverso se fossero di Voltaire, della scrittrice britannica Evelyn Beatrice Hall o di un altro personaggio?
Bastano per tacciare di ignoranza chiunque non individui chi le abbia dette per primo?
L’ho presa alla lontana, ma sono anziano e questo mi consente di avere tempo per il presente, piccola ricompensa davanti al tempo che si accorcia quando penso al futuro. Oggi va così. Mi sono imbattuto in un fatto che mi ha spinto a una riflessione su come sempre più spesso nelle discussioni ci si fissi sui particolari meno importanti. Si evita di analizzare l’intero concetto, si cerca velocemente un appiglio per schierarsi, si è portati ad accettare come ineluttàbile una situazione per il solo fatto che si ripeta nel tempo.
Siamo stati privati da qualcosa che da sempre è sinonimo di progresso. Ci è stata tolta la curiosità, è stata ridotta ai minimi termini la voglia di capire, di sapere. Ci hanno convinto di non averne bisogno, perché già sappiamo tutto. Piuttosto che sui libri, ci informiamo sui social network. Facebook, Twitter, Instagram e via scendendo. Siamo diventati autoreferenziali. Spieghiamo, azzanniamo, insultiamo. Sparite lettere e telefonate, si comunica via post, attraverso uno strano linguaggio in cui domina il turpiloquio.
Sono molti i lettori che non leggono. Si fermano al titolo, cercano qualcosa con cui argomentare, meglio se in modo violento. Non è indispensabile conoscere l’argomento, sapere veramente cosa abbia scritto chi vogliamo offendere, perché tutto questo sarebbe inutile e ci farebbe perdere tempo. E tempo non ne abbiamo, dobbiamo insultare qualcun altro. Non sappiamo più ascoltare, preferiamo parlare. Non leggiamo, preferiamo scrivere. Siamo convinti di avere qualcosa da dire. Spesso non sappiamo cosa, ma in fondo è un problema secondario.
Da quale particolare nasce l’ennesima avvelenata?
Da una notizia.
Sono sempre stato d’accordo con Rino Tommasi.
“Il problema non è che ci siano due, tre o quattro campioni del mondo. Il problema nasce nel momento stesso in cui il campione non è più uno solo”.
Le parole sono importanti. Campione del mondo indica univocità. Sei il più forte su questo pianeta, in quello sport, in quella sezione, in quella categoria.
Il pugilato ha perso da tempo questa prerogativa.
Concedere legittimità nella gestione della disciplina a più organismi è stato il primo passo verso il distacco dalla passione popolare. L’impossibilità di riconoscersi in un solo eroe, di ricordarne il nome, di poterlo indicare come il più forte, ci ha fatto perdere l’identità stessa del rapporto.
Vengo al fatto che ha scatenato in me l’ennesima botta di tristezza sportiva.
Leggo che Trevor Bryan è il campione del mondo dei pesi massimi per la World Boxing Association, e questo già mi suona strano. Non perché non lo sapessi, ma perché non mi sembra normale. È ancora più strano perché so che in quell’Associazione i campioni del mondo sono due, oltre al detentore del titolo Gold. Poi ci sarebbero anche quelli di Wbc, Wbo, Ibf e via siglando.
Mi fermo. Aumentare le chiavi di lettura del caso in esame credo sarebbe fuorviante.
Trevor Bryan è dunque il campione.
Il 29 di questo mese, tra due settimane, a Warren in Ohio difenderà il titolo contro Jonathan Guidry: un signore di 32 anni, professionista da otto, con un record di 17-0-2.
È alto 1.80 e sale sul ring attorno ai 112/115 chili (120 nell’ultima sfida). Ha una folta barba scura, pochi muscoli, fianchi abbondanti. Nove dei suoi rivali hanno un record negativo, nessuno di loro appartiene a un livello medio-alto del pugilato mondiale. Dei suoi 19 match, ne ha disputati 18 in Louisiana, la sua terra. Per la sfida a Bryant intascherà 70.000 dollari, più 10.000 per le spese.
Per il sito specializzato boxrec.com è al numero 72 tra i 344 pesi massimi americani, al 255 tra i 1222 colossi del mondo.
A novembre non era tra i Top 15 della WBA.
A dicembre improvvisamente è entrato al numero 13. In quel mese non ha incontrato nessuno. E non è che si portasse dietro un’esaltante serie di ultimi risultati. Fermo dal 2019, è tornato sul ring il 14 agosto del 2021. Ha sconfitto ai punti in otto round Rodney Moore, anni 46, con diciassette sconfitte negli ultimi venti combattimenti.
Ecco, questa è la scatenante. Non importa se Bryant conserverà il titolo o Guidry, a sorpresa, sarà il nuovo campione. L’aspetto negativo della questione sta nel pensare che due pugili come loro possano disputare il campionato mondiale dei pesi massimi.
La boxe ci ha abituati a qualsiasi spettacolo. Importanti mezzi di comunicazione hanno indicato come personaggio pugilistico del 2021 uno youtuber che fino ad oggi non ha mai incontrato un pugile. L’hanno fatto perché ha guadagnato 40 milioni di dollari e ha costretto gli stessi media a parlare di lui. È la rappresentazione di cosa sia diventato oggi lo sport. Concedersi senza pensare tanto a chi ci si conceda. Il metro di valutazione è rappresentato da guadagni e popolarità. Ci si è uniformati alla società dello spettacolo. La boxe si è trasformata. È sempre più vicina a quel wrestling tenuto su da abili sceneggiatori.
Questa è solo l’ultima cattiveria della fila. Altri scandalosi campionati del mondo sono stati messi in piedi, altri lo saranno. Fino a quando non si tornerà al primitivo scontro senza regola alcuna, tra uomini senza protezioni, una sfida primordiale in cui il vincitore sarà chi riuscirà a sopravvivere. Oppure ci caleremo in una teatrale rappresentazione di show creati per stupire. Una sorta di falsa realtà  in cui l’ossimoro già definisce la natura dello spettacolo.
Nel momento stesso in cui un campionato del mondo tra due signori senza titoli per giocarsi la cintura diventerà la normalità, scopriremo che la boxe è uno sport che appartiene al passato e non ha futuro. Ma forse è già accaduto e noi non ce ne siamo accorti.


Le tre sconfitte di Monzon, l’uomo che non perdeva mai



Monzon era entrato nella palestra di Amilcar Brusa nel 1960. Da quel momento i due sarebbero stati sempre assieme. Brusa sarebbe mancato soltanto tre volte all’angolo del suo allievo, perché impegnato con qualche altro pugile in giro per l’Argentina. Non ci sarebbe stato contro Antonio Aguilar, Felipe Cambiero e Alberto Massi (foto sopra). Le uniche tre sconfitte di Carlos in novantanove match da professionista.

La notte del 9 aprile 1964, Carlos Monzon apriva il primo capitolo della sua terza vita. Perdeva da Alberto Massi, un giovanotto di 24 anni che gli amici di Rio Cuarto chiamavano Pirincho e che Carlos chiamava con spregio el gordo. Il Ciccione. Avevano combattuto a Cordoba. Monzon era più alto e più bravo, ma aveva perso.
«Non è vero. La verità è che sono stato derubato. L’ho battuto ogni volta che l’ho affrontato».
Alla fine sarebbero stati quattro i loro match, tre verdetti avrebbero parlato in favore del mito di Santa Fe.
Alberto del Carmen Massi, all’epoca cameriere (poi diventerà muratore e successivamente fuochista su una nave), era stato campione militare e aveva vinto i primi due match da professionista. Niente di speciale, il record di fine percorso l’avrebbe confermato.
Giovane, inesperto e senza grandi potenzialità. La vittoria contro il santafesino sarebbe stato il ricordo più bello di una carriera anonima. Se lo sarebbe portato dietro per sempre, non l’avrebbe mai lasciato.
Yo le gané a Carlos Monzón.
L’avrebbe scritto anche sul biglietto da visita, se solo ne avesse mai avuto uno.
All’angolo di Escopeta non c’era Amilcar Brusa, il maestro era a Santa Fe per assistere Roberto Chetta, che affrontava Federico Thompson. Per sostituirlo erano saliti sul ring addirittura in tre: Genaro Ramusio, Alfredo Luna, Manuel Hemida. Ma l’omone non aveva sostituiti. Era unico.
Terza sconfitta da professionista.
La prima, il 28 agosto del 1963, era arrivata all’ottavo match, gliel’aveva inflitta Antonio Aguilar (imbattuto dopo 16 incontri, 27 anni). Uno che avrebbe combattuto anche in Italia. Nel suo record due sconfitte con Sauro Soprani, una con Carlo Duran e un successo su Luciano Sarti.
L’altro vincitore del futuro campione del mondo si chiamava Felipe Cambeiro: uno spagnolo, naturalizzato brasiliano che (il 28 giugno del 1964) aveva messo tre volte al tappeto Monzon sul ring all’interno dell’Auditorium Tv di Rio de Janeiro. Il perché di quella sconfitta così pesante, sarebbe stato reso noto solo molto tempo dopo. Carlos aveva combattuto con la mano destra infortunata, a partire dal secondo round.
Contro Massi, morto lo scorso anno, il terzo stop.
Era il 9 ottobre 1964.
Sarebbe stata l’ultima sconfitta sino a fine carriera, quasi tredici anni dopo.

Crawford vs Arum, chiede 10 milioni per pregiudizi razziali


Una causa promossa da un pugile nei confronti di un promoter, non è una novità. Ma se il pugile si chiama Terence Crawford e l’organizzatore è Bob Arum, la cosa diventa terribilmente importante. Non tanto per la richiesta economica, quanto per le motivazioni che l’hanno ispirata. L’accusa, secondo il New York Post che ha scritto per primo l’intera storia, è infatti: discriminazione razziale.

I fatti.
Terence Crawford ha citato in giudizio in Nevada, presso la Corte Federale dell’Ottava Circoscrizione, il promoter Bob Arum, titolare della Top Rank. Il campione del mondo, rappresentato dall’avvocato Bryan Freedman, ha chiesto un risarcimento di almeno dieci milioni di dollari. L’accusa è la mancata promozione della sua carriera, causata dai pregiudizi razziali dell’organizzatore.

I numeri.
Terence Crawford denuncia Arum per non averlo fatto guadagnare abbastanza, di avere deliberatamente offeso la sua professionalità e il suo ruolo, di non averlo pagato in modo adeguato, di non avere allestito per lui grandi incontri. A sostegno della tesi, porta alcune cifre, sono le borse ricevute negli anni.
2018
3,5 milioni di dollari per Josè Benavides.
4,8 milioni di dollari per Amir Khan.
2019
4 milioni di dollari.
2020
3,5 milioni di dollari per Kell Brook
2021
6 milioni di dollari per Shawn Porter.

Dichiarazioni.
Terence Crawford, parla così di Bob Arum.
“C’è un razzismo sistematico che attraversa la Top Rank e genera la completa incapacità di promuovere adeguatamente i pugili neri. Arum e Todd DuBoeuf hanno un comportamento sbagliato nei confronti dei neri. Arum consente ai suoi pregiudizi razziali rivoltanti di avere un impatto negativo sui pugili che è obbligato a promuovere. È dolorosamente chiaro come Top Rank giudichi le persone in base alla loro razza. La sordida storia di Arum con gli atleti di colore, in particolare i pugili neri, e il suo pregiudizio a favore dei bianchi e latini è ben documentata e conosciuta in tutto il mondo della boxe”.
Nei documenti presentati per sostenere l’accusa l’avvocato di Craword scrive: “In verità, Top Rank, un’azienda con zero dirigenti neri e solo due o tre dipendenti neri, rifiuta di ammettere che semplicemente non si preoccupa, supporta o sa come promuovere i combattenti neri. Recentemente, mentre la maggior parte delle aziende è diventata sensibile alle questioni della razza e della giustizia sociale, Top Rank no”.
A dirla tutta, anche lo studio Freedman+Taitelman, che gestisce la causa per il campione, ha una larga maggioranza di bianchi tra i suoi avvocati: undici su dodici (compreso lo stesso Freedman), la dodicesima è una paralegale nera.

Reazione Arum.
“Tutto questo è ridicolo. Se fossi Crawford non chiamerei razzista un uomo, quando in realtà ciò che è accaduto è dovuto ai suoi stessi fallimenti. La sua commerciabilità non era all’altezza di quello che pretendeva e questo non ha assolutamente nulla a che fare con la razza. Il fatto eccezionale è che i numeri di Terence sulla PPV sono sempre stati terribili a causa della sua incapacità di promuovere sé stesso”.

In passato.
Così Bob Arum.
“Deve imparare a promuovere i suoi match come fanno Teofimo Lopez, Shakur Stevenson. Come faceva Mayweather. Se non lo fa, cosa diavolo pretende? Può essere il più grande pugile del mondo, ma non posso andare in bancarotta per organizzare i suoi incontri. Mi sarei potuto costruire una villa a Beverly Hills con i soldi che ho perso negli ultimi tre eventi. Nessuno gli contesta il fatto che sia dotato di una classe naturale, di un’abilità unica. Puoi anche essere la più grande grande cantante lirica del mondo, ma se il pubblico non ti segue, sei fuori dall’affare. Lui è un fuoriclasse, ma non ha presa sui tifosi”.
Così Crawford.
Terence Crawford è un re senza sudditi. Eppure ha risultati e talento dalla sua parte.
È sul podio dei migliori pugili pound for pound. Ma il suo nome non riesce a uscire dalla nicchia degli amanti del pugilato e anche lì fatica a catturare consensi.
Sembra non esserci spazio per uno che ha rapidità di esecuzione, fluidità del gesto tecnico, intelligenza tattica, potenza e una buona difesa. Ma soprattutto non c’è amore per un campione che non si concede, non apre spiragli sul privato, giura che la personalità si esprime sul ring non davanti a un microfono.
Un disastro le due uniche esperienze in pay per view, contro Postol e Khan. In totale 180.000 case collegate, quando in due combattimenti Floyd Mayweather ne ha messe assieme sette milioni.
È un campione e pretende il giusto compenso. Ma i conti non tornano, soprattutto in periodo di pandemia con riunioni a porte chiuse.

Il commento.
Così la pensa un importante uomo di boxe americano.
L’unico colore amato da Bob Arum è il verde, quello dei dollari”.
Il boss della Top Rank ha organizzato 37 match di Don Curry, 35 di Floyd Mayweather, 27 di Muhammad Ali, 20 di Marvin Hagler, 14 di George Foreman, 13 di Thomas Hearns. Tanto per restare ai più famosi pugili afroamericani.
Credo che la verità sia nel mezzo.
Crawford è un grande pugile, ma evidentemente non riesce a promuovere sé stesso. Non penso che Arum accetti di perdere milioni di dollari per soddisfare l’eventuale razzismo che lo devasterebbe.
Tutto lo sport, vive di televisione. La boxe un po’ di più. I soldi veri si fanno in pay per view, se non convinci i telespettatori a comprare il tuo evento devi rassegnarti a non guadagnare montagne di dollari.
Mayweather ha dichiarato di avere fatto grandi guadagni solo dopo avere lasciato Arum. È vero, ma era stato proprio il promoter a portarlo a quel punto. Un livello che gli consentiva di giocare pesante.

Conclusione
Non so, ovviamente, come finirà. Le accuse sono politiche, sociali. Nella denuncia, almeno in quella che è stata riferita dal New York Post che ha lanciato per primo il caso, non sono citati episodi di razzismo evidente, se non riferiti al mancato appoggio promozionale ed economico. Una discriminazione sul lavoro, nonostante i guadagni non proprio miseri da parte del campione. Certo, Crawford può pensare che non siano adeguati al suo valore tecnico. Ma in questa epoca, purtroppo, il livello di uno sportivo non è sancito solo dalla sua bravura, ma anche dalla capacità di creare empatia nel pubblico che poi dovrà versare i soldi per comprare la pay per view.

Il talento dei Gary Russell, la famiglia con un solo nome…

GR

Periferia di Washington D.C., città con la più alta mortalità infantile del Paese.
Ehi Dad!
Il mio amico Carl si gira, sorpreso di sentire per l’ennesima volta chiamare papà quel signore un po’ in carne, dallo sguardo sicuro e dal passo rapido, che sta attraversando la strada. Evidentemente deve essere un genitore speciale. Alla fine, incuriosito, chiede informazioni a una donna che sta urlando a gran voce a un bambino di tornare in casa.
Lei lo fissa spalancando gli occhi.
“Davvero non sa chi sia?”
No, signora.
“Guardi quella lì, la terza sulla destra, quella piccolina, è la sua casa. Entri e chieda di lui”.
Ma non so come si chiama.
Lei gli indica ancora una volta la direzione da prendere.
A Carl sembra di vedere un sorriso sulle sue labbra.
“Chieda di Gary Russell, aggiunga: quello della boxe”.
Grazie signora, è sicura che non disturbi?
“Tranquillo, sono una famiglia perbene”.
Raggiunta la casetta, il mio amico bussa. Gli apre una donna.
Piacere, signora, mi chiamo Carl Wenton.
“Piacere, sono Lawan”.
È in casa Gary?
“Un attimo che vedo. Ehi Gary, ci sei?”
SI!
La risposta arriva da un coro di voci.
Scusi eh, io cerco Gary Russell.
“C’è in casa Gary Russell?”
Altro coro.
SI!
A quel punto Carl pensa lo stiano prendendo in giro. Ma comunque tenta un’ultima volta.
Cerco Gary Russell, quello che si occupa di pugilato.
“Il signore cerca Gary Russell, quello che si occupa di pugilato”.
È a quel punto che sette persone, un uomo più grande e sei ragazzi con pochi anni di differenza tra loro, si palesano. Tutti in forma, tutti sorridenti.
“Chi di noi cercava esattamente?”
Gary Russell, quello che si occupa di pugilato.
Gioco finito. I sette si presentano con i loro nomi.
Gary Russell sr.
Gary Russell jr.
Gary Russell jr.
Gary Russell jr.
Gary Russell jr.
Gary Russell jr.
Gary Russell jr.
Prima che Carl reagisca a quello che gli sembra uno scherzo portato un po’ troppo alle lunghe, il signore prende la parola.
“Buongiorno, permetta che chiarisca la situazione. Io sono il papà, loro sei sono i miei figli. Li ho chiamati tutti come me. Proprio come George Foreman, campione olimpico e mondiale, che ha chiamato i suoi cinque figli George: “Perché uno che fa il pugile, a fine carriera potrebbe non essere così lucido da ricordare i nomi di tutti i figli. In questo modo è più facile”. Io amo l’ironia e il talento di Big George, ma soprattutto amo la boxe e ha deciso che prima o poi un Gary Russell vincerà l’Olimpiade. Così, per avere maggiori possibilità, ho chiamato con lo stesso nome tutti e sei i figli”.
E come fa per riconoscerli?
“Sono miei figli, non li riconosco certo dal nome”
E quando deve chiamarli?
“Ho dato a ognuno di loro un nome di mezzo: Antonio, Allen, Allen III, Antuanne, Dereke ed Isaiah. Semplice, no?”
Avuta una risposta a ogni suo perché, Carl ringrazia, si scusa per l’eccesso di curiosità e lentamente riprende la strada di casa.

È passato un po’ di tempo da quel giorno.
Allen è diventato campione del mondo, Antonio e Antuanne sono in corsa per un match con il titolo in paio, Allen III ha vinto i Golden Gloves nazionali. Stesso nome, stesso sport, molto talento.
Gary Allen Russell jr è andato ai Giochi di Pechino 2008 con la maglia della nazionale statunitense. La sera prima del peso che precedeva il debutto si è sentito male. Un collasso, ha rischiato molto. La dieta esasperata per rientrare nei limiti della categoria e gli sforzi sostenuti in allenamento gli sono stati fatali. Salvo, ma niente Olimpiade.
Allen, che ha tatuati sulla spalla sinistra i nomi dei sei fratelli Russell, passa professionista e diventa campione del mondo dei pesi piuma per il WBC. Lo è dal 2014, è il più longevo di tutti i campioni in carica. Sei difese del titolo, la settima la sosterrà, dopo essere rimasto fermo per due anni, il prossimo 26 gennaio ad Atlantic City contro il filippino Mark Magsayo (23-0). In carriera ha una sola sconfitta (31-1-0 il record), per MD 12 contro Vasyl Lomachenko. In palio c’era la corona WBO.
Per la prima volta all’angolo non ci sarà il papà, suo allenatore da sempre. A causa del diabete, malattia di cui soffre da tempo, a Gary sr è stato amputato un piede. Due mesi in ospedale, poi il ritorno a casa i primi giorni di questo mese.
In platea mancherà Dereke, morto nel dicembre scorso per un problema cardiaco.
A gestire l’angolo di Allen jr, assieme al coach in seconda, ci saranno due dei suoi fratelli: Antonio e Antuanne.
Antonio, soprannominato dal papà Another, da dilettante ha perso all’ultimo turno di qualificazione per i Giochi. Passato professionista, nei pesi gallo, ha un record di 19-0 con 12 ko.
Antuanne, detto The Last, ce l’ha invece fatta. È stato il primo dei Gary Russell a partecipare a un’Olimpiade, quella di Rio de Janeiro 2016. Esordio contro Richardson Hitchins, un giovane 18enne di Brooklyn che boxava per Haiti, Paese natale dei genitori. Di lui si diceva un gran bene, aveva vinto due volte il Guanto d’Oro di New York, era veloce e possedeva una buona tecnica.
Può essere bravo quanto vuole, ma stavolta la medaglia la prende Gary Russell” aveva commentato Senior.
Così era stato, o quasi. Antuanne aveva superato Hitchins, aveva poi battuto il tailandese Masuk, ma si era fermato nei quarti (a un match dalla medaglia) contro l’uzbeko Gaibnazarov.
Diventato professionista, ha disputato 14 match, 14 vittorie per ko. Boxa al limite dei superleggeri, ha firmato per la PBC (Premier Boxing Champions), quindi Al Haymon, e punta al mondiale.
Questi sono i Russell.
Papà Gary sr ha 62 anni, è stato pugile anche lui, ma ha dovuto smettere dopo una ferita subita al ginocchio durante una battuta di caccia. Ha una palestra, l’Enigma Boxing Gym a Washington.
Cosa sia il pugilato per la famiglia lo spiega Allen, il campione del mondo.
“Non è né un hobby, né un passatempo. È una scelta di vita, il riferimento della nostra esistenza. Rispetto, sacrificio, coraggio, voglia di arrivare. Sono regole imparate dal pugilato, ce le ha insegnate papà. E noi non potremo mai tradire la boxe, non potremo mai tradire papà”.

(La prima parte del racconto si basa su fatti reali, la narrazione ha lo sviluppo di una fiction. Il resto dell’articolo è cronaca. Nella foto, in alto, da sinistra Gary Antonio Russell jr, Gary Allen III Russell jr, Gary Allen Russell jr, Gary Antuanne Russell jr. Seduto, Gary Russell sr.)

Il pugilato? È passione, felicità e dolore. Parola dei Duran…

Questo è un articolo per chi ama le storie di una volta, per chi brucia di passione per il pugilato. Due interviste e un racconto lungo, roba da maratoneti, richiede impegno. Qui si parla di una famiglia legata da sempre alla boxe, i Duran. Qui si narrano le vicende di Carlo, Massimiliano e Alessandro Duran. Qualcosa lo ricorderete per averlo già letto in questo blog, altre cose vi faranno fare un salto indietro nel tempo. Buona lettura.

ALESSANDRO DURAN, APRILE 1998, INTERVISTA

Quando hai sentito per la prima volta la parola boxe?
«Quando sono nato»
E i primi guantoni, quando sono arrivati?
«Avevo un anno, ci sono le foto a testimoniarlo. La boxe in casa Duran è sempre stata una parola magica. Papà era un emigrante argentino, tutto quello che ha avuto nella vita, l’ha ottenuto grazie al pugilato»
Così tu ti sei sentito costretto a salire sul ring.
«No. Io sono diventato pugile per curiosità. Avevo tre anni e papà mi portava già in palestra. Lui era il mio idolo, il campione da venerare. La boxe era al massimo dello splendore, per gli amici vederlo combattere era diventato un rito. Lo guardavo allenarsi e mi dicevo: da grande farò il pugile anche io. Ma, probabilmente, dentro di me non ci credevo molto. Massimiliano in palestra, dal maestro Strozzi, l’ha portato mia madre: “E’ grande, grosso, robusto, gli faccia fare sport”. È stato guardando mio fratello che mi sono deciso. Ero curioso di capire perché tutti quelli della mia famiglia amassero questo sport. Avevo 14 anni, ho provato. Dopo 19 anni sono ancora qui a fare a cazzotti»
Papà, ovviamente, era entusiasta della scelta.
«Era contrario. Pesavo 46 chili, non riuscivo neppure a fare il peso mosca. E poi c’era il mio carattere. Per strada, quando scoppiava una lite ero il primo ad attaccare. Papà diceva: “Questo è matto, non ragiona, finirà per farsi ammazzare. Non voglio vedere mio figlio in manicomio”. Poi è entrato in palestra e mi ha visto per la prima volta fare i guanti. Ha capito che si era sbagliato: boxavo arretrando»
E tu, l’hai visto spesso combattere?
«Cinque o sei volte. Ma sempre in televisione. Diceva che se fossi stato a bordo ring sarebbe stata una sofferenza troppo grande per lui e la mamma. Papà non ce l’avrebbe fatta a boxare con i suoi figli in platea. E così mi mettevo davanti alla tv. Quando sentivo la sigla dell’Eurovisione mi veniva il batticuore, sapevo che dopo qualche minuto sarebbe apparso mio padre. È stato un grande campione. Un medio alto 1.85 a quei tempi era una rarità. E poi aveva classe, intelligenza. Tutti lo stimavano. È morto da sette anni, ma la gente ancora mi ferma per strada e mi parla di lui»
Eravamo rimasti al momento in cui hai deciso di diventare un pugile. Qualche match da dilettante, poi l’esordio al professionismo. Un esordio diverso dagli altri.
«È stato il momento più bello della mia vita sportiva. Avevo 18 anni, appena 8 incontri da dilettante alle spalle, e non potevo combattere da pro’. Siamo andati contro tutto e tutti. Io e papà abbiamo preso l’areo per l’America. Abbiamo passato 40 giorni a Chicago a casa dei nonni di mamma. Mi allenavo in una palestra che si trovava nella zona più brutta della città. Cinquanta pugili che si picchiavano sognando il successo. La fame la toccavi con mano, quando vedevi sparring che appena presi i 5 dollari per due riprese scappavano a comprarsi qualcosa da mangiare. C’era l’anima della boxe lì dentro. Ho combattuto contro un tizio che aveva 127 match da dilettante, 119 vittorie. È stata dura, ma ce l’ho fatta. È stata l’esperienza più importante della mia carriera»
Hai ricordi meravigliosi di tuo padre sul ring, cosa mi racconti dell’altro campione di famiglia: tuo fratello Massimiliano.
«Quando Momo combatteva, mi sentivo male. Non dormivo la notte prima del match, mi veniva da vomitare. Succede sempre così quando sei all’angolo di una persona a cui vuoi bene. Anche se lo conosci perfettamente, non puoi essere sicuro di quello che gli passa per la testa. E così in preventivo metti anche la possibilità che possa perdere. Cosa che non rientra mai nei tuoi pensieri quando sul ring ci sei tu»
La sconfitta. Una parola che fa paura, cosa significa per un pugile?
«E’ un dramma. I giorni che seguono una sconfitta sono un tormento. Nella boxe non sai mai quando avrai la prossima occasione. Non c’è un calendario a garantire le tue ambizioni. Per uscire da questa situazione devi fare appello a tutto il tuo orgoglio, alla forza morale. L’intelligenza deve aiutarti a capire dove hai sbagliato o ad ammettere che chi ti ha battuto è stato migliore di te»
Anche questo te l’ha insegnato tuo padre?
«Da papà ho imparato il significato della parola lealtà, a non avere paura di dire sempre quello che penso. Mi ha lasciato un grande rispetto per questo sport. È stato un atleta serio: in attività non l’ho mai visto andare a letto dopo le 22.30, entrare in un bar, saltare un allenamento»
Una famiglia unita la vostra, una famiglia in cui tu eri un po’ il “cocco” di tutti.
«Ero il figlio più piccolo. Massimiliano era più grande e più grosso. Ma “cocco” no, è stato mio fratello quello che papà ha seguito di più»
È stata dura essere i “figli del campione Carlos Duran”?
«Sicuramente lo è stato all’inizio delle nostre carriere per i continui paragoni che la gente voleva fare a tutti i costi. Poi però avere vicino un uomo esperto, un grande professionista, è stato di enorme aiuto ed ha superato quello che avevamo pagato in emozione o in complessi nei primi tempi dell’attività. Papà ha sempre avuto fiducia in me, continuava a ripetere: “Se avessi avuto le mani di Alessandro oggi avrei in bacheca la cintura mondiale”. Per Massimiliano la morte di papà è stata una tragedia come figlio ed un dramma come pugile. Lui era meno istintivo di me, più costruito. Papà lo teleguidava dall’angolo.  La sua morte ha accorciato la carriera di mio fratello»
Una volta Massimiliano mi ha detto che gli capitava di parlare con Carlos anche dopo che lui era morto. Tu hai ugualmente un legame così forte col ricordo di papà?
«Da sette anni, tutte le mattine, quando torno dal footing vado al cimitero. Finisco la mia ginnastica davanti alla tomba di papà. Nei primi tempi le vecchiette che erano lì a pregare i loro morti mi hanno preso per matto, oggi sono le mie migliori tifose»
Dopo tanto parlare del papà, vogliamo dire qualcosa anche su mamma Augusta?
«È eccezionale. Da 38 anni è sempre lì a bordo ring a soffrire per i suoi cari. Il nostro è un ambiente affascinante, ma difficile. Non ci si scambia carezze. Lei ci ha sempre lasciato libertà di scelta. Seguiva papà tifando per lui, agitandosi sulla poltrona a bordo ring. Con noi a vincere è la paura. Un figlio ti crea ansie continue. Se ne sta lì in silenzio. Per papà era anche una tifosa, per noi è sempre e solo la mamma. È normale che sia così»
Carlos ripeteva spesso che Augusta è un “comandante”. Cosa voleva dire con quella parola?
«Che in palestra era lui a comandare, ma in casa le cose cambiavano. È stata lei che si è presa cura delle nostre vite. A volte è stata anche la mamma di mio padre»
La paura. Mike Tyson dice che il pugile che non ce l’ha è un pazzo che rischia continuamente la vita.
«Io dico che chi non ce l’ha è un incosciente. La boxe è uno sport per uomini duri, dall’altra parte c’è un tizio che ti vuole picchiare e tu non devi permetterglielo. Chi non ha paura, diciamo meglio: chi non ha rispetto per quello che fa e per il rivale che affronta, vuole dire che è arrivato al capolinea. Devi avere rispetto per il tuo avversario, così lo avrei anche per te stesso. Non puoi mentire, il bluff non fa parte di questo sport. Il ring è come la vita: alla fine devi rendere conto di quello che hai fatto. Solo che nella vita non sai quando dovrai farlo, nel pugilato dopo 36 minuti c’è un giudizio a cui non puoi sfuggire»
E quale sono le altre doti che un pugile non si può permettere di non avere?
«Il coraggio. Ci sono bulletti che vengono in palestra e sul ring scappano come autentici fifoni. Ma attenzione: il coraggio deve sempre essere accompagnato dalla ragione. Altrimenti diventa stupidità»
Quale è la differenza più grande dai tempi in cui combatteva Carlos e oggi?
«Erano altri momenti, un’altra epoca. La boxe coinvolgeva e appassionava tutta l’Italia. Assieme a calcio e ciclismo era lo sport più popolare. Logico dunque che le dimensioni dei personaggi fossero diverse. Quando combatteva papà era molto più difficile arrivare al mondiale: c’erano solo otto categorie e le sigle non erano così tante come oggi. Ma allora si guadagnavano anche molti più soldi. Papà, anche senza conquistare il titolo mondiale, ha guadagnato in carriera dieci volte più di noi»
I Duran. Dicono che siate gente con cui è difficile avere a che fare
«Dicono che abbiamo un carattere difficile. La verità è che diciamo sempre quello che pensiamo e a volte questo crea dei problemi. Ma io a 33 anni sono felice di non essere ancora sceso a compromessi. E poi: la smettano di dire che siamo due figli di papà. Abbiamo lottato duramente per ottenere quello che siamo riusciti a conquistare. Massimiliano ha vinto il mondiale contro un avversario del valore di Carlos De Leon. Io ho vinto il titolo a 31 anni. Ci provino gli altri»
Abbiamo passato in rassegna l’intera famiglia, ci siamo dimenticati di parlare di Anna Caterina: tua moglie.
«Mi sono fidanzato a 21 anni, avevo già fatto dieci match da professionista. Quando sono tornato a casa con la lettera della Federazione che mi comunicava la nomina a sfidante del titolo italiano, ho visto Anna Caterina piangere. È stata l’unica volta. Mi ha aiutato nei momenti più bui»
E di te come pugile cosa pensa?
«Anche lei crede, come faceva la mamma col papà, che io sia invincibile»
Da 38 anni i Duran hanno attraversato da protagonisti la storia del pugilato italiano. Quando ti ritirerai, chi prenderà l’eredità?
«Massimiliano ha una bambina. Noi aspettiamo un figlio, ma ancora non ne conosciamo il sesso. Se sarà maschio e me lo chiederà, farà il pugile. Ma dovrà avere talento e voglia di sacrificarsi. Io preferirei che giocasse al calcio, facesse atletica leggera o nuoto. Ma non ostacolerò le sue scelte. Dovrà però dimostrarmi di prendere sul serio questo sport. La boxe non è un gioco ed essere un Duran non è facile»


MASSIMILIANO DURAN, APRILE 2020, INTERVISTA

Il telefono suona due sole volte, prima che arrivi il terzo squillo Massimiliano ha già la cornetta in mano.
Dimmi Rocco.
“Sapevi che avrei chiamato?”
Lo speravo.
“Ho una grande notizia per te”.
Dimmi Rocco.
“Prova a indovinare”.
Il titolo europeo?
“Sali”.
Non dirmi che è il mondiale.
“E invece te lo dico. Hai la possibilità di fare il titolo. Hai un’ora di tempo per decidere. Prendere o lasciare”.
Ti richiamo.
Cinque minuti dopo Carlo torna a casa.
Papà, ha chiamato Rocco. Posso fare il mondiale.
“Te la senti? Ne sei convinto?”
Certo.
“E allora andiamo a prenderci questo titolo”.
È nata così la grande avventura di Massimiliano Duran.
La telefonata che gli ha cambiato la vita partiva da Genova, destinazione Ferrara. Era la tarda primavera del 1990.
Due mesi dopo, il 27 luglio di quell’anno: venti giorni dopo Italia ’90, si batteva sul ring di Capo d’Orlando contro il grande Carlos De Leon.

Ciao Massimiliano, vogliamo parlare di quella notte?
Volentieri Dario, comincio dicendoti come mi sentivo dopo quella telefonata di Rocco Agostino. Mi sembrava di essere protagonista di un sogno.
Se chiudi gli occhi, quale è la prima immagine che ti torna alla mente?
Quella di un signore che dal palazzo accanto all’hotel dove alloggiavo in attesa del match a Capo d’Orlando, mi ha visto e salutato. Due minuti dopo ero circondato da una marea di ragazzi, nell’edificio vicino c’era una scuola e loro volevano conoscere lo sfidante al titolo.
Altri tempi, altra popolarità per il pugilato.
Il match era trasmesso in diretta da Rai2, telecronista Mario Guerrini, interviste di Franco Costa. Stadio pieno.
Nello spogliatoio, prima dell’incontro, sia tu che Carlo avete detto che eravate sicuri della vittoria.
Il mio obiettivo era quello di diventare campione italiano. C’ero riuscito, poi avevo avuto questa enorme fortuna. Non potevo sprecarla. Sapevo che sarebbe stato un match difficile, De Leon era un campione con grande esperienza. Ma ero preparato a tutto. Papà mi aveva detto molte cose, mi aveva raccontato dei trucchi che i pugili usavano sul ring. Mi aveva messo in guarda sulle ditate negli occhi e i colpi alla gola. Non aveva tenuto delle lezioni, mi aveva raccontato queste storie mentre mangiavamo. Come se nulla fosse. E puntualmente il portoricano mi aveva fatto vedere in concreto cosa significasse subire quelle scorrettezze. Ero preparato. Mi allenavo a Bogliasco assieme a tanti campioni. Vedevo gli altri andare a combattere per un titolo e spesso tornare vincitori. Mi sentivo parte di una scuderia importante. Ero convinto di vincere, di farcela. Non potevo sciupare un’occasione del genere. Mi sentivo in grado di accarezzare il cielo, di toccare il fuoco senza farmi male
.
Carlos De Leon aveva disputato quindici titoli mondiali, tu avevi fatto in tutto quindici match. Lui era stato più volte campione, aveva una borsa da 500.000 dollari in arrivo per una sfida con George Foreman, era più esperto e maturo. Perché eri così sicuro di farcela?
Non è che fossi certo in assoluto. È che l’avevo visto combattere e mi ero fatto l’idea che se lo avessi preso in velocità, se avessi usato il mio sinistro come sapevo, se avessi avuto le gambe per reggere il ritmo delle dodici riprese, sarei potuto scendere dal ring da campione.
Alla fine è andata proprio così, anche se la conclusione non è stata quella immaginata.
Ho vinto per squalifica all’undicesima ripresa. Lui era già stato scorretto in quel round, mi aveva buttato in terra con una spinta. L’arbitro Logist aveva trasformato quella scorrettezza in un knock down e mi aveva contato. Poi era andata anche peggio. Dopo il suono del gong che decretava la fine della ripresa, con l’arbitro in mezzo, lui mi aveva colpito in faccia con un gancio destro. Io avevo guardato Logist e avevo visto che non aveva intenzione di fare niente neppure quella volta. Allora ho pensato che mettendo il ginocchio al tappeto avrei potuto farlo ammonire, così avrei pareggiato il conto. Ma in quel momento si è scatenato l’inferno.
Sono volati sul ring chili di spaghetti, una scena che è stata mandata in onda dalle televisioni di tutto il mondo.
È vero, a ripensarci mi viene da ridere. Uno degli sponsor aveva fatto distribuire un pacco di spaghetti per ogni spettatore. La gente, sentendosi tradita, ha manifestato in quel modo la sua disapprovazione
.
Campione del mondo per squalifica, al termine di un match in cui eri comunque davanti nei cartellini dei tre giudici.
Era andato tutto come avevamo previsto. Ero avanti di due e tre punti, il terzo aveva il pari. Per il verdetto è stata determinante la mediazione dell’avvocato Antonio Sciarra, all’epoca alla guida del professionismo. Ha parlato con l’inglese Clark, il rappresentate del Wbc, e sono arrivati alla decisione più giusta. Altri dirigenti, altri tempi.

Carlo dopo il match mi diceva che avrebbe voluto portarti negli Stati Uniti, invece non è andata così.
Il piano era quello. Prima una difesa a Ferrara contro Anaclet Wamba, in quello che sarebbe stato il mio ultimo match in Italia. Poi la sfida contro Thomas Hearns negli States. L’accordo era già stato raggiunto. Lui voleva vincere un’altra corona dopo quelle dei welter, superwelter, medi, supermedi e mediomassimi. Io avrei preso una borsa da un milione dei dollari. La mia vita sarebbe completamente cambiata.
E invece non è andata così.
La mia vita è cambiata, ma non nel senso che avevo pensato. Papà è morto e io ho visto saltare tutto per aria. Ero arrivato troppo in alto per gestire tutto da solo. Non sapevo come fare, mi mancava quella guida che avevo sempre avuto. Non ho avuto la capacità di tirarmi fuori da quella situazione. Ho sofferto un casino, chi avevo attorno ne ha approfittato e io non mi sono neppure difeso.
Cosa è accaduto?
Borse che cambiavano in continuazione, match che venivano spostati senza informarmi. Cose normali fuori dal ring, ma io non ero preparato ad affrontarlo. Per me era qualcosa di insostenibile. Ci sono rimasto così male che quando ho smesso di fare il pugile ero disgustato dalla boxe, sono rimasto un anno senza neppure mettere piede in palestra.
Eri molto legato a tuo padre, del resto tutta la tua famiglia è molto unita. Lasciando un attimo tranquilli mamma Augusta e tuo fratello Alessandro, dimmi: quali sono le cose più belle che Carlo ti ha detto da uomo e da pugile?
Da pugile, una volta alla fine di un allenamento a Bogliasco, mi ha detto: “Massimiliano sono contento, adesso sei forte e maturo. Andrai lontano”. È stato grande. Da uomo mi ha detto una cosa che mi ha profondamente toccato: “Ti ringrazio per quello che stai facendo per tuo fratello Alessandro, non ti rendi neppure conto di quanto tu lo stia aiutando”. Ero già campione del mondo, probabilmente se mi fossi montato la testa e avessi fatto il fenomeno lui ne avrebbe risentito.
Di Alessandro sei stato anche l’allenatore. Come era il vostro rapporto?
Abbiamo dormito per sei anni nella stessa stanza. Credi che qualcuno potesse conoscerlo meglio di me? Conoscevo i suoi punti di forza e le sue paure. Su una cosa potevamo discutere all’infinito senza essere d’accordo. Lui diceva che se un pugile non ha talento non va da nessuna parte. Io gli rispondevo che quel che diceva era vero, senza talento non si può costruire nulla. Ma se non hai accanto una persona che quel talento riesce a fartelo esprimere al cento per cento, puoi rimanere per sempre un incompiuto che non arriva fino a dove sarebbe potuto arrivare. Non lo ammetterà mai, ma credo di avere avuto un ruolo importante nella sua carriera: i titoli li ha vinti con me accanto. Lui lo sa, anche perché quando veniva all’angolo non potevo dirgli una cosa che già la stava facendo.
Come sarebbe stata la famiglia Duran senza la boxe?
Non so cosa rispondere. Avevo quindici anni e già avevo deciso. Mi divertivo a fare il pugilato, ero contento di farlo. Sentivo l’orgoglio di essere diverso, di essere in grado di fare cose che altri non riuscivano a fare.
L’idea che saresti potuto arrivare al mondiale, quando è arrivata?
Se devo scherzare, dico che una volta eravamo a tavola Alessandro, Kalambay ed io. Ridendo ho detto: ecco tre campioni del mondo, Sumbu dei medi, Ale dei welter ed io dei mediomassimi. È andata proprio così, anche se ho cambiato categoria. Ma quella era solo una battuta. Se devo essere serio dico che da quando ho cominciato pensavo a obiettivi sempre più importanti, passo dopo passo. Intendo dire che ci credevo, sognavo di arrivarci, non che ne fossi sicuro.
E dopo il mondiale come ti sei sentito?Mi sembrava di volare.
In palestra adesso hai una cintura speciale del World Boxing Council. Che significato ha?
È stata una gioia, un momento di felicità. Devo ringraziare il presidente Mauricio Sulaiman e Mauro Betti, un amico, una persona seria. È una cintura realizzata appositamente per l’Italia, per il torneo che avevo in mente. Ci sono i simboli di tutte le regioni italiane e al centro quello della Repubblica. Ne sono orgoglioso, anche se non è finita come avevo sognato.
Chiudo con una domanda poco impegnativa. Chi ti ha regalato il tuo soprannome?
È stato quello svitato di mio zio. All’esordio da professionista dovevo incontrare Momo Cupelic che si è presentato a Ferrara con dei mutandoni che non vedevo da anni. Erano da militare, con lo spacco davanti. Da vergognarsi, anche se devo dire che oggi Cupelic le avrebbe suonate a tanti. Quando in allenamento non andavo, avevo poca voglia o non facevo le cose per bene, mio zio continuava a ripetermi: “Non fare il Momo, non fare il Momo”. Così quel soprannome mi è rimasto addosso, un giornalista l’ha scritto in un articolo ed è stata la fine. Ma mi ha portato fortuna e quindi dico: Grazie Momo.
Massimilano chiude con una risata questa lunga chiacchierata.È il testimone di un pugilato che forse non tornerà più. Quello dei match in diretta sulla Rai, degli stadi pieni, dei nostri campioni che partono nettamente sfavoriti e battono il grande di turno.
Oggi Momo allena e lo fa con la stessa passione di sempre.
In questa intervista però c’è una domanda sbagliata, colpa mia.
Perché sono andato a chiedere a un Duran cosa sarebbe stata la sua famiglia senza il pugilato?
Come dice la scrittrice americana Joyce Carol Oates: “La vita è come la boxe per molti e sconcertanti aspetti. La boxe però è soltanto come la boxe”.
I Duran lo sanno benissimo.


CARLO DURAN, DICEMBRE 1967, RACCONTO

La voce inconfondibile di Fausto Leali usciva dalle finestre della casa al primo piano di un vecchio palazzo del centro storico di Bologna, tra Piazza Maggiore e la Basilica di San Petronio. In via Dè Pignattari, mi sembra.
A chi sorriderò,
se non a te.
A chi se tu,
tu non sei più qui.
Ormai è finita,
è finita, tra di noi.
Ma forse un po’ della mia vita
è rimasta negli occhi tuoi.
Un amore finito male. Una vicenda che ha niente a che fare con la nostra storia, ma quella canzone aveva conquistato tutti e sul piatto del giradischi la faceva da padrona. Impossibile non ascoltarla anche dalla strada.
Era un martedì, strano giorno per salire sul ring.
Quel 26 dicembre, anno di grazia 1967, si combatteva di pomeriggio e il Palasport era pieno. C’erano settemila persone nell’impianto di Piazza Azzarita. Erano venuti a vedere Carlo Duran che affrontava per la terza volta Ted Wright, pugile di colore dai capelli folti e ricci. Un peso medio di Detroit, molto conosciuto in Italia. Del suo match al Palasport di Roma contro L.C. Morgan, le iniziali stavano per Langstone Carl, se ne era parlato per anni.
Rino Tommasi, che l’aveva organizzato, diceva: “È il più bell’incontro che sia riuscito a mettere in piediAvevo promesso duecento dollari in più della borsa pattuita a chi dei due fosse riuscito a mandare al tappeto l’altro. Erano andati giù entrambi. Morgan ad inizio terzo round, Wright nel finale della stessa ripresa. Un gancio sinistro di Wright aveva chiuso la sfida. L’accoppiamento era nato da una mia intuizione. Avevo visto Morgan contro Campari e Wright contro Santini, così avevo deciso che i due avrebbero potuto dare vita a una sorta di grande battaglia spettacolare. Non mi ero sbagliato”.
Altri tempi.
Wright aveva incontrato Don Fullmer, Benvenuti, Griffith, Denny Moyer, Garbelli. Nominatene uno e lui l’aveva affrontato.
Con Duran si era già battuto due volte, entrambe a Milano.
La prima il 22 novembre del ’63.
Una serata indimenticabile, la sera della grande tragedia. A Dallas, in un maledetto pomeriggio texano, era stato assassinato il presidente John Fitzegerald Kennedy.
La seconda il 7 febbraio del ’64.
Due risultati di parità.
La cosa strana però non erano i due pari, ma l’assenza a bordo ring di Augusta. La signora Duran non mancava mai a un incontro del marito. Nella prima occasione era in casa ad accudire Massimiliano, nato appena diciannove giorni prima. Nell’altra era alle prese con un’influenza. Del figliolo, non sua.
Ma a Bologna lei c’era e sedeva a bordo ring.
Dice Alessandro.
È stata sempre lì a soffrire per i suoi cari. Il nostro è un ambiente affascinante, ma difficile. Non ci si scambia carezze. Lei ci ha sempre lasciato libertà di scelta. Seguiva papà agitandosi sulla poltrona a bordo ring. Con noi a vincere era la paura. Vedere combattere i figli le creava ansie continue. Se ne stava lì in silenzio. Di papà era anche una tifosa, per noi è stata sempre e solo la mamma. È normale che fosse così. In palestra era il papà a comandare, ma in casa le cose cambiavano. È stata lei che si è presa cura delle nostre vite. A volte è stata anche la mamma di mio padre”.
Lei lì e i figli in casa.
Ale aveva due anni. Ma già sentiva nell’animo la presenza forte del pugilato. Un ciondolo con due guantini in oro era stato il regalo di un amico del papà per il primo compleanno. Era ancora piccolo, ma neppure in seguito gli sarebbe stata concessa la presenza a bordo ring.
Dice Augusta.
E no! C’ero già io a soffrire. Vedere il papà combattere sarebbe stata per i ragazzi un’emozione troppo forte. Non era proprio il caso”.
Per Massimiliano il problema non poneva. Il fratello davanti alla tv, lui nascosto in un angolo della casa a tormentarsi le unghie senza guardare neppure un’immagine.
Torniamo a quel Santo Stefano di cinquantatrè anni fa.
Carlo aveva vissuto la vigilia da vero professionista. Niente concessioni alle distrazioni, anche se il clima di festa lo avvolgeva come un panno caldo. Niente sgarri alla dieta e a qualsiasi altra cosa che avrebbe potuto togliergli la giusta concentrazione.
Era andato al Palasport convinto che ne sarebbe uscito vincitore.
Quaranta giorni prima aveva conquistato il titolo europeo battendo Luis Folledo, pugile con 115 vittorie su 121 incontri, per kot alla dodicesima ripresa. E adesso era lì per conquistare un pubblico difficile come quello bolognese.
Prima del match clou c’era stata la sfida tra i mosca Vitantonio Mancini e Kid Miller. Quando era stato annunciato un verdetto di parità, sul ring era volato di tutto. Carta, monete, qualche scarpa. La gente non aveva gradito.
Alla fine era stata la volta di Carlo Duran e Ted Wright.
L’americano aveva trent’anni e il meglio l’aveva già dato. Ma restava comunque un cliente molto scomodo. Anche perchè il ricordo delle prime due sfide faceva male.
Dice Gualtiero Becchetti, fratello di Augusta e cognato di Carlo. Ma soprattutto uomo di boxe da sempre.
Erano stati match duri, terribili. Soprattutto il primo. Non ricordo bene chi l’abbia detto, ma qualcuno ha definito quell’incontro come uno dei più terribili che si siano svolti a Milano. E poi una parte del pubblico era lì per tifare contro Carlo. Erano quelli che tenevano per Benvenuti e non vedevano di buon occhio l’argentino d’Italia”.
Nino quello stesso giorno era a Reggio Emilia per sostenere un’esibizione con Giulio Saraudi e Alfio Neri, in preparazione alla terza sfida con Emile Griffith che si sarebbe poi svolta il 4 marzo dell’anno dopo.
Il match tra Duran e Wright era stato meno intenso dei primi due. Nei quattro round iniziali il ritmo era stato lento, poi erano entrati nel vivo e se le erano date al punto da finire l’incontro entrambi segnati.
Duran aveva vinto chiaramente e quando era uscito dallo spogliatoio aveva trovato il caldo abbraccio di Augusta. Un bacio era stato il suo premio. Se ne erano andati via a braccetto. Carlo però si era fermato all’improvviso. Aveva stretto il braccio della moglie e con gli occhi aveva attirato la sua attenzione su una scena che non avrebbe mai dimenticato.
Tito Lectoure aveva preso il suo sacco e glielo stava portando fuori dal Palasport. Un gesto di grande affetto da parte di uno che all’epoca era tra i padroni del pugilato mondiale. Ma soprattutto un gesto distensivo che equivaleva a una stretta di mano, a una proposta di pace ritrovata.
Carlo Duran era andato via dall’Argentina proprio a causa di una lite con il boss del Luna Park di Buenos Aires.
Voglio combattere con Sacco, fammelo affrontare”.
Carlos e Ubaldo Francisco erano i medi del momento in quel Paese.
Il figlio di Ubaldo Francisco, Ubaldo jr, sarebbe diventato campione del mondo dei superleggeri e avrebbe poi perso il titolo a Montecarlo contro Patrizio Oliva. Ma questa è un’altra storia.
Lectoure non voleva mettere su quella sfida.
Poi all’improvviso aveva fatto una telefonata.
Carlo, finalmente puoi incontrare Sacco”.
Non puoi chiamarmi a due settimane dal match, sono in vacanza. Non sono pronto”.
Se non sali sul ring contro di lui, non combatterai mai più in Argentina”.
Duran aveva allora deciso di andarsene.
La prima scelta era caduta sugli Stati Uniti, poi Ernesto Miranda l’aveva convinto ad andare l’Europa. Era così sbarcato in Italia, per poi fermarsi a vivere a Ferrara e mettere su famiglia in quella splendida città.
Adesso Lectoure aveva teso la mano.
Dimenicato il passato, di nuovo amici.
Carlo e Augusta avevano lasciato piazza Azzarita quando la sera bolognese stava ormai scivolando nel freddo della notte.
Erano tornati a casa, avevano dato un bacio a Massimiliano e Alessandro che già dormivano.
Finalmente le tensioni erano sparite.
Si poteva festeggiare il Natale anche in casa Duran.
Siamo la coppia più bella del mondo
e ci dispiace per gli altri
che sono tristi perché non sanno
il vero amore cos’è!
Era notte, eppure sembrava proprio di sentire nell’aria le voci di Adriano Celentano e Claudia Mori…