In Italia copiano (male) Usa Today

Immagine

RICORDO la scritta sulla copertina di un vecchio disco, riprendeva il titolo di un articolo del Melody Maker. Era il gennaio del 1965.

Beatles say Dylan shows the way.”

I Beatles dicono Dylan mostra la strada.

All’epoca avevo pensato che non fosse una semplice coincidenza il fatto che il singolo di maggior successo di quel 45 giri si fosse rivelato “The times they are a-changin’”. I tempi stanno cambiando.

Mi è rivenuto in mente tutto questo l’altro giorno mentre leggevo i siti online dei maggiori quotidiani italiani. Mi sembravano tutti uguali, tutti provenienti dalla stessa fonte. Non so chi sia stato l’artista che li ha disegnati, ma credo di sapere chi li ha ispirati.

So chi, come Dylan, ha mostrato la strada.

Tutto è accaduto nel settembre del 2012 quando, per fare come dicono oggi un’operazione di restyling, l’unico quotidiano nazionale americano ha cambiato faccia.

Usa Today ha indicato al mondo dei media la via da seguire.

Come spesso accade, dopo avere ruminato il concetto, l’Italia si è adeguata. Peccato si sia persa qualcosa per strada.

Non sono uno specialista del settore, ma sono sempre stato convinto che una buona idea, per quanto geniale, non debba necessariamente produrre effetti benefici ovunque.

Anche perché l’Italia non è gli Stati Uniti.

Lì godono da ricci con la musica country, qui la considerano roba da contadini. Girano, in Texas ma anche altrove, con cappello da cow boy e stivali da mandriani, che poi sarebbe la stessa cosa. Da noi fermeremmo il traffico se andassimo per strada vestiti cosi. Loro mangiano mediamente male, noi siamo patiti per lo slow food. Ci hanno colonizzati con la lingua, faticano a farlo con altre cose.

E’ per questo che non sempre quello che va bene lì, può avere lo stesso successo da noi. Copiare Usa Today non garantisce maggiore attenzione ai giornali online editi in Italia.

Anche perché loro ci mettono dentro qualcosa che noi continuiamo a inseguire, senza ancora raggiungere.

La notizia chiave di quel quotidiano americano si apre spesso su un servizio dedicato. Clicchi sul titolo e puoi guardare una sorta di speciale del telegiornale realizzato in esclusiva per te. Poi ci sono gli approfondimenti, i grafici, gli articoli a cui il servizio principale ti rimanda per capire meglio il problema. C’è il commento dell’esperto e le foto di riferimento.

Oggi da noi la notizia principale era il piano di Renzi per tagliare la spesa pubblica. Un quotidiano ha messo alla destra dell’articolo la sezione approfondimento. Ho cliccato ed ho scoperto che Massimo D’Alema aveva regalato la maglietta di Francesco Totti al Presidente del Consiglio. Seguivano altre quattro foto della cerimonia.

Di Beatles che sappiano seguire la strada mostrata da Dylan ne vedo pochi da queste parti.

Altri giornali hanno accompagnato il servizio guida con dei filmati. Ma non erano di produzione propria. Si doveva raccontare l’ennesima intercettazione di un barcone di disperati che viaggiava verso le nostre coste. I video erano della Marina Militare e dell’Aereonautica.

L’approfondimento sul tema dell’economia era presente su un solo quotidiano. E si limitava all’opinione dettata al telefono da un giornalista mentre sul video scorrevano immagini di repertorio.

Voglio dire che non basta la rivisitazione grafica, anche se viene chiamata restyling.

Resta comunque forte l’impressione che il sito sia sempre in subordine rispetto al cartaceo. C’è la sensazione di un continuo rimandare all’indomani mattina quando in edicola uscirà la “vera informazione.”

Usa Today sta provando a gestire il futuro. Fa interagire l’online, la televisione e il cartaceo. Non so se questo riuscirà a far scattare numeri positivi, so però che è un tentativo che merita di essere seguito.

Da noi per il momento si è solo disorientato il lettore.

Ho guardato più volte i siti di otto grandi giornali, mi sono sembrati tutti molto simili sul piano grafico. E in me che non sono abituato a questa esplosione di foto una dietro l’altra ha provocato solo disorientamento. Un senso di confusione, quasi di capogiro. Non sono riuscito a organizzare una selezione dell’informazione. Foto e titoletto, foto e due righe. Mi sembrava di essere dentro a un videogioco. Io invece cercavo solo notizie, un aiuto a capire meglio.

Ancora una volta, rispetto ai media americani, mi è poi mancato l’elemento grafico. Quello che esaltasse i punti chiave dell’argomento trattato e allo stesso tempo ne offrisse una valida sintesi. Volevo essere preso per mano e condotto verso una risposta ai miei quesiti. Volevo sapere tutto di quel fatto e mi trovavo davanti a poche righe. Ecco, anche qui c’è una sostanziale differenza.

Usa Today, in contrasto con quasi tutti i nostri quotidiani online, non esita a offrire un lungo e dettagliato reportage sul fatto principale della schermata base. Non interpreta Internet come il luogo dove sia indispensabile limitarsi a tre frasi e via. Divide il resoconto, ma offre a chi ha tempo e voglia la possibilità di avere un’informazione esaustiva.

Copiare non basta. In Italia sembra che tutto questo sia difficile da capire. Non mi piacciono i nuovi siti online dei maggiori quotidiani. Loro con sprezzante ironia potrebbero commentare “Ce ne faremo una ragione.”

Il fatto è che ho sentito molte persone esprimere gli stessi dubbi, identici pareri negativi. E non è ignorando l’opinione dei lettori che i media possono recuperare anche una minima parte del terreno perduto.

E’ ora di uscire dai palazzi e ascoltare quello che pensano le persone per cui il prodotto dovrebbe essere realizzato.

Sono pessimista. DI Beatles continuo a non vederne in giro.

Quando i campioni sbagliano

Immagine

Patrizio Oliva da dilettante è stato europeo juniores, vice campione europeo assoluto, oro olimpico e miglior pugile dei Giochi di Mosca 1980. Da professionista è stato campione italiano, europeo e mondiale. E’ tornato sul ring dopo un breve ritiro ed ha riconquistato il titolo europeo. Perso ai punti il mondiale, ha appeso i guantoni al chiodo. Con lui parliamo di cultura sportiva.

 

Patrizio Oliva, i genitori di bambini che fanno sport sono spesso un cattivo esempio per i figli. Da atleta di successo e padre di sportive, te la senti di dare un consiglio alle mamme ed ai papà?

“Bisognerebbe insegnare ai genitori che non possono sottoporre a uno stress da prestazione i figli. I bambini hanno bisogno di divertirsi e lo sport è un mezzo meraviglioso per soddisfare questa necessità. Vittoria o sconfitta non dovrebbero entrare nel loro vocabolario. Quando allenavo la nazionale italiana di pugilato avevo fatto un’unica squadra per evitare di responsabilizzare troppo i miei collaboratori, non volevo che si sentissero obbligati a portare medaglie da ogni torneo giovanile a cui partecipassero. A quell’età i bambini devono divertirsi, avranno tutto il tempo che vogliono per soffrire a causa di una vittoria mancata.”

Ridurre lo stress da risultato, e poi?

“Fare crescere il livello dell’istruzione. Sport e studio devono procedere di pari passo. Ai miei tempi eravamo tutti scugnizzi, oggi il laureato è quasi la normalità all’interno dello sport di vertice. Bisogna dare ai ragazzi i mezzi per difendersi dalla valanga di responsabilità che la vita gli rovescerà addosso. E il modo migliore per crearsi una difesa è lo studio, l’istruzione, la cultura.”

I genitori ultras sono un pericolo, ma sono il solo?

“No. I campioni spesso rappresentano un problema più grande. Creano dei falsi modelli. Dovrebbero stare molto attenti ai loro comportamenti, soprattutto quando sono sotto i riflettori della televisione. Seduti sul divano di casa ci sono tanti giovani che vorrebbero imitarli, diventare come loro. Ma se l’esempio che hanno davanti non rispetta quella che è l’etica dello sport, che messaggio riceveranno?”

Ti riferisci a qualcuno in particolare?

“Non a uno in particolare. Mi riferisco a un modo di fare. Penso, ad esempio, a quei campioni che non rispettano l’avversario, che lo deridono, che con il loro modo di agire lo umiliano.”

Immagine

Proprio l’altra sera ho sentito il ct azzurro Francesco Damiani dire a Clemente Russo “Non prendere in giro il tuo avversario”, tu che commentavi il match assieme a Mario Gianbuzzi per Sky ti sei subito detto d’accordo con quelle parole.

“Certo. Clemente (foto sopra) non ha rispettato il codice di comportamento di un campione. Non doveva prendersi gioco di un ragazzo più giovane, inesperto e meno forte. A meno che quello non sia l’unico modo di stare sul ring che conosca, lo stile che usa contro tutti. Sempre. Invece non mi sembra che abbia usato lo stesso atteggiamento contro Usyk o con altri di pari livello.”

Immagine

Nella storia del pugilato ci sono stati tanti pugili che hanno scelto questo modo di stare sul ring e non per questo sono stati criticati.

“Vero. Muhammad Ali lo faceva. Ma l’ha fatto anche contro Liston o Frazier, ha preso in giro una montagna come Foreman. Naseem Hamed combatteva con quello stile, era il suo modo di boxare. Sempre e comunque così. Non cambiava per il solo fatto che davanti a lui ci fosse un rivale forte.”

Perché condanni questo atteggiamento?

“Perché lo sport è palestra di valori, di lealtà, di rispetto. Un ragazzo che non ha né la tua esperienza, né la tua forza, non va umiliato. Sarebbe troppo facile e per niente giusto.”

Ma Russo è un campione a pieno titolo. Ha vinto due mondiali e due argenti olimpici.

“E io non sto certo qui a discutere il suo valore di pugile, ma il modo in cui a volte affronta gli avversari. Quelli più deboli.”

Damiani glielo ha detto, ma lui ha continuato a boxare con quello stile.

“E allora dovrebbe intervenire la Federazione, il presidente. Dovrebbero dirgli: “Se continui così, noi ti puniamo con una squalifica.” Non lo faranno mai, il risultato viene prima di tutto e lui nei dilettanti vince. Figuriamoci cosa possa importare alla Federazione del rispetto del codice etico.”

Perché, secondo te, l’altra sera ha boxato in quel modo?

“Forse perché pensa che sia la scorciatoia per diventare un personaggio. Ma, se posso permettermi di dargli un consiglio, così si guadagna una popolarità a tempo determinato. Finito lo sport, finito il personaggio. Se c’è una cosa difficile da perdonare è la spavalderia contro i più deboli.”

Ma in altri sport accade di peggio.

“Vero. Ma questa non può essere una giustificazione. Sono comunque d’accordo sul fatto che nel calcio si possano trovare esempi peggiori. Se Balotelli ne fa una al giorno, se qualche altro sfascia macchine e un altro insulta gli allenatori, i ragazzini potrebbero pensare che sia quella la strada da seguire per diventare un grande personaggio. Si tagliano i capelli come i campioni della tv, si fanno i tatuaggi perché tutti i re del pallone li hanno. Sono pronti a imitarli in qualsiasi situazione. Per quindici minuti di popolarità in molti sarebbero disposti a giocarsi la coscienza. E Balotelli non è il solo a mostrare il lato brutto dei campioni. Prendi De Rossi (foto in alto), ad esempio.”

Ti riferisci al pugno tirato a Icardi durante una fase di gioco di Roma-Inter?

“Mi riferisco a lui e alla Roma che lo difende, che protesta contro Prandelli che lo ha escluso dalle convocazioni per la nazionale. Un campione non può eccedere in quel modo. E’ un personaggio pubblico, un calciatore a cui fanno riferimento decine di migliaia di bambini. Cosa penseranno adesso? Che è lecito picchiare un avversario? Brutto gesto il suo, come lo è stato quello di Juan Jesus nella stessa partita. Lo sport insegna il rispetto del rivale in ogni momento. La violenza va condannata e punita, come va punito duramente chi bara.”

Immagine

Ti riferisci al doping?

“Certo. Cosa ha insegnato Alex Schwazer (foto) ai ragazzini che erano entusiasti per la sua medaglia d’oro olimpica? Ha dato il messaggio che per arrivare al successo ogni mezzo è lecito. Ha fatto un danno enorme non solo a se stesso, ma a tutti quei bambini che avevano gioito per quella vittoria.”

Quale è in sintesi la tua ricetta per offrire esempi, atteggiamenti e parole corrette per quei ragazzi che vogliono fare sport?

“Rispetto per le persone. E’ una regola che andrebbe seguita in ogni aspetto della vita. Ma nello sport è una regola di comportamento che non può essere disattesa. Rispetto significa non barare, non cercare di raggiungere il risultato con la violenza, non umiliare gli avversari più deboli. Tutto qui. E poi un ultimo consiglio. Ragazzi, divertitevi. A tempi, vittorie, medaglie penserete quando sarete più grandi.”

Ultras in famiglia. Pagano i figli

Immagine

“Che tu possa incontrare la vittoria e la sconfitta, e trattare queste due bugiarde con lo stesso viso.”

(Rudyard Kipling)

VORREI tentare di spostare il centro del discorso sulla cultura sportiva. Non disconosco le difficoltà legate a un’impiantistica praticamente inesistente a livello scolastico, all’impossibilità degli insegnanti di fare il proprio lavoro, all’attenzione pari a zero della politica, agli ostacoli che la stessa scuola pone davanti a chi abbia scelto di fare agonismo. Ma penso che fino a quando, a qualsiasi livello, l’unica cosa importante dello sport giovanile sia il risultato non si faranno passi avanti.

Avevo accennato al problema nell’articolo sul ritiro dei campioni. Lo ripropongo. Fin da piccoli, parlo dai 5/6 anni in su, i bambini vengono sottoposti a uno stress da prestazione che raggiunge il suo apice attorno ai 12/15 anni. Il gioco scompare, la gioia di divertirsi tra coetanei è affogata negli stimoli a fare sempre meglio, sempre di più.

La generazione dei genitori ultras esiste da tempo. Ora, di pari passo con l’imbarbarimento della società, sta facendo passi all’indietro da gigante. E per i ragazzi il divertimento si trasforma spesso in un incubo.

“C’è anche da dire che è l’unica maniera ormai per diventare campione di qualche sport. Se inizi da ragazzino perché ti va è troppo tardi. I cinesi fanno così, e infatti vincono a mani basse.“ E’ il commento di un lettore all’articolo con cui il Corriere della Sera denunciava un papà condannato a due anni con la condizionale per “ossessiva attività agonistica”. Aveva fatto assumere un eccesso di sostanze e aveva assillato in modo abnorme il 14enne figlio nuotatore.

Ci sono genitori che hanno grandissime aspettative e spingono i figli verso risultati sempre migliori. Cronometrano le prestazioni dei ragazzi, analizzano lo schema tattico in cui sono stati inseriti, elencano gli errori fatti dagli altri.

Il bambino subisce questa mole di critiche e diventa ansioso, insicuro, spesso vittima di complessi di inferiorità. Così tende a rifiutare quello sport che sino a poco tempo prima lo divertiva.

Immagine

Partita di volley Scanzorosciate contro Aurora Seriate Under 12. I genitori ospiti insultano e minacciano l’arbitro che secondo loro stava favorendo la squadra di casa. La Scanzorosciate abbandona il campo, il giudice sportivo prima dà lo 0-3 a tavolino, poi fa rigiocare la gara a porte chiuse.

Ci sono genitori che in qualsiasi momento della vita voglio avere il totale controllo del figlio. Non importa se ottenuto attraverso punizioni, giudizi severi, comportamenti senza calore umano. Il bambino subisce una fuga dalla realtà, non ha più una sua personalità e l’unica cosa che cresce è il desiderio di scappare lontano cercando conforto, sempre e comunque, in qualche altra persona.

 “Molti genitori pensano che per agevolare il figlio siano leciti anche l’astuzia e l’inganno.” Giacomo Bramè, allenatore della squadra esordienti di calcio della Verolanuova di Brescia, che ha dato le dimissioni dopo essere stato minacciato e aggredito dal padre di un bambino che lui aveva spostato dalla formazione titolare alla formazione B.

Ci sono i genitori che considerano il figlio come un prolungamento di se stessi. Vogliono da lui il raggiungimento di quei risultati che loro non hanno neppure sfiorato. Questo produce dubbi, angosce e paure in un bambino che troverà sempre più difficile crearsi una personalità autonoma.

“Vergognatevi, dovreste essere voi a dare l’esempio ai vostri figli.” Alessandro Birindelli, ex calciatore della Juventus, allenatore degli esordientri del Pisa, che ha ritirato la squadra dopo che in tribuna si era scatenata una violenta rissa verbale tra genitori.

Ci sono infine i genitori portati a perdonare tutto, a ripulire da eventuali ostacoli il cammino che il loro bambino dovrà affrontare. Lo giustificano qualsiasi cosa faccia, sia questa un calcio a un avversario o l’insulto all’allenatore. Ancora una volta, incapace di affrontare e superare da solo ogni problema, il bambino diventerà insicuro e con una debole personalità.

I colpevoli degli insuccessi dei figli sono così stati identificati in ordine decrescente

1. arbitro

2. allenatore

3. compagni di squadra

4. avversari

5. gioco scorretto

Immagine

Se solo i genitori potessero far propri due concetti fondamentali, probabilmente vivrebbero meglio loro ed i bambini.

Uno. Nello sport esiste anche la sconfitta. Non è un’onta incancellabile, ma un’occasione per ripartire più forti dopo avere capito i propri errori.

Due. A livello giovanile l’esaperata ricerca del successo provoca traumi che il bambino si porta dietro anche nell’età adulta.

Ma del resto quali sono gli esempi che entrano nelle nostre case?

Pur di vincere, alcuni tra i campioni più acclamati fanno uso di doping. All’intero di ogni sport c’è spazio per la combine, l’alterazione volontaria del risultato. L’arbitro è il principale colpevole di qualsiasi negatività, raramente si riconosce la superiorità dei rivali. Non si perde mai perché si è in quel momento inferiori, ma perché qualcuno ha aiutato gli altri che sono stati anche fortunati.

Lo sport manca di infrastrutture, non c’è una volontà politica che spinga a creare le condizioni affinchè i bambini possano praticarlo. Ma un altro grande male si annida nelle società moderna. Il genitore ultras.

Viviamo in un Paese che ha dimenticato il concetto di sociale. Quello che è un bene di tutti, diventa quasi sempre un bene di nessuno. Qualcosa che è lecito calpestare, deturpare, distruggere. Gli altri non esistono, ci siamo solo noi. Per arrivare in cima molti sono disposti a tutto, buttando giù dalla torre qualsiasi rivale. Perché lo sport dovrebbe essere diverso?

I segreti del nostro calcio

ImmagineSabato in Fiorentina-Inter su 28 giocatori andati in campo, 25 erano stranieri. Non è la prima volta e non sarà l’ultima. Perché? Di questo e altro abbiamo parlato con SABATINO DURANTE: agente Fifa, esperto di calcio e profondo conoscitore del campionati sudamericani.

PERCHE’ in Serie A gli organici delle squadre sono composti quasi esclusivamente da giocatori stranieri?

“Gli stranieri, in genere, costano meno. Questo è il motivo principale per cui le società fanno incetta di calciatori provenienti da economie più povere della nostra.”

Cosa determina il costo di un giocatore?

“Il suo valore e la squadra dove va a giocare. Certamente chi viene dall’estero costa meno di uno che è già inserito nel campionato italiano. Per esempio Henrique, che il Napoli ha preso dal Palmeiras, vale tranquillamente un Bonucci o un Ranocchia. E’ costato 5 milioni di euro ed ha un ingaggio sul milione netto l’anno. Bonucci e Ranocchia costano tre volte tanto come cartellino e come ingaggio.”

E’ accaduto in passato che stranieri forti siano stati rifiutati da manager italiani, che poi li hanno acquistati qualche anno dopo pagandoli di più. Puoi raccontarci alcuni grandi affari mancati dai nostri club?

“Ce ne sono stati tantissimi. Cito quelli che mi hanno visto coinvolto. Hernanes (foto sopra) l’avevo portato all’Inter nel 2009 e poi di nuovo nel 2010. Nel 2009 non è stato possibile prenderlo perché sono arrivati Lucio ed Eto’o come extra EU. Nel 2010 Branca ebbe la fretta di tesserare Coutinho e la Federazione, a mercato ancora aperto, ridusse da due a uno la quota extra EU pur di trovare una scusa demagogica alla debacle del Mondiale sudafricano. Nel novembre del 2009 segnalai, sempre all’Inter, Oscar (ora al Chelsea) e Loucas Moura (è al Psg). I due potevano arrivare a parametro internazionale (circa 400 mila euro ognuno) perché avevano un contratto irregolare (a 16 anni avevano firmato un accordo di 5 anni e la Fifa permette ad un minore di firmare solo per 3 anni). La segnalazione cadde nel vuoto. Nel marzo dell’anno dopo l’Inter mandò al Sao Paulo una offerta di 20 milioni di euro ed io che in quel momento ero nell’ufficio della società paulista sorrisi nel vedere il fax. Il 30 aprile del 2002 si giocò a Stoccolma un’amichevole tra Svezia e Croazia. Ultima partita prima del Mondiale nippocoreano. Scoprii che Ibrahimovic (foto sotto) poteva arrivare per 2 milioni di euro insieme ad Elmander. Ibra giocava quasi da rifinitore e Elmander (che poi fu capocannoniere in Francia) era il centravanti. Offrii i giocatori a mezza Serie A. Niente. Cito come testimoni Renzo Melani (che è stato secondo di Bearzot al Prato) e che in quell’amichevole rappresentava l’Empoli, e Milan Rapaic. A proposito di Renzo Melani mi ricordo che era lì per Kim Kallstroem, trequartista della Svezia. Renzo diede parere favorevole sul giocatore e l’Empoli fece una offerta di 2 milioni di euro. Kallstroem andò in Francia per 1.5 milioni. Sai perché? Il presidente del Dujrgarden, squadra di Kim, non guardava mai fax o email. Era un vecchietto, un costruttore edile, che trattava solo di persona. Mi sono sgolato a forza di dire ai dirigenti dell’Empoli: prendiamo un volo e andiamo lì. In questo caso l’handicap è stato il provincialismo. Mi fermo qui. Mi sono già fatto troppi nemici…”

Immagine

Sabatino (foto sotto), gli stranieri arrivano in Italia perché costano meno o perché offrono maggiori margini di azione a chi opera nel settore?

“Certi magheggi possono anche esserci, ma non sono generalmente alla base delle scelte, rappresentano un’eccezione. Comunque non mi meraviglierei più di tanto del numero e dell’elevata percentuale di stranieri in una partita perchè le squadre sono delle Spa e quindi devono produrre spettacolo.”

Cosa che però avviene raramente in Serie A. E in Europa siamo eliminati quasi subito.

“Vero. Il nostro campionato è attualmente un torneo di terzo livello e in Europa non andiamo bene.”

Perchè?

“I nostri giocatori sono buoni. Se siamo arrivati secondi all’Europeo, abbiamo fatto una discreta figura alla Confederations Cup e durante tutta la qualificazione mondiale qualcosa vorrà pur dire. I nostri allenatori sono i migliori al mondo o tra i migliori visto che allenano le squadre più forti del mondo o nazionali importanti. Non abbiamo però dirigenti eccellenti, anzi. A fare le squadre sono spesso i presidenti e la maggior parte dei direttori sportivi sono nella migliore delle ipotesi dei team manager. Comprano stranieri ma di secondo, terzo livello. Anche perchè questa nostra regola federale degli extra EU non dà garanzia di qualità.”

saba

A chi dovremmo ispirarci?

“Secondo me la migliore tra le regole restrittive per il tesseramento degli extracomunitari è quella inglese: può essere tesserato il giocatore extra EU che negli ultimi due anni ha disputato il 75% delle partite con la propria nazionale (e la nazionale deve essere inserita tra le prime 100 della classifica Fifa). La parte “stranieri” è il lato debole del nostro calcio: abbiamo meno soldi di una volta e meno competenza. Per questo le nostre squadre sono meno competitive in Europa. Su un tavolo “zoppo” si mangia male.”

Come vengono tutelati i giovani calciatori italiani?

“La regola dei due extra EU è un parametro di basso protezionismo che nell’idea di chi l’ha definita doveva valorizzare economicamente il prodotto interno, ma come ogni politica protezionistica ha impoverito il prodotto stesso. In Germania, ad esempio, non c’è limite agli stranieri, siano essi extra EU o comunitari, in A e in B, ma in C non possono giocare e in questa categoria molti giovani cominciano ad affermarsi. Anche in B c’è l’obbligo di schierare un buon numero di giocatori cresciuti calcisticamente  in Germania, non importa se sono stranieri. In Italia bisognerebbe cambiare politica, ma se i nostri dirigenti sono attaccati alle poltrone come e forse più dei nostri politici, si deduce facilmente che la soluzione del calcio italiano non è certo dietro l’angolo.”

Insisto. Nonostante tutti questi stranieri le nostre squadre di club continuano a fallire in Europa. Che fare?

“Bisognerebbe migliorare la qualità degli stranieri e garantire uno spazio ai nostri calciatori. Basterebbe, ad esempio, copiare il modello tedesco. Le loro squadre di club vincono in Europa, gli stadi sono pieni, e la Nazionale è una delle favorita al Mondiale brasiliano.”

Immagine

Quali sono attualmente gli stranieri che potrebbero elevare il livello qualitativo delle squadre italiane?

“Nomi non ne faccio, perché la segretezza sui nomi è fondamendale nel mio lavoro. Ne farò solo uno: Paredes (foto sopra), che la Roma ha preso dal Boca. E’ un grandissimo centrocampista. Mi dicono che ha qualche problema comportamentale. Mi auguro che da noi si ambienti bene. Sarebbe un valore aggiunto per il campionato italiano. Lo ha preso Sabatini, che io ho spesso criticato.”

Chiudiamo questa intervista con un pronostico sul Mondiale di questa estate. Come finirà?

“Prevedo una finale tra Brasile e Germania. Anche se i pronostici li faccio solo per scherzo. Di certo sarà un Mondiale con tanti problemi logistici. Il Brasile non brilla per infrastrutture.”

I giornali sportivi giù anche online

Immagine

È IN ATTO un dibattito attorno alla Gazzetta dello Sport, prestigioso giornale con un passato al primo posto nella classifica nazionale dei quotidiani per copie vendute. La crisi non ha risparmiato neanche questo pezzo di storia, riferimento per lungo tempo di chiunque volesse sapere di sport. Alcuni lettori si sono lamentati della riduzione dello spazio dedicato a tutte le discipline che non siano calcio. La risposta dall’interno del gruppo, che comunque resta leader nell’informazione sui cosiddetti “sport vari”, è stata chiara: “Questo è quello che vogliono i lettori.

Non so cosa veramente vogliano i lettori, se lo sapessi forse diventerei ricco vendendo qualche idea a uno dei settori più in crisi della società italiana. Quello dell’editoria sportiva.

Non sto qui a ricordare cifre che appartengono a un lontano passato, ma mi fa male sottolineare come nel corso dell’ultimo anno la discesa sia stata devastante, anche perché preceduta da perdite consistenti.

Il raffronto novembre 2012/novembre 2013 (fonte Accertamento Diffusione Stampa) indica: – 14.5% per la Gazzetta, -18.8% Corriere dello Sport, -15.9% Tuttosport.

E questo in un panorama, quello della cultura/intrattenimento, che non si è certo inaridito. Camilleri continua a vendere centinaia di migliaia di copie, Bruce Springsteen a fare esaurito a ogni concerto, Greg e Lillo a riempire i teatri.

In un articolo di qualche tempo fa** sottolineavo come il problema del giornalismo sportivo a mio avviso avesse radici antiche. Ritenevo fosse troppo facile scaricare tutte le colpe su televisione e Internet, che pure hanno la loro parte di responsabilità nel calo della diffusione dei quotidiani. Mi sembrava più giusto puntare il dito sulla mancanza di un rinnovamento nel modo di fare informazione, sulla scarsa originalità del materiale proposto, sull’inesistenza di stimolanti approfondimenti e altro ancora.

Stavolta voglio fermarmi a ragionare sui siti online dei tre quotidiani. Anche loro in crisi profonda, nonostante gli stravolgimenti grafici: unica costante di investimento da parte degli editori. Sono tutti convinti che presentando colori e luci abbaglianti si riesca ad aumentare il numero dei lettori. Così come sono convinti che la soluzione migliore per fare lievitare i contatti siano le foto di donne nude.

C’è che le dissemina per l’intero sito e chi dedica loro uno spazio apposito. Come per i motori o per il tennis, da qualche anno c’è la rubrica: “L’angolo della gnocca”.

Non sto qui a fare accuse di machismo o di scarso rispetto nei confronti del genere femminile. Dico solo che neppure in questo caso si è inventato niente. Il 17 novembre 1970 il tabloid inglese Sun pubblicava a pagina 3 la foto di Stefanie Rahn, modella e attrice assai poco vestita. Quarantaquattro anni dopo continua a pubblicare immagini di tette e chiappe. La Bild l’ha fatto ancor prima, mostrando in “copertina” le nudità della ragazza di turno.

I nostri quotidiani sportivi invece hanno scoperto relativamente da poco quella che considerano, a torto, una miniera d’oro. La foto di una bella figliola magari fa aumentare il numero di contatti, ma non crea fidelizzazione. Non produce risultati positivi a lungo termine. Insomma non tiene in piedi il sito di un giornale.

Non lo dico io, lo testimoniano le cifre. Nel periodo dicembre 2012/dicembre 2013 (fonte Audiweb) il flop è notevole: -6.37% Gazzetta, -20.1 Corriere, -12.1 Tuttosport. E in questo caso non regge neppure l’argomento “è colpa della crisi”, perché l’informazione sportiva online in Italia è totalmente gratuita.

Alcune altre considerazioni, da lettore, sui siti.

1. Mancano riferimenti immediati a risultati/classifica/prossimo turno di calcio, che è lo sport principe. E’ necessario almeno uno, se non due passaggi per avere un quadro esatto della situazione.

2. Si mischiano i messaggi promozionali con le informazioni.

3. Latitano gli approfondimenti. Potrebbero essere affidati ai vari Blog. Ma spesso questi sono dedicati a curiosità, gossip e altre frivolezze. A volte sono anche lontani nel tempo. Internet è immediatezza, che senso ha proporre rubriche scritte molto tempo prima?

4. Alcuni articoli restano troppo a lungo in homepage.

5. Non ci sono riferimenti statistici, rare le curiosità legate strettamente al mondo dello sport, come sono rare anche le storie.

6. Le homepage sono confuse, l’occhio ha difficoltà a muoversi sullo schermo quando è impegnato a cercare qualcosa che lo interessa.

7. Quasi mai figurano belle foto, immagini che diano una scossa emotiva a chi sta leggendo.

8. Gli articoli sono il più delle volte tirati via, quasi fosse meno importante scrivere sul sito che sul giornale cartaceo. Il più delle volte vengono messe online le agenzie neppure “lavorate”.

9. Mancano le notizie. Il primo specchietto per attirare lettori. C’è solo l’ovvio, quello che chiunque dando uno sguardo frettoloso alla tv o a Internet già sa.

Guardando i siti online sono rimasto deluso.

C’è poca qualità, si procede con lo stesso metodo giornalistico che si applica al cartaceo. E’ come se un allenatore usasse la stessa tattica per il calcio a 11 ed il calcetto a 5. I due mondi sono profondamente diversi. Al limite dovrebbero imparare a coesistere. Ma fino a quando i giornalisti penseranno che il cartaceo è l’unico teatro della loro professionalità, mentre l’online è il cestino dove lanciare di corsa e con la minor perdita di tempo possibile il frutto del lavoro minore, non avremo mai dei siti ben fatti.

Colpa anche degli editori e degli uomini in gerenza. Siamo proprio sicuri che si impieghino su Internet e sul cartaceo le stesse forze, uguale impegno economico e la stessa attenzione?

Per ora da questo fronte  non arrivano soldi che compensino gli investimenti, vero. Mi viene però da pensare che se continueremo così non ne arriveranno mai. E il cerchio si chiuderà in modo drammatico.

Il ritornello di sempre continua a echeggiare ogni volta che si solleva il problema. “I giornali perdono copie per colpa della Tv e di Internet”. Ammesso che sia vero, perché quando il web viene messo in mano agli stessi gestori dei quotidiani che troviamo in edicola si scopre che il sito dedicato va giù nel burrone assieme al gemello cartaceo?

E allora? Mi rifiuto di pensare che gli italiani non desiderino più informazione sportiva. Il problema è quello di trovare la via più professionale possibile per dargliela. Magari affidandosi a chi conosce davvero il fenomeno Internet, magari alzando il livello di qualità del prodotto online, magari proponendo dopo quarant’anni di noiose ripetizioni qualche novità.

** https://dartortorromeo.wordpress.com/2013/10/20/il-giornalismo-sportivo/

Domani la terza puntata della storia di Muhammad Ali.

CLAY, UN CICLONE SU ROMA

Immagine

In Italia lo sport è solo militare

Immagine

Tutti gli ori di Londra 2012 sono andati a tesserati delle Forze Armate. La squadra azzurra schierava 194 militari su un totale di 290 atleti (67% contro il 27% di Barcellona 1992). Viviamo un’anomalia: siamo primi nell’Occidente per “atleti di stato”. In realtà manca una cultura sportiva, un peccato che produce obesità nelle fasce più giovani. La scuola grande imputata.

LO SPORT italiano è in mano alle Forze Armate. Calcio escluso, quasi tutte le discipline olimpiche non vivrebbero senza i soldi dei gruppi militari.

Qualche numero.

Ai Giochi di Londra 2012 erano 194 gli atleti militari su un totale di 290 azzurri (quasi il 67%, contro il 27% registrato vent’anni prima, a Barcellona 1992).

Erano militari tutti i vincitori delle medaglie d’oro: cinque per le prove individuali e undici per quelle a squadre. Nella foto: Elisa Di Francisca (Fiamme Oro), Arianna Errigo (Carabinieri), Valentina Vezzali (Fiamme Oro) e Ilaria Salvatori (Aeronautica).

L’89% del medagliere italiano apparteneva alle Forze Armate.

Agli ultimi campionati del mondo dilettanti di pugilato, parlo dell’edizione 2013, l’intera squadra azzurra (dieci elementi) era tesserata per i gruppi militari.

Nella sola scherma si contano novantadue atleti che operano sotto questo controllo.

In totale sono circa 2500 gli atleti, i dirigenti e i maestri legati alle Forze Armate.

Vengono arruolati dopo un concorso per titoli e prendono, al primo incarico, uno stipendio che va dai mille ai millequattrocento euro al mese. A cui si sommano premi, diarie e bonus per risultati particolarmente importanti.

Il contratto è per volontari in ferma provvisoria ed ha valore quadriennale, rinnovabile ogni due anni. Se al momento del rinnovo non si hanno i requisiti per andare avanti (in altre parole non ci sono più i risutati a sostenere la candidatura) si può lasciare il corpo o ottenere un altro incarico al suo interno, cosa che fanno praticamente tutti.

La Legge 31 marzo 2000, numero 78, ha riconosciuto la possibilità per i corpi armati e le forze di polizia di arruolare atleti con risultati di livello nazionale.

Ci sono dentro tutti. Di Francisca, Vezzali, Cagnotto, Scozzoli, Russo, Cammarelle e tanti altri ancora. La quasi totalità dell’elite italiana.

Carabinieri, Esercito, Polizia, Finanza, Forestale, Aeronautica, Polizia Penitenziaria, Marina, Vigili del Fuoco. Non c’è arma che non vada a caccia del campione. Alla vigilia di Londra 2012 si è scatenata addirittura una sorta di rincorsa all’ingaggio che ha visto tra gli altri Clemente Russo e Aldo Montano diventare oggetto di una accesa trattativa che ha visto prevalere le Fiamme Azzurre. La disputa è stata così eclatante da richiedere il deciso intervento di un’alta carica delle Forze Armate che si è impegnata per fare tornare la tranquillità.

Siamo il primo Paese occidentale per i cosiddetti “atleti di stato”. Eppure la gestione dello sport italiano è nelle mani del Coni, un Ente pubblico che dipende dal Governo.

Si lamentano le società dilettantistiche che vedono perdere i loro potenziali campioncini che scelgono la certezza economica, pensione compresa, dei gruppi militari piuttosto che l’incerto futuro legato ai risultati. La gente si chiede quanto sia giusto pagare con soldi pubblici atleti che continuano a fare come unico lavoro quello degli sportivi, a parte alcuni limitati impegni di rappresentanza.

Dovremmo però anche chiederci perché lo sport sia ridotto in queste condizioni. Il Coni non ha abbastanza soldi per gestirlo in toto. L’intervento dei Gruppi Militari è diventato l’ancora di salvezza.

Del resto viviamo in una nazione che nel 2012 ha investito la miseria di cinque milioni di euro nel progetto di alfabetizzazione motoria per la scuola primaria. Siamo in un Paese che ha il 23% di obesi nella fascia di età che va dai 6 agli 11 anni. In Italia solo il 38% dei giovani tra i 15 e i 24 anni fa sport, contro il 70% della Spagna e il 65% di Germania e Francia.

La scuola non fa nulla per aumentare la cultura sportiva, né tantomeno la pratica. I giovani atleti, sembra che il tempo si sia fermato in questo settore, vengono visti come elementi da punire anziché da capire. Niente crediti sportivi, niente orari flessibili in concomitanza con le gare, niente possibilità di studio a casa in particolari periodi e successiva verifica scolastica.

Tutto questo perché in Italia non c’è cultura sportiva. Si ignora addirittura il concetto che una politica che stimoli l’attività motoria possa far risparmiare soldi in medicine, fisioterapia, evitare pericolose malattie. L’obesità è in crescita, non ci si può preoccupare esclusivamente dell’alimentazione. E’ una visione miope del problema.

Fino a quando in Italia vedremo lo sport solo dalle tribune degli stadi non diventeremo mai un Paese moderno che gestisce il sociale preoccupandosi di ogni suo aspetto. Importiamo qualsiasi cosa dagli Stati Uniti, anche le più orrende tendenze in fatto di moda o stili di vita. Perché mai non potremmo importare almeno un aspetto positivo, tipo la gestione dello sport in età scolare?

Detto questo, mi sembra singolare il fatto che le Forze Armate siano padrone dello sport di casa nostra. Ma in un mondo dove l’eccezione è diventata la regola, ci si abitua a tutto. Anche perché nel momento in cui i Gruppi Militari per qualche misteriosa ragione dovessero decidere di smettere, il crollo sarebbe devastante.

INDICE ARTICOLI DEL BLOG (DAL PIU’ RECENTE)

31. In Italia lo sport è solo militare (14.1.2014)

30. JJ, una vita spericolata (13.1.2014)

29. La Ferrari tutta sesso (12.1.2014)

28. Biaggi: Io, il dolore, il perdono (11.1.2014)

27. Valentino: Io, le donne, la moto (10.1.2014)

26. Mondiali di nuoto in Antartide (9.1.2014)

25. Schiavi dell’inglese (8.1.2014)

24. Quando la boxe era proibita (7.1.2014)

23. Tyson e Facebook (3.1.2014)

22. Il caso Loris Stecca (28.12.2013)

21. Biaggi secondo Doohan (17.12.2013)

20. Nella testa di un portiere (13.12.2013)

19. Tiberio Mitri, bello e maledetto (10.12.2013)

18. Mandela e il senso della boxe (6.12.2013)

17. In difesa della boxe (2.12.2013)

16. I libri fantasma (28.11.2013)

15. E’ ora di svegliarsi (27.11.2013)

14. Parisi, l’ultima stella (28.11.2013)

13. Una vita piena di pugni (19.11.2013)

12. L’impiccio spagnolo (19.11.2013)

11. Tyson è in vendita (14.11.2013)

10. Le regole calpestate (12.11.2013)

9. Balotelli, dove è l’errore (8.11.2013)

8. Galliani unico fuoriclasse del Milan (7.11.2013)

7. La tv da testimone a padrona (3.11.2013)

6. La Spagna esce dalla boxe pro’ (28.10.2013)

5. Russo batte il popolo del web (26.10.2013)

4. I dilettanti di Stato (24.10.2013)

3. Il pugile miope e vegano (22.10.2013)

2. Il giornalismo sportivo (20.10.2013)

1. Il silenzio della boxe (15.10.2013)

Tyson e Facebook

Immagine

Mike Tyson ha avuto dipendenza da sesso, droga e alcool. Ha odiato le donne e non riusciva a controllare la rabbia. Generava figli a raffica, ma non sapeva relazionarsi con loro. Ha avuto mille occasioni e le ha buttate via tutte. Ha commesso numerosi crimini, è stato condannato per stupro. Ha violato la legge da bambino, da giovanotto e da uomo. Ha strappato via con un morso un pezzo dell’orecchio di un avversario durante un campionato del mondo di pugilato. Ha distrutto il suo fisico e attentato all’incolumità di chi gli stava vicino.

L’ha scritto lui in un’autobiografia che si intitola “True”, verità, ma che a volte mi ha fatto venire il dubbio fosse una verità gonfiata per stupire. Per vendere qualche copia in più. Ho letto il libro ed ho scoperto alcune storie che non mi tornano. Come quando racconta di avere rotto le costole, spaccato la cavità orbitale e fratturato la mandibola a Frank Warren alla vigilia del match contro Lou Savarese. Ero a Glasgow e nella conferenza stampa post incontro l’organizzatore sedeva al suo posto. Il cerone copriva qualche livido, ma Warren non sembrava quel relitto umano che avrebbe dovuto essere dopo il pestaggio raccontato da Iron Mike nelle sue memorie.

Tyson è tutto questo, ma se qualcuno prova a ricordarlo su un social network viene travolto, nel migliore dei casi, da ammonimenti. Nel peggiore da una raffica di insulti.

Giornalisti di merda parlate di cose che non conoscete

Piace a 1.329 persone

Non giudicare chi non conosci!

Piace a 3.739 persone

Parlate così perché odiate il pugilato!!!

Piace a 1.398 persone

Quelli come te devono morire!!!!!

Piace a 6.456 persone

Impossibile cercare di ragionare. Di solito scrivo di cose che conosco e in questo caso ho solo esposto fatti da lui stesso raccontanti. Se c’è uno che ha fatto del male alla boxe è stato proprio Tyson. Con il comportamento e le parole fuori dal ring ha rafforzato il concetto del pugile immondizia, quello che non conosce le regole. Uno che usa le donne senza riuscire ad amarne neppure una. Fa sesso con loro come se fossero giocattoli, per questo preferisce le orge. Ci sono più balocchi.

Tira coca e beve superalcolici come io mangio fettuccine. Credetemi, in quantità  del tutto rispettabile. E di qualità migliore.

Sul fatto che io debba morire sono d’accordo. Tutti prima o poi dobbiamo farlo, è una delle poche certezze della vita. Ma per quanto mi riguarda preferisco accada poi, piuttosto che prima. Mi dispiace deludervi.

Facebook mi fa paura. La violenza del web mi spaventa. Nascosti dietro soprannomi e finte immagini vengono sparate sentenze definitive. Chiunque osi avere un’opinione diversa, è trattato come un nemico.

Un esempio?

Credo che Mike Tyson non meriti un posto nella storia tra i primi dieci del mondo. Non parlo di una classifica pound for pound, cioè con il coinvolgimento di tutte le categorie di peso. No, parlo proprio dei massimi.

Sono convinto che davanti a lui ci siano Joe Louis, Rocky Marciano, Muhammad Ali, Jack Johnson, Jack Dempsey, Gene Tunney, George Foreman, Joe Frazier, Sonny Liston e Larry Holmes. Posso sbagliarmi, ma non per questo merito di essere messo davanti a un plotone di esecuzione.

Sei un demente, non capisci niente di boxe!

Piace a 3.279 persone

Ma come fai a dire che è un pugile scarso? Idiota!

Piace a 3.456 persone

Dovrebbero impedirti di continuare a scrivere di uno sport che non conosci

Piace a 1.456 persone

Ecco un altro concetto che il web ha lanciato.

Non è necessario leggere quello che si contesta, non è necessario capire il significato della frase incriminata. L’importante è continuare a portare avanti, urlando, la propria idea. Magari accompagnandola con insulti a tutti i nemici che si permettono di averne una diversa. E’ una filosofia che ha fatto presa anche in politica. La ripetizione all’infinito di una bugia diventa realtà.

Non ci sto. Non ho mai detto che Tyson sia stato un pugile scarso, anzi. Sono convinto che abbia avuto più abilità tecnica di quanta gli sia stata riconosciuta dagli osservatori.

Era bravo sia in attacco che in difesa. Sapeva avanzare oscillando sul tronco, evitando così di offrire un riferimento preciso a chi avrebbe voluto sbarrargli la strada. Sapeva scaricare con velocità e precisione, quindi con potenza, una volta accorciata la distanza. Era un combattente esplosivo, capace di risolvere la questione con un solo colpo. Un pugile che i tifosi amavano, uno sportivo dalla popolarità universale.

Era bravo, ma non rientra (secondo me) nella Top Ten.

Questo ho detto e scritto più volte, ma cosa volete interessi a chi si illude di trovare una visibilità mai avuta attraverso una serie di insulti via Internet?

Quando collaboravo con Stream (la televisione che fondendosi con Tele+ ha dato vita a Sky) sono stato duramente contestato per la telecronaca del mondiale leggeri Grigorian-Zoff. L’italiano aveva vinto le prime riprese, poi aveva concesso al campione gli altri round ed il match. Questo avevo detto in diretta prima che i tre giudici ufficializzassero il verdetto. Avevano tutti il mio stesso cartellino.

Sui Forum di boxe si era però appena aperta la caccia all’uomo. E la vittima designata era l’eretico, cioè chi non la pensava come loro.

Dovrebbero licenziare uno che fa telecronache da demente!”

Ma se non capisci una minchia, chi ti dà il diritto di parlare in tv?

Solo tu e i tre giudici avete visto quello vincere, il resto del mondo no.”

Poi, era entrato timidamente nella discussione un altro utente che aveva obiettato.

A dire la verità anche io ho visto vincere Grigorian, mi trovo d’accordo con Torromeo.”

Era stato stoppato da una risposta che non dimenticherò mai.

Non dire stronzate. Lui ha torto. E poi cosa vuoi che mi interessi come è andato il match, non l’ho mica visto.”

Ecco questo è un altro argomento che avrebbe bisogno di una lunga analisi (a dire la verità ne avrebbe bisogno non solo l’argomento, ma anche l’estensore del concetto). Non conta più l’oggetto della disputa, non importa neppure che sia reale. L’elemento più importante è riaffermare la propria convinzione, anche a costo di prescindere dai fatti.

L’esaltazione della propia individualità. E’ questa la molla che ha reso Facebook vincente e pericoloso., facendolo diventare spesso un’inquietante esaltazione del nulla.

Ciao a tutti.

Piace a 14.357 persone

Ehiiiiiiiiii!!!!!!!!!!

Piace a 137.912 persone

Va alla grande anche il messaggio in codice, meglio se senza alcun significato.

Se non lo cerchi, non lo mangi

Piace a 198.777 persone

I limiti della sedia sono nel formaggio

Piace a 1.998.756 persone

Ma il terrore si è impossessato di me quando ho letto un post e una reazione allo stesso che scadeva nel surreale, nel tragicomico, nella follia totale.

Ho un tumore

Piace a 1.209.876 persone

Prima di chiudere, torno all’argomento di partenza. Mike Tyson e (credo) soprattutto il giornalista Larry Sloman hanno raccontato la boxe attraverso la peggiore rappresentazione possibile.

Hanno detto al mondo: ecco chi è un pugile. E’ uno che non rispetta le regole, morde l’orecchio a un rivale e fa la pipì attraverso un pene di gomma al controllo antidoping. E’ uno che si droga sino a pochi istanti prima di salire sul ring. Uno che sta più attento ad avere le giuste dosi di cocaina che il giusto rapporto con il genere umano. Un autentico disastro. Se a qualcuno piace questo libro è un problema suo. Io ne sono stato disgustato.

Scriveva Francis Scott Fitzgerald: “Show me a hero and I’ll write you a tragedy“, mostratemi un eroe e scriverò una tragedia.

Mike Tyson sul ring è stato a lungo un eroe. E con la tragedia ha sempre viaggiato a braccetto.

Il giornalismo sportivo

Immagine

I giornali sportivi sono in caduta libera, anche nel mese di maggiore vendita dell’anno (parlo di agosto, il rapporto di cui indico le cifre è quello fra il 2012 e il 2013) hanno registrato un calo preoccupante di vendite (fonte Accertamento Diffusione Stampa): – 18% circa la Gazzetta dello Sport, – 20% il Corriere dello Sport, – 27% Tuttosport. E pensare che agosto 2012 è stato occupato per quasi metà del tempo (12 giorni per l’esattezza) dall’Olimpiade di Londra. E durante i Giochi, come potrete udire dalle parole di qualsiasi dirigente di quotidiano sportivo, “Si vende poco, meno del solito. Anzi, non vendiamo una copia in più”.

“Le cifre durante Pechino 2008 e Londra 2012 dicono il contrario”

“E’ stato il calcio a farci vendere”

Da tempo i giornali sportivi stanno precipitando. Eppure continuano ad usare la stessa formula. Le novità rilevanti sono a quota zero. Le ultime invezioni importanti (interviste e pagelle) risalgono a quasi quarant’anni fa. Dall’inizio degli anni Novanta in poi c’è stata una lenta, ma costante omologazione nei contenuti. Figlia anche dell’impossibilità di accesso alle fonti. I campioni ormai parlano solo con le Tv. Per mancanza di una loro cultura sull’uso dei media, perché non si fidano dei giornalisti, perché apparire in televisione fa più felici gli sponsor.

Le rivoluzioni di Giorgio Tosatti e Gino Palumbo sono state le ultime.

In un recente intervento a Pontremoli, dopo aver ricevuto il Premio Bancarella 2013 alla carriera, Mario Sconcerti ricordava come il suo più grande cruccio fosse quello di non essere riuscito a cambiare il linguaggio dei giornali sportivi nel periodo in cui era stato vice-direttore della Gazzetta e poi direttore del Corriere.

Tutto questo per dire che mi sembra non si faccia abbastanza per combattere quelli che sono i colpi inflitti dalla crisi economica.

Il nemico di sempre è la televisione. Così dicono gli alti in grado, ma è una storia già sentita sin dalla fine degli anni Sessanta. Allora Antonio Ghirelli ribaltò la situazione, trasformando la televisione da nemico in alleato. Lasciando alla tv la cronaca dell’evento e prendendosi tutto il resto.

Ora, in molti casi, la resa è totale. Il racconto di una partita non ha un’evoluzione naturale. Si comincia con gli spogliatoi, si prosegue con le pagelle e in fondo c’è l’analisi della partita.

Ho chiesto più volte il perché di questa scaletta.

La partita l’hanno vista tutti su Sky o Mediaset.”

E’ quasi vero, ma ci sono tre obiezioni grandi come un palazzo davanti a questa affermazione.

Primo. I telespettatori che seguono Sky e Mediaset Premium (quattro milioni e 760mila abbonati il primo, audience massimo di una partita poco sopra 1,8 milioni; due milioni di abbonati il secondo) non rappresentano la totalità dei lettori.

Secondo. Il tifoso/lettore non ha visto solo la partita. Ha guardato anche tutte le interviste. Che sono poi le stesse che appaiono il giorno dopo sui giornali. Perché, forse non tutti lo sanno, le dichiarazioni dei giocatori più importanti vengono fatte solo davanti alle telecamere. I cronisti sono davanti al teleschermo a registrarle. Quindi tutto già visto, già ascoltato, già “letto”. Perché metterlo in apertura del racconto?

Terzo. L’elemento in più che il quotidiano può dare rispetto alla televisione è l’opinione del proprio giornalista. La chiave di lettura totalmente personale che l’inviato offre dell’evento. Perché non si sfrutta questo elemento come si dovrebbe?

Ma qui entriamo in un terreno minato. Una volta nei giornali c’era un eccesso di tecnicismo, gli articoli erano pieni di riferimenti tattici. Oggi si fatica a trovare un chiaro discorso analitico che ci spieghi cosa è successo. Mancano gli specialisti.

Mancano nel calcio, mancano soprattutto in tutti gli altri sport. A volte ci si affida a cronisti che conoscono poco la materia, che si avventurano in semplicistiche valutazioni o scivolano sulla strada più facile di una cronaca senza sentimento. Perché, bisogna avere il coraggio di ammetterlo, sono in numero calante (in modo inquietante) anche i narratori.

Le storie dello sport sono fantastiche. Bisogna avere voglia di scarpinare, studiare, affannarsi e poi bisogna avere la capacità di metterle in un articolo che riesca a farsi leggere.

Altro falso alibi, a mio avviso, è quello legato “all’inutilità” della notizia. Tanto c’è Internet che anticipa tutti, dando informazioni in tempo reale. Perché affannarsi nella rincorsa di quelli che una volta erano chiamati scoop?

In Italia sono 37 milioni gli utenti di Internet (fonte 11° Rapporto Censis sulla comunicazione e Demos-Coop), ma solo il 12% di loro legge i quotidiani online. Il che porta alla conclusione che (in totale) i lettori dei quotidiani online sono circa 4,4 milioni. I tre giornali sportivi, nell’edizione cartacea, da soli mettono assieme 6,4 milioni di lettori. Non mi sembra che il colpevole di tutto possa essere scovato online.

Non vorrei essere frainteso. Tv e Internet sono ostacoli consistenti alla diffusione della stampa su carta. Ma non possono essere l’alibi per il crollo verticale. Non possono essere sempre e comunque citati come scusa per non fare resistenza (gli unici provvedimenti finora adottati dall’editoria sono stati il taglio degli organici).

C’è una diffusa paura delle novità.

Un giorno, qualche anno fa, ho portato in redazione una storia fantastica. Un pugile me l’aveva raccontata in esclusiva. Era il ritratto di un ragazzo cresciuto tra un padre alcolizzato e violento, una sorella tossicomane e la miseria che faceva da sfondo. Diventato uomo quel ragazzo era caduto anche lui nell’alcoolismo e nella tossicodipendenza. La boxe, lo sfinimento degli allenamenti in palestra, la dedizione a un lavoro manuale che lo fiaccava al punto da togliergli qualsiasi altro desiderio lo avevano aiutato a uscire dal tunnel. Quando si era ripreso, quando aveva cominciato a godere di una vita normale, si era strappato un tendine. Sembrava fosse la fine del sogno e il rientro nel dramma di un’esistenza a rischio. Un medico coraggioso lo aveva rimesso in piedi. Ora era guarito e una settimana dopo quella intervista si sarebbe battuto per il titolo mondiale.

Facciamo due pagine. Abbiamo la storia, abbiamo le foto, abbiamo l’esclusiva” avevo proposto pieno di entusiasmo.

Non lo conosce nessuno. Mettiamo tutto in una pagina che è anche troppo

Ecco, credo che sia abbastanza rappresentativo della poca voglia di uscire dagli schemi.

In alcuni elementi dei vertici dei giornali non c’è neppure la voglia di scoprire cosa offra lo sport oltre al calcio.

Quando, prima di andare in pensione, davanti alla richiesta di personaggi importanti da portare in redazione per un forum dissi che mi sembrava una buona idea quella di far venire Federica Pellegrini, mi sentii rispondere: “Ma è conosciuta?

I vertici troppo spesso non lasciano la loro stanza di comando da decenni, non sempre si fidano degli inviati sul posto e questo li porta a non conoscere più la realtà delle cose. Anche loro vivono cibandosi di quello che offre la televisione.

Sono iscritto a un gruppo online su Facebook. Si chiama “Leggo la Gazzetta alla rovescia”. Siamo in tanti a farlo e ci sentiamo ogni giorno di più come i soldati del 7° Cavalleria di George Armstrong Custer a Little Bighorn. Prossimi a essere sterminati da Lakota, Cheyenne e Arapaho. Assediati, soli e senza nessuno che arrivi in nostro aiuto. Ma non ci arrendiamo.

La crisi economica ha portato alla riduzione degli organici, al taglio drastico delle trasferte. Un giornale senza inviati non può farcela. Le storie riprese dalla Tv o da Internet sono vecchie. Non c’è approfondimento che tenga se alla base c’è un’ignoranza della materia. Nel senso che se non si è dentro al sistema, se non si conoscono i dettagli, se non si riesce a parlare con i protagonisti difficilmente si può scrivere qualcosa che possa far dire al lettore: “Ho speso bene i miei soldi.”

I nemici veri del giornalismo sportivo moderno non sono dunque solo Tv e Internet.

E’ nella fretta con cui si confezionano i quotidiani. “Non si fanno più le inchieste” era il motivo ricorrente delle lamentele dei vecchi inviati di qualche tempo fa. La risposta era sempre la stessa: la velocità delle idee e la necessità di consensi pretende un modello flessibile, facilmente modificabile in corsa. E questo non poteva certo essere realizzato mettendo in cantiere un’inchiesta.

Per i giornali sportivi quella risposta non regge. Si sa quasi tutto prima. Le poche volte che la notizia rende necessario lo stravolgimento del timone (l’ordine in cui si susseguono le pagine sull’edizione che andrà in stampa), si può operare senza grandi intoppi e correre ai ripari.

Gli unici stravolgimenti dell’editoria sportiva in tempi recenti sono stati quelli realizzati sul piano grafico. Ora le pagine sono di più facile lettura, rendono spesso più immediato il senso della proposta. Ma, a mio parere, i contenuti sono scaduti e scadono ogni giorno di più.

E, sempre più spesso, c’è un calo di credibilità. Il calcio mercato è diventato ancora di più una corsa a chi la spara più grossa. Cento nomi sui titoli, novantanove non corrispondano al vero. E quando esce il centesimo si mette la foto del giornale in cui era stata data la notizia, con un titolo che sembra ironico (“Noi l’avevamo scritto!”), ma che invece fa solo parte del copione di un film che non mi piace più.

Ci si riempie la bocca parlando di “cultura sportiva”. E poi si scopre che il rapporto tra spazio lasciato agli sport vari e quello dedicato al calcio è al massimo di 15 a 100 su due dei tre quotidiani. E che se alla riunione del mattino provi a proporre un’inchiesta sull’educazione motoria nelle scuole elementari, ti guardano come un marziano tossicodipendente che ha appena cambiato spacciatore ed ha ricevuto una dose tagliata male. Non fa vendere? E’ probabile, ma allora non si invochi la dea cultura usandola come paravento per nascondere la triste verità.

Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate di tutto questo.