Chi (e perché) ha ucciso Andrés Escobar?

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Bang-Bang-Bang-Bang-Bang-Bang.

Sei colpi di pistola rompevano il silenzio nel parcheggio de El Salpicon Bar di Medellin. Un uomo cadeva lentamente a terra, prima appoggiandosi alla macchina, poi scivolando sulla ruota posteriore della sua berlina. Tre proiettili mortali nella schiena. Mezz’ora dopo sarebbe morto.

Un’altra auto con quattro persone a bordo si allontava a tutta velocità, un testimone riusciva a prendere la targa.

L’uomo a terra si chiamava Andrés Escobar.

Era la notte del 2 luglio 1994. Vent’anni fa.

Cinque giorni prima.

La Colombia gioca al Rose Bowl di Pasadena la seconda partita della Coppa del Mondo 1994. E’ arrivata ai Mondiali con una striscia di ventisei vittorie e una sola sconfitta. Tra i 26 successi c’è anche quello per 5-0 contro l’Argentina a Buenos Aires. Adesso affronta gli Stati Uniti, dopo avere perso per 3-1 con la Romania. In quella squadra ci sono Carlos Valderrama, Freddy Rincon, Alexis Garcia e Faustino Asprilla. Il tecnico è Francisco Maturana. Pelé l’ha indicata tra le favorite nella corsa al titolo.

È il 22′ del primo tempo. Paul Caligiuri appena fuori dell’area di rigore crossa il pallone da sinistra, Andrés Escobar sbaglia il tempo e il modo dell’intervento e procura uno sfortunato autogol. Il primo della carriera. E’ il capitano della squadra, l’uomo a cui tutti vogliono bene. Ha 27 anni e tanta esperienza.

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A casa, a Medellin, tutta la famiglia è davanti al televisore e assiste al dramma. (racconta il documentario “I due Escobar” di Michael e Jeff Zimbalistico)

Il nipotino di nove anni salta in piedi e grida.

“Mamma, adesso uccideranno Andrés.”

La signora, sorella del calciatore, lo abbraccia e sorride.

“No figlio mio, non si uccide per un errore. Tutti in Colombia lo amano.”

Era stata una vigilia agitata. C’erano state minacce di morte. Era stato rapito il fratello più piccolo di Luis “Chorito” Herrera che successivamente era stato informato della morte del ragazzo “in un incidente stradale”.

Il 2 dicembre del 1993, sette mesi prima, era stato ucciso Pablo Escobar. Il boss della droga si era arreso alla polizia colombiana in cambio della mancata autorizzazione all’estradizione negli Stati Uniti.

Chiuso nella Catedral, il carcere alla periferia di Medellín, gli era stata promessa una riduzione della pena se avesse accettato di cessare del tutto il traffico di stupefacenti. La squadra di calcio colombiana era andata in gran segreto a visitarlo, avevano addirittura tirato quattro calci al pallone nel campo che Escobar, nelle condizioni imposte per la resa, aveva preteso fosse costruito.

Era il capo della criminalità, ma gran parte del popolo gli voleva bene. Garantiva case e lavoro. Ma era responsabile di omicidi di giudici, politici, almeno cinquecento poliziotti, un arbitro di calcio e migliaia di rivali.

Lo sport molto probabilmente gli serviva per riciclare denaro sporco. Aveva fatto costruire campi, aveva finanziato squadre. Era proprietario dell’Atletico Nacional, l’orgoglio di Medellin. Lo avevano assassinato perché era pronto a parlare. Da quel momento, senza più un capo a tirare le fila, la delinquenza era esplosa con ancora più violenza.

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Andrés Escobar era un bravo figliolo. Uno che la gente stimava. Non aveva nessun legame, né di parentela né di frequentazioni con Pablo. Si era da poco fidanzato con Pamela Cascardo e usava la sua foto, assieme a quella della mamma, come segnalibro della Bibbia. Era un giocatore di ottimo livello e sembrava proprio che nella stagione 1994-95 avrebbe giocato per il Milan.

La Colombia aveva poi perso quella partita con gli Stati Uniti ed era stata eliminata. Tutti a casa. Il cartello della droga aveva perso milioni di dollari per una scommessa che si era rivelata sbagliata.

“Non andare Andrés. Tira una brutta aria. La violenza è nelle strade, stai in casa.”

Luis “Chorito” Herrera ci aveva provato. Sentiva il clima di grande tensione che si respirava ogni minuto, in ogni luogo, e temeva che il suo amico potesse essere vittima di qualche folle.

Ma Andrés non aveva nessuna intenzione di nascondersi. Lo aveva anche scritto in un mirabile editoriale sul quotidiano El Tiempo.

“La vita non finisce qui, dobbiamo andare avanti. La vita non può finire qui. Non importa quanto sia difficile, abbiamo solo due opzioni: o consentire che la rabbia ci paralizi e la violenza continui, o superare questa situazione e fare del nostro meglio per aiutare gli altri. Deve essere una nostra scelta. Cerchiamo di mantenere il rispetto per favore. Quella americana è stata un’esperienza incredibile e rara. Ci rivedremo presto, perché la vita non finisce qui.”

Era fatto così il giovane, non ce la faceva a fermarsi davanti a una minaccia e se ne era andato con alcuni amici a El Salpicon Bar.

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Prima uno, poi due, quattro, sei uomini. Ognuno di loro aveva scelto un modo diverso per insultarlo. Una parola, un’allusione, una piccola spinta. Ubriachi di rabbia e di alcool lo avevano aggredito verbalmente e si stavano preparando a farlo anche fisicamente. Andrés aveva preferito andarsene.

Si era chiuso la porta del bar alle spalle e si era avviato verso la macchina.

Qualcuno lo aveva raggiunto e gli aveva scaricato sei colpi sulla schiena, tre i proiettili che ne avevano determinato la morte.

Un’auto era scappata subito dopo l’assassinio, un testimone aveva segnato la targa. Era quella di due fratelli, narcotrafficanti, passati dal cartello di Pablo Escobar a quello di un rivale..

Il pluriomicida John Jairo Velàsquez Vasquez, come ha scritto il quotidiano inglese The Guardian, affermava che i due avevano incontrato un procuratore e gli avevano dato tre milioni di dollari per non indagare su di loro, imponendogli di spostare tutta l’attenzione su una guardia del corpo.

Qualche giorno dopo i fratelli venivano scagionati da ogni accusa.

Humberto Munoz, bodyguard e autista per alcuni cartelli della droga colombiani, veniva arrestato e confessava.

“Sono io l’assassino.”

Condannato a 43 anni di carcere, ne scontava undici, nel 2005 tornava libero.

“La nostra società vuole credere che il calcio abbia ucciso Andrés. La verità è che lui era un calciatore ed è stato ucciso dalla società” dirà Francisco Maturana.

Ucciso per un autogol. Così è stato detto per molto tempo.

Ucciso per avere fatto perdere milioni di dollari alla criminalità, hanno scritto in molti.

Ucciso perché ha risposto a chi si credeva un boss, hanno replicato altri.

L’unica certezza è che Andrés Escobar è stato ammazzato senza pietà, in un buio parcheggio di Medellin.

Non aveva fatto nulla per scatenare tanta violenza.

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Sono passati vent’anni. La Colombia è meno violenta, attrae più turismo, ha un rapporto decisamente migliore anche con la finanza di Wall Street. E sta per giocarsi la possibilità di andare in semifinale nella Coppa del Mondo 2014. Affronterà il Brasile, i padroni di casa.

Il nome di Andrés Escobar non è stato fatto pubblicamente. Nè ricordi, nè citazioni. Ma di certo è nei loro cuori. Perché sono colombiani, sono calciatori, sono soprattutto uomini che non possono dimenticare.

Il mondo cambia, ma il passato ci appartiene. Senza memoria non c’è futuro.

 

 

 

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