Addio Nobby Stiles, implacabile guerriero dell’Inghilterra mondiale

Danza Nobby. Vola come una farfalla, pungi come un ape.
Impossibile anche il solo pensarlo.
Doveva esserci qualche disturbo nella comunicazione, il messaggio non poteva essere per lui. Non c’era nessun Bundini Brown accanto a Norbert “Nobby” Stiles in quegli anni Sessanta.
“The hands can’t hit what the eyes can’t see”.
Le mani non possono picchiare quello che gli occhi non vedono, diceva Muhammad Ali.
Nobby non aveva bisogno di vedere, randellava qualsiasi cosa facesse rumore e non avesse la maglietta dell’Inghilterra.
Era un duro che correva per tutti i novanta minuti, prendeva in consegna l’attaccante più forte dell’altra squadra e lo annientava. Con le buone o, se necessario, con le cattive.
Eppure…
Nobby’s dance.

Il ballo di Nobby è entrato nella storia in un giorno di luglio del Sessantasei.
In un clima di eccitazione collettiva l’Inghilterra vinceva la prima e unica Coppa del Mondo di calcio allo stadio di Wembley, davanti a novantatremila spettatori.
12’ Haller.
18’ Hurst.
78’ Peters.
90’ Weber.
Supplementari.
101’ Hurst.
120’ Hurst.
Che la festa cominci.

Stiles, ebbro di una felicità così intensa che mai aveva provato prima, saltellava sull’erba facendo perno ora su una gamba, ora sull’altra.
Nella mano sinistra teneva alta la World Cup Jules Rimet, nella destra stringeva i suoi denti finti. Gli mancavano tutti i superiori: incisivi centrali e laterali, canini. Aveva un sorriso da film dell’orrore. Li aveva persi giovanissimo in uno scontro di gioco. Ma non si curava certo della sua immagine in quel momento, anche se c’era la televisione a immortalarlo in un primo piano che ancora commuove i tifosi inglesi.
Di quell’Inghilterra che il trenta luglio del 1966 batteva la Germania Ovest con un contestatissimo gol fantasma di Hurst, ricordo l’eleganza e la determinazione di Jack Charlton, lo stile e il carisma di suo fratello Bobby, l’eleganza dell’altro Bobby, Moore, la sicurezza del portiere Gordon Banks, le doti di goleador di Geoff Hurst. Ma sarebbe un errore fermarmi qui. Tutti avevano partecipato alla costruzione del capolavoro, soprattutto Nobby Stiles che in quel Campionato del Mondo aveva giocato ogni minuto di ogni partita.

Aveva annientato Eusebio in semifinale, lo aveva tirato fuori dalla sfida relegandolo al ruolo di comparsa. E ogni volta che la “pantera nera” tentava di riprendersi un posto da protagonista lui lo anticipava, lo randellava, lo contrastava, lo stendeva senza rispetto alcuno.
Aveva fatto di peggio solo contro Jacques Simon, nella partita con la Francia. Un intervento da espulsione. Rozzo e pericoloso. Il francese era rimasto a rotolarsi a terra, l’arbitro aveva fischiato il fallo ma non aveva neppure ammonito il britannico.
Dai microfoni della BBC Danny Blanchflower, il nordirlandese che era diventato una leggenda del Tottenham, aveva stigmatizzato: “Questo intervento ha rovinato la partita”.
La Federazione inglese voleva che il piccolo mediano fosse escluso dalla formazione che avrebbe giocato la gara successiva. Il coach Alf Ramsey si era opposto. Quel piccoletto tutto cuore era troppo importante per le sorti dell’Inghilterra calcistica. E l’aveva spuntata. Poi era andato in ritiro e aveva parlato con il suo giocatore in attesa di una risposta.
«Posso dirti che sarai in campo anche per il nostro prossimo turno».

Stiles non aveva né fisico imponente, né magico talento.
Eppure riusciva a risultare determinante, indispensabile. Un motorino che non conosceva soste, non temeva di rischiare in proprio se l’azione era disperata. Si impegnava con una grinta eccezionale. E giocava tenendo sempre bene a mente una regola fondamentale: il calcio è uno sport di squadra.
«Non puoi giocare se non hai la palla. Il mio compito era toglierla dai piedi dell’avversario e darla a Bobby Charlton, lasciando che potesse lavorarla senza problemi».
Detta così sembra facile, non lo è. Ma è sicuramente una regola di vita.
Mediano di tamponamento, di copertura, centrocampista difensivo. Chiamatelo come volete. L’unica cosa certa era che aveva un rendimento sempre sopra la sufficienza.
Un operaio specializzato in recuperi in una squadra che metteva in vetrina, come tutte le squadre del mondo, solo i gioielli.

Come calciatore di club Nobby ha giocato il suo periodo d’oro nel Manchester United di Matt Busby, vincendo due campionati oltre alla Coppa Campioni. Un periodo fantastico racchiuso nel cerchio disegnato dagli anni che andavano dal 1965 al 1968. Anche lì i fenomeni erano altri. Dennis Law, ancora Bobby Charlton, George Best. Talento puro, personalità, carisma. Tre nomi che appartengono alla storia del calcio.
Stiles interpretava un altro ruolo, per tutti i compagni era “la Tigre Sdentata”, il guerriero che doveva fermare il nemico.
A qualsiasi costo.

Era piccolino e non superava l’uno e sessantasette, aveva la dentiera, era semicalvo e affetto da una grave miopia.
Fuori dal campo portava occhiali con lenti spesse, in partita metteva quelle a contatto.
«Prima della sfida all’Argentina nel Sessantasei, ero in bagno e stavo mettendo le lenti quando è entrato Harold Shepherdson, il secondo di Alf Ramsey. Mi ha preso la gola e mi ha detto: “Non possiamo permettere che Alf vada giù”. Non l’abbiamo permesso».
Con il Manchester United ha vinto la Coppa Campioni nel 1968. Solo tre giocatori inglesi sono riusciti in carriera a centrare la doppietta dei sogni World Cup e Coppa Campioni: lui, l’immancabile Bobby Charlton e Ian Callaghan.

Nobby è nato a Collyhurst, nella zona a nord di Manchester, nell’area a nord ovest dell’Inghilterra. È nato sul pavimento della cantina di famiglia durante un raid aereo. Era il diciotto maggio del Quarantadue, in piena seconda guerra mondiale. Un segno del destino. Guerriero fin dal primo giorno di vita.
Charlie, il papà, lavorava nell’impresa di pompe funebri della famiglia Stiles. Kelly, la mamma, era una macchinista.
Il calcio è stato un amore sbocciato in gioventù. A diciassette anni il Manchester United lo ha arruolato in organico. L’esordio è datato ottobre 1960, nella partita contro il Bolton Wanderers.

Il gioco di Nobby era semplice. Passaggi facili e grande generosità. Il pubblico lo amava. Nella Coppa del Mondo del Sessantasei era arrivato in squadra portandosi dietro l’esperienza di quindici presenze, neppure tante.
La Nazionale dormiva all’Hendon Hall Hotel, sulla strada per Wembley. Nel tempo libero andavano al cinema, James Bond era il personaggio che li intrigava di più. Stiles divideva la stanza con Alan Ball. Era superstizioso sino allo sfinimento.
Dopo la vittoria contro il Messico aveva sempre indossato la stessa camicia, cravatta, scarpe, calzini e addirittura mutande.
«Ehi Nobby, non ti sembra di esagerare?»
«Ma io le faccio lavare…»

Nel Sessantadue si era sposato con Kay, da lei avrebbe avuto tre figli.
Il dieci giugno, a un mese dall’inizio dei Mondiali, la moglie l’aveva chiamato in ritiro.
«Amore, credo che il bambino stia per nascere. Potresti parlare con Alf?»
«Per cosa? Non c’è nessuna speranza che io possa venire a casa. E se riuscissi a venire, dovrei tornare in ritiro in giornata».
Pochi giorni dopo era nato Peter, il secondo figlio.
John, il primogenito, aveva quasi quattro anni il pomeriggio della finale. E non dimenticherà mai quel giorno.
«Ero con la mamma a Dublino. Quando l’arbitro ha fischiato la fine, qualcuno mi ha lanciato in aria e… Si è dimenticato di riprendermi. È la verità, lo giuro. Ho rischiato la vita per l’Inghilterra!»

Nello spogliatoio Alf Ramsey, finiti i festeggiamenti, i sorrisi e le lacrime di gioia, aveva ricordato ai ragazzi che ci sarebbe stato un premio in denaro da dividere.
«La Federazione ci darà ventimila sterline. Le spartiremo tra chi ha giocato, qualcosa andrà anche agli altri della rosa».
Era stato a quel punto che il capitano Bobby Moore si era alzato in piedi.
«Siamo una squadra, dobbiamo essere pagati tutti allo stesso modo. La somma va divisa equamente».
A ogni componente del team erano così andate mille sterline, che si erano ridotte a seicentocinqunata una volta tolte le tasse. Molti anni dopo Wayne Rooney avrebbe firmato un contratto proprio con il Manchester United da ventottomila sterline al giorno.

Stiles è rimasto in campo sino al 29 settembre dell’Ottantacinque. Dopo il Manchester United è andato al Middlesbrough e quindi al Preston come giocatore/coach.
Poi si è tolto le scarpette e ha cominciato ad allenare. In Canada, ma anche nelle giovanili del suo Manchester in un periodo in cui dal vivaio sono venuti fuori David Beckham, Ryan Giggs, Paul Scholes, Nicky Butt, Gary e Phil Neville.

Lasciato il calcio ha provato a investire i guadagni in una compagnia elettrica, ma non gli è andata bene. Ha girato il Regno Unito facendo discorsi e firmando autografi. Qualcosa riusciva comunque a portarlo a casa.
Viveva in una modesta abitazione bifamiliare a Stretford, all’interno della città metropolitana di Trafford, nella Grande Manchester.
Le cose non gli erano andate poi così bene dopo il calcio.
Il 27 ottobre del 2010 aveva messo all’asta il suo passato.
Aveva venduto la maglietta numero quattro con cui aveva vinto la Coppa del Mondo, la numero sei del Manchester, aveva ceduto le medaglie della World Cup e della Coppa Campioni, i completi degli anni felici. Era riuscito a raccogliere una buona somma, 424.438£. Il Manchester United, la società che l’ha visto in campo per trecentoundici volte, è stato fra i più generosi.
«Dovevo lasciare qualcosa ai miei tre figli. Non potevano certo dividersi le memorabilia».

Ma non era finita.
Spesso la vita rivuole indietro la felicità che ha regalato.
Dopo essere uscito abbastanza bene da un lieve infarto, nel marzo del 2013 gli era stato diagnosticato un cancro alla prostata.
Stiles lo ha combattuto con la stessa grinta che usava in campo, con l’amore della famiglia e l’affetto dei compagni di squadra che non l’hanno mai abbandonato.

Danza Nobby, danza.
Il brutto anatroccolo si era trasformato in cigno quel pomeriggio di luglio del Sessantasei.
Era un giocatore piccolo e sgraziato, uno che i compagni affettuosamente chiamavano “la Tigre Sdentata” o (i più gentili) “Braccio di ferro”. Ma quando l’avevo visto ballare sull’erba di Wembley mi ero commosso. Quell’immagine resterà per sempre nei miei occhi.
Coppa nella sinistra, dentiera nella destra e sorriso che lasciava scoperto il vuoto nella parte superiore della dentatura. Non dovevi cercare la bellezza estetica, né la perfezione dei gesti o dei lineamenti in Nobby Stiles, che era comunque riuscito a mettere assieme ventotto partite in Nazionale.
Non c’era magia. Lui era energia allo stato puro.
Un mediano che correva per far felice Bobby Charlton, perché sapeva che quell’uomo avrebbe fatto felice l’Inghilterra intera. Era il suo piccolo grande segreto per sentirsi parte della storia.
Danza Nobby, danza.
Ieri Norbert Styles se ne è andato via per sempre.

(da Dentro i secondi, di Franco Esposito e Dario Torromeo. Edizioni Absolutely Free)

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