Per i giornali americani la vittoria di Ward su Kovalev è del tutto meritata…

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Commenti sdegnati in Italia per il risultato del mondiale mediomassimi tra Andre Ward e Sergej Kovalev (a sinistra nella foto). Nessuno ha avuto dei dubbi sulla vittoria del russo.
Decisamente su un’altra lunghezza d’onda i giornalisti americani che definiscono onesto e meritato il successo del loro connazionale (un triplo 114-113 per i giudici).
Ecco il senso dei titoli dei principali quotidiani.
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NEW YORK POST
Ward-Kovalev non è stato un furto ed è tutto quello di cui la boxe ha bisogno

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USA TODAY
Andre Ward recupera da un iniziale knockdown e sconfigge ai punti Sergej Kovalev per il titolo dei mediomassimi

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NEW YORK TIMES
Andre Ward prende il controllo e poi la corona di Sergey Kovalev

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LOS ANGELES TIMES
La vittoria di Andre Ward su Sergej Kovalev un coraggioso sforzo

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LAS VEGAS JOURNAL
Andre Ward supera di misura Sergey Kovalev con una decisione unanime nel match per il titolo

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THE WASHINGTON POST
Ward tira fuori una decisione ai punti su Kovalev per il titolo

Kim accusa Wu, una guerra finanziaria minaccia il futuro dell’Aiba e della boxe olimpica…

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Il presidente Wu è andato a Baku per la negoziazione finale sull’accordo di investimento. Dopo quella visita è stato firmato l’accordo con la società azera con sede in Svizzera. Successivamente l’Azerbaigian ha cambiato il contratto, investendo direttamente dal proprio Paese e noi abbiamo dovuto firmare un nuovo documento. Sì, il presidente è stato coinvolto in tutte le trattative“.
L’affermazione è stata fatta da Ho Kim, ex vice presidente Aiba esonerato dai suoi incarichi dal presidente Wu, al rispettabile quotidiano inglese The Guardian.

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Nell’articolo a firma Owen Gibson, il giornale scrive: “I documenti che abbiamo visto, tra cui una lettera del dottor Wu al ministro azero per le situazioni di emergenza Kamaladdin Heydarov nell’agosto 2010, confermano come il presidente sia stato strettamente coinvolto nella negoziazione del prestito. Il dottor Wu in una lettera al ministro (che è anche a capo della Federazione Pugilistica azera) chiede a Heydarov di finalizzare il pagamento, non appena può”.
In una dichiarazione fatta allo stesso giornale britannico un portavocedell’Aiba aveva sottolineato come fosse stato Kim, il principale responsabile sia della negoziazione del prestito, sia dell’utilizzo del denaro ricevuto.
Confermiamo che è stato Ho Kim a trovare l’investitore e a godere di ampio margine di discrezionalità nella negoziazione e nell’attuazione della transazione. Significativamente il signor Kim ha firmato solo il primo protocollo d’intesa, che alla fine ha portato al prestito. Questo finanziamento è stato organizzato da una persona giuridica distinta dall’Aiba, la WSB America Operations SA, ed è stato operato esclusivamente da Kim. Il prestito avrebbe dovuto essere usato per far crescere la boxe in America del Nord sotto la responsabilità dello stesso Kim che era l’unico membro del consiglio non solo di WSB America Operations SA, ma anche di tutti i suoi affiliati“.
Kim ha negato di essere stato il responsabile di eventuali irregolarità contabili.

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Il dirigente coreano sostiene che il dottor Wu è stato personalmente coinvolto nel prestito e ha impiegato un consulente dicendogli di agire come suoi “occhi e orecchie” in America, consulente che è stato spodestato nel 2015 e sostituito come direttore esecutivo da Karim Bouzidi. Ora Bouzidi ha lasciato l’organo di governo dopo che il suo ruolo è stato “riassegnato” in estate al culmine delle polemiche per le accuse di corruzione durante l’Olimpiade di Rio.
Bouzidi non ha ancora commentato pubblicamente la sua posizione.
I critici dell’AIBA ritengono che la fretta di concludere un accordo commerciale ad ampio raggio con AliSports, una divisione del gigante cinese Alibaba, sia dovuta all’urgenza di rimborsare i vari prestiti ottenuti e faccia parte del tentativo del Dr Wu di cementare la sua forza politica prima del congresso speciale che è stato programmato per il prossimo mese.
L’Aiba nega che il ricavato della trattativa cinese possa essere utilizzato per rimborsare il prestito avuto dall’Azerbaigian.
Il mandato di Wu scade nel 2018. Alcuni addetti ai lavori credono che il presidente stia cercando il modo di estendere tale mandato, altri pensano che possa addirittura dare ai nuovi investitori cinesi un’influenza senza precedenti sul futuro di questo sport.
In risposta alle domande del Guardian, l’Aiba ha ribadito che l’accordo era puramente di carattere commerciale e non aveva nulla a che fare con il rimborso prestiti in essere.
Da quel che si è capito quel contratto darà ad AliSports la partecipazione al 67% in cento anni di joint venture in cambio di un investimento iniziale di circa 110 milioni di franchi svizzeri (109 milioni di dollari!).
Le due entità sono vicine al raggiungimento di un accordo finale. I dettagli verranno annunciati a breve. Questo accordo non ha nulla a che fare con il rimborso del prestito di cui tanto si parla. Si tratta di una collaborazione a lungo termine che andrà a beneficio del nostro sport e dei suoi pugili. La Joint Venture con AliSports si concentrerà essenzialmente sui diritti commerciali e di marketing della boxe. Il governo del pugilato rimane sotto l’egida dell’Aiba” ha detto un portavoce.
I critici dell’operato del dottor Wu sono convinti che il presidente, assetato di potere, sia sempre più alla disperata ricerca di una soluzione rapida ai problemi finanziari e organizzativi.

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QUEL PASTICCIACCIO DEL PRESTITO AZERO

Recentemente il New York Times (foto sopra) ha rivelato come nel corso di un’inchiesta voluta dalla stessa Aiba sotto la pressione di alcuni membri del direttivo, e soprattutto del Cio, l’attenzione dell’agenzia PricewaterhouseCoopers si sia concentrata soprattutto sul prestito di 10 (dieci) milioni di dollari fatto da una società privata, la Bekons MMC con sede a Baku in Azerbaijan, nel 2010 e mai restituito. Debito aumentato di 500.000 dollari nel 2013 per interessi di mora e cresciuto in percentuale negli anni successivi. Questi soldi sarebbero dovuti servire a finanziare il progetto delle World Boxing Series nel Nord America.
Progetto fallito, dal momento che non ha generato interesse e ha accumulato debiti. Con l’aggravante che 4,5 di quei 10 milioni di dollari non sarebbero mai stati spesi e che l’Aiba non sarebbe stata in grado di fornire spiegazioni su dove siano finiti.
L’Ente Mondiale non avrebbe riportato correttamente sui propri libri contabili le perdite, infrangendo probabilmente (come suggerisce la PricewaterhouseCoopers) molte leggi svizzere, dove l’Associazione ha sede legale.

 

 

 

 

 

 

 

 

Pesi massimi nel caos. Browne positivo a un controllo Wbc, salta il titolo Wba?

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La Wada ci ha informato di avere trovato positivo il campione A di un test antidoping a sorpresa effettuato su Lucas Browne nell’ambito del Clean Boxing Program. L’infrazione gli è stata notificata e il processo è stato attivato come da protocollo”.
Lo ha dichiarato la scorsa notte Mauricio Sulaiman, presidente del Wbc, al giornalista Dan Rafael di ESPN.
È il secondo test dell’anno in cui il peso massimo australiano viene trovato positivo a una sostanza proibita.
Stavolta si tratta della ostarina (o ebnosarm).
Il 15 marzo scorso Lucas Browne era risultato positivo al clenbuterolo dopo il match per il titolo Wba contro Ruslan Chagaev.
Titolo revocato, sanzione pecuniaria, sei mesi di squalifica. Scontata la la quale la Wba lo aveva rimesso immediatamene in corsa per il titolo.
Minima quantità, non influisce sulla prestazione, non accertata la volontarietà”.
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Browne aveva denunciato l’Associazione.
Causa e accordo extragiudiziale.
Match per la cintura fissato entro il 31 dicembre contro Shannon Briggs.
Il vincente dovrebbe affrontare entro 120 giorni Fres Oquendo, il portoricano risultato positivo a tamoxifin e anostazole nel match del 6 luglio 2014 contro Ruslan Chagaev. Un pugile che da quel giorno non ha più combattuto.
E adesso cosa farà la World Boxing Association davanti alla positività di un pugile in un controllo a sorpresa del Wbc?
Tanto per essere chiari, ricordo alcuni dettagli presi dal regolamento Wada.
Non esiste minima quantità se ce ne è abbastanza per rilevare la positività.
Non esiste involontarietà, ogni atleta è responsabile delle sostanze che assume consapevolmente o meno.
Non esiste la supposizione che non abbia influito sulla prestazione.
E allora?

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Chi è senza peccato scagli la prima pietra.
Il Wbc ha lanciato la campagna Clean Boxing Program e poi se ne è uscito con una multa di 75.000 dollari davanti alla positività accertata di Birmane Stiverne e gli ha concesso il nulla osta per il match valido per il titolo contro Alexander Povetkin, sfida che si disputerà poco più di un mese dopo la scoperta dell’illecito.
Resto in attesa dell’esame del campione B di Lucas Browne, delle sue giustificazioni, della comprensione della Wba e dell’ennesima scappatoia per riportarlo sul ring.
Spero di sbagliarmi, ma ho i miedi dubbi: da tempo il pugilato non è più una cosa seria.
Stavolta comunque sarà dura: positivo due volte nell’arco di nove mesi. Difficile tirarlo fuori dai guai…

Trent’anni fa il mondo scopriva la furia di Mike Tyson. Berbick ko dopo un tragico balletto…

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Trent’anni fa un ragazzo di Brooklyn conquistava il mondo. All’interno dell’Hotel Hilton di Las Vegas, il 22 novembre 1986, Mike Tyson metteva kot a 2:35 del secondo round Trevor Berbick e diventava il più giovane campione mondiale nella storia dei pesi massimi. Questa è la storia di quella notte.

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Trevor Berbick era un predicatore. Uno di quelli che salgono sul ring per prendere e dare cazzotti, ma una volta giù cercano di spiegarti che nella vita bisogna saper perdonare, porgere l’altra guancia e magari provano anche a salvarti l’anima.
Pugni e fede. Anche Berbick era nel gruppo. E di fede e pazienza doveva averne tanta in quei giorni in cui Las Vegas ospitava il campionato del mondo dei pesi massimi.
A guardare i manifesti che avevano inondato la città, sembrava che sul ring dovesse salire un soltanto uomo.
Mike Tyson.
Una sola immagine sui poster, sulle magliette fatte per l’evento, sui cappellini, sulle scritte pubblicitarie.
Ma questo non creava turbamenti in Trevor, aveva imparato a perdonare.
Stava per intascare oltre un milione di dollari, quanti non ne aveva guadagnati nella sua intera vita.
Viveva ad Halifax, in Nova Scotia, Canada.
Era un pastore protestante che nei momenti di relax curava il giardino davanti casa. Amava il calcio, il tennis e il basket. Ma soprattutto amava la boxe.
Sesto di una famiglia di quattro fratelli e due sorelle, marito e padre soddisfatto. Un omaccione alto 188 centimetri per un peso attorno ai cento chili, contro il nuovo dominatore del mondo del pugilato. Sembrava una sfida impari.

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Impossibile avere un’intervista con Mike Tyson.
Ci avevo provato assieme al collega Claudio Colombo del Corriere della Sera, un amico con cui ho girato il mondo.
Il nostro uomo per raggiungere l’obiettivo avrebbe dovuto essere Bill Cayton. L’avevamo chiamato in albergo, ci aveva dato appuntamento nella suite al ventinovesimo piano dell’Hotel Hilton. C’eravamo andati in compagnia di Rino Tommasi, che conosceva molto bene il manager.
«Vedete, so che in Italia il mio ragazzo è già molto apprezzato. Ma nessuno di noi sa cosa faccia dopo un match. Magari scompare per un paio di settimane, si chiude in una cottage di montagna con qualche ragazza e non torna alla civiltà fino a quando non pensa di averne abbastanza. Non posso accontentarvi, credetemi».
Mi era sembrata una scusa. Era la verità.
Josè Torres, ex campione del mondo dei mediomassimi, e all’epoca amico di Tyson, avrebbe raccontato in un libro una confidenza fattagli dal pugile.
«Mi piacciono le ragazze con le tette grosse, i culi sodi. Mi piace farle godere. E poi menarle per sentirle urlare. Mi chiudo in casa con loro e sfogo la mia voglia di sesso. Non ne ho mai abbastanza».

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Era la prima volta che vedevo da vicino Iron Mike. Mi sentivo Cappuccetto Rosso davanti al Lupo Cattivo. Un torace enorme, un collo sproporzionato rispetto ad altezza e peso. Mezzo metro di circonferenza. Strascinava i piedi, faceva dondolare le spalle. Aveva un berretto nero calato fin sopra gli occhi che, da sotto, riuscivano comunque a guardarti minacciosi. Fissava Berbick con quell’aria da bullo che non l’abbandonava mai. Fissava il faccione del suo nemico e gli infilava spille roventi sotto la pelle.
«Non so esattamente chi lui sia, ma so benissimo chi sono io. Un animale di cui bisogna aver paura. Sono qui per fare un lavoro e intendo farlo bene».
Non temeva Berbick, l’avrebbe messo ko, sapeva che avrebbe potuto perdere ma non voleva pensarci.
Il match era stato crudele, drammatico.

Nadine, la moglie di Berbick, piangendo, si era alzata in piedi sulla sedia di bordo ring. Urlava all’arbitro, Mills Lane, di farla finita, di interrompere quel combattimento ormai impari.
La gente, impietosa, le urlava di sedersi. Loro, quel massacro lo volevano vedere fino all’ultimo colpo, avevano pagato per questo.  Tyson era una belva scatenata. Lo era stato fin dal suono del primo gong. Aveva aggredito Berbick picchiandolo senza pietà.

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Nel primo round erano stati i suoi ganci a segnare il cammino del match. Al suono della campana che indicava la fine della ripresa, Iron Mike si era fermato al centro del ring e aveva guardato a lungo il campione che aveva ricambiato quello sguardo da duro e, in segno di disprezzo, gli aveva anche mostrato la lingua.
Tutto era diventato ormai fin troppo chiaro.
Berbick cominciava ad aver paura.
Gli americani amavano regalare il soprannome di “bestia” a qualsiasi pugile fosse dotato di aggressività. Beh, non c’era nessuno che avrebbe potuto essere più “bestia” di Tyson quella sera.
Nel secondo round avevo guardato per un attimo i colleghi che sedevano accanto a me nella terza fila di bordo ring. Cinque inviati italiani laggiù, in Nevada.
Quattro di loro erano rapiti da quanto stava accadendo, affascinati da quell’atmosfera di furia bestiale che aveva ormai avvolto tutta la sala. Io avevo paura. Temevo che il dramma potesse scivolare velocemente in tragedia.

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Tre ganci destri e un sinistro avevano scaraventato Berbick al tappeto dopo pochi secondi. Il campione si era rimesso faticosamente in piedi e era andato avanti per un altro paio di minuti, provando addirittura (con grande coraggio) a reagire.
Poi, un gancio sinistro aveva provocato un atterramento a effetto ritardato. Berbick aveva subìto il colpo appena sopra l’orecchio destro, era rimasto ancora un istante in piedi ed era crollato al tappeto, ormai privo del senso dell’equilibrio. La scena successiva era stata pietosa, imbarazzante, terribile.
Trevor aveva provato ad alzarsi. Le gambe però gli si erano piegate e lui era caduto all’indietro. Da quel momento in avanti mi era parso come un burattino a cui qualche cattivo bambino avesse tagliato tutti i fili che lo tenevano su. Aveva provato ancora a sollevarsi ed era precipitato in avanti. Un altro un tentativo, poi si era appoggiato malfermo alle corde. Barcollava, incapace di riacquistare un minimo di equilibrio.
Mills Lane finalmente si era deciso a sancire il knock out tecnico. Erano passati 2:35 dall’inizio del secondo round. Tyson era appena diventato il più giovane campione del mondo dei pesi massimi.

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Aveva scritto la storia, ma non mostrava neppure un gesto di esultanza. Solo una sorta di ghigno, un’espressione che mi gelava il sangue. Un lungo abbraccio con l’allenatore Kevin Rooney. Un abbraccio e un bacio sulla bocca con Jim Jacobs. Due parole ai microfoni della televisione, mentre Berbick era ancora assistito dai medici e piangeva assieme alla moglie.
Capivo la sua disperazione, ma non riuscivo a capire perché mai Tyson non fosse felice. Poi Mike scendeva i quattro gradini che lo conducevano in platea, incrociava lo sguardo di un  vecchio amico, lo salutava con un gesto assai volgare, portandosi entrambe le mani verso i genitali, e cominciava ad urlare.
«Gente come Berbick può solo farmi ridere».
Iron Mike scappava dalla folla, andava a chiudersi all’interno della roulotte che fungeva da spogliatoio. In silenzio lui, in silenzio il clan. Solo una volta dentro riusciva a liberarsi di tutti i dubbi, le angosce, le paure e si lasciava andare ad un urlo lungo, selvaggio, seguito da una danza tribale. Aveva martellato di colpi la faccia di Berbick, aveva tirato fuori la belva che si nascondeva in lui, e adesso finalmente si sentiva felice. Non aveva pietà per il suo rivale.
«Mi ha sorpreso la forza con cui mi teneva nei clinch, sembrava proprio che non mi volesse più lasciare. Ha resistito più di quanto credessi. Grazie America».
Poco più in là Dundee incrociava i giornalisti.
«Angelo, come avrebbe potuto il tuo pugile fermare Tyson?»
«Con un fucile».

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Trevor Berbick è stato trovato morto la mattina del 28 ottobre 2006. Suo nipote Harold Berbick e Kenton Gordan l’avevano picchiato a morte e lasciato nel cortile della chiesa. Il pubblico ministero ha detto che le armi del delitto erano state una tubo di ferro e un piede di porco. Il motivo per l’omicidio? Una disputa tra zio e nipote. Harold Berbick e Kenton Gordan sono stati condannati per l’uccisione il 20 dicembre 2007. Berbick sta scontando il carcere a vita,  Gordan quattordici anni.

Mike Tyson ha avuto tre mogli e sette figli. Dopo una serie di disavventure finanziarie, ha ritrovato un’apparente serenità. Vive a Seven Hills, Nevada. È stato attore al cinema e teatro, ha scritto la sua autobiografia, ha dato immagine e voce a un cartone animato, ha prestato la sua figura di pugile a un gioco elettronico.

(stralci da “Meraviglioso, Marvin Hagler e i favolosi anni Ottanta” di Dario Torromeo. Absolutely Free editore, 260 pagine, 15 euro).

Kovalev vs Ward, ecco i cartellini: sette riprese all’americano, cinque al russo…

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Lo statunitense Andre Ward (31-0, 15 ko) ha sconfitto a Las Vegas con giudizio unanime il russo Sergej Kovalev (30-1-1, 26 ko) nel match valido per il titolo di supercampione Wba dei mediomassimi, campione Ibf e Wbo.

Il giudice John McKale ha dato a Kovalev i round 1, 2 (di due punti per il kd inflitto a Ward), 3, 4, 6. A Ward i round 5, 7, 8, 9, 10, 11, 12 per un cartellino di 114-113.

Il giudice Burt Clements ha dato a Kovalev i round 1, 2 (due punti), 3, 4, 12. A Ward i round 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11 per un cartellino di 114-113.

Il giudice Glen Trowbridge ha dato a Kovalev i round 1, 2 (due punti), 4, 5, 6. A Ward 3, 7, 8, 9, 10, 11, 12 per un cartellino di 114-113.

Una tennista mezza nuda in chiesa, Photoshop e i veri sex symbol…

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Riciclate sul web (dopo essere passate per Photoshop?), le immagini sexy (?) di una tennista capace addirittura di vincere il Master di fine anno dovrebbero scatenare (secondo chi le pubblica) gli ormoni maschili. Ma per favore!

I dati ufficiali della Wta suggeriscono per Dominika Cibulkova 1.61 di altezza per 55 chili di peso. Sappiamo tutti quanto le anime candide della Women Tennis Association tendano a modellare i numeri pur di compiacere le giocatrici. Le foto da lei stessa postate sul web mostrano il volto di una bella ragazza, ma anche curve che non mi sembrano tali da poterla far passare per un sex symbol.

Marylin Monroe, Brigitte Bardot, Scarlett Johansson, Naomi Campbell, Shophia Loren, Sharon Stone, Charlize Teron (foto sotto). Avete presente? Queste sono sex symbol.

Ma a guardare le numerose immagini che circolano in rete, ho l’impressione che la ragazza si prenda troppo sul serio.

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A Wimbledon 2016 ha fatto scalpore il fatto che la 27enne slovacca minacciasse di annullare il matrimonio se solo avesse vinto un’altra partita, quella che l’avrebbe portata in semifinale. Le nozze erano infatti fissate da tempo per sabato 9 luglio, proprio il giorno in cui si assegnava il trofeo femminile. Lei non pensava di andare così lontano, sull’erba non aveva mai raccolto grandi risultati. E così aveva preparato tutto per quello che credeva potesse essere uno dei pochi spazi liberi nel calendario dell’attività professionistica.

Ha perso ed è, come si suol dire, convolata a giuste nozze.

È a questo punto che mi sono posto una domanda.

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Avevo più di un dubbio sul suo vestito nuziale. Un nude look che lasciava scoperto il 70% del corpo, un abito bianco che, tagliato in quel modo, non era certo il massimo per aspirare a simbolo della purezza.

Ho sottoposto il caso a un mio amico modaiolo e lui mi ha subito rimproverato.

“Aggiornati! Guarda che già negli anni Settanta, Cher andava vestita così. Beyonce si è presentata sul palco dei Grammy nel 2014 con qualcosa di simile e Kim Kardashian ne ha indossato uno quasi uguale al MetGala”.

Meraviglioso. Tutto vero.

Ma Dominika Cibulkova si è conciata così per andare a sposarsi in chiesa.

Non mi sono certo scandalizzato quando ha posato in topless per la Dunlop, in bikini per FHM, nuda per Adams.sk e neppure quando all’inizio di quest’anno si è lasciata forografare in pose provocanti per Break: rivista per soli uomini.

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Libera di fare le sue scelte, di mostrare quello che vuole, siamo nel 2016 non nel medioevo.

Circola sul web, postata da lei medesima, una foto che la ritrare al mare. Indossa un enorme cappello di paglia a tesa larga su cui è scritto I’m a dreamer. Per contribuire al sogno collettivo offre la sua immagine migliore, il lato B. Anche qui, nessuna obiezione. Non c’è oltraggio, né volgarità nell’immagine. Ogni donna o uomo ha la libertà di farsi ritrarre come meglio crede e di rendere pubbliche quelle immagini.

Sottolineo l’episodio, tanto per fare chiarezza.

Nessuno l’ha obbligata a sposarsi in abito bianco, con lunghissimo strascico e immancabile bouquet bianco. Nessuno l’ha costretta a sposarsi in chiesa, nel caso in questione la Cattedrale di St Martin a Bratislava. Dico però che sarebbe ora che chi prende queste decisioni si decidesse a rispettare le regole del gioco.

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Il vecchio detto non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca è sempre d’attualità.

E che ne prendano coscienza anche i preti, da quello della parrocchia a quello della cattedrale.

Ho poca frequentazione con i luoghi di preghiera, ma alcuni principi li conosco addirittura io.

Se una ragazza prova a entrare a San Pietro con i pantaloncini corti o sbracciata, arriva subito qualcuno a farle notare che vestita così dovrà restare fuori.

L’accesso alla Basilica Papale Vaticana è consentito alle persone con un abbigliamento decoroso consono al luogo sacro”.

Una ragazza a San Pietro no e la Cibulkova nella Cattedrale di St Martin sì?

Ma fatemi il piacere. Non si può avere tutto, troppo comodo.

Il mio amico ha nominato Cher, Beyonce e Kim Kardashian.

Io circoscriverei il campo all’ultima citazione.

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Anche Ana Ivanovic e il capitano della nazionale di calcio tedesca Bastian Schweinsteiger si sono sposati, addirittura due volte in due giorni a Venezia: prima con rito civile e poi con quello religioso nella Chiesa della Misericordia.

E il giovanissimo Taylor Fritz si è unito in matrimonio a San Francisco con la bella Raquel Pedroza.

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In entrambi i casi non si segnalano nude look all’interno dei luoghi sacri.

Grazie.

 

Zab Judah in carcere, a rischio il ritorno sul ring dopo più di due anni di assenza

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Zab Judah ha esordito al professionismo il 20 settembre del 1996.

A venti anni di distanza ancora combatte.

A dire la verità lui si era ritirato il 7 dicembre 2013, dopo la sconfitta ai punti in 12 round contro Paul Malignaggi per la corona vacante NABF dei welter.

Via dal ring dopo avere conquistato il mondiale (Wbc, Wba, Ibf) dei welter e il titolo dei superleggeri per Ibf e Wbo.

Ma, come quasi sempre accade, l’ultimo match per un pugile è quello che verrà. Così Zab Judah è stato messo in cartellone per una sfida sulle 10 riprese che si terrà il 21 gennaio 2017 al Sun National Bank Center di Trenton nel New Jersey.

Ancora non si conosce il nome del rivale, ma non si sa neppure se il pugile di Brooklyn potrà combattere.

Un giudice di Las Vegas (come ha riportato il sito TMZ) ha deciso che il recente arresto (in luglio è stato fermato per avere picchiato la moglie dopo una notte di grandi bevute) ha infranto una delle condizioni della sua libertà vigilata.

Zab era stato già portato in prigione nel 2014 quando era stato trovato alla guida in stato di ebrezza.

Il giudice ha deciso l’arresto immediato e una condanna che terrà l’ex campione in carcere fino al 7 dicembre. Poi, si vedrà.

Judah ha 39 anni e ancora non sa cosa farà da grande.

Dylan non ritirerà il Nobel: “Ho altri impegni”. Ma mi faccia il piacere…

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Trentadue giorni fa il premio Nobel per la letteratura è stato assegnato a Bob Dylan, fantastico cantastorie.
Per una settimana la segreteria del Nobel ha cercato di mettersi in contatto con lui, ricevendo in risposta un silenzio assoluto.
Poi il 75enne di Duluth ha rilasciato un’intervista esclusiva al Daily Telegraph. Un evento raro, erano due anni infatti che non parlava con i giornalisti. Al fortunato interlocutore ha confessato: “È difficile da credere, emozionante e incredibile. Chi non sognerebbe una cosa del genere?“.
Probabilmente lui.
Alla domanda se il prossimo 10 dicembre sarebbe andato a ricevere il premio dal Re di Svezia a Stoccolma, l’artista americano ha risposto così: “Andrò se potrò“.
Il premio, tanto per ricordarlo, prevede un assegno da 750mila sterline (poco più di 832.000 euro).
Primo dubbio: come mai ha impiegato due settimane per rispondere?
Ho chiamato e mandato email ai suoi collaboratori più stretti e ho ricevuto risposte molto cordiali. Per ora è sicuramene abbastanza” aveva detto qualche giorno fa Sara Danius, segretaria permanente dell’Accademy.
È vero che the answer is blowin’ in the wind (la risposta soffia nel vento), ma al telefono che squillava lui non si è mai neppure accostato.
Fosse sordo?
E poi, che significava Andrò se potrò?
Se non vuole venire, non verrà. Sarà comunque una grande festa” aveva tagliato corto Sara Danius prima di chiudere l’affannosa ricerca del menestrello.
Il premio sarà consegnato dal Re di Svezia il 10 dicembre prossimo.
E lui non ci sarà.
Ci andrò se potrò” aveva detto.
Onorato, ma ho altri impegni”. Ha precisato ieri.


Un membro autorevole dell’Accademia di Svezia, lo scrittore  Per Wastberg, ha definito il vincitore di quest’anno “Maleducato e arrogante”.
Onorato, ma ho altri impegni”, sono stati i versi stonati di Bob Dylan.
Ma mi faccia il piacere…

Rissa gigantesca in sala, a Coventry durante un match tra dilettanti

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Un match tra dilettanti si è trasformato in una gigantesca rissa.

È accaduto alla Sikh Family Center Gym di Foleshill (Coventry, West Midlands), in Inghilterra.

Uno dei due pugili, innervosito dalle continue trattenute e dai successivi colpi dell’avversario si è lamentato con l’arbitro. Quando ha visto che questi non aveva intenzione di intervenire, ha affrontato direttamente il rivale fuori dagli schemi di un normale incontro di pugilato.

Il video è stato ripreso da un telefonino cellulare e postato sul sito online del Coventry Telegraph.

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La lite fra i due si è presto estesa ai rispettivi angoli, agli spettatori e a tutti quelli che non vedevano l’ora di darsi da fare.

Sono volati vari oggetti, tra cui un paio di sedie.

In pochi secondo la palestra è diventata teatro di una gigantesca rissa.

Tra il pubblico bambini e donne terrorizzate.

Non c’è stata alcuna chiamata alla polizia.

Pesi massimi e doping. Scuse, regole ignorate, pene ridicole. È la boxe bellezza…

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Doping.

Sembra essere diventata la parola più comune nel mondo dei pesi massimi.

Alla scoperta di una positività, nelle altre discipline seguono lunghe squalifiche e l’uscita dai vertici delle classifiche.

Nella boxe invece la Banda dell’Alfabeto si aggrappa a regole che non esistono e va avanti.

Tutti assieme, pugili e dirigenti, contribuiscono alla distruzione (per ora solo morale) di uno sport che dovrebbe fare del rispetto di se stesso e delle regole un suo caposaldo.

Birmane Stiverne è l’ultimo della lista.

È risultato positivo (dimethyamylase) il 4 novembre in un controllo Wada in vista del match del 17 dicembre contro Alexander Povetkin per designare lo sfidante ufficiale di Deontay Wilder per il titolo Wbc nella primavera 2017.

Squalificato?

Non pensateci neppure.

Multa di 75.000 e ok del World Boxing Council per la disputa del match.

Quantità modica, non sapeva cosa stava prendendo, ha ammesso di averlo preso inconsapevolmente”.

Lo stesso Povetkin è stato scoperto positivo al Meldonium. Ha portato il Wbc in tribunale e l’Ente ha fatto una brusca frenata.

Quantità modica, medicinale permesso”.

Luis Ortiz sabato scorso ha vinto un super noioso match contro Malik Scott. Ortiz ha subito nove mesi di squalifica dopo essere risultato positivo al doping nel match dell’11 settembre 2014 contro Lateef Kayode. Tredici mesi dopo saliva sul ring per l’interim Wba.

Lucas Browne positivo al clenbuterolo dopo il match per il titolo Wba contro Ruslan Chagaev il 15 marzo scorso.

Titolo revocato, sanzione pecuniaria, sei mesi di squalifica.

Sconta la squalifica e la Wba gli fa disputare il titolo.

Minima quantità, non influisce sulla prestazione, non accertata la volontarietà”.

Causa, accordo extragiudiziale.

Il co-sfidante è Shannon Briggs.

Il vincente dovrà affrontare entro 120 giorni Fres Oquendo.

Il portoricano è risultato positivo a tamoxifin e anostazole nel match del 6 luglio 2014 contro Ruslan Chagaev.

Da allora non ha più combattuto.

La Wada precisa.

Non esiste minima quantità se ce ne è abbastanza per rilevare la positività.

Non esiste involontarietà, ogni atleta è responsabile delle sostanze che assume consapevolmente o meno.

Non esiste la supposizione che non abbia influito sulla prestazione.

Ma il pugilato ha regole diverse, è uno sport in cui tutto è permesso.

Il Wbc lancia la campagna Clean Boxing Program e poi se ne esce con una multa di 75.000 dollari davanti alla positività accertata di un pugile e concede il nulla osta a un match che si disputerà poco più di un mese dopo la scoperta dell’illecito.

È la boxe, bellezza.