Trent’anni fa il mondo scopriva la furia di Mike Tyson. Berbick ko dopo un tragico balletto…

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Trent’anni fa un ragazzo di Brooklyn conquistava il mondo. All’interno dell’Hotel Hilton di Las Vegas, il 22 novembre 1986, Mike Tyson metteva kot a 2:35 del secondo round Trevor Berbick e diventava il più giovane campione mondiale nella storia dei pesi massimi. Questa è la storia di quella notte.

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Trevor Berbick era un predicatore. Uno di quelli che salgono sul ring per prendere e dare cazzotti, ma una volta giù cercano di spiegarti che nella vita bisogna saper perdonare, porgere l’altra guancia e magari provano anche a salvarti l’anima.
Pugni e fede. Anche Berbick era nel gruppo. E di fede e pazienza doveva averne tanta in quei giorni in cui Las Vegas ospitava il campionato del mondo dei pesi massimi.
A guardare i manifesti che avevano inondato la città, sembrava che sul ring dovesse salire un soltanto uomo.
Mike Tyson.
Una sola immagine sui poster, sulle magliette fatte per l’evento, sui cappellini, sulle scritte pubblicitarie.
Ma questo non creava turbamenti in Trevor, aveva imparato a perdonare.
Stava per intascare oltre un milione di dollari, quanti non ne aveva guadagnati nella sua intera vita.
Viveva ad Halifax, in Nova Scotia, Canada.
Era un pastore protestante che nei momenti di relax curava il giardino davanti casa. Amava il calcio, il tennis e il basket. Ma soprattutto amava la boxe.
Sesto di una famiglia di quattro fratelli e due sorelle, marito e padre soddisfatto. Un omaccione alto 188 centimetri per un peso attorno ai cento chili, contro il nuovo dominatore del mondo del pugilato. Sembrava una sfida impari.

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Impossibile avere un’intervista con Mike Tyson.
Ci avevo provato assieme al collega Claudio Colombo del Corriere della Sera, un amico con cui ho girato il mondo.
Il nostro uomo per raggiungere l’obiettivo avrebbe dovuto essere Bill Cayton. L’avevamo chiamato in albergo, ci aveva dato appuntamento nella suite al ventinovesimo piano dell’Hotel Hilton. C’eravamo andati in compagnia di Rino Tommasi, che conosceva molto bene il manager.
«Vedete, so che in Italia il mio ragazzo è già molto apprezzato. Ma nessuno di noi sa cosa faccia dopo un match. Magari scompare per un paio di settimane, si chiude in una cottage di montagna con qualche ragazza e non torna alla civiltà fino a quando non pensa di averne abbastanza. Non posso accontentarvi, credetemi».
Mi era sembrata una scusa. Era la verità.
Josè Torres, ex campione del mondo dei mediomassimi, e all’epoca amico di Tyson, avrebbe raccontato in un libro una confidenza fattagli dal pugile.
«Mi piacciono le ragazze con le tette grosse, i culi sodi. Mi piace farle godere. E poi menarle per sentirle urlare. Mi chiudo in casa con loro e sfogo la mia voglia di sesso. Non ne ho mai abbastanza».

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Era la prima volta che vedevo da vicino Iron Mike. Mi sentivo Cappuccetto Rosso davanti al Lupo Cattivo. Un torace enorme, un collo sproporzionato rispetto ad altezza e peso. Mezzo metro di circonferenza. Strascinava i piedi, faceva dondolare le spalle. Aveva un berretto nero calato fin sopra gli occhi che, da sotto, riuscivano comunque a guardarti minacciosi. Fissava Berbick con quell’aria da bullo che non l’abbandonava mai. Fissava il faccione del suo nemico e gli infilava spille roventi sotto la pelle.
«Non so esattamente chi lui sia, ma so benissimo chi sono io. Un animale di cui bisogna aver paura. Sono qui per fare un lavoro e intendo farlo bene».
Non temeva Berbick, l’avrebbe messo ko, sapeva che avrebbe potuto perdere ma non voleva pensarci.
Il match era stato crudele, drammatico.


Nadine, la moglie di Berbick, piangendo, si era alzata in piedi sulla sedia di bordo ring. Urlava all’arbitro, Mills Lane, di farla finita, di interrompere quel combattimento ormai impari.
La gente, impietosa, le urlava di sedersi. Loro, quel massacro lo volevano vedere fino all’ultimo colpo, avevano pagato per questo.  Tyson era una belva scatenata. Lo era stato fin dal suono del primo gong. Aveva aggredito Berbick picchiandolo senza pietà.

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Nel primo round erano stati i suoi ganci a segnare il cammino del match. Al suono della campana che indicava la fine della ripresa, Iron Mike si era fermato al centro del ring e aveva guardato a lungo il campione che aveva ricambiato quello sguardo da duro e, in segno di disprezzo, gli aveva anche mostrato la lingua.
Tutto era diventato ormai fin troppo chiaro.
Berbick cominciava ad aver paura.
Gli americani amavano regalare il soprannome di “bestia” a qualsiasi pugile fosse dotato di aggressività. Beh, non c’era nessuno che avrebbe potuto essere più “bestia” di Tyson quella sera.
Nel secondo round avevo guardato per un attimo i colleghi che sedevano accanto a me nella terza fila di bordo ring. Cinque inviati italiani laggiù, in Nevada.
Quattro di loro erano rapiti da quanto stava accadendo, affascinati da quell’atmosfera di furia bestiale che aveva ormai avvolto tutta la sala. Io avevo paura. Temevo che il dramma potesse scivolare velocemente in tragedia.

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Tre ganci destri e un sinistro avevano scaraventato Berbick al tappeto dopo pochi secondi. Il campione si era rimesso faticosamente in piedi e era andato avanti per un altro paio di minuti, provando addirittura (con grande coraggio) a reagire.
Poi, un gancio sinistro aveva provocato un atterramento a effetto ritardato. Berbick aveva subìto il colpo appena sopra l’orecchio destro, era rimasto ancora un istante in piedi ed era crollato al tappeto, ormai privo del senso dell’equilibrio. La scena successiva era stata pietosa, imbarazzante, terribile.
Trevor aveva provato ad alzarsi. Le gambe però gli si erano piegate e lui era caduto all’indietro. Da quel momento in avanti mi era parso come un burattino a cui qualche cattivo bambino avesse tagliato tutti i fili che lo tenevano su. Aveva provato ancora a sollevarsi ed era precipitato in avanti. Un altro un tentativo, poi si era appoggiato malfermo alle corde. Barcollava, incapace di riacquistare un minimo di equilibrio.
Mills Lane finalmente si era deciso a sancire il knock out tecnico. Erano passati 2:35 dall’inizio del secondo round. Tyson era appena diventato il più giovane campione del mondo dei pesi massimi.

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Aveva scritto la storia, ma non mostrava neppure un gesto di esultanza. Solo una sorta di ghigno, un’espressione che mi gelava il sangue. Un lungo abbraccio con l’allenatore Kevin Rooney. Un abbraccio e un bacio sulla bocca con Jim Jacobs. Due parole ai microfoni della televisione, mentre Berbick era ancora assistito dai medici e piangeva assieme alla moglie.
Capivo la sua disperazione, ma non riuscivo a capire perché mai Tyson non fosse felice. Poi Mike scendeva i quattro gradini che lo conducevano in platea, incrociava lo sguardo di un  vecchio amico, lo salutava con un gesto assai volgare, portandosi entrambe le mani verso i genitali, e cominciava ad urlare.
«Gente come Berbick può solo farmi ridere».
Iron Mike scappava dalla folla, andava a chiudersi all’interno della roulotte che fungeva da spogliatoio. In silenzio lui, in silenzio il clan. Solo una volta dentro riusciva a liberarsi di tutti i dubbi, le angosce, le paure e si lasciava andare ad un urlo lungo, selvaggio, seguito da una danza tribale. Aveva martellato di colpi la faccia di Berbick, aveva tirato fuori la belva che si nascondeva in lui, e adesso finalmente si sentiva felice. Non aveva pietà per il suo rivale.
«Mi ha sorpreso la forza con cui mi teneva nei clinch, sembrava proprio che non mi volesse più lasciare. Ha resistito più di quanto credessi. Grazie America».
Poco più in là Dundee incrociava i giornalisti.
«Angelo, come avrebbe potuto il tuo pugile fermare Tyson?»
«Con un fucile».

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Trevor Berbick è stato trovato morto la mattina del 28 ottobre 2006. Suo nipote Harold Berbick e Kenton Gordan l’avevano picchiato a morte e lasciato nel cortile della chiesa. Il pubblico ministero ha detto che le armi del delitto erano state una tubo di ferro e un piede di porco. Il motivo per l’omicidio? Una disputa tra zio e nipote. Harold Berbick e Kenton Gordan sono stati condannati per l’uccisione il 20 dicembre 2007. Berbick sta scontando il carcere a vita,  Gordan quattordici anni.

Mike Tyson ha avuto tre mogli e sette figli. Dopo una serie di disavventure finanziarie, ha ritrovato un’apparente serenità. Vive a Seven Hills, Nevada. È stato attore al cinema e teatro, ha scritto la sua autobiografia, ha dato immagine e voce a un cartone animato, ha prestato la sua figura di pugile a un gioco elettronico.

(stralci da “Meraviglioso, Marvin Hagler e i favolosi anni Ottanta” di Dario Torromeo. Absolutely Free editore, 260 pagine, 15 euro).

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