Pugilato, elezioni a febbraio. Ci arriveremo senza un candidato alla presidenza?

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Il 25 febbraio prossimo si terrano le elezioni per designare presidente e Consiglio Federale della Federazione Pugilistica Italiana.

E ancora non c’è un candidato ufficiale per il ruolo più importante.

La boxe esce da un quadriennio triste sotto il profilo dei risultati, da un’Olimpiade disastrosa e va incontro a un periodo di ristrettezze economiche (-1,2 milioni di euro nella prossima gestione).

È chiaro che la candidatura dovrà essere forte e dovrà contare su una squadra nuova, preparata, moderna, pronta a innovare più che a conservare.

Alberto Brasca è una persona onesta, uno che ama il pugilato e ha capacità di gestione politica. Avrebbe potuto essere, ne sono convinto, un buon presidente. Ma, come lui stesso ha ammesso in una riunione a Bologna nella seconda settimana di ottobre, non ha avuto la forza per portare sino in findo i suoi progetti.

“Di errori ne sono stati commessi, e tanti. Io avrei potuto essere più deciso. Più coraggioso in certe scelte”.

Da uomo onesto, si è assunto tutte le responsabilità del fallimento. Anche quelle che non ha, anche quelle che avrebbe potuto condividere con altri.

Ha deciso di non ricandidarsi.

Dal partito di governo non arrivano segnali.

Ci sono messaggi di candidature per il Consiglio Federale (D’Ambrosi, Apa, Lai), ma non per la presidenza. Non c’è ancora un uomo su cui gli eredi di Franco Falcinelli abbiano deciso di puntare.

Nell’opposizione il candidato c’è, ma al momento in cui scrivo non ha ufficializzato la sua discesa in campo. E nell’incertezza il gossip dilaga.

Si parla di un governo di larghe intese in cui conifluirebbero vecchia guardia e uomini di fiducia. Scelta, a mio avviso, sbagliata. Il CF dovrà essere di supporto attivo, dovrà contribuire alle scelte, dare nuove idee, suggerire strategie che il presidente farà sue.

In una Federazione il ruolo del presidente è spesso visto come quello di un monarca che gestisce lo sport a suo piacimento. È forse per questo che molte discipline soffrono, arrancano, stanno per affogare.

L’ancora di salvezza penso sia quella di un presidente competente, dotato di capacità politiche e strategiche. Uno che abbia studiato a fondo il sistema e non si muova empiricamente scoprendo passo dopo passo ostacoli e trabocchetti.

Ma la boxe ha soprattutto bisogno di un presidente che faccia blocco unico con il consiglio. Decida lui, come è giusto che sia, ma con il contributo di un CF attivo.

E questo non può accadere con un governo di larghe intese.

Bisogna cambiare la gestione della nazionale. Decentrare i periodi di allenamento, limitare l’egocentrismo di Santa Maria degli Angeli, inserire un capo allenatore (un supervisore) che abbia carisma, capacità tecniche e strategiche, profonda conoscenza della materia, passato da protagonista e conoscenze internazionali. Difficile, ma non impossibile da trovare.

Bisogna restituire responsabilità, diritti&doveri ai maestri di palestra che portano atleti in azzurro. Lasciare i talenti nel posto dove sono nati sarebbe un buon inizio. Raduni collegiali solo a ridosso dei grandi eventi, per il resto ognuno dovrebbe continuare il cammino dove ha imparato a fare i primi passi.

E poi, i professionisti.

La gestione più difficile, perché ci sono convinzioni sbagliate da abbattere, perché è il luogo dove la mentalità è più vecchia, perché i gestori del settore sono pochi e tutti in guerra tra loro.

Il professionismo ha bisogno di soldi e televisione. Vero. Ma ha soprattutto bisogno di qualcuno che sappia spiegare agli operatori del settore che non possono solo battere cassa, che la Federazione (o la Lega Pro) non è una mucca da mungere. Si chiama professionismo proprio perché deve essere in grado di gestire il proprio lavoro autonomamente.

Essere un organizzatore professionista è una scelta, nessuno ha puntato la pistola alla testa di nessuno per costringerlo a lanciarsi in questo mondo. Tutti ne conoscevano le difficoltà e i problemi.

È ora che ognuno faccia la sua parte, nel rispetto dei ruoli e degli impegni.

È un terreno minato, un prato su cui è difficile muoversi senza finire in qualche buca. Per questo serve un presidente federale forte, autonomo nelle scelte, preparato e studioso del sistema pugilato. Per questo serve una squadra di persone altrettanto competenti e pronte a supportare il capo della Fpi.

Nazionale e professionismo sono solo due dei problemi. Ma sono certamente i principali. Il pugilato annaspa, se non ci si sbriga a fargli una respirazione bocca a bocca si rischia di finire male. E se il pronto intervento ha le bombole scariche, il malato sa già che fine farà.

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