Sex, meteo, Peppa, Belen, speranza

peppa

Sex, Festa San Valentino, meteo.

Perché vengono le blatte?

Peppa Pig, Belen, Robin Williams, Suor Cristina.

Speranza più che paura. Scienza più che finzione.

Non sono impazzito. Ho solo fatto una piccola ricerca. Incuriosito dalla ripetitività di alcune parole nei titoli dei blog, giornali compresi, mi sono chiesto: “Perché”? Dopo cinque secondi, sono tardo nel realizzare quello che tutti hanno già capito prima di me, mi sono ricordato che esistono delle parole chiave che gli esperti della Rete consigliano di inserire nei titoli per raccogliere più click. Trascurando il piccolo particolare che non producono fidelizzazione, non creano interesse nel brand, non invogliano a tornare. L’importante è il volume di traffico, dicono che sia l’unico modo per mostrare la propria “forza” agli inserzionisti. Stiamo messi proprio male.

Dicono che l’abilità nella titolazione attraverso parole/specchietto per il lettore ingenuo, sia il segreto di un blog di successo. Un po’ come la ricerca esasperata dei “Mi Piace” su Facebook. E io che pensavo dipendesse dalla credibilità del sito, dal numero di notizie in tempo reale offerte, dalla professionalità dei commenti, dall’interesse suscitato dai video, dagli scoop.

Ma dove vivo?

Una foto di un bel paio di tette, accompagnata preferibilmente da uno sguardo lascivo, dicono raccolga più click di uno scorcio di vita fissato per sempre da un’immagine che ruba la realtà.

E allora via con sex, sexy. E poi ancora sexy, sexy, sexy. Tutto nella stessa homepage. Mah…

Microsoft e Google offrono statistiche in proposito.

Sembra che solo “meteo” possa competere come parola chiave di ricerca con “sex”. Ma la trionfale rivincita delle anime candide non si è fatta attendere. E così ho appreso con stupore che nel 2014 Peppa Pig ha scalzato Belen dal primo posto dei personaggi feminili! Terza la truccatrice e blogger Clio. Quarta Suor Cristina, appunto.

C’è una classifica che mi fa impazzire. È quella dedicata ai perché.

Prima e per distacco la domanda: “Perché vengono le blatte?”.

Come direbbe il mio comico di riferimento Maurizio Battista: “Voi nun state bene!”. In tutti i sensi.

Confesso.

Ho voluto fare un esperimento e ho messo le parole più cliccate, tutte assieme, nel titolo. Ne è venuto fuori il delirio di un alcolista di provata fede. Vediamo quanti click mi ripagheranno di un’operazione di cui già mi vergogno. Ma è solo uno studio statistico…

 

Sull’Hobbit Van direzione Rio 2016

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LO strano caso di Ben Hayward.

Un ragazzo di 24 anni, nato a Edmonton nello stato di Alberta. È il più forte canadese nel K1 slalom. Ai campionati nazionali ha vinto tutto quello che c’era da vincere, poi si è affacciato sul mondo. Ha chiuso al sesto e al nono posto le finali della Coppa del Mondo dello scorso anno. E adesso sogna i PanAmericani di Toronto 2015 e l’Olimpiade di Rio 2016. Ma per arrivarci deve allenarsi, gareggiare, fare esperienza. E per realizzare tutto questo servono soldi. Per viaggiare, per dormire.

Ma lui ha avuto un’idea.

Ha comprato un vecchio camion, l’ha trasformato in un vero e proprio camper. Ci ha costruito sopra una casetta di legno. Piccola piccola. E l’ha chiamata Hobbit Van. Perché a lui piace il modo di vivere del mondo narrato nel Signore degli Anelli. In quei sette metri quadri ora c’è la sua casa.

Inghilterra, Slovenia, Repubblica Ceca, Spagna, Germania. E molte altre nazioni ancora. Ha girato per quasi diecimila chilometri. Perché in Europa ci sono i migliori ed è da loro che Ben vuole imparare per diventare a sua volta il migliore.

La casa in legno viaggiante l’ha costruita in una settimana a Cardiff, Galles. Facendosi aiutare da qualche amico (lui ringrazia Adam Benjiamin Lloyd Williams) e dai suoi studi in architettura alla Carlton University (ha vinto anche un paio di premi).

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Ha aperto un sito web (http://www.vanstarter.com) dove raccoglie le donazioni. Dicono abbia raggiunto i diecimila dollari, abbastanza per pagarsi le altre spese. I nomi dei donatori sono tutti scritti su una grossa foglia d’acero (un canadese non poteva fare altrimenti) all’esterno del van.

Qualcosa gli ha regalato anche Davide Molmenti, il suo idolo. Due ori mondiali, uno olimpico, una Coppa del Mondo. Gli ha regalato un materasso, tazze e bicchieri.

La raccolta fondi continua.

Ben si sente orgoglioso di quello che ha fatto.

Un vero artista non è chi è ispirato, ma chi ispira gli altri.” La frase di Salvador Dalì è il motto che ha scelto per illustrare la sua filosofia di vita.

Il signor Hayward è un sognatore.

Ma è anche uno che ama la concretezza. Ha gareggiato in 35 Paesi, ha percorso 522.345 chilometri per confrontarsi con i migliori. Ora è in Australia per la Coppa del Mondo 2015. Ed è lì che l’ho raggiunto via email per fargli qualche domanda, per capire.

Quando ha cominciato a pensare di poter vivere in un camper?
“L’ho sognato per un anno prima di costruirlo. Il mio piano era quello di acquistarne uno già pronto e quindi utilizzare quello che avevo studiato in architettura per rimodellarne l’interno. Non ho trovato nulla a cifre accessibili, così ho finito per costruirlo partendo da zero. È stato molto più difficile, ma è stato anche molto più appagante. Ho realizzato il progetto partendo dal disegno.”
È laureato in architettura?
“Sto ancora studiando, mi manca un anno alla laurea. Ora mi sto prendendo una pausa dall’Università per allenarmi con il kayak, ma spero di finire dopo l’Olimpiade.”

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Competere a Rio 2016 è il suo sogno?
“Lo è sicuramente, ma non è l’unico motivo per cui sono coinvolto nel mio sport (le foto in gara sono di Balint Vekassy). Sarei onorato di avere la possibilità di gareggiare per una medaglia a Rio, ma la felicità più grande ce l’ho quando riesco a fare ogni giorno quello che amo.”
C’è qualcuno nella sua famiglia che ha fatto sport?
“Mia madre è stata una brava atleta e mio padre ha fatto canottaggio all’Università. Nessuno dei due ha gareggiato per molto tempo, ma entrambi sono stati i miei più grandi sostenitori quando ho detto che avrei voluto lanciarmi in un’avventura sportiva.”

Da dove viene la sua passione per il kayak?
“Per lo più dal fatto che amo stare all’aria aperta. Quando sei sul kayak senti un forte legame con l’acqua e puoi goderti ancora più intensamente alcuni dei posti più belli del mondo.”

Da quanto tempo gareggia con il kayak?
“Sono dodici anni, sette dei quali con la Nazionale canadese.”
Hai mai praticato altri sport?
“Ho iniziato con il calcio, ma non ero molto bravo. Continuo a praticare molte altre discipline oltre al kayak.”

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Quanti Paesi ha visitato con il suo camper?
“Finora sono stato in undici differenti Paesi. Ma quest’anno conto di vederne molti di più.”
Come è diventato un fan della serie Il Signore degli Anelli?
“Amo i film e i libri della serie, ma quello che soprattutto mi ha attirato sul tema degli hobbit è stato lo stile di progettazione e di vita che è descritto nella trilogia. Mi piace vivere una vita pittoresca circondato dalla natura e persone buone.”
Cosa sta facendo in questo periodo?
“Sono in Australia per gareggiare agli Australian Open. Sarò qui per altre due settimane prima di andare a casa a prendere il mio camper che è parcheggiato in Europa.”
Ben Hayward ha scelto la sua strada per Rio. Ha deciso di farla sull’Hobbit Van che ha costruito con le sue mani.

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A volte il vincitore è semplicemente un sognatore che non ha mai mollato.”

Hanno attribuito questo splendido aforisma a Martin Luther King, Van Morrison e Nelson Mandela. Non so chi l’abbia davvero pensato. So solo che mi piace da impazzire e mi sembra che calzi a pennello con questa storia.

Le ultime folli pretese di Mayweather

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FLOYD MAYWEATHER è un tipo stravagante. Di follie ne ha fatte tante. Ma finora non era mai stata resa pubblica la lista di richieste che presenta ad ogni albergo che lo ospita. Il Sydney Morning Herald ha tolto il velo all’imbarazzante segreto. Il campione doveva fare un tour in Australia, qualcuno del suo clan aveva addirittura fatto capire che sarebbe stato proprio lì che avrebbe annunciato il match con Manny Pacquiao. Ma il tour non si farà. Il Dipartimento per l’Immigrazione gli ha negato il Visto per i suoi precedenti, ovvero arresto e detenzione per violenza domestica.

Resta comunque la lista. Vale la pena darci un’occhiata.

Il Money Team avrebbe dovuto occupare un intero piano. Sono trentuno le persone che viaggiano con Pretty Boy, tra queste due DJ personali, una mascotte, l’agente, una vincitrice di Miss Universo, le persone della sicurezza e l’assistente personale.

Nella Presidential Suite il pugle avrebbe dovuto trovare champagne Cristal, una fornitura illimitata di orsetti gommosi, M&Ms, frutta fresca e succhi di frutta.

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Nonostante sia calvo, aveva chiesto agli alberghi un barbiere esperto nel taglio di capelli africani a disposizione in qualsiasi ora del giorno.

Inoltre aveva preteso un maggiordomo, un cuoco, un truccatore e un parrucchiere per signore.

Nel tour erano previste due cene di gala. Una al Crown’s Palladium di Melbourne e l’altra al Darling Island Wharf di Sydney. Gli ospiti avrebbero dovuto pagare da 200 a 1000 dollari per il piacere di essere nella stessa sala con il dieci volte campione del mondo.

Ma non avrebbero potuto scattare foto.

Era previsto anche un piccolo incontro con la stampa. Attenzione però, tutte le domande avrebbero dovute essere depositate in anticipo.

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Lo staff degli alberghi avrebbe dovuto anche mettere a disposizione per due serate i nightclub Studio 3 e The X-Studio per fare esibire i DJ personali di Mayweather: DJ Jaybling e DJ Efeezy per il tutto il tempo che avessero voluto.

Poi è arrivato il rifiuto di concedere il visto da parte dell’Immigrazione ed il discorso è finito lì. Sarà per la prossima volta, forse…

Floyd Mayweather si comporta come una Diva. E allora sono andato a cercare le richieste più strane fatte dalle Dive ai poveri albergatori che avrebbero dovuto ospitarle.

Mariah Carey una volta ha chiesto 20 gattini e 100 colombe sul terrazzo della suite. Normalmente la sua lista dei desideri comprende due dozzine di rose bianche, candele alla vaniglia per l’aromaterapia, una bottiglia di champagne Cristal con la cannuccia, rubinetti d’oro, tavoletta del water nuova di zecca, lenzuola personali e acqua minerale in abbondanza per fare il bagno e lavare il cagnolino.

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Jennifer Lopez vuole fiori bianchi, sale bianche, sedie bianche , candele e cibo bianchi.
Barbra Streisand, una volta a Londra ha chiesto petali di rosa nel water, carta igienica color pesca (per un perfetto abbinamento con la sua carnagione) e 120 teli da bagno firmati (ovviamente sempre color pesca).
Christina Aguilera chiede che una scorta della polizia la attenda in aeroporto per condurla sana e salva fino all’immancabile limousine che la porterà in albergo.
Cher è talmente affezionata alle sue parrucche da volere una stanza solo per loro. E poi le tazze dei servizi da tè o caffè devono essere rigorosamente nere.

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Lady Gaga vuole trovare nella suite un’indossatrice con i peli pubici rosa, 56 bottiglie di acqua (28 fredde e 28 a temperatura ambiente) e tende di raso nero alle pareti.

Madonna ha l’irrinunciabile esigenza di nuovi sedili sui WC, 20 linee telefoniche internazionali e rose bianche con steli lunghi sei pollici.

In fondo Floyd Mayweather jr per ora si accontenta di molto meno. O no?

 

 

 

Premier, 7.3 miliardi di euro dai diritti Tv!

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SKY SPORTS ha acquistato i diritti televisivi di cinque dei sette pacchetti in discussione. Trasmetterà il match del sabato alle 12.45, quello delle domenica alle 13.30 e quelli delle 16 più il Monday Night e (novità) gli incontri del venerdì.

Gli altri due pacchetti (il match del sabato alle 17.30 e le periodiche partite di metà settimana) se li è aggiudicati BT Sport.

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In totale nel prossimo triennio (2016-19) finiranno nelle casse della Premier League 5.136 milioni di sterline (7.344 milioni di euro!). Il che significa che ogni partita sarà pagata 10,2 milioni di sterline (una sterlina vale oggi al cambio 1,43 euro) con un incremento rispetto all’ultimo accordo del 70%.

Una cifra pazzesca che supera il budget totale annuale della BBC.

Al primo club inglese finiranno 99 milioni di sterline (l’ultima volta erano 62), al primo 156 (97,5).

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È noto che i diritti tv garantiscono la sopravvivenza del calcio italiano. Rappresentano infatti mediamente il 60% delle risorse. Per il triennio 2015-18 il nostro calcio ha quasi triplicato gli introiti: 572 milioni da Sky e 373 da Mediaset per un totale di 945 milioni di euro (l’87,2% in meno rispetto alla Premier!)

In Italia lo sport del pallone è in piena crisi. Sono sette anni che le società continuano ad accumulare perdite, fino ad arrivare a un indebitamento netto di 1,5 miliardi di euro. E il futuro non genera certo ottimismo. La nostra Serie A non è più considerata appetibile per gli investimenti da chi ha a disposizione ingenti risorse finanziarie, a parte sporadiche eccezioni (Roma e Inter).

Gli sceicchi hanno preferito Francia e Inghilterra. Al Paris St Germain in tre anni hanno realizzato +400% di ricavi. Da noi non sarebbe stato possibile.

La sponsorizzazione globale delle venti squadre del campionato non arriva a 90 milioni di euro, in Inghilterra supera abbondantemente i 200.

Sette società (Cesena, Fiorentina, Genoa, Lazio, Palermo, Sampdoria e Roma) hanno aperto la stagione senza il contratto firmato con uno sponsor principale. Premier League, Bundesliga e Ligue 1 hanno il 100% di copertura. Nella Liga solo Valencia e Levante non hanno il main sponsor.

Per mettere il marchio sul campionato Tim ha pagato meno di 16 milioni di euro. Barclay ne ha versati 63 per la Premier.

Un interessante studio è stato pubblicato da Deloitte Football Money League 2014. Uno sguardo ai primi venti club sotto il profilo degli introiti ci permette di capire quanta e quale sia la differenza tra l’Italia e il resto del mondo.

Nella Top 20 ci sono sei squadre inglesi, quattro italiane (Juventus, Milan, Inter e Roma) e altrettante tedesche, tre spagnole, due turche e una francese. Ma è soprattutto il modo in cui raggiungono il fatturato che rivela il problema.

Il Real Madrid è in testa agli incassi annuali con 518,9 milioni di euro: 23% dal botteghino, 36% dai diritti Tv, 41% dal commerciale. La Juventus che è nona divide così i suoi 272,4 milioni di euro: 38% botteghino, 61% diritti tv e 25% commerciale. Ed è una delle squadre che in Italia può contare di più su biglietti e abbonamenti.

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In Inghilterra il Manchester United ha firmato un accordo decennale con l’Adidas per un totale di 941 milioni di euro. La stessa società ne paga 30 a stagione alla Juventus e 20 al Milan.

Non si riesce a rendere forte il brand neppure nei momenti di massimo splendore. Il caso dell’Inter del triplete di Mourinho è esemplare.

Il marketing in Italia è frenato anche dalla tolleranza del taroccamento. Impensabile replicare l’esempio del Real Madrid che dopo l’acquisto di James Rodriguez ha venduto in una settimana 15 milioni di magliette con il suo nome. Da noi si trovano nelle bancarelle, per strada, in negozi senza alcun contatto con le società. Ovunque insomma. La protezione del marchio è inesistente.

In Germania le società contano sui diritti tv per il 29%, la parte portante dell’economia è retta dalla vendita di abbonamenti e biglietti che raggiungono una media partita di 43.004, con l’eccezione del Borussia Dortmund che è su quote fantastiche: 80.000 (43% del fatturato)!

I ricavi da botteghino in Italia ballano attorno all’11% del bilancio. Negli ultimi cinque anni c’è stato un calo del 9% con una leggera crescita nell’ultima stagione. Nel 2008-09 la media spettatori era di 25.779, nel 2013-14 è stata di 23.365.

Prima di noi vengono Germania (43.004), Inghilterra (36.589), Spagna (27.679).

Molte le ragioni di questa disaffezione. Al primo posto lo sviluppo delle pay tv che consentono di vedere la partita comodamente seduti sul divano di casa.

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Gli stadi sono vecchi, il 50% ha più di sessant’anni. Sono inutilmente grandi. Molti riescono al massimo a riempire il 50% della capienza, quando le cose non vanno peggio e ci si assesta al 20%.

La Juventus ha trovato la soluzione costruendo il proprio stadio, la Roma ci sta provando. Il Cagliari lo scorso anno era itinerante e ha registrato una media spettatori attorno ai 4.000…

Il crollo della vendita degli abbonamenti è un segnale inquietante anche per il futuro: -75% la Lazio, -66% il Napoli. Ne ha persi ottomila anche il Milan, tradizionalmente legato a doppio filo con la tifoseria. Solo Roma, Atalanta e Torino possono gioire su questo fronte.

La difficoltà nel raggiungimento dell’impianto, la mancanza di parcheggi, la scomodità dei posti sono tra le cause della disaffezione. Poi c’è la brutta visibilità delle fasi di gioco. Molti dei nostri stadi sono circondati da una pista di atletica da sei a nove corsie. Questa allontana lo spettatore, lo costringe all’uso del canocchiale soprattutto se si trova in una delle due curve.

A giustificare il calo di spettatori c’è poi il calo del livello qualitativo del campionato.

Non può essere divertente una partita giocata per non perdere, non può essere eccitante una gara senza fuoriclasse. Ne sono rimasti pochi, Totti è una sorta di panda da proteggere. Ma ha 38 anni. Mi accontenterei di vederne uno per ogni squadra.

EUROPA LEAGUE

Dove sono Maradona, Del Piero, Van Basten, Platini, Batistuta, Ronaldo, Ibrahimovich, Baggio, Zidane, Falcao, Rivera, Riva, Mazzola?

I calciatori si sono adattati a un colore grigio anonimo, in campo e fuori. Mancano personaggi con una personalità forte, uomini che sappiano regalare emozioni anche con le parole. In partita quelli che azzardano un dribbling sono rarità assolute e vengono visti con sospetto. È bastato l’innesto di Gervinho per scatenare il panico. La tattica è la nuova dominatrice. E tutto rimane prigioniero di formule magiche.

C’è paura di osare. Non solo con il modulo, ma soprattutto con l’innesto di giovani talenti. Sono rari gli Under 20 messi in campo nel nostro campionato che è il più “anziano” del Vecchio Continente. Guai a fare giocare giovani italiani.

“Non sono pronti”, “Meglio vadano a fare esperienza altrove”, “Troppe responsabilità.” Meglio comprare stranieri, anche se scadenti: l’anno scorso erano quasi il 54% del totale dei giocatori. Lazio e Inter ne avevano l’80%! In Liga la media è 38%, in Germania 46,8%. Solo l’Inghilterra ci supera con il suo 67%. Ma lì sono considerati stranieri gallesi, nordirlandesi e scozzesi…

Da noi meglio gli stranieri, costano meno e si trattano con più facilità.

I più bravi del nostro campionato vanno fuori. Da tre anni perdiamo sistematicamente il capocannoniere: Cavani, Ibrahimovic, Immobile. Ma vendiamo anche i pezzi migliori: Thiago Silva, Lavezzi, Cuadrado. E in cambio non arrivano altrettanti campioni, anzi.

E alla fine si paga il conto. Nelle Coppe come al Mondiale.

Questo è il calcio di casa nostra, profondo rosso senza neppure intravedere la luce alla fine del tunnel. Anche perché per tirarci fuori hanno nominato un presidente inadeguato e un vicepresidente che era dimissionario.

È l’Italia bellezza…

 

 

Sports Illustrated scandalizza gli Usa

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Scandalo.

Gli Stati Uniti sono un Paese in cui l’industria del porno qualche anno fa ha generato un volume di affari di 10 miliardi di dollari, una nazione in cui il 30% del traffico via Internet è legato al porno che da solo ha più visitatori che Netflix, Amazon e Twitter messi assieme.

Ma è anche il Paese che si scandalizza per poco, facendo pensare più a una sorta di ipocrisia legata all’incapacità di vivere liberamente la propria sessualità piuttosto che a una reale voglia di moralità assoluta.

È bastata una copertina a far scatenare l’inferno.

Il numero di Sports Illustrated dedicato ai costumi estivi è quello più venduto dell’anno. La storica e magica rivista che ha legato il suo nome a memorabili racconti, scoop mondiali (uno degli ultimi il ritorno di LeBron James a Cleveland) e meravigliose foto, è da sempre il punto di riferimento dei media sportivi americani. Ha un pubblico di fedelissimi ed estimatori in tutto il mondo. Ma, come ogni giornale, per continuare a pubblicare deve vendere. E il numero dei costumi, con una bella ragazza in copertina e altre fanciulle da sogno dentro, tiene in piedi il bilancio. È stato calcolato che il 7% delle entrate annuali arrivi da quelle pagine che fanno sognare. La vendita è attorno al milione di copie, il fatturato pubblicitario sfiora i 35 milioni di dollari.

Per quelle pagine hanno posato Christie Brinkley, Pavlina Posizkova, Elle Macpherson, Beyoncé Knowles, Bar Rafaeli, Kate Upton, Valeria Mazza, Heidi Klum, Cindy Crawford, Naomi Campbell e altre ancora da quando il numero speciale è nato nel 1964.

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Ma è stata la copertina dell’edizione 2015 appena uscita ad avere suscitato scandalo. Raffigura Hannah Davis, modella di 24 anni. Il suo slip è tirato giù, molto giù, fino a sfiorare il pube.

Sports Illustrated mai così in basso” hanno titolato con un inevitabile doppio senso alcuni giornali statunitensi. Le email o i post su Twitter dei lettori hanno chiesto di bloccare la pubblicazione. Addirittura Forbes ha ipotizzato la disdetta di migliaia di abbonamenti. Il National Center on Sexual Exploitation ha lanciato la campagna affinché il numero sia ritirato dalle dicole. US Weekly ha fatto un sondaggio: il 68% dei lettori ha giudicato quella copertina “pornografica“, il 32% l’ha invece definita “molto eccitante”.

Sports Illustrated, come tutti i media del mondo è in crisi. Ha interrotto il rapporto fisso con l’intero staff di fotografi. Questo sì che è uno scandalo. Le immagini da sempre costituiscono uno dei punti di forza del settimanale. Ora acquisteranno solo dai freelance.

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Ricordo che la notte in cui James Buster Douglas metteva ko Mike Tyson, il 19 saranno passati venticinque anni, a Tokyo non c’erano solo tre inviati della rivista (tra cui due fotografi), ma anche un caporedattore che aveva l’unico compito di scegliere le foto da pubblicare: quelle della copertina e le altre per l’interno.

In una situazione di crisi editoriale, Sports Illustrated sta tagliando le spese. Figuratevi con quanta speranza guardi al numero annuale dedicato ai costumi.

Dentro ci sono anche due sportive: la tennista Caroline Wozniacki e la specialista di UFC Ronda Rousey.

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La copertina ha fatto clamore. Ha suscitato sdegno e interesse. Come spesso accade la pornografia è nella testa di chi la vede. La foto di Hannah Davis non è più scandalosa della sfilata di decine di signorine sui nostri schermi televisivi. I pensieri pornografici hanno spazio dove il terreno è fertile.

Da noi non avrebbe scatenato le stesse reazioni. I siti dei giornali sportivi sono pieni di donne che mostrano molto di più e si trasformano in oggetto del desiderio per il popolo dei guardoni in modo assai più volgare.

L’America che produce decine di miliardi di dollari con l’industria del porno si spaventa davanti a una ragazza in bikini. E grida allo scandalo. Sulle spiaggie del mondo si vede molto di peggio.

La prima volta di Victor, anni 34

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I DOMINICANI sono campioni di baseball. Si chiamano David Américo Ortiz Arias detto Big Papi, Robinson José Canó Mercedes e José Alberto Pujols Alcántara.

I dominicani giocano a basket.

Qualcuno è stato anche pugile di successo. Io ne ricordo uno.

Leo Cruz era venuto in Italia nel febbraio dell’84 per mettere in palio il mondiale supergallo Wba a Milano contro Loris Stecca. Veniva da una famiglia nata nel segno della boxe. Grande fighter papà Carlos, campione dei leggeri il fratello Carlos jr che aveva sconfitto Carlos Ortiz nel ’69 ed era rimasto vittima di una tragedia mentre si preparava alla rivincita. L’aereo su cui viaggiava, un DC9 della Dominicana De Avjacion, era precipitato subito dopo il decollo. Leo era venuto a Milano ed era tornato a casa senza la cintura, Loris lo aveva sconfitto prima del limite.

Baseball, basket, boxe dunque. Ma che si dovesse scrivere una storia su un tennista della Repubblica Domenica fino a qualche mese fa nessuno l’avrebbe mai pensato.

Lui si chiama Victor Estrella Burgos detto Viti. È nato il 2 agosto del 1980 a Santiago de los Caballeros e con i suoi 34 anni è il più anziano tennista a vincere per la prima volta un torneo Atp. È accaduto a Quito, Ecuador, dove ha battuto in finale Feliciano Lopeze. Lo scorso anno era stato il più anziano esordiente agli US Open, oltre ad essere il primo domenicano ad entrare nel tabellone principale.

Viti è entrato per la prima volta su un campo da tennis quando aveva otto anni.

Elgio Felix e Ana, i genitori, lo avevano portato al Centro Espanol Santiago per affidarlo a un loro amico allenatore. Al coach avevano detto poche parole.

Lo affidiamo a te. Il nostro figliolo un problema. È un ragazzo irrequieto che deve sfogare in maniera positiva la sua aggressività. Fallo correre, fallo stancare, togligli le forze. Pensaci tu.

Victor sognava di diventare un giocatore di baseball, un po’ come da noi tutti i bambini sognano di diventare calciatori. Ma se proprio il gioco di palla e mazza non fosse stato il suo mondo, allora avrebbe voluto fare il cantante. Perché mai lo avevano portato in un posto dove si giocava a tennis?

Il coach aveva capito il messagio dei suoi amici e aveva messo il ragazzo a fare il raccattapalle. La strategia da maestro di Karate Kid a lungo termine era risultata vincente. Victor Estrella Burgos si era appassionato al gioco. E aveva dimostrato che a tennis ci sapeva fare.

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Il campo di battaglia di questo grintoso tennista, che a volte mi ricorda “Ringhio” Gattuso, sarebbero diventati Future e Challager. Oltre era impensabile andare. Non c’erano abbastanza soldi per viaggiare. Era andata avanti così fino al 2002. Aveva 22 anni e doveva decidere cosa fare da grande. Meglio diventare allenatore e guadagnare i soldi per vivere. Progetto che aveva messo in pratica.

Andava a vedere qualche volta giocare Los Aguilas Cibalnas, la squadra di baseball della sua città, e continuava a sognare un futuro che non ci sarebbe stato. Né giocatore di baseball, né cantante e neppure tennista.

Poi nel 2006 un altro allenatore aveva fatto la comparsa nella sua vita.

Sixto Camacho il suo nome.

“Viti mi daresti una mano?”

Cosa dovrei fare Sixto?

“Sono nel team di Coppa Davis di Portorico e ci serve uno sparring per i nostri ragazzi. Te la senti?”

Arrivo.”

Era stato come riannodare un discorso lasciato a metà, rivedere un vecchio amore. Victor aveva deciso che stavolta non avrebbe abbandonato il sogno. Aveva ricominciato e qualche piccolo risultato lo aveva portato a casa. Poi nel 2012 si era strappato la cartilagine del gomito destro mentre giocava in Coppa Davis contro il Messico. Sei mesi di stop e il pensiero di un ritiro definitivo era entrato a fare parte dei suoi pensieri quotidiani.

Ma Viti è un ragazzo tosto. In campo e fuori. È andato avanti, ha ripreso ad allenarsi e poi a giocare. A luglio dello scorso anno era però ancora 386 del mondo.

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Poi è arrivato il 2014.

Ha vinto il Challanger di Salinas in Ecuador, è approdato in semifinale a Bogotà in un torneo Atp, è salito in classifica fino al numero 79.

Ed è entrato nel tabellone principale degli US Open dove ha esordito battendo l’olandese Igor Sijsling in quattro set.

Le tribune del campo numero 6 erano piene di domenicani che hanno fatto un tifo incredibile.

Basta che ce ne siano dieci e ti sembra di sentirne cento!

Ma su quegli spalti erano davvero in tanti e strillavano come ossessi.

A un certo punto mi sono fermato e gli ho detto: non potete continuare a chiamare fuori tutte le palle di Sijsling, mi confondete.

Alla fine è stata grande festa per tutti. Anche per il conto in banca di Burgos che è volato a New York senza il preparatore fisico Mathias Rizzo e (sembra) senza neppure l’allenatrice Barbora Bozkova: mancavano i soldi.

Dopo quella vittoria ha sconfitto un croato, una grande speranza del tennis. Si chiama Borna Coric e ha 17 anni. La metà di Victor Estrella Burgos, che è stato fermato solo al terzo turno e dopo tre tie break da Milos Raonic.

Adesso è arrivato anche il primo successo in un torneo Atp e con questo il numero 52 del mondo. Questo giovanotto di 34 anni non finisce di stupire…

Barry il portiere, re per una notte

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IL SOGNO di Boubacar “Copa” Barry era di giocare da centrocampista offensivo e di fare tanti gol. Voleva seguire le tracce di suo fratello Thierno che aveva firmato da professionista con l’Olympique Marsiglia.

Da bambino rincorreva un pallone per le strade di Abidjan. Nei quartieri come Adjané, Koumasi, Youpougon lo conoscevano tutti. I genitori però non erano molto contenti. Tornava quasi sempre a casa con i vestiti sporchi e le scarpe rotte.

Ma Boubacar inseguiva un sogno non solo una palla. E appena aveva visto la possibilità di realizzarlo ci si era lanciato dentro anima e corpo. Vicino casa era stata creata l’accademia di calcio MimoSifCom. Era il 1994 e il ragazzino aveva solo 15 anni. Troppo pochi per riuscire a farne parte.

Boubacar Barry scores the winning penalty for Ivory Coast v Ghana

Non poteva bastare questo per scoraggiarlo. Era convinto che appena lo avrebbero visto toccare il pallone e calciare a rete l’avrebbero preso. Doveva solo convincerli a fare un test. Aveva così cominciato a scrivere lettere a ripetizione a Jean Marc Guillou, il direttore generale. Lo aveva sfiancato fino a quando quello non aveva ceduto.

Ma l’unico test a disposizione in accademia era per il ruolo di portiere.

Andava bene anche così. L’importante era che riuscisse a giocare al calcio.

Era andata bene. L’1 agosto 1995 era entrato alla MimoSIfCom. Quattro anni dopo aveva firmato il suo primo contratto da professionista con Mismosas.

Dal 2007 gioca in Belgio con il Lokeren.

La notte di domenica 8 febbraio 2015 il portiere che sognava di giocare centrocampista ha vinto la Coppa d’Africa con la Costa d’Avorio, lui che è nato in Guinea. E l’ha vinta da protagonista assoluto.

Per l’intero torneo è stato in panchina. A 35 anni recitava il ruolo di tutor del portiere titolare Sylvain Gbohono. Ma in semifinale il più giovane compagno si è procurato uno stiramento alla coscia. Ed è arrivato il momento di Barry.

La partita che valeva la Coppa si è conclusa in parità. La lunga fila dei rigori è andava avanti sino a quando le due squadre si sono trovate in parità 8-8 e hanno dovuto mandare sul dischetto i portieri.

Razak Braimah ha tirato per primo. Barry è volato alla sua sinistra e ha parato. Mentre l’altro si copriva il volto con le mani e scoppiava in un pianto dirotto, lui crollava a terra vittima di crampi. E non era un gioco.

Boubacar è un estroverso, uno a cui piace esagerare. Durante la partita di Coppa del Mondo 2014 in Brasile contro la Grecia, al gol del compagno Wilfred Bony, l’ultratrentenne della Guinea ha festeggiato alla sua maniera. Ha mangiato l’erba del campo e poi è andato a mostrare cibo e ghigno davanti alla telecamera!

tupac

È anche uno diventato popolare nella Rete per la sua incredibile somiglianza con Tupac Shakur, la leggenda del rap assassinato a Las Vegas. “Tupac non è morto” titola il popolo del web postando una accanto all’altra le foto del cantante e del calciatore.

Su Facebook il portiere del Lokeren  ha un profilo di successo. Sono oltre 32.00 i “Mi piace” sul suo account per cui ha scelto come motto le parole di Bill Shankly, il giocatore e allenatore britannico che faceva parte di un’intera dinastica di calciatori: “Alcune persone pensano che il calcio sia una questione di vita o di morte, è una cosa molto più seria di questo.”

Ma ora si trattava di fare gol, di consegnare il trofeo alla Costa d’Avorio. Barry aveva parato due rigori, avesse realizzato il suo sarebbe diventato un eroe. Lo sapeva benissimo.

Aveva già segnato in campionato, qualche anno fa contro il Westerlo. Ma qui la pressione era completamente diversa. Il peso sulle spalle stavolta era enorme. Sul viso di Boubacar Copa Barry scorrevano gocce di sudore che andavano a bagnare gli occhi, a mischiarsi con qualche lacrima. Ma che comunque non riuscivano a coprire la tensione.

Ha preso la rincorsa.

erba

Gervinho, l’attaccante della Roma era ricurvo su una sedia di plastica bianca, spalle alla porta dove si stava vivendo il drammatico momento. Metà squadra era sulla linea di centrocampo, tutti i rigoristi si tenevano uniti con le braccia dell’uno sulle spalle dell’altro. Quelli della panchina sembravano centometristi pronti a scattare. Sentivano che il grande momento stava per arrivare. Se quella palla fosse finita dentro ci sarebbe stato da festeggiare per una settimana intera.

Tiro. Gol. Costa d’Avorio 9, Ghana 8.

La Coppa d’Africa volava a Yamoussoukro. Piangeva di felicità il portiere re per una notte.

E pensare che voleva fare il centrocampista…

Un fantasma da un milione di dollari

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UN FANTASMA da un milione di dollari.

Il pugno più discusso nella storia della boxe è quello che non ha mai centrato l’obiettivo. Un colpo che si è perso nell’aria, ma ha provocato una pazzesca reazione a catena.

Quel pugno l’ha tirato Muhammad Ali, non l’ha mai preso Sonny Liston che però è crollato fulminato al tappeto.

Io sono veloce, troppo veloce. Non dovete distrarvi neppure un momento durante i miei match. Avete sbattuto le ciglia, una frazione di secondo e tutto era già finito. Ecco perché non mi avete visto colpire Sonny Liston.”

Ali ha sempre amato i paradossi, le frasi ad effetto. Ma quella volta era anche l’unica via per uscire dalla tempesta di maliziose domande che si susseguigano sempre più stringenti.

L’arbitro era l’ex campione dei massimi Jersey Joe Walcott. E quel colpo aveva messo in crisi anche lui.

Aveva cominciato a contare, aveva perso tempo nel mandare Muhammad all’angolo neutro, si era innervosito, aveva perso il controllo del match, era tornato al centro del ring quando i due avevano già ricominciato a boxare. Da bordoring gli avevano urlato di fermarsi, gli avevano gridato che il match era finito.

C’era Nat Fleischer in prima fila, era l’editore e il direttore di The Ring: la rivista che veniva considerata la bibbia del pugilato.
Fleischer: È finita Joe, ferma l’incontro
Walcott: Perché?
Fleischer: Liston è rimasto giù 14 secondi
Urlava anche il cronometrista.
Walcott: Quanto è rimasto a terra Liston?
Cronometrista: Oltre 12 secondi

biglietto
Jersey Joe Walcott aveva ripercorso, lentamente, all’indietro lo spazio che lo separava dai pugili, aveva fermato la loro azione e alzato il braccio di Ali. Il ragazzo di Louisville si era appena confermato campione del mondo. Aveva vinto per ko con un pugno che nessuno ha mai visto. Neppure alla moviola. Semplicemente perché non è mai arrivato.

Adesso i guantoni che calzavano quel pugno saranno messi all’asta. E gli esperti giurano che chi se li aggiudicherà dovrà versare più di un milione di dollari.

Il 21 di questo mese sarà la Heritage Auctions a battere la coppia di guantoni che Ali e Liston avevano quella notte del 25 maggio 1965, cinquant’anni fa.

Li aveva portati a casa George Russo, il commissioner del Maine. Per anni erano stati proprietà della famiglia che poi li aveva venduti a Seth Ersoff, collezionista e produttore cinematografico di Los Angeles.

Messi in una teca di vetro e mostrati solo agli amici fidati erano rimasti lì per molto tempo, fino a quando Frank Stallone, fratello di Sylvester, non aveva fatto capire a Ersoff che con quei guantoni avrebbe potuto metter assieme un bel po’ di soldi.

La coppia del primo match, quello di Miami in cui l’allora Cassius Clay aveva conquistato il titolo, è stata venduta qualche mese fa per 836.500 dollari.

Questi valgono decisamente di più.

Sono una memorabilia che appartiene alla leggenda del pugilato.

guantoni

Il match disputato nella cittadina di Lewston davanti a solo 2434 spettatori ha lasciato in ricordo alla storia due oggetti di culto.

I guantoni del pugno fantasma e la foto in cui Neil Leifer, giovane fotografo di Sports Illustrated, immortala, con la sua Rolleiflex con con flash stroboscopico, Liston e Ali in una meravigliosa immagine. Il corpo disteso del primo e quello troneggiante ed esuberante dell’altro.

Sono le uniche certezze di quella notte.

Il 21 il guantone del ko che non c’è verrà venduto all’asta.

Anche il fascino del mistero ha un prezzo.

 

 

Super Bowl, oltre 8 miliardi in scommesse

brady

IL SUPER BOWL 2015 ha fatto nascere in me la curiosità di conoscere il reale impatto economico di una delle macchine da soldi più potenti dello sport mondiale.

Il bello dell’America è che puoi trovare tutto su Internet.

Ci sono i salari dei vincitori.

Scopri così che il più pagato è il cornerback Darrelle Revis con 25 milioni di dollari a stagione, che Tom Brady ne guadagna 14 e il coach Bill Belichick arriva a 7,5.
Breve parentesi. Trovi nero su bianco anche i guadagni di ogni giocatore del basket, baseball, hockey su ghiaccio e calcio. E allora penso a quali siano i canali di informazione in Italia. Lo stipendio di un calciatore è un sussurro che esce dall’amico dirigente, dal procuratore di un concorrente. Impossibile avere cifre di riferimento reali e certificate.

Torno a Phoenix dove l’arrivo del Super Bowl ha generato 600 milioni di dollari portati nelle casse della comunità da centomila visitatori e dall’indotto generato nell’intera area urbana.

Ai giocatori dei New England Patriots è andato un bonus di 165.000 $ per la vittoria.

L’incasso al botteghino di una sola partita è stato di 60,3 milioni di dollari. In Italia una delle società che incassa di più a stagione è la Juventus che nel 2014 ha portato a casa 103 milioni di euro.

È chiaro come questa disparità nasca anche dal fatto che il bacino di utenza americano sia decisamente superiore al nostro: la popolazione degli Stati Uniti è circa cinque volte più grande di quella italiana.

Ma resta ugualmente sorprendente come il Super Bowl riesca a raggiungere 113 milioni di telespettatori, ovvero il 37% dell’intera popolazione (non limitando dunque il conteggio alle sole famiglie in possesso di un televisore). Da qui nasce l’intera commercializzazione dell’evento. La Nbc che ha prodotto e trasmesso l’avvenimento ha venduto a 4,5 milioni di dollari ogni trenta secondi dello spettacolo per un incasso totale di 360 milioni!

La cifra più impressionante resta comunque quella legata al giro di scommesse: oltre otto miliardi di dollari!

Se fossero legali nell’intero Paese che numeri raggiungerebbero?

Fonti: Forbes, Bloomberg, Newsday, Spotrac

 

Bolelli-Fognini, la stampa e i fantasmi

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PRIMA di porre una domanda vorrei fare una premessa.

Mi sono entusiasmato per i successi in doppio di Errani-Vinci, sono felice per la conquista del primo Slam di Bolelli-Fognini, tifo per il tennis italiano e nel mondo del giornalismo di casa nostra questo rappresentava fino a qualche tempo fa una rarità o poco più.

Detto questo, vorrei chiedere all’intera stampa nazionale: come viene stabilita la valenza di un evento?

Apro i giornali di oggi e vedo paginate su paginate per il successo di Bolelli-Fognini in Australia. Leggo e penso. Giusto, complimenti meritati, hanno centrato un’impresa. Poi rifletto.

Il doppio tennistico è una competizione che non trova normalmente spazio neppure nel colonnino dei risultati. È uno sport carbonaro. Loro lo giocano e per i giornali non esistono. Sono fantasmi a volte anche noiosi. Penso alle parolacce lanciate contro i doppisti agli Internazionali di Roma. Arrivavano dagli organizzatori che erano obbligati a metterli in programma, a pagare il loro montepremi per un giochino che attirava al massimo una decina di spettatori.

Venivano confinati nel buio della sera, quando la gente tornava a casa e i singolaristi avevano finito il loro show.

Normalmente non meritano neppure una riga tra i risultati di qualsiasi torneo.

Poi Bolelli e Fognini vincono a Melbourne e la stampa italiana li esalta come se avessero conquistato il mondo sbaragliando nemici feroci.

Non sono mai stato al fianco dei colleghi che affossavano il doppio perché a giocarlo erano le seconde o le terze linee del tennis, non ero tra quelli che dicevano: se non ci sono Federer, Nadal, Djorkovic o Murray vuol dire che non conta nulla. Ho fatto paginate su Errani-Vinci. Questo per dire che non sono prevenuto, che non ho alcuna avversione nei confronti della specialità.

Solo che mi meraviglio che all’improvviso l’intero panorama giornalistico italiano si esalti per il successo in uno sport che ogni giorno finisce nel cestino di ogni redazione.

Qualcuno dirà: “Accadeva così anche quando Zoeggeler sullo slittino vinceva l’Olimpiade, Antonio Rossi e la sua canoa conquistavano Atlanta, Enrico Fabris stupiva tutti nel pagginaggio velocità a Torino.”

No, il doppio del tennis è un’entità ancora più sconosciuta nelle redazioni dei giornali. Slittino, canoa e pattinaggio velocità hanno diritto di cittadinanza nelle “brevi”. Il doppio neppure lì. Naviga ai margini delle pagine, fantasma che nessuno vuol frequentare.

E oggi scopriamo che siamo tutti innamorati, competenti, entusiasti per il successo di una specialità che (forse) non abbiamo mai visto nella nostra vita.

È la stampa bellezza.