Papà allenatore e ultras, che sventura!

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E’ TORNATO a vincere un torneo e improvvisamente mi sono ricordato di lui.

Per un attimo mi è sembrato che stessi leggendo la storia di un veterano, di un tennista sul viale del tramonto che era riuscito a piazzare l’ultima stoccata.

La confusione è durata un attimo, so benissimo che Bernard Tomic ha solo ventuno anni. Ma ne ha fatte e passate così tante che è come se ne avesse vissuti almeno il doppio.

L’Australia in crisi di talenti aveva puntato su di lui, lo chiamavano A-Tomic Blast: la raffica atomica. Li aveva incantati con un rovescio che faceva male, un ottimo servizio e tanta solidità negli scambi da fondocampo. Era stato un autentico talento da junior e saliva in fretta la classifica da professionista fino ad arrivare al numero 27 del mondo a 18 anni.

bernard

Quando vinci, i giornalisti non si fanno tante domande. Anche i tifosi guardano solo il lato positivo delle cose. Tutti sapevano che Bernard aveva problemi con il resto del mondo. Soffriva di una sindrome da accerchiamento, non sentiva amore e fiducia attorno a lui. Lo sapevano, ma allo stesso tempo gli piaceva ignorarlo.

Lui ripeteva continuamente la stessa frase: “Sono un vero australiano?” Lo chiedeva a tutti, poliziotti compresi.

Il dubbio gli veniva dal fatto di avere un papà croato e una mamma serba, dall’essere lui stesso nato in Germania, sbarcato nella Gold Coast quando aveva meno di quattro anni.

A picconare la sua fiducia ci pensava John Tomic, il padre. Era stato lui a regalargli la prima racchetta quando aveva solo sei anni. L’aveva comprata per cinquanta cent a una svendita a esaurimento. Una Slazenger con cui Bernard si era innamorato del tennis.

Era il 1999.

Nel 2005 arrivava il primo contratto con l’IMG.

John non aveva mai giocato a tennis nella sua vita, eppure era convinto di potere essere la guida tecnica del ragazzo. Aveva lasciato il vecchio lavoro di tassista e si era dedicato alla preparazione del figlio. Quando le cose non andavano come pensava dovessero andare, urlava e insultava tutti. Avversari compresi. Lo avevano cacciato quando Bernard era junior, lo avevano sospeso a tempo indeterminato quando era professionista.

Il ragazzo era costantemente pieno di dubbi e in totale sfiducia. Lo psicologo Jeff Bond diceva: “Pensa solo ai soldi e alla popolarità, non più allo sport che pratica. Avrebbe bisogno di un amico con cui parlare. Non solo di un padre che lo gestisce sempre e comunque.” Sulla stessa lunghezza d’onda il tecnico ed ex giocatore Darren Cahill che aveva postato su Twitter: “Qualcuno lo metta su un aereo e lo spedisca a casa. Ha bisogno di ritrovare se stesso.

Tomic rotolava all’indietro. Viveva in una sua dimensione. Correva come un folle in macchina, neppure tre multe nello stesso giorno riuscivano a frenarlo. Sembrava avesse addirittura tentato di strangolare un amico, ma lui si era difeso dicendo che era tutto un gioco. Si era lasciato con una fidanzata, poi con un’altra. Aveva cercato di svicolarsi dal blocco paterno. Con Tony Roche e Pat Rafter era durata poco. Pat Cash non aveva neppure voluto cominciare.

rotto

La carriera stava precipitando. E aveva solo vent’anni. Il papà non si arrendeva. Giustificava qualsiasi errore del figlio e dava sempre e comunque la colpa agli altri. Fino a quando nel maggio del 2013 non aveva aspettato Thomas Drouet (foto sopra), lo sparring di Bernard, fuori da un albergo di Madrid e l’aveva aggredito fratturandogli il naso, procurandogli una ferita lacero contusa all’arcata sopraccigliare sinistra e alcuni traumi abrasivi nella parte posteriore del collo.

A quel punto la squalifica era diventata definitiva. Non lo volevano più nell’area di gioco, non sarebbe potuto entrare neppure se si fosse comprato il biglietto.

Bernard perdeva sul campo e non faceva nulla fuori per recuperare. L’episodio che l’aveva riportato sui giornali era datato novembre dello scorso anno. Tre foto all’interno del SinCity Nightclub sulla Gold Coast lo ritraevano mentre una coppia di ballerine di lapdance praticamente nude si dimenava sulle sue ginocchia.

Cominciava il 2014 ritirandosi al termine del primo set contro Rafa Nadal agli Australian Open. Si operava all’anca. Tornava a giocare e perdeva in 28 minuti e venti secondi contro Jarno Nieminen a Miami: la partita più breve dell’intera era Open. Falliva le qualificazioni a Roma e Madrid. Perdeva al primo turno contro Kazan a Nizza e Gasquet al Roland Garros.

Indietro, indietro fino al numero 124 all’inizio della scorsa settimana: peggior risultato degli ultimi tre anni.

Poi cominciava il torneo di Bogotà, un ATP 250 con un prize money di quasi 700.000 dollari. E lo vinceva, battendo quattro giocatori che lo superavano in classifica compreso in finale Ivo Karlovic: numero 29 del mondo.

E così mi sono ricordato di Bernard Tomic, il giovane vecchio. Il “bambino” come l’ha chiamato la stampa di casa per sottolineare il suo comportamente non certo da uomo maturo.

Un altro potenziale campione che ha voluto tentare la roulette russa.

Il genitore/allenatore raramente esalta il talento del figlio.

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Fin da piccoli, parlo dai 5/6 anni in su, i bambini vengono sottoposti a uno stress da prestazione che raggiunge il suo apice attorno ai 12/15 anni. Il gioco scompare, la gioia di divertirsi tra coetanei affoga negli stimoli a fare sempre meglio, sempre di più. Così è stato per Bernard.

Situazione che si è aggravata con il passare del tempo. John Tomic (foto sopra) ha pensato di rimuovere qualsiasi ostacolo potesse impedire al suo ragazzo di andare avanti. Insultava e minacciava rivali, arbitri, sparring, pubblico. Il giovanotto deve aver pensato che quello fosse il modo giusto di vivere e si è adeguato.

La generazione dei genitori ultras esiste da tempo. Ora, di pari passo con l’imbarbarimento della società, sta facendo passi all’indietro da gigante. E a farne le spese sono i ragazzi.

Bernard Tomic è tornato a vincere cinque partite di fila, un torneo. Niente di trascendentale, ma è pur sempre un nuovo inizio. A 21 anni ha tutto il tempo per riprendersi la gioventù.

 

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