Bundu tra sogni, intrighi e rimpianti

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VEDERE la famiglia Bundu in giro per il mondo è un piacere. André e Frida, i figlioli, sono pieni di entusiasmo. Leonard e Giuliana sembra non si stanchino mai. Difficile capire, se non li conosci, quanto possa essere duro il lavoro del papà pugile.

Leo ha sguardo attento e risata pronta. Sembra proprio che la vita gli sorrida. Eppure di problemi ne ha avuti anche lui.

È nato a Freetown, babbo della Sierra Leone e mamma fiorentina. Lui architetto che lavorava per il governo, lei insegnante di matematica. Media borghesia insomma, ma il giovanotto non si sentiva pronto per restare nei confini della normalità. Entrava e usciva da piccole bande, partecipava con orgoglio a qualche rissa. Riempiva le giornate di problemi per i genitori.

Aveva sette anni Leo quando è morto il papà. Ne aveva 16 quando è sbarcato a Firenze con la mamma avendo ben chiari nella testa alcuni concetti. Doveva smetterla di cacciarsi nei guai e doveva tenersi alla larga dal calcio.

Di questo sport non capisco niente. Non so giocarlo, da bambino mi scartavano subito. Dopo la morte del babbo vivevo con mamma, mia sorella e un gruppo di cugine. Tutte donne che mi ripetevano in continuazione “Basta calcio, non esiste solo quello”. E io ho creduto alle loro parole. Così adesso quando mi invitano a qualche trasmissione e si parla di pallone io faccio la figura del cretino.

Prima di capire che doveva cambiare strada ha impiegato un po’ di tempo. È entrato in palestra quasi per caso, più per farsi nuovi amici che per praticare uno sport. Il locale era a poche centinaia di metri da casa della mamma a Firenze. È stato lì che ha scoperto la boxe, se ne è innamorato e non l’ha più lasciata.

Da dilettante si è levato qualche soddisfazione, oro ai Giochi del Mediterraneo del ’97 e bronzo ai Mondiali del ‘99, ma poteva fare di più. E questo lo sa. Faceva il pugile senza troppo impegno.

Ero poco serio per uno sport così duro.”

ebu bundu vs moscatiello 1

Si stava lasciando scivolare lungo la strada della noia. Persa la voglia di allenarsi, mancavano gli stimoli per andare avanti. Si era così ritrovato a 31 anni con una scelta importante da prendere. E aveva deciso. Si sarebbe assunto tutte le responsabilità. Adesso sapeva cosa avrebbe fatto da grande: il pugile professionista.

Accanto a ogni grande uomo c’è una grande donna. Non sono parole messe lì per caso. La storia di Leonard Bundu (foto sopra, a destra, contro Moscatiello) lo conferma.

Giuliana ha cambiato la mia vita, le ha dato una svolta. Grazie a mia moglie ho capito che era arrivato il momento di crescere.”

Di esperienze ne aveva messe abbastanza in cascina. Per un periodo di tempo si era sentito strano dentro. Pelle nera e accento toscano facevano sorridere la gente che lo incrociava in strada. Il razzismo no, non l’ha conosciuto. A parte qualche “Sporco negro” urlatogli in faccia nel bel mezzo di una litigata.

Niente di grave.”

E poi c’era la Firenze multietnica, ma anche “Una città che faticava ad accettare nuove entrate, che si chiudeva a volte in cerchie ristrette e per chi veniva da fuori diventava tutto un po’ più difficile.”

La famiglia gli ha regalato tranquillità. E il professionismo gli ha anche dato qualche soddisfazione economica, oltre che sportiva.

Attaccante dotato di buona tecnica, ma non della castagna che stende i rivali, Leo è il miglior rappresentante della boxe italiana. È un piacere vederlo combattere. Ha talento, senso tattico e classe cristallina. Mi fa un po’ rabbia sapere che la sua popolarità è ristretta nei confini del pugilato. Fuori dalla nicchia di estimatori, fuori da Firenze non ha avuto quel che meritava. Un po’ per colpa di un lavoro di promozione che non è nelle corde della boxe di casa nostra, un po’ per la disattenzione dei giornalisti che difficilmente si accostano a un campione di pugilato per il solo fatto che è bravo.

Piero-Pelu-e-Leonard-Bundu

Tifosi fedeli ne ha tanti, tra questi c’è anche Piero Pelù (foto) ex Litfiba ma anche ex compagno di Antonella, la sorella di Leo.

Oggi Bundu è a una svolta della carriera. Per sua sfortuna tira pugni in una categoria, quella dei welter, che è piena di fenomeni (Mayweather, Pacquiao e Porter detengono i titoli di sigla). Ma un angolino, anche solo per il piacere di togliersi uno sfizio, se lo sta ritagliando.

L’1 agosto a Wolverhampton nel West Midlands dell’Inghilterra difenderà l’europeo contro Frankie Gavin, cliente assai scomodo e anche lui in corsa per l’occasione mondiale. Poco più di due settimane dopo a Carson, California, si affronteranno Dell Brook e Shane Porter detto Sthowtime per il titolo Ibf. Il prossimo sfidante alla corona verrà dal match tra Dan Ion e il vincente di Bundu-Gavin.

Incroci, sfide, sogni. Ma senza perdere di vista la realtà. Il 21 novembre Leo compirà 40 anni. L’età in cui avrebbe voluto chiudere con la boxe.

Diciamo che mi sono posto come limite i 40, vado avanti fino a quel giorno. Poi, basta. Non ce la faccio più.”

Me l’aveva confessato non molto tempo fa. Molto probabilmente ci ha ripensato. Perché lui è uno che non si accontenta mai. Prima della sfida con Daniele Petrucci mi aveva detto che il sogno era quello di disputare almeno una volta l’europeo. Ora che non solo l’ha conquistato, ma lo ha anche difeso cinque volte, si chiede perché non dovrebbe provare con qualcosa di più importante.

Giusto, lo merita.

Mentre cerca di capire cosa gli riservi il domani pugilistico, Leo ha messo le basi per il futuro della vita. Ha lasciato Firenze e si è trasferito con la famiglia a Cisterna di Latina. È entrato a far parte dell’attività della famiglia della moglie. Coltivano peperoncini e ne sfruttano i derivati: oli, polveri, marmellate.

cucina

Nel tempo libero si diverte in cucina. Hanno un forno a legna e lui mi ha giurato di essere un maestro con pizze e pane. A fargli da guida ancora una volta Giuliana che fino a qualche tempo fa curava un blog di cucina sul web (Giuliana, Leonard, André e Frida in una foto di Giovanni Bortoloni per il libro “Ricette delle nuove famiglie d’italia” di Benedetta Cucciedito da Pendragon).

Papà della Sierra Leone e mamma fiorentina lui. Padre napoletano e mamma austriaca lei.

Siamo cittadini del mondo” commenta Leonard accompagnando il tutto con una risata.

È una bella persona questo ragazzo di quasi quarant’anni che per la seconda volta consecutiva va a difendere quello che è suo all’estero. Le borse buone sono fuori dai nostri confini (poco più di 60.000 euro il compenso per l’intero clan di Bundu, manager e maestro compresi), questo è certo.

E poi da queste parti fare il pugile sembra sia diventato una colpa. Il silenzio assoluto o quasi domina l’attività dei nostri fighter. Anche di quei campioni che hanno capito gli errori e da più anni si sono incamminati sulla giusta strada. Anche di quelli che sul campo di gara, sia esso un ring, un tatami o una pedana hanno conquistato titoli e gloria.

premio

Quelli come Leonard Bundu insomma. Uno che l’European Boxing Union ha riconosciuto come miglior pugile della stagione 2013 (foto).

La sua storia e la sua boxe meriterebbero di più. Spero che almeno in questa occasione in cui si gioca titolo e futuro contro un rivale estremamente pericoloso, la stampa italiana si levi di dosso la cronica pigrizia e lo celebri come merita.