Sampras, la solitudine dei numeri 1

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Pete Sampras ha giocato e vinto il suo ultimo torneo agli US Open 2002, ma ha rinviato l’annuncio del definitivo ritiro sino alla successiva edizione dello Slam di casa. La prima stagione da ex è stata dunque il 2004. Dieci anni fa. Ripropongo il servizio che ho scritto nell’aprile 2003, quando ho capito che non l’avremmo più rivisto in partite ufficiali.

L’HANNO intervistato durante una partita dei Los Angeles Lakers, la squadra di basket di cui è tifoso al punto da comprare un abbonamento. Pete Sampras ha detto poche cose, le ha poi confermate al “Los Angeles Times” dalla sua villa di Beverly Hills.

«Al 95% mi ritiro, per ora salto Roland Garros, Queen’s e Wimbledon. A fine anno sarò più chiaro sul mio futuro.»

E’ un’uscita di scena in piena regola per quello che è stato tra i più grandi tennisti di sempre. Solo Rod Laver può reggere il confronto con la speranza di spuntarla.

Ha vinto tanto Pistol Pete, ha regalato a questosport momenti magici. Soprattutto sull’erba di Wimbledon, dove ha giocato partite in cui sembrava un alieno, come nella finale del ‘99 contro Andre Agassi.

Giocatore universale, anche se gli mancava qualcosa. L’amore per il tennis che per lui non è mai stato divertimento. Diceva che per rimanere davanti a tutti dovevi avere gioco, mente e cuore. Ed essere disposto a farti rubare la vita per restare lassù.

E’ stato numero 1 per sei anni consecutivi, un periodo davvero lungo. La carriera di alcuni protagonisti di oggi non dura neppure sei anni.

Sul campo era una linea curva. La lingua penzoloni e i piedi che sembravano trascinarsi su qualsiasi superficie giocasse. Poi andava al servizio e l’anatroccolo si trasformava in cigno. Ha risolto molti momenti difficili con quella battuta. Come con il suo dritto, il rovescio, i colpi di volo. Non andate a cercare punti bui nello stile di Pete Sampras.

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Oggi per essere un protagonista devi vincere tutto e sempre, oppure devi sapere indossare i panni del grande personaggio. Sul piano dell’immagine il giovanotto di Washington non è mai stato un fenomeno. Non è bello come Rafter, non è istrionico come Ivanisevic, non è estroverso come lo è stato nei primi tempi Agassi. In campo però è un fenomeno, uno capace di mettere assieme un record dietro l’altro come i 14 Slam, le sette volte di Wimbledon, l’unica sconfitta in otto anni sull’erba del Centrale londinese, i sei anni consecutivi da numero 1 del mondo.

Per fare tutto questo devi rinunciare a parte della tua vita. Non c’è riposo, non ci sono vacanze, non c’è tempo per te e per gli altri. Ogni mattina ti alzi e devi pensare a vincere ancora. Le donne si allontanano e le amicizie si riducono. Solo, in una stanza d’albergo. Non si sempre si può trovare compagnia nel conto in banca, anche se di dollari nei hai guadagnati una montagna.

Così sono arrivate le partite a tennis con Jack Nicholson, il Cessna Citation da 25 milioni di dollari, la villa di Beverly Hills. Ma soprattutto è arrivata Bridgette Wilson, il matrimonio e il figlio: Christian Charles, nato il 21 novembre del 2002, poco più di due mesi dopo che Pete aveva vinto il quattordicesimo Slam battendo ancora Andre Agassi in finale agli US Open. La loro è stata una sfida infinita, chiusa con 20 successi di Sampras e 14 del ragazzo di Las Vegas.

E’ dura a 32 anni, senza problemi economici nè motivazioni professionali, rimettersi in pista. Soprattutto quando hai scoperto che la vita riesce a regalarti altre piacevolezze. Avevo visto uscire Sampras a testa bassa, distrutto nell’animo e nel fisico, lo scorso anno a Wimbledon dopo aver perso al secondo turno sul campo numero 2 contro George Bastl, all’epoca 145 del mondo.

L’unica cosa che era riuscito a dire, era che doveva ritrovare la forza per tornare a lavorare. Non subito, quando sarebbe venuto il tempo. La verità è che non sapeva se quel tempo sarebbe tornato.

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Poi ci sono stati gli US Open e lì ho capito che Pete Sampras era cambiato. Ho visto il re nudo. Ha lasciato che le emozioni si manifestassero senza ingabbiarle in quella maschera impenetrabile che è sempre stata la sua unica espressione.

Lo ricordate mentre scalava le tribune per abbracciare la moglie? Era una persona come tante, non più un alieno capace di parlare solo di tennis. Deve essere stato quella sera, dopo l’ultimo trionfo, che il pensiero di un ritiro ha cominciato a farsi strada nella testa del vecchio campione. Così, alla prima occasione, ha detto la verità. Che non è definitiva. Come non lo fu quella di Pat Rafter, che si prese un anno di tempo e poi sparì alle Bermuda con Lara Feltham e il loro bambino. O quella di Martina Hingis che ha detto che per molto tempo non giocherà e ormai nessuno crede possa tornare in campo. Un ritiro a rate, piccoli passi per rendere il trauma meno pesante.

Dopo 15 anni di professionismo si fa fatica a farsi da parte. E sarà davvero strano vedere Wimbledon senza l’uomo che nei trionfi e nelle delusioni ne ha scritto la storia degli ultimi undici anni.

«Sono curioso di sapere cosa proverò guardando il torneo alla televisione.»

Nel ‘97, cento campioni del presente e del passato hanno votato i migliori 25 dell’ultimo quarto di secolo. Sampras è finito al primo posto.

Ora Pistol Pete si fa da parte, il tennis accusa il colpo. Da oggi è uno sport più povero.

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