La fretta dei genitori cancella il talento

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CON CALMA, senza fare correre troppo i pensieri, il ragazzo americano sembra avere trovato la sua coperta di Linus. Quella che gli regala sicurezza.

Donald Young è amico dalla nascita di Taylor Townsend, il grande personaggio di questo Roland Garros: la signorina Grandi Forme (https://dartortorromeo.com/2014/05/29/la-rivincita-della-signorina-grandi-forme/). Per lui è una sorella, i rispettivi genitori si conoscono da sempre. I ragazzi hanno molto in comune. Sono stati numero 1 del mondo da junior, hanno avuto liti furibonde con la Federtennis americana, sono mancini. Quando sono insiene parlano più dei problemi della vita che di tennis.

Il giovanotto quando era ancora un teenager sembrava dovesse far rivivere le glorie del passato a una nazione che aveva bisogno di nuovi eroi. Sulla sua gestione sono stati commessi errori in serie e oggi, a 24 anni, è scivolato al numero 79 del mondo senza scalpi importanti nel record. Nessun titolo in bacheca, appena una finale raggiunta a Bangkok (foto sotto, alla premiazione con il vincitore Andy Murray)  in un 2011 che sembrava fosse quello della definitiva consacrazione. Un errore dietro l’altro gli ha bruciato la strada. Sbagli generati sempre dalla stessa matrice.

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Maledetta fretta. Questa è una storia in cui nessuno ha la pazienza o il coraggio di aspettare.

Aveva tre anni Donald Young junior e i genitori lo mostravano già in giro orgogliosi. “Guardate quanto è bravo il nostro bambino con la racchetta”. E lui, piccolo e nero, sparava palline contro il muro convinto che quello fosse un gioco. A 10 anni gli avevano già costruito addosso una storia da copertina. Giuravano che John McEnroe avesse fatto qualche scambio con lui al torneo di Chicago e subito dopo avesse esclamato: “E’ il primo che ha una mano come la mia”. Gary Swain era il testimone capace di mettero il sigillo della verità in quella vicenda. Ma Swain sarebbe stato anche l’agente dell’IMG che avrebbe messo sotto contratto il ragazzino a soli 14 anni.

Avevano fretta Donald senior e Ilona, i genitori del piccolo fenomeno. Lo costringevano, giurano i vicini di casa, a battere mille servizi prima di colazione. Odierà il breakfast per tutta la vita. A soli 15 anni l’avevano fatto esordire tra i professionisti. Era già un divo. Un contratto con l’IMG, uno con la Nike. Ma sul campo cominciava a prendere i primi schiaffi. Fino ad allora era andato sempre di corsa. Numero 1 del mondo tra gli junior, batteva i più grandi ed era convinto che quello fosse il tennis. Pacche sulle spalle, un sorriso di mamma e papà, la stretta di mano al rivale appena superato.

L’avvio tra i professionisti era stato devastante: 16 sconfitte di fila. Poi aveva perso 6-0 6-0 contro Carlo Berlocq. E aveva pensato di chiuderla lì. Aveva solo 17 anni.

Aveva fretta anche l’USTA. A caccia di un talento da troppo tempo, ne aveva uno sottomano. Ed era addirittura afro-americano, l’erede di Arthur Ashe, la risposta maschile alle sorelle Williams. Fuori i soldi per finanziarne la crescita e un maestro per migliorarne la tecnica. Sembrava così semplice. Ma gli Young non avevano alcuna intenzione di cedere ad altri il controllo del figlio. Sarebbero stati loro i maestri. Avevano anche il diploma.

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Per sette anni Donald jr è andato a caccia di se stesso. Ha cercato di capire fino a dove potessero spingersi i sogni. Poi si è accorto che la vita stava trasformandosi in un incubo. Il papà l’aveva convinto a mettere via i propositi di ritiro. Ma lui continuava a girare per i tornei, ad ottenere wild card non meritate, e a perdere. I genitori (foto sopra Donald con la mamma) dicevano che era meglio prendere cinquemila dollari per una sconfitta al primo turno nel circuito, piuttosto che girare per i Futures e accontentarsi di un paio di biglietti da cento. Fingevano di non capire che le sconfitte fanno male, sono pugni che ti mandano al tappeto. E rischi di non rialzarti più. “Prodigy’s end” titolava il New York Times nel 2007. Young (foto sotto Donald sr, il papà) aveva 18 anni.

Gentile e tranquillo nella versione ufficiale. Arrogante fino ad apparire volgare in quella privata. “Fuck Usta! They are full of shit! They have screwed me for the last time”, digitava su Twitter. “Affanculo l’Usta, sono pieni di merda! Mi hanno fregato per l’ultima volta”, il rispettoso messaggio spedito online. La Federazione americana gli aveva chiesto di fare i play off per la wild card al Roland Garros. Come si erano permessi!

Cappellino con la visiera girata sulla nuca, diamanti ai lobi delle orecchie. Era l’unica immagine che lasciava sul campo. Le mani fatate, il tocco delizioso, il talento giovanile. Sembrava fosse tutto irrimediabilmente perso.

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Poi, improvvisamente nel 2011 aveva fatto quello che avrebbe dovuto fare da tempo. Si era allenato duramente. Alla sede dell’Usta a Carson, in California. Con Mardy Fish, Sam Querry e addirittura Pete Sampras. E aveva battuto Andy Murray a Indian Wells. Era arrivato agli US Open ed aveva sconfitto prima Wawrinka e poi Chela. Ma ancora una volta era accaduto tutto troppo in fretta.

Avevano detto che finalmente era diventato uomo, avevano esaltato ogni colpo, ogni punto. L’America si era dichiarata felice di avere scoperto il nuovo Ashe. Poi era arrivato Murray, quello che pochi mesi prima era stato sconfitto in California, e lo aveva rispedito a casa, bloccato agli ottavi di finale.

Questo 2014 sembra essere per lui l’anno dei piccoli passi. Terzo turno agli Australian Open e adesso si è ripetuto a Parigi. Ha eliminato a sorpresa Feliciano Lopez, 27 del mondo, e ora se la vedrà con Guillermo Garcia-Lopez: il giustiziere di Wawrinka (https://dartortorromeo.com/2014/05/27/storia-di-guillermo-prima-sorpresa-del-rg/).

Senza farsi tante illusioni, Donald jr ha ancora la possibilità di divertirsi. Se smetterà di correre e si fermerà un attimo a riflettere, prenderà tutto quello di buono che il tennis gli ha regalato. La consapevolezza di potersi battere a ottimi livelli, la speranza di crescere ancora. Meglio tardi che mai.

Il mondo è pieno di giovani talenti che si sono rovinati con le proprie mani. Qui i potenziali colpevole sono tanti. I genitori, l’Usta, gli sponsor, John McEnroe, l’America a caccia di eroi, lui stesso.

Donald ha bisogno di tornare bambino, di riprendere a giocare per divertimento, senza programmi a lunga scadenza. Poi, se ritroverà il talento perduto e la voglia di sacrificarsi in allenamento sarà quella dei tempi migliori, forse potrà ancora togliersi qualche soddisfazione.

Ma per favore, con calma, senza fretta.

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