Giornali sportivi in crisi d’identità

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LA CRISI dei giornali impone soluzioni inedite agli editori. Per la prima volta due quotidiani sportivi gestiranno in comune i servizi dello stesso gruppo di inviati. Accadrà ai prossimi Mondiali di calcio in Brasile (dal 12 giugno) dove i reporter del Corriere dello Sport-Stadio e di Tuttosport pubblicheranno i loro articoli su entrambe le testate.

Il contratto nazionale lo prevede, l’esperimento ha dei precedenti importanti. All’Olimpiade di Londra, ad esempio, gli uomini del gruppo Caltagirone avevano formato una squadra che scriveva contemporaneamente per Messaggero, Mattino e Gazzettino. Non c’era un capo unico che gestisse gli inviati, ma erano le singole testate a farlo con il risultato di avere a volte gli stessi uomini sullo stesso servizio, lasciando scoperti altri eventi.

Stavolta il rischio sarà ancora più grande.

Cinque i reporter del Corriere, quattro quelli di Tuttosport (più il direttore). Nove in tutto, non inserendo nel conto il direttore del quotidiano torinese che presumo si gestirà in proprio. Ma da questo gruppo andranno tolti i due (per giornale) che si dedicheranno alla nazionale italiana. Resteranno dunque in cinque. La domanda è: saranno governati da un unico capo redattore che deciderà chi coprirà cosa? E questo capo sarà del Corriere o di Tuttosport?

Domanda, credetemi, non banale. Perché se ogni gruppo sarà affidato a un referente interno al giornale di appartenenza, ci si potrà trovare davanti allo stesso problema vissuto dagli inviati di Caltagirone ai Giochi londinesi. Ma se così non fosse, con quali criteri saranno stabiliti i nomi di chi dovrà occuparsi di un evento piuttosto che di un altro?

I quotidiani sportivi hanno peculiarità ancora più evidenti degli organi di informazione.

Se “la Repubblica” si dovesse trovare davanti a una scelta di merito tra Berlusconi e Renzi non credo che si porrebbe il minimo dubbio.

Come si comporterà il giornalista del Corriere dello Sport-Stadio quando un allenatore preferirà mettere in campo un giocatore della Juventus piuttosto che uno della Roma?

E ancora. Ricordo benissimo i Mondiali in Messico del 1986. Il Corriere li gestì, a Italia eliminata, avendo come riferimento unico Diego Armando Maradona eroe di Napoli. Se la cosa si ripetesse e il protagonista dei Mondiali fosse un calciatore che milita in una squadra della zona diffusionale di Tuttosport, come sarebbero gestiti i servizi?

I giornali americani pubblicano da tempo lo stesso pezzo su tutti i quotidiani della catena editoriale. Ma sono articoli scritti da grandi editorialisti, pezzi di opinione, provocazioni, commenti. Non rappresentano il lavoro in presa diretta, l’analisi di un evento.

Nell’Italia dei campanili il mondo dello sport è quanto di più attaccato ai propri confini possa esserci. Il nemico numero 1 della Roma non è la Lazio, ma la Juventus. E Tuttosport la rappresenta in pieno, come il Corriere dello Sport fa con la Roma. Mischiare le due anime sarà un’impresa difficile che andrà a intaccare quello che è il patrimonio fondamentale di ogni giornale. La sua identità.

So benissimo che la crisi è devastante, che le perdite si accumulano in maniera preoccupante generando una situazione drammatica dal punto di vista economico. Risparmiare è giustamente in cima ai pensieri di ogni editore. Ma ancora una volta non mi trovo d’accordo sul come farlo.

Non sono convinto che avere la possibilità di godere del lavoro di inviati esterni alla politica, ai pensieri, alla filosofia del quotidiano che ospiterà i loro servizi sia meglio che continuare a operare in proprio. I due/tre nuovi non saranno per forza di cose in sintonia con i lettori, non avranno precisi punti di riferimento. Parleranno a un pubblico che non è il loro, usando metri di valutazione che non appartengono a chi il giornale l’avrà acquistato in edicola.

Mi dicono che, al di là dell’apporto analizzato sul piano della qualità, gli uomini in più servirebbero anche a coprire spazi generati da un eventuale carico pubblicitario. Dunque, lentamente ma sempre più inesorabilmente, il giornalista si avvia a realizzare quello che sembra essere il sogno di molti editori: un contenitore di pubblicità, dove la parte determinante è il prodotto da reclamizzare e quella puramente decorativa il servizio dell’inviato di turno.

Mi sembra che ci si stia avviando sempre di più verso la scomparsa del giornale che noi vecchi operatori del sistema conoscevamo. Le nuove politiche editoriali hanno altri orizzonti. C’è la crisi, bisogna gestire l’emergenza.

Faccio ammenda. Sono io che non capisco. Ero abituato a lavorare in un giornale che vendeva 380.000 copie di media al suo apice e 260.000 nel momento più buio. Oggi viaggiano a fatica attorno alle 100.000 e calano mese dopo mese. Il panorama è diverso, l’emergenza è continua. Ma resto convinto che servirebbe un capitano che sapesse guidare la nave in porto, mi sembra invece che si continui a navigare a vista. E questo a prescindere da cosa pensi l’armatore.

 

 

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