Anche la pietà è razzista?

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UN INTERO Paese sotto l’incubo della violenza. Cinque anni fa l’Organizzazione delle Nazioni Uniti aveva inserito il Venezuela tra le nazioni più pericolose del mondo con il non invidiabile record di 56 omicidi ogni 100.000 abitanti.

Sedicimila assassini nel solo 2012, con un incremento del 14% rispetto all’anno precedente; 2576 morti ammazzati nei primi due mesi del 2013”.

Queste le cifre ufficiali riferite dal presidente Nicolas Màduro.

Il quotidiano El Universal propone altri numeri: gli assassini del 2012 sarebbero 26.000, 73 ogni 100.000 abitanti, secondo posto tra le nazioni più violente del mondo.

E così ora che gli omicidi sono diventati quasi una norma, in Venezuela sono oltre 70 al giorno quando la media nel resto del globo è di 8, si rischia di farsi scivolare addosso tutto. Almeno fino a quando non viene toccato qualcuno che ti sembra di conoscere, qualcuno di cui hai letto sui giornali o hai visto alla televisione. E’ una nuova forma di razzismo basata sull’indice di popolarità del morto? Anche la pietà per scattare deve ricevere la giusta spinta o è la triste realtà della vita?

Non dovrebbero esserci morti più importanti di altri, ma dobbiamo ammetterlo. Non abbiamo la stessa sensibilità per ogni pena del mondo. Abbiamo sempre bisogno di qualcosa che ci costringa a pensare, riflettere, protestare, indignarci. Può bastare un ricordo, a volte un’immagine, la lettera di un amico, una vittima che conoscevamo.

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Antonio Cermeno (foto) avrebbe compiuto 45 anni il prossimo 6 marzo.

El Coloso, come lo chiamavano i tifosi per quella sua figura da piccolo gigante: 55/57 chili per 177 centimetri di altezza, era stato il campione dei pesi supergallo e dei piuma per la World Boxing Association.

I telegiornali locali suggeriscono sia stato ammazzato in un regolamento di conti.

Lo hanno rapito davanti all’albergo Makro La Urbina, sul prolungamento della Rómulo Gallegos con la Vieja Petare a Guarenas. Lo hanno minacciato con delle armi, messo dentro una vecchia Chevrolet Suburban assieme alla moglie Maria Carolina Salas e ad altre due signore. Poi sono fuggiti via sgommando.

Ma non dovevano essere dei professionisti. Stavano ancora scappando quando si sono accorti che avevano finito la benzina. Sono entrati in un’area di servizio. E’ stato a quel punto che qualcuno ha visto quei tipi dentro la macchina, li ha visti ed ha pensato che si stavano agitando un po’ troppo. Suoni di clackson e urla hanno aiutato Maria Carolina e le altre due donne a scappare. Antonio Cermeno non ce l’ha fatta. L’auto ha ripreso la corsa lasciando sull’asfalto buona parte delle gomme.

Poche tempo dopo, nelle prime ore di una mattina come tante, l’ex campione del mondo è stato ritrovato in un cespuglio lungo l’autostrada che porta a Barloven sulle alture di Caugagua. Morto, ucciso con un colpo di pistola alla testa.

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Proprio come era stata assassinata la ventiduenne reginetta di bellezza Genesis Carmona (foto) qualche settimana mentre la stavano rapinando. Proprio come era stata fatta fuori da quattro banditi miss Venezuela, la splendida Monica Spear, all’inizio dell’anno assieme all’ex marito Henry Berry davanti alla figlioletta di cinque anni.

Morti che seguono altri morti. Non c’è più freno alla violenza dilagante in Venezuela.

L’agenzia InSight Crime ha analizzato la situazione e ha messo in fila le quattro principali cause che scatenano il terrore.

1. Elevata corruzione.

2. Mancanza di investimenti per le forze dell’ordine.

3. Debole controllo delle armi.

4. Espansione del traffico di droga

Il Venezuela è diventato il Paese preferito per il transito della cocaina proveniente da Bolivia, Perù, Columbia e con destinazione Stati Uniti.

La gente ha provato a protestare. L’ha fatto con la rabbia generata da una situazione difficile. Accanto all’alto tasso di criminalità, c’è la carenza di prodotti base, i frequenti blackout, l’inflazione galoppante che ha ormai superato il 50%.

Protestano e vengono uccisi. Tre i morti durante la manifestazione della scorsa settimana. Il Governo ha pensato che la militarizzazione sia l’unica via di uscita. Ha così affiancato tremila soldati alla polizia e pensa di aggiungerne altrettanti nelle prossime settimane. Credo che questa sia una strada che porti verso la dittatura, non certo alla soluzione del problema.

Antonio Josè Verdù Cermak aveva smesso di combattere nel 2006. Era stato un degno campione, un abile tecnico dotato di buona velocità. Sul ring aveva avuto un lungo regno da protagonista: una sola sconfitta e trentuno vittorie dal 1990 al 1998. Poi qualcosa non era andato per il verso giusto, vecchi fantasmi erano tornati a galla e in due lunghi anni (dal 9 agosto del 2002 al 31 luglio del 2004) aveva disputato un solo incontro.

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Per due volte aveva sfiorato il carcere. Era stato accusato di frode, per un totale di 21.000 dollari americani nel giugno del 2003; di rapimento e rapina nell’ottobre dello stesso anno. Se l’era cavata entrambe le volte. Il 16 di questo mese il giudice Yarleny Martin aveva fatto cadere la seconda accusa perché il denunciante non si era presentato in tribunale.

Nel fratemmpo Antonio sembrava decisamente cambiato. Lavorava a un progetto per il recupero dei giovani in difficoltà (foto). Ne allenava a decine in una vecchia palestra, dava loro i rudimenti di uno sport duro, ma capace di insegnare a stare lontani dai guai.

Poi è arrivata una macchina di sbandati, magari proprio di quelli che Cermeno stava cercando di recuperare, è la storia si è trasformata in tragedia.

Il telegiornale ha detto tre parole, “regolamento di conti”, e nella mente si sono insinuati dubbi, sospetti. A migliaia di chilometri di distanza non posso che portare solidarietà alla parte buona del Venezuela, a chi lotta per un domani migliore, a chi si rifiuta di essere schiavo della violenza. Per il resto, ignorando al momento la realtà dei fatti, devo portare rispetto a un campione scomparso. Nella speranza di riuscire anch’io a sconfiggere il razzismo di una pietà che spesso scatta solo a comando.

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