Campioni, il buio dopo il ritiro

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QUANDO NUOTAVA, Grant Hackett era “lo Squalo”. Era arrivato ai Mondiali di Melbourne 2007 senza avere mai perso sui 1500 sl negli ultimi dieci anni e con due ori olimpici in tasca. Qualche mese prima aveva incontrato Candice Alley, professione cantante, e aveva capito che la vita non era solo una piscina, sveglie all’alba, ore di allenamenti macinati fissando una riga nera sul fondo.

Lei aveva origini italiane, il nome sui certificati di nascita era Candice Marie Giannarelli, aveva lunghi capelli biondi, un viso d’angelo e un sorriso che catturava l’anima. Lui se ne era subito innamorato. Pazzamente. Le aveva chiesto di sposarlo al termine di una giornata romantica.

L’aveva svegliata all’alba, avevano fatto una lunga corsa in macchina, una gita in mongolfiera sopra le montagne di Dandenong nella Yarra Valley. Poi erano andati in barca sul lago. Lì le aveva regalato un anello di platino e diamanti da 4.2 carati, roba da 250.000 dollari australiani. Le aveva anche dedicato una canzone, “That I would”. Il matrimonio era arrivato poco dopo.

Poi la carriera aveva cominciato ad andare in discesa. Le vittorie erano diventate sempre più rare, ma lui non voleva arrendersi. Quando l’aveva fatto, il destino gli aveva presentato il conto (nella foto in alto Grant e Candice in un momento felice, sotto l’appartamento degli Hackett distrutto dalla furia di Grant).

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L’agonismo di vertice impone ritmi che non tutti possono reggere. Il corpo e la mente sono sottoposti a stress duri da assorbire. Un campione viene costruito nel tempo e per farlo si comincia molto presto. E’ poco più di un bambino e già deve affrontare un percorso pericoloso. Lo sport lo porta lontano dagli affetti della famiglia, lo costringe a scelte precoci, a volte lo spinge addirittura verso l’alienazione. Il futuro campione vive sotto vetro. Allenamenti e riposo, allenamenti, gare, ancora allenamenti. Poco studio, poca voglia di conoscere il mondo reale, di informarsi su cosa sia veramente la vita. C’è un lungo momento in cui pensa che sia solo allenamenti e competizioni. Se vinci guadagni, se perdi torni da dove hai cominciato. Non tutti hanno la fortuna di avere accanto persone che sappiano seguirli nel cammino verso il successo, non considerandoli solo atleti ma anche esseri umani bisognosi di aiuto.

Quando giungono al capolinea sono impreparati. Hanno diffcoltà a spezzare il cerchio, ad accettare l’idea del ritiro. Sanno che da quel momento in poi non saranno più considerati campioni. Le luci si spegneranno, niente più ruoli da protagonista. E anche se saranno pieni di soldi, dovranno cercare subito qualcosa che riesca a colmare il vuoto in cui stanno precipitando.

Il male li travolge. Se saranno soli a fronteggiarlo e non avranno i “mezzi” culturali per farlo, rischieranno di soccombere.

Se all’abbandono dell’attività agonistica si aggiungerà la lacerazione dei rapporti umani, allora quelli che fino a poco tempo prima erano degli eroi cominceranno a camminare sull’orlo di un burrone.

Nel 2011 la storia d’amore tra Grant e Candice è finita. Ora in comune hanno due figli, Charlize e Jagger, e nulla più. La rottura è stata definitiva nel 2011 quando la polizia è dovuta intervenire in una lite domestica. Quella degli Hackett. Lui era ubriaco e aveva devastato casa.

Adesso Grant Hackett è sbarcato a Los Angeles (foto sotto). L’ex campione dice di essere volato in California solo per riposarsi, “Per ricaricare le batterie e nulla più”. Il manager ed il papà dicono che è lì per disintossicarsi. “Gli ultimi due anni sono stati un inferno.” Era diventato schiavo dei sonniferi, prendeva Stilnox come se fossero caramelle. “Dipendenza da medicinali“, malattia da curare.

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Un altro fenomeno dello sport incapace di gestire il buio che c’è dopo il ritiro, un altro in crisi di astinenza da successo.

Lui ha provato a curare il “male” a colpi di sonnifero, altri hanno scelto strade differenti.

I soldi sono spesso l’unica cosa che rimane al campione quando si spengono le luci. E allora perché non comprarsi, o meglio illudere di comprarsi, la felicità?

Qualcuno come Scottie Pippen, protagonista della Nba, ha creduto che fosse un jet costato quattro milioni di dollari, più uno per ripararlo, e mai decollato. Altri come John Daly, mago del golf, hanno scelto come succedaneo il gioco. In sette ore ha perso 2,7 milioni di dollari alle slot machine. A quel punto non ha smesso di scommettere, ma è solo passato dai gettoni da 5000 dollari a quelli da 500…

C’è chi ha identificato la felicità con la sicurezza. Aveva avuto un’infanzia difficile, doveva coabitare con decine di parenti in una piccola abitazione, quando ha accumulato in banca abbastanza dollari si è chiesto: perché non prendermi una rivincita sulla vita? E’ così Evander Holyfield ha dato a un agente immobiliare venti milioni per una villa con 109 stanze, udici delle quali da letto, 17 bagni, un teatro, una pista da bowling e una piscina olimpica. Non è servita a scacciare i demoni della solitudine.

Il successo dà alla testa, i soldi producono a volte effetti ancora più deleteri. I giganti dello sport quando sono in attività ne guadagnano talmente tanti da non sapere neppure quanti siano.

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Mike Tyson aveva intascato 300 milioni di dollari, ma continuava a combattere perché: “Devo dare da mangiare ai miei figli.”. Latrell Sprewell (foto), giocatore Nba, davanti alla proposta di un contratto triennale da 21 milioni rifiutava dicendo: “Pochi, ho una famiglia da sfamare.

Lo sport di vertice porta spesso i suoi protagonisti fuori dal mondo. Li fa vivere in una dimensione irreale. Se non sono abbastanza forti rischiano di rimanerne schiacciati. E quando ne sono fuori per età o infortuni ne restano totalmente dipendenti. Per questo cercano di trovare una terapia sostitutiva che rimpiazzi il potere da successo. Il gioco, la villa extralusso, i soldi, i medicinali. Ma tutto questo può al massimo lenire momentaneamente il dolore, non può certo curare il male alla radice.

Se sono abbastanza fortunati da avere lasciato una piccola porta aperta e hanno abbastanza forza morale, possono farcela. Devono eliminare in fretta la corte dei miracoli che li ha accompagnati in tutti gli anni di gloria e rifugiarsi tra le braccia di chi gli vuole veramente bene. Un amico fidato, la moglie, il papà, la mamma. Chiunque possa regalargli affetto e consigli. Chiunque sia sempre stato innamorato dell’uomo e non del campione. 

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. dino mantovani ha detto:

    per non parlare dei vari Robinson o Luis………….

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