New York Times e stampa italiana

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E’ DIVERSO il modo di fare giornalismo. Non dico che gli americani siano nel giusto e gli italiani sbaglino. Ma affrontano le questioni in modo decisamente differente. E non sto qui a parlare del Washington Post e dello scandalo Watergate paragonato alla connivenza coi politici di molte delle nostre testate, parlo di qualcosa di assai meno traumatico per le sorti di un popolo.

All’Olimpiade di Sochi 2014 si è scatenato l’inferno dopo la finale di pattinaggio artistico femminile. Le polemiche ci sono state, ovunque. Ma noi e gli americani abbiamo affrontato l’argomento in modo diametralmente opposto.

Il New York Times, offrendo anche un’affascinante elaborazione tecnico/grafica della gare di quelle che considerava le due protagoniste (foto ripresa dal New York Times: sopra Adelina Sotnikova, sotto Yuna Kim), ha anche chiesto un’analisi ad Adam Leib che qualcosa di pattinaggio artistico dovrebbe capire, essendo l’allenatore e lo specialista tecnico della squadra statunitense.

Leib ha detto che il successo della Sotnikova era meritato. E ha spiegato, con parole semplici, anche il perché.

Le sue combinazioni hanno un valore più alto perché ha scelto il più difficile doppio salto, il doppio axel. Ha ricevuto punteggi più alti anche per la fluidità di pattinaggio, l’altezza e la distanza. Ha aggiunto un 10% di bonus per avere eseguito la combinazione nella seconda  parte del programma. Il doppio salto della Kim era uno dei più semplici, per cui aveva un basso valore di base. Inoltre l’entrata era facile e si è concluso con poca velocità.

Ha anche illustrato perché le trottole della russa abbiano portato più punti di quelle della coreana.

L’articolo era accompagnato da una doppia tabella che evidenziava come, dove e perché la Sotnikova avesse meritato l’oro più della Kim.

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I giornali italiani hanno affidato valutazioni e commenti a colleghi che in molti casi vedevano (al massimo) per la decima volta una gara di pattinaggio artistico. Ci si è basati più su quello che diceva la pancia che su quanto suggerisse un’analisi tecnica. Si è affrontato il giudizio sulla gara facendosi guidare soprattutto dalle emozioni.

Un po’ come hanno fatto due dei tre commentatori di Sky. Urletti e un vocabolario da addetti ai lavori. La platea del pattinaggio artistico non ha molte occasioni di mostrarsi attraverso la televisione italiana. E quando lo fa, raramente ha un pubblico come quello che, ha avuto in occasione della finale olimpica. Ritengo infatti siano completamente fuori norma l’8% di share (numero di televisori sintonizzati sul canale ogni 100 tv accese in quel momento) con un picco di 1,9 milioni di spettatori su Sky, e ancora di più lo siano il 10% di share e i 2,7 milioni in chiaro di Cielo.

E allora, chiamate pure i movimenti sul ghiaccio con il loro nome. Usato un gergo da addetti ai lavori. Inondateci di Lutz, Flip, Axel, Loop, Salchow e Toe. Ma prendetevi un attimo di tempo per spiegarci cosa vogliono dire. Lo hanno fatto in una sola occasione dopo la gara, ma subito si sono scusati per avere compiuto un gesto di divulgazione utile almeno al 70% dei telespettatori.

Io non sono un esperto di pagginaggio artistico. Per questo mi sono affidato al loro commento. Ma dopo avermi detto che la Kim era la più grande pattinatrice di tutti i tempi, Katarina Witt e Sonja Henie comprese, dopo il verdetto finale hanno cominciato a mettere assieme qualche dubbio sul fatto che avesse davvero vinto la gara olimpica. Così mi disorientate!

Il diverso modo di affrontare lo sport arriva anche dall’eccesso di valutazioni che si regala agli atleti italiani. Solo da noi qualche giornalista è arrivato a dire che forse avevano scippato l’oro a Carolina Kostner (foto), bravissima, meravigliosa, ma che nessun altro cronista del mondo ha visto più su del bronzo ampiamente meritato. Gli italiano l’hanno detto da tifosi, senza mettere assieme alla denuncia un dossier tecnico in grado di supportarla.

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Non dico che il New York Times avesse ragione e l’intera stampa italiana torto. Non ho la competenza per pronunciare un giudizio. Ma ho il coraggio di dirlo: posso valutare un’esibizione di pattinaggio artistico solo a pelle. A simpatia, a gusto estetico. Sono un incompetente in materia. Lo so, per questo non prendo in mano la bacchetta e comincio a darle giù a tutti.

Quindi per me possono avere ragione l’uno o l’altro. Quello che trovo sbagliato da una parte e giusto dall’altra è il modo di affrontare l’argomento. Il metodo usato. Magari la stampa italiana, supportando le sensazioni con il parere dettagliato (e confortato da adeguate tabelle) di un grande esperto avrebbe dato un peso maggiore alle proprie considerazioni.

Ma il giornalismo sportivo italiano ormai naviga a vista. E’ convinto che per farsi sentire si debba urlare. E ha perso completamente di vista la specializzazione. Ognuno ha il diritto di scrivere su qualsiasi argomento. Senza fermarsi un attimo ad analizzarlo più a fondo di quanto il proprio cuore abbia fatto. Ci può stare finché si tratta di calcio, materia che tutti i 60 milioni di miei connazionali, dal bebè ai nonni, è convinto di conoscere. Ma se si affrontano altre discipline servirebbe un sapere meno approssimativo, più profondo.

Chi mi conosce dirà: parli proprio tu che hai scritto di tutti gli sport. Vero, ma il taglio dei miei pezzi aveva solo bisogno di una documentazione di base sull’argomento trattato. Perché io raccontavo storie, facevo interviste, disegnavo i personaggi. Ho scritto di atletica leggera, ma non mi sono mai sognato di analizzare la rincorsa, lo stacco o il superamento dell’asticella nel salto in alto o di sproloquiare sulla frequenza dei passi nella gara dei 110 ostacoli. Al massimo parlavo di Ben Johnson che scappava da Seul dopo essere stato trovato positivo al controllo antidoping, o di Mike Powel che (infortunato) affondava il viso stravolto da dolore nella sabbia del salto in lungo ad Atlanta 1996. Altre dinamiche.

Oggi imperano quelle che io chiamo polemiche senza pezze di appoggio. La stampa scritta che dovrebbe tentare di separarsi quanto più possibile dalla violenza verbale della Rete finisce con l’usare lo stesso linguaggio. I due prodotti diventano sempre più spesso simili. Con l’unica variante di non poco conto che Internet è gratis e non bisogna uscire di casa per comprarlo.

Continuiamo così, facciamoci del male.

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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Stefano Semeraro ha detto:

    Noi siamo furbi, più furbi degli americani, perché facciamo i giornali che “piacciono alla gggente”. L’unico guaio è che poi la gente non li compra.

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