Scrivere di boxe

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IL PUGILE è ballerino e attore. Mette in gioco fisicità, individualità, totale coinvolgimento di mente e di corpo; esplora i limiti della resistenza, va a caccia di una soglia del sacrificio da alzare sempre di più. Trasporta sul palcoscenico del ring il racconto drammatico di tutto quello che ha vissuto prima, di tutto quello che spera potrà vivere dopo. Accade così che ogni combattimento diventi una storia da raccontare, perché sul quadrato i pugili non salgono solo con il proprio corpo, ma si fanno accompagnare dalle esperienze della loro esistenza, dalle proprie personalità, dalle paure e dai sogni.

Scrive Joyce Carol Oates.

Nessun altro soggetto è, per lo scrittore, così intensamente personale come la boxe. Scrivere di pugilato significa scrivere di se stessi; e scrivere di pugilato ci obbliga a indagare non solo la boxe, ma i confini stessi della civiltà, cos’è o cosa dovrebbe essere umano. Anche se un incontro di boxe è una storia senza parole, ciò non significa che non abbia un testo o un linguaggio, che, in qualche modo, sia rozza, primitiva, inarticolata. Significa soltanto che quel testo è improvvisato nell’azione; il linguaggio è un raffinato dialogo tra pugili (tanto neurologico che psicologico, un dialogo di riflessi istantanei) che si svolge in adesione concorde nell’arcano volere del pubblico”.

I pugili sono eroi affascinanti. La violenza è la causa delle critiche più severe nei confronti della boxe. Ma i più tenaci detrattori sono quelli che si fermano al primo livello di lettura, quelli che non vanno a scavare nell’anima dei pugili e del mondo.

Ci aiuta a capire, ancora una volta, Joyce Carol Oates con il saggio “Sulla boxe”.

Uomini e donne che non abbiano ragioni personali o di classe per provare rabbia, sono inclini a respingere questa emozione o, addirittura, a condannarla pienamente negli altri. … Eppure questo mondo è concepito nella rabbia, nell’odio e nella fame, non meno di quanto sia concepito nell’amore: e questa è una delle cose di cui la boxe è fatta. Ed è una cosa semplice che rischia di essere trascurata. Quelli la cui aggressività è mascherata, obliqua, impotente, la condanneranno sempre negli altri. È probabile che considerino la boxe primitiva, come se vivere nella carne non fosse una proposta primitiva, fondamentalmente inadeguata a una civiltà retta dalla forza fisica e sempre subordinata a essa: missili, testate nucleari. Il terribile silenzio ricreato sul ring è il silenzio della natura prima dell’uomo, prima del linguaggio, quando il solo essere fisico era Dio…

Jack London, autore di Zanna Bianca e Martin Eden, giornalista sportivo e narratore di match famosi, ha scritto due racconti dedicati alla boxe: “The Mexican” e “A piece of steak”.

“Una bistecca” è la storia di un pugile a fine carriera che si batte per dare da mangiare alla famiglia. Al pomeriggio della sfida, che potrebbe regalargli qualche giorno di serenità, sogna un vero pasto. Ma non ha i soldi per permetterselo.

Affronta un giovane peso massimo. Forte e senza problemi a fargli da peso sulle spalle. Soffre, subisce, poi quando la fatica livella i valori arriva a un passo dalla vittoria. L’altro va giù, ma riesce rialzarsi e vincere. Sarebbe bastata un po’ di forza in più e il match, assieme alle trenta sterline di borsa, sarebbe stato suo.

Scrive London.

Tornò con la mente a quell’attimo dell’incontro in cui aveva tenuto sul filo della sconfitta un Sandel vacillante e annebbiato. Cristo, con quella bistecca ce l’avrebbe fatta! Gli era mancata proprio quella bistecca per il colpo decisivo, e aveva perso. Tutto per quella bistecca.

A volte la storia è lì, così forte da farti pensare che sarebbe facile raccontarla. Il compito di uno scrittore dovrebbe essere quello di cogliere il messaggio lanciato dalla realtà per trasformarlo in una storia da narrare in un libro. Il pugilato trasmette emozioni talmente forti che la cosa più difficile diventa quella di passarle al setaccio, di selezionare solo quelle più pure, meno contaminate.

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Prendete “Million dollar baby”, la storia inserita nel libro “Lo sfidante” di F.X. Toole, nome d’arte di Jerry Boyd scrittore con un passato da allenatore. Quella che Maggie Fitzgerald e il suo maestro Frankie Dunn mettono in scena è la rappresentazione della solitudine, di quanto si possa essere soli in un mondo in cui nessuno crede sia giusto regalare un minuto agli altri. Loro due, attraverso la boxe, riescono a scacciare questa spiacevole sensazione, a diventare una famiglia. Non nel senso comune del termine, ma in quello più alto, spirituale. E’ l’essenza stessa del pugilato ad avvicinarli. Ma dura poco, perché la vita spesso prende più di quanto dia. Un incidente, figlio di una scorrettezza dell’avversaria, trasforma Maggie in un essere vegetale, incapace di gestire la propria vita. E lei chiede a Frankie un ultimo atto d’amore. Il vecchio manager, dopo una lacerante crisi di coscienza, pratica l’eutanasia.

Scrive Toole.

L’ombra fugace di un’ala di uccello si stagliò sulla parte opposta e passò attraverso il vetro della finestra. Frankie richiuse l’occhio con la punta di un dito, e si accertò che il polso di Maggie si fosse fermato. Con le scarpe in mano, ma senza più l’anima, scese silenziosamente lungo le scale posteriori e se ne andò, gli occhi asciutti come una foglia in fiamme.

Bisogna avere la forza di governare i fatti, resistendo alla tentazione di scivolare nella retorica. La forza espressiva del pugilato non si limita a fornire spunti per la narrazione delle intricate vicende dei singoli come rappresentazione della scena generale.

Ha la capacità di andare oltre, di disegnare lo scenario di un’intera società.

È quello che fa un grande giornalista, premio Pulitzer nel 1994 e direttore del New Yorker, come David Remnick in “Il re del mondo”. È la storia della società americana, narrata seguendo il percorso di vita di Muhammad Ali. Lì dentro c’è tutto. L’economia degli Stati Uniti, i segreti dei Presidenti, il razzismo che offende le coscienze, il Vietnam, il Black Power, Malcolm X e i Musulmani neri. Un percorso disegnato da un maestro che usa i pennelli dell’anima per dipingere le storture di una società.

Scrive Remnick.

«Clay era il mio nome da schiavo», mi dice sottovoce mentre, con l’avanzare del pomeriggio, la stanchezza si fa sempre più visibile sul suo viso. Sta per attaccare uno dei suoi più vecchi ritornelli. «Senti dire Kruscev e sai che è un russo. Ching ed è cinese. Goldberg, ebreo. Che cosa è Cassius Clay? È una cosa che salta agli occhi. George Washington non è il nome di un nero. È una cosa che balza agli occhi. L’Islam era forte e potente. Era una cosa che potevo toccare con mano. Da piccolo avevo imparato che Gesù Cristo era bianco, tutti quelli dell’Ultima Cena erano bianchi. Poi arrivano questi musulmani e mettono in discussione le cose. E io credo di aver dato il mio contributo»”.

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Il pugilato è argomento ideale per un testo teatrale. Pensate al mondiale tra George Foreman e Muhammad Ali, 30 ottobre 1974. Ali arriva a quel match dopo essere diventato campione del mondo, avere abbracciato l’islamismo e cambiato il suo nome, avere rifiutato di andare a combattere in Vietnam, perso il titolo. È alla fine di un percorso di vita che lo ha portato a essere protagonista nello sport, ma soprattutto nella società americana, che il campione sale sul ring di Kinshasa.

Due protagonisti assoluti nel cuore dell’Africa nera. Sono entrambi afro-americani, ma agli occhi degli spettatori George Foreman è il bianco che ha tradito i fratelli.

Ali è invece il compagno che ognuno di loro vuole accanto. Il tifo è solo per lui. Arrivano a urlare la rabbia in un canto di distruzione.

«Ali bumaye, Ali bumaye».

Ali uccidilo, Ali uccidilo.

Foreman picchia per sei round, l’altro subisce, lascia sfogare la furia senza logica del campione, poi lo porta sull’orlo del burrone, lo fa dubitare di se stesso. E alla fine lo spinge giù.

«Nella boxe niente è gratis, tranne il dolore», commenterà Big George Foreman.

Quell’incontro offriva spunti ideali per un libro. E Norman Mailer, agitatore del mondo letterario americano, vincitore del Pulitzer nel 1969, autore de “Il nudo e il morto” e “Un sogno americano”, co-fondatore del Village Voice, non si era fatto sfuggire l’occasione. “The match” è il titolo dell’opera, 240 pagine per raccontare quella che sembra essere la geniale intuizione di un artista ed è invece più semplicemente la narrazione della realtà interpretata da uno scrittore.

Scrive Mailer.

La stagione delle piogge, con due settimane di ritardo, si era abbattuta sullo stadio. Le acque del Cosmo erano scese sul Congo. La stagione delle piogge era arrivata e le stelle del paradiso africano erano venute giù”.

Non è la sceneggiatura di un’opera teatrale che pretende un epilogo simbolico, con l’acqua che arriva a sommergere ogni bruttura. È solo la rappresentazione artistica della realtà.

Ha raccontato boxe magnificamente Joe R. Lansdale in “L’anno dell’uragano”. Scrittore di noir, vincitore dell’American Mistery Award, autore di venti romanzi tra cui Bad Chili che ha avuto un buon successo anche in Italia, Landsdale narra una vicenda che ha come scenario l’America di inizio Novecento e come tema l’infinità volgarità del razzismo.

Scrive Landsdale.

La folla era rada ma rumorosa. Abbastanza rumorosa da far dimenticare a ‘Lil’ Arthur la tempesta che infuriava di fuori. La folla continuava ad urlare: “Ammazza il negro”, e aveva preso a scandire in coro “I negri sono tutti uguali”, una canzoncina orecchiabile che ‘Lil’ Arthur non riusciva a non farsi piacere.

Le storie di boxe americana raccontano le storture delle lotte tra bianchi e neri, mentre da noi narrano più spesso il film di una guerra antica e mai finita. Quella tra ricchi e poveri. Lo fa con mano da artista Pietro Grossi in “Pugni”, un libro in cui parla della sfida tra un ragazzo soprannominato “Il Ballerino”, bravo, ricco e insicuro, e un altro che tutti chiamano “La Capra”, povero, sordo e forte. E’ la rappresentazione di uno dei tanti momenti in cui la vita è una metafora della boxe, come dice provocatoriamente Joyce Carol Oates. Entrambi i ragazzi conoscono solo il linguaggio della boxe per riuscire ad esprimersi.

Scrive Grossi, giovane fiorentino che con questo libro è stato finalista al Premio Strega ed al Premio Viareggio.

Se devo pensare al momento più duro della mia vita, se devo isolare un attimo della mia esistenza e stupidamente attaccargli il cartellino del più duro di tutti, devo attaccarlo a quei sei o sette minuti lassù sul ring, quella quarta e quinta ripresa. La Capra non era più quel ragazzo sordo con la fronte come un muro e gli occhi bui che faceva il pugile, la Capra era d’un tratto la vita stessa, che mi aveva preso e portato fuori da quel mondo di balocchi in cui ero un fenomeno.

I pugni di questi eterni eroi diventano protagonisti di mille storie che si rincorrono nel grande libro della boxe. Ogni nazione ne ha almeno uno da celebrare. Lo ha adorato nel suo cammino sui ring di tutto il mondo, ne ha fatto un simbolo ignorandone i difetti ed esaltandone i pregi. Lo ha seguito con amore incondizionato in ogni impresa. E ne ha conservato il ricordo nel profondo del cuore.

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In “E chiamavano me assassino”, narro la tragica storia di Stanley Ketchel, campione di inizio Novecento. Un uomo travolto dalla violenza per tutta la sua giovane vita, un uomo che ha vissuto inseguendo dignità e rispetto sul ring, temendo che un solo colpo potesse ricacciarlo indietro in quel passato che gli faceva così paura. Non sapeva chi fosse suo padre, ignorava quale fosse il suo vero nome. Morirà ucciso da un marito geloso a soli 24 anni.

Nel pugilato non c’è dolore, nessuno sul ring lo sente. Il dolore arriva quando ti rendi conto che non puoi vincere, è il sapore amaro della sconfitta il dolore più forte. La ferita, il colpo allo stomaco, il pugno potente sono dolori che non vengono avvertiti dal pugile. Le sofferenze fisiche arrivano la mattina dopo, quando ti sembra che ogni parte del tuo corpo voglia urlare per i colpi presi la sera prima. Anche un sospiro provoca fitte lancinanti. Ma sul ring la sofferenza è soltanto per il risultato. Il pugile ha paura, ma non di farsi male. Ha paura di perdere. Non viene sconfitto solo il suo orgoglio, non perde soltanto il match. Con la sconfitta vede sparire una parte del suo futuro e torna a un passo dalla miseria da dove ha cominciato.

Nel tempo il pugilato è cambiato, ma la vita di tutti i giorni per i tipi come Stanley Ketchel è rimasta la stessa.

In un racconto di boxe si mettono insieme personaggi come Dempsey, Robinson, Ali, Tyson, Benvenuti, Loi, Mazzinghi, Carnera, Chavez, Sanchez, Arguello, Stevenson, Duran e altri ancora sino a completare l’alfabeto della gloria.

Si mettono assieme racconti di sangue, sudore e lacrime. Ci sono dentro passioni travolgenti, amori e tradimenti.

La storia della boxe è la storia della vita.

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. L’ha ribloggato su CrosScritturee ha commentato:
    Un bel post su scrittura, vita e boxe.

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