Storia di un ragazzo tranquillo. Jannik Sinner, il prodigio del tennis italiano

Jannik Sinner batte Frances Tiafoe (53 del mondo) ad Anversa, conquista la prima semifinale dell’Atp ed entra nella Top 100. Jannick ha 18 anni.

Giovedì 16 maggio c’ero anch’io sugli spalti del campo numero 1, in fondo all’impianto del Foro Italico. Lo ricordo perché non è stata un’impresa da poco. L’ingresso concesso ai possessori del biglietto del mercoledì, programma annullato per pioggia, aveva in pratica raddoppiato il numero degli spettatori. I posti a disposizione, ovviamente, erano rimasti gli stessi.
Dopo un’ora e un quarto in piedi, e in precario equilibrio sull’ultimo gradone, osservavo la scena.
Nessuno spazio libero. Né sulle due tribune di riferimento, né sui lati del terreno dove erano impegnate le americane Madison Keys e Sofia Kenin. Anche la gradinata del numero 3 era stata presa d’assalto dai tifosi del ragazzo. Sotto si esibiva il placido Nick Kyrgios. Innervosito dalle passeggiate degli spettatori alla ricerca di un posto, dal vociare e dagli applausi, che non sempre erano per lui, l’australiano lanciava sul terreno di gioco (in rigoroso ordine cronologico): la racchetta, una bottiglia d’acqua, un seggiolino di legno e tela. Poi rimetteva racchetta e asciugamani nel borsone, e se ne andava.
Un ragazzo, alto, magro e rosso di capelli, indifferente a tanto clamore, continuava a giocare gli ultimi punti della sua sfida.
Jannick Sinner aveva scelto una tenuta casual. Maglietta verde acido, pantaloncini blù, cappellino rosso. Più casuale di così…
All’inizio era stato in affanno, poi aveva imboccato la strada giusta.
Ha gambe esili, poco muscolose. Come le braccia e il resto di un corpo dove 75 chili si perdono lungo 190 centimetri di altezza.
“Ci stiamo lavorando” dicono quelli del suo clan. Poi specificano che il programma di potenziamento ha avuto inizio nel 2017 per terminare nel prossimo inverno. E che la sua maturità tennistica sarà raggiunta a partire dalla stagione 2021.
Fanno gruppo da quattro anni.
Scoperto a Ortisei, portato a Bordighera.
Riccardo Piatti, dopo averlo visto giocare per cinque minuti, sembra abbia espresso un sintetico commento.
“Come facciamo ad adottarlo?”
È cominciata così l’avventura di Jannik Sinner, all’epoca quattordicenne, ultimo arrivato in ordine di tempo nel Club delle Grandi Speranze d’Italia.
Lontano dai campi mostra riserbo e buona educazione. Tranquillità e timidezza.
“Una mattana l’avrà pur fatta, o no?”
“Sì, certo. Una volta ha rotto una racchetta”.
Goran Ivanisevic e Marat Safin arrossirebbero davanti a cotanto ardire.
Mamma e papà l’hanno educato così. Rispettoso e di buone maniere.
Accade però che al primo servizio, lui scateni l’inferno.
Un rovescio che canta, come dicono i poeti del tennis. Un dritto in via di perfezionamento, efficace il giusto quando riesce a metterci su tutto il peso del corpo. Un buon gioco di volo. Migliorabile, ovviamente, ma già di livello. E la battuta? Molto bene, grazie. Come la risposta al servizio.
Ha carattere il ragazzo.
Ma non cercate in lui il campione maledetto. È simpatico, moderno, ma niente follie. Almeno per ora.
Si è imposto nel Challenger di Bergamo, ha vinto la partita d’esordio in un Master 1000, ha fatto un balzo in avanti clamoroso in classifica. A inizio anno era 542, il lunedì dopo gli Internazionali era vicino al 200. E adesso che è Top 100 di posizioni ne ha guadagnate 442 dal gennaio scorso…
Il 16 agosto è diventato maggiorenne. Diciotto anni, un tempo erano l’età giusta per entrare in società. Lui si è regalato l’ingresso nello Slam di fine stagione, gli US Open.
Viene da San Candido, nell’Alta Pusteria. Pochi chilometri più a Est e sarebbe stato cittadino austriaco.
Quando Massimo Sartori è andato a trovare i genitori, per chiedere loro il permesso di portarlo a vivere lontano da casa, si è sentito fare una curiosa domanda.
“È proprio necessario?”
“Se non lo è per lui, non so proprio per chi altro potrebbe esserlo” ha risposto il maestro.
La mamma si chiama Siglinde, il papà Hans Peter. Lavorano al Rifugio Fondovalle sulle Dolomiti, sopra Sesto Pusteria. Lei come cameriera, lui come cuoco.
“Chi pagherà vitto e alloggio?”
La Federtennis ci ha messo del suo, alla fine l’accordo è stato trovato.
“Mi hanno permesso di realizzare un sogno. Loro sono la cosa più bella che ho”. Loro sono la famiglia, nel gruppo c’è anche Mark, il fratello che vive a Bressanone.
I genitori hanno lasciato il ragazzo sempre libero di fare qualsiasi scelta. Senza mettergli pressione, senza mai intervenire in alcun aspetto dell’attività sportiva. Quando vanno a trovarlo a Bordighera, tanto per spiegarmi meglio, lo lasciano in pace durante l’intera giornata di lavoro per poi rivederlo la sera, in famiglia, per parlare attorno a una tavola preparata per la cena.
Il sogno è cominciato quando Jannik aveva ancora gli sci ai piedi.
Era il 2014 e lui andava forte. A livello giovanile primeggiava in slalom e gigante. No, niente discese.
Poi ha capito che quello non era lo sport a cui voleva dedicare la giovinezza. Non gli piaceva lavorare come un pazzo per chiudere il divertimento in una gara sempre troppo breve. Non gli piaceva che un solo errore potesse condizionare in modo totale l’intera prova.
“Il tennis ti concede tempo per recuperare”.
E agli Internazionali ha dimostrato con i fatti quanto sia importante avere quel tempo. Arrivato a Roma dopo la sconfitta in finale al Challenger di Ostrava, ha passato le qualificazione ed è entrato nel tabellone principale. Ha giocato dieci partite in dodici giorni.
Esordio contro il californiano Steve Johnson, numero 59 del mondo.
Sottomesso nel primo set, dominatore nel secondo, professionista esperto nel terzo in cui è stato sotto 2-5, ha rimontato, ha annullato un match point per poi marcare il punto della vittoria.
Al secondo turno ha trovato Stefanos Tsitsipas, 7 della classifica. Un giovanotto che nella stagione aveva messo assieme questi risultati: semifinalista agli Australian Open, finalista a Dubai e Madrid, vincitore a Marsiglia e all’Estoril.
Il ragazzo ha retto lo scontro. Ha giocato senza snaturare un tennis fatto di continua pressione da fondocampo, sfrontato al punto da pensare di poter decidere lui ritmo e andamento della partita.
Non sempre c’è riuscito, non sempre ce l’ha fatta a tenere quel ritmo senza sbagliare. Aggressivo il giusto, ha ceduto a un rivale che ha tre anni più di lui, un divario importante a questa età. Ha pagato pegno alla bravura di uno dei migliori tennisti del circuito, uno che al turno successivo ha spazzato via Fabio Fognini.
Nessun tentennamento, nessuno sbandamento per Jannik Sinner, solo felicità per avere avuto modo di imparare qualcosa in più.

Perché imparare gli piace. Per due volte ha fatto da sparring al re. A Bordighera prima, a Roma poi. E Roger Federer ha avuto parole di elogio.
“Sta crescendo bene. Piatti sta facendo un buon lavoro nello sviluppo della persona, non solo del giocatore”.
C’è da essere soddisfatti. E lui lo è. Raccoglie i complimenti, ringrazia e li mette da parte. Intanto continua a sognare.
Nei sogni c’è il numero 1 del mondo. Lo dice senza arroganza, nè presunzione.
“Lo dico perché sono sincero, perché lo penso. Se fai sport devi puntare sempre al massimo. Questo non significa che io sia certo di arrivare fin lassù. L’ho detto, è un sogno”.
Il ragazzo ha la giornata piena.
Tre ore le dedica al tennis, quattro alla preparazione atletica. Poi c’è la scuola privata: è studente di ragioneria, un po’ di televisione la sera (Prison Break e La casa di carta sono le serie preferite), la musica. E, nei tempi giusti, il divertimento.
Ha pur sempre 18 anni…
Persa la partita contro Tsitsipas, mezz’ora dopo si è presentato in conferenza stampa. Serio, a me è sembrato addirittura in imbarazzo, ma probabilmente era solo una naturale e sana timidezza.
Si toccava continuamente i calzini, tormentava le caviglie, sistemava quegli sbuffi di capelli rossi che andavano costantemente a coprire gli occhi. Rispondeva con calma, senza alcun eccesso.
Insomma, un tranquillo figliolo.

Bastava però che suonasse il via libera che sanciva la fine della chiacchierata con i giornalisti, per ritrovare il teenager pronto alla battuta, scanzonato, sorridente nel botta e risposta con Andrea Volpini con cui vive in simbiosi (nel Clan Piatti, accanto a lui c’è anche Cristian Brandi). Qualche risata di cuore, il volto allegro di chi è felice di quello che fa.
Il tennis è uno sport che ha bisogno del talento, ma anche e soprattutto di serietà e determinazione.
Lui sembra possedere entrambe, di talento ne ha in abbondanza.
Le sorprese non sono finite.
Jannik Sinner ha appena cominciato a stupirci.

 

 

 

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